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Intervista #5 – Luca Lampariello e i dialetti e accenti italiani, seconda parte

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Bentornati su Podcast Italiano, questa è la seconda parte della mia conversazione con Luca sui dialetti italiani. In questo episodio io e Luca parliamo del destino dei dialetti, degli accenti e dialetti come stranezza della lingua italiana per gli stranieri che la imparano e inoltre, il che è molto divertente da ascoltare, Luca ci dà dimostrazione delle sue capacità di imitazione di alcuni accenti italiani.
Detto questo, buon ascolto!

D: Secondo te, qual è il destino dei dialetti? So che è una domanda molto difficile. I linguisti dicono che i dialetti [italiani], ma come del resto la maggior parte delle lingue del pianeta, sono destinati a scomparire nel prossimo secolo, sostanzialmente, anche dovuto al fatto che le persone vanno a vivere in grandi centri abitati e quindi si perde la maggior parte delle lingue del mondo. Se tu dovessi fare una previsione della nostra situazione, se dovessi improvvisarti (act like a) bookmaker dei dialetti..

L: Allora, la domanda è sicuramente interessante. Io direi che giustamente andiamo nella direzione di una rarefazione (becoming rarer) dei dialetti e delle lingue, è inevitabile. Ma abbiamo anche oggigiorno modi di “conservarli”, facendo delle registrazioni, ecc. ecc. Quindi sì, se da una parte è molto probabile che i dialetti si indeboliscano, non necessariamente moriranno, soprattutto quelli italiani. Probabilmente in alcune regioni del mondo questo succederà inevitabilmente ma direi che secondo me fra 100 anni i dialetti italiani esisteranno ancora. Se si vede l’evoluzione degli ultimi 100 anni effettivamente dal 2% della popolazione che parlava italiano, adesso non voglio dare numeri a caso ma sicuramente parliamo di almeno 70-80 % (ndr: più del 90 % in realtà) Esiste ancora una parte, soprattutto nel sud, di popolazione che ha ancora difficoltà a parlare italiano e parla quasi solo dialetto. Ma se dal 2 all’80 si è passati in 100 anni uno potrebbe pensare che l’italiano si divori (divorare = mangiare con rapidità / devour) i dialetti quando invece io tendo a pensare che possano coesistere nell’arco di varie generazioni. Tutto sta a.. ha a che vedere come le persone singole e le comunità locali reagiranno nel conservare la propria identità linguistica. Come i catalani, per esempio. Parlo di lingua, lì, ma comunque il concetto rimane molto liquido, e io direi che i catalani hanno una forte volontà (are strongly willing to) di conservare la propria lingua, che irrita, tra l’altro, il resto della penisola. La stessa cosa potrebbe succedere in Italia nel senso che chi vorrà conservare il dialetto lo conserverà nel tempo, e quindi sì, la risposta è: molto probabilmente molti dialetti – io non direi che scompariranno, ma si fonderanno con la lingua. Tutti parlano di lingue che muoiono, purtroppo esiste questo concetto, ma ogni lingua che muore in realtà lascia un po’ di eredità (passes something down to) a quelle che rimangono. E secondo me i dialetti, se da una parte ci sarà una rarefazione di questi dialetti, dall’altra parte l’italiano si “arricchirà” di elementi dialettali, quindi io non la vedrei in maniera così tragica (I do not see it in such a negative way). Si parla sempre di scomparse, in modo un po’ negativo. Io direi che c’è.. è l’evoluzione umana, e questo è inevitabile.

D: Sì, però probabilmente rimarrà una.. anzi, sicuramente rimarrà una traccia, lasceranno una traccia nell’italiano.

L. Senza dubbio.

D. Passiamo magari alla parte più divertente che è quella di imitare accenti e dialetti, so che a te piace molto farlo e l’hai fatto in qualche video su YouTube (questo e questo). Se puoi darci qualche dimostrazione dei dialetti che riesci a fare meglio, in cui ti sei esercitato di più.

L. Guarda te ne posso fare due o tre. Io comincio e tu mi dici che cos’è, che dialetto è . (ndr: in realtà sono accenti più che dialetti, dato che di fatto Luca parla in italiano)

[accento veneto]

Allora Davide, non so esattamente cosa dirti però ti posso dire che in questo momento stiamo facendo un podcast molto interessante e questo podcast parla dei dialetti e della loro evoluzione nel tempo.

D: Questo è veneto.

L. Bravo.

[accento calabrese]

E poi passiamo direttamente dal.. guarda questo te lo dico subito che è un accento del sud, abbastanza marcato. Questo è come parlano al paese, quello di mia nonna. Mia nonna parlava più o meno così, che in questa regione d’Italia ci sono quattro, cinque tipi, modi di parlare che rappresentano proprio il sangue di questa regione.

D. Calabrese.

L. [ride] Questo è facile, no?

[accento fiorentino]

Guarda poi i dialetti in generale si sono evoluti col tempo, c’è voluto un po’ di tempo. Però, diciamo, la cosa più importante, quella più importante, quella di riferimento è sempre rimasto lo stesso, il centro d’Italia. Anche per il modo.. l’importanza che rivestivano le famiglie che abitavano in questa regione.

D. Direi fiorentino, anche se io devo dire che non sono molto ferrato (good at, knowledgeable about) a cogliere le differenze tra accenti toscani, a m sembrano..

L. ..tutti uguali ma in realtà sono diversi, sì.

D. Poi se chiedi.. io conoscevo delle persone di Siena che dicevano che era completamente diverso, quindi mi fido.

[accento fiorentino]

L. Magari completamente no, però ci sono delle cose che rappresentano tutta la regione.. ecco, quello che ti dicevo prima: che nei dialetti ci sono delle caratteristiche che rappresentano la regione intera, poi l’entità locale è diversa. Se tu dici a un senese (abitante di Siena) “parla come Firenze” un fiorentino t’ammazza, ti strangola. Prende, chiama il babbo e dice, non lo so..

Ti viene da ridere a sentirmi parlare così, no?

[accento parmense]

Poi ci sta un altro.. – questo lo confondo un po’ perché poi quando ne faccio tanti di seguito mi viene un po’ di confusione, però immagino che lo riconoscerai. – Guarda, ci sono delle cose che sono molto interessanti, anche nel mondo, questo, dei dialetti, delle lingue. Per esempio i poliglotti non parlano mai di dialetti perché si concentrano tanto sulle lingue. E questa è una cosa interessantissima, però penso anche che sia importante.. non conoscono l’italiano, che si concentran sui dialetti, non solo che faccia gli accenti, ma a che riesca anche a imparare i dialetti locali, cioè a nessuno gli frega niente.

D. Direi Parma.

L. Eh, va vicino. Bravo [ride]. Li riconosci. Te ne ho fatti quattro.

D. Per quanto posso giudicare io a me anche quest’ultimo sembra molto realistico, poi magari se parli con qualche locale ti dice “no..”

L. Guarda, quelli che mi vengono meglio (=faccio meglio, I’m good at) sono senza dubbio il calabrese, perché mia nonna era calabrese, poi il veneto, perché ho conosciuta una ragazza veneta negli anni.. diciamo quando avevo 15 anni, l’ho sentita talmente tanto parlare che mi è entrato in testa. Ricordo che una volta.. poi come con le lingue una diventa.. si arrugginisce (gets rusty). Mi ricordo, una volta sono arrivato lì c’era un gruppo di studenti padovani e io ho fatto.. ho cominciato a parlare in padovano e mi fanno: “Ah, ma di dove sei, di Padova?”. Poi la cose è stata.. io ho detto: “Certo, sono di Padova” gli dicevo con l’accento padovano, e loro ci credevano. Poi a un certo punto m’hanno fatto “Ah, ma tu vai in quel quartiere lì?” e mi sono un po’ perso, ho detto “oddio..”
Però ci credevano, cioè di solito quelli più realistici sono il padovano, il calabrese.. su altri, di solito.. dipende dal periodo. Anche il fiorentino, perché ho una cara amica di Firenze, quindi quando sto con lei.. ero a Firenze, m’hanno detto che ho preso proprio [l’accento di Firenze], lei poi mi ha spiegato cosa aspirare (ndr: l’accento toscano è famoso per le sue consonanti aspirate) e cosa no, perché in realtà non si aspirano tutte le “c” come si immagina, ma alcune, in alcuni pezzi, con le prosodie.. quindi io mi ci sono messo (I started working on it), ero diventato [bravo]. Ci sono una serie di cose su cui devi stare attento in generale, su cui ti beccano (that can give you away to them // beccare qualcuno = to catch somebody), però lavorandoci sopra riesco ad arrivare a un certo livello. Adesso sono un po’ arrugginito perché non lo faccio da parecchio [tempo], però insomma mi diverto a cambiare accenti anche in altre lingue. È divertente. A un certo punto parlo in texano con il mio amico che mi fa ecco, “here he goes again”, ecco che ricominciamo col texano. Dipende poi dal grado alcolico. No, scherzo. Però in certe situazioni mi diverto particolarmente a cambiare prosodia completamente e la gente dice “Ma.. questo che?..”
Mi giro, parlo in calabrese, mi rigiro parlo in veneto, l’ho fatto varie volte, è divertentissimo. La gente mi fa: “Ma tu di dove sei?! Ma da dove vieni, da dove sei sceso?!”. È divertente. [ride]

D. Beh sì, è un gioco, un modo per cambiare un pochino la propria identità, poi ci sono infinite discussioni su cosa cambi a livello psicologico quando una fa un accento o parla in una lingua diversa, quindi adesso non ne parliamo, perché magari..

L. Sì.. no, però ti volevo solo concludere dicendo che poi quando riesci a parlare bene in dialetto entri ancora di più nel cuore delle persone, nel senso che la lingua.. e non solo la lingua, l’accento e quindi il suono è un modo di connettersi al livello profondo con le persone. Non solo parlo d’italiani, che c’è una frattura tra italiani. Noi non ne parliamo mai, ma un italiano – io almeno, ma ne ho sentiti vari – non dicono “io sono italiano”. Per primo dicono “sono romano”, “sono torinese”. Cioè, per primo ti identifichi in un’identità locale, ancora prima che quella nazionale, in Italia è particolarmente così. Ma se riesci a parlare nel loro modo, il modo locale, loro ti integrano – come un russo potrebbe integrarti subito sentendoti parlare il russo. Quindi saper fare accenti, poi come dimostra YouTube – la gente che fa vari accenti in varie lingue e li fa bene ha milioni di visite. Perché la gente capisce quanto è bello, riesce a carpire la bellezza (they glimpse the beauty / carpire = to gather, to deduce, to work out) di diventare per un secondo qualcun’altro o qualcos’altro e connetterti con altri, capendo quello che dicono perché parlano in seno alla stessa lingua, quindi è molto bello.

D. Sì, è qualcosa che ci affascina proprio a livello primitivo..

L. Assolutamente.

..perché gli accenti sono qualcosa di così.. che ci sembra così legato alla nostra identità, quindi vedere una persona che assume così tante identità – che siano solo accenti o proprio lingue, o entrambe le cose – è qualcosa che ci affascina, proprio.

L. È bellissimo.

D. Volevo farti un’ultima domanda: qual è la tua esperienza con gli stranieri che guardano e che scoprono questa peculiarità di accenti e dialetti in Italia. Per loro è qualcosa di fastidioso, che li ostacola nell’apprendere l’italiano, o è una cosa curiosa..?

L. Allora, ti confesso che non ho una grande esperienza a riguardo, nel senso che conosco persone che hanno vissuto a Roma, che hanno vissuto a Firenze, ma in generale molto spesso non colgono neanche troppo le differenze (they can’t really tell the difference) e “non se ne curano” (they don’t worry about it). Non se ne fanno un problema (they don’t fuss over it / farsi un problema/dei problemi = worry about things, fuss over sth) perché la maggior parte delle persone che incontrano parlano loro in italiano, non parlano nel dialetto. Almeno per la mia esperienza personale, avendo parlato con stranieri, soprattutto vivendo a Roma, non è un problema rilevante per loro, non è lo stesso problema che avrebbe uno studente straniero che va in Catalogna a cercare di parlare spagnolo e poi si ritrova in lezioni (meglio: a seguire lezioni) in catalano. Non è così. Qui in Italia è sicuramente affascinante per gli stranieri ma secondo me non se ne curano troppo, perché già sono occupati a imparare l’italiano, quindi non si preoccupano troppo del fatto che l’italiano abbia vari sottostrati (substrates / anche comune “sostrato”) osservabili da vari punti di vista. Non credo sia troppo un problema. E poi, ancora una volta, secondo me, capiscono che ci sono accenti diversi, li percepiscono, ma non come li percepiamo noi. Un italiano vede immediatamente se sei del nord, del centro o del sud. E poi lì, a seconda dell’esperienza, vede anche tutto il resto. Credo che uno straniero non veda tutta questa varietà che vediamo noi perché è già impegnato (he is busy) a parlare l’italiano.

D. Bene, grazie Luca. È un argomento molto vasto, interessantissimo, di cui si potrebbe parlare per ore.

L. Sì. Ti volevo aggiungere, prima di scordarmene, che c’è un programma, che io ho scoperto di recente che si chiama “La lingua batte” e si può trovare.. se uno scrive “La lingua batte” su Radio 3 ci sono dei podcast, molto interessante, che parla dell’italiano. Ogni podcast dura un’ora, sulle origine dell’italiano, dei dialetti, esattamente quello che stiamo dicendo noi, invitando linguisti, invitando interpreti, invitando amanti delle lingue e della lingua italiana. Quindi per chi è interessante.. chi più ne ha più ne metta.

D. Ascolterò anch’io perché mi sembra molto interessante.

L. Lo è.

D. Ok, ti ringrazio di nuovo Luca, spero faremo altri episodi e se al pubblico che ci ascolta sono piaciuti questi tre episodi, probabilmente ne seguiranno altri. Vi invito a mandarmi domande su quello che (meglio: su ciò di cui) abbiamo parlato, su altri argomenti che potrebbero essere di vostro interesse, cosicché potremmo discuterne magari in episodi futuri.

L. Ok, perfetto, grazie mille per avermi invitato. È stato un piacere, un tutte le tre puntate.

D. Un piacere mio. Ci vediamo.

L. Ci vediamo.

D. Alla prossima.

L. Un abbraccio, come si dice a Roma – come si dice in Italia penso [ride].

D. Un abbraccio, ciao.

L. Ciao.

 

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Intervista #5 – Luca Lampariello e i dialetti e accenti italiani, prima parte


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Benvenuti su Podcast Italiano, questa è la terza intervista o conversazione che ho fatto con Luca Lampariello, un poliglotta italiano come me, romano, straordinario. Il tema della conversazione di oggi sono i dialetti italiani. Ho deciso di dividere l’intervista in due parti perché era venuta davvero lunga, e in questa prima parte parliamo dei dialetti in generale, della differenza tra dialetto e lingua, del romanesco, che se non è un vero e proprio dialetto è comunque una parlata, un modo di parlare italiano e Luca ce ne dà qualche esempio, essendo lui di Roma. Inoltre parliamo dell’influenza dei dialetti sulla lingua italiana.

Spero possa piacervi l’episodio e vi auguro buon ascolto.

D: Ciao Luca, grazie di essere di nuovo con noi su Podcast Italiano!

L: Ciao Davide, come stai?

D: Molto bene, tu?

L: Anche io benissimo, è arrivata la primavera e sono molto contento, anche se in realtà tra poco vado a Berlino e quindi cambio aria, un po’ più fresca… proprio quando arriva un po’ d’aria calda qua, ma insomma sono contento lo stesso. Si sta “una bomba” (awesome), come si dice.

D: Una bomba, una bomba… per parlare di dialetti. Vabbè, “una bomba” è abbastanza universale in Italia.

L: Si, penso proprio di sì.

D: Sì, oggi appunto parliamo di dialetti, che si possono definire come una delle “stranezze” (peculiarities – peculiarità) della situazione linguistica italiana, qualcosa che genera anche dei problemi per gli stranieri che vengono da noi e che imparano l’italiano. Appunto, abbiamo tantissimi dialetti ed è spesso difficile spiegare a uno straniero che cosa vuol dire dialetto, perché il loro concetto è diverso dal nostro: per noi i dialetti sono lingue diverse, penso al concetto.. non so, un americano intende qualcosa di completamente diverso con “dialect”. Volevo chiederti, qual è il tuo rapporto con i dialetti e come spieghi anche agli stranieri appunto questa peculiarità nostra.

L: Allora, innanzitutto vorrei dire che il concetto di dialetto e il concetto di lingua sono inseparabili l’uno dall’altro, nel senso che un dialetto può essere anche visto come una lingua a seconda di come si vedono le cose, quindi le cose sono un po’ più complicate da definirsi. Hai detto una cosa interessante, che “dialetto” in altre lingue come l’inglese significa anche “accento”, non necessariamente “dialetto” in termini di una versione locale della lingua, no?

D: Sì.

L: E in realtà “dialetto” deriva proprio dal greco “diàlektos”, che all’inizio significava “conversazione” e poi anche “lingua di un determinato popolo”. La parola dialetto viene usata per la prima volta nel 1724 da un certo Anton Maria Salvini e ti cito, perché sto leggendo qui da questo “L’italiano: conoscere e usare una lingua formidabile” che è una serie. Scrive: “I vostri natii dialetti vi costituiscono cittadini delle vostre sole città. Il dialetto toscano appreso da voi, ricevuto, abbracciato (here meaning “embrace“, not “hug”), vi fa cittadini d’Italia”, nel senso che l’Italia per la sua storia è una serie di regni, quasi, è una serie di stati, di regni che poi sono diventati 160 e più, anni fa – nel 1861 l’Italia si è unificata e la cosa interessante è che 100 anni fa, un po’ più di 100 anni fa, la percentuale di persone che parlavano l’italiano, come lo stiamo parlando io e te, era il 2% della popolazione: tutti gli altri parlavano un dialetto, quindi una forma locale. Quindi, il motivo per cui ancora in Italia si parlano tanti dialetti è perché viene dalla nostra storia e il motivo è semplicemente che noi eravamo una serie di stati che poi si sono uniti  e ogni stato aveva… ogni stato, ogni regno, il Vaticano stesso, le entità politiche, “geopolitiche” si sono poi aggregate ed erano tutte diverse, quindi un romano parla in un modo diverso da un fiorentino che parla in un modo diverso da un torinese, eccetera eccetera. Quindi l’Italia ha una varietà dialettale enorme, anche all’interno dei dialetti locali. Per dirti, ci sono i dialetti settentrionali, quelli centrali e quelli meridionali e anche all’interno di una zona come Roma, nel Lazio, il dialetto, il modo di parlare, varia da chilometro a chilometro, addirittura. Quindi c’è una varietà linguistica eccezionale in Italia, dovuta sostanzialmente alla storia.

D: Sì, sì. Tra l’altro ho anche scritto e registrato due episodi sullo stesso tema, uno di livello intermedio e uno avanzato, per chi è interessato a questo tema che è molto interessante… come hai detto ci sono centinaia o anche migliaia, perché poi contarli è un’impresa ardua se non impossibile.

L: Poi ci sono i dialetti centro-meridionali, centro-settentrionali, centrali: per esempio, il lombardo c’è il lombardo occidentale, orientale, alpino, novarese; il veneto è lagunare, meridionale, centro-settentrionale, veronese, triestino-giuliano… quindi ci sono varie entità locali, quindi all’interno, se uno guarda la mappa d’Italia, si può distinguere all’inizio come una macro distinzione fra nord, centro e sud. All’interno, in seno al (within) nord ci sono poi varietà e in seno a queste varietà ci sono altre varietà, quindi l’intero schema, il modo di vedere, è molto elastico, non solo per i dialetti: poi c’è l’italiano standard, l’italiano dell’uso medio, l’italiano regionale delle classi istruite (educated), quello regionale delle classi popolari, il dialetto regionale, quello locale… cioè, se uno osserva il fenomeno linguistico in Italia è vastissimo e lo puoi guardare da tante angolature. quindi è linguisticamente una delle regioni del mondo più interessanti da questo punto di vista, ma anche altre lingue hanno tanti dialetti all’interno. Ti faccio notare, che è interessante: in Spagna quelli che teoricamente in Italia potrebbero essere chiamati dialetti, li chiamano lingue: il catalano è una lingua per loro, non è un dialetto, mentre in Italia magari potrebbe essere un dialetto, perché in fondo il catalano non è così diverso dallo spagnolo come il napoletano lo è con l’italiano, o il veneto.

D: Sì, da noi ci sono solo alcuni dialetti che hanno lo status di lingua come, mi sembra, il veneto, il sardo e forse qualcun’altra, però non è così ben chiarita la questione come in Spagna.

L: Esatto, perché il romano per esempio non esiste più come entità dialettale, esiste una parlata romana (way of speaking) Dici “Aò, ma che sta a ffà?” (in ITA: Oh, ma che stai facendo?). Ma quello lo capisci anche  tu, no?

D: E appunto..

L: Certo, ci sono poi delle espressioni.. [ride] dimmi, dimmi

D: Sì, volevo parlare appunto.. entrare nel merito del romanesco perché è un caso probabilmente un po’ a parte (caso a parte = special case), perché solitamente si dice appunto che il romanesco non sia un dialetto, nel senso che non è così separato dall’italiano come altri dialetti, come possono essere altre parlate (intendevo “dialetti”) anche del centro Italia, ma sia più una parlata, un modo di parlare in italiano.

L: Sì, anche perché grazie alla radio e alla televisione il romano è entrato “a far parte” dell’immaginario collettivo (=tutti sono abituati a questo modo di parlare) con i vari film in cui si parlava romano, i personaggi simpatici romani come Cristian De Sica o Verdone. Chi è che non conosce Verdone, i film di Verdone? Quindi il romano grazie a questi attori è diventato non dico di uso comune – non è che un milanese parla romanesco, ma insomma comunque capisce espressioni romane, le capisce abbastanza. Poi ovviamente non tutte, ecco, ce ne sono alcune che sono probabilmente incomprensibili. Anzi, l’altra volta eravamo con un amico milanese e io ero con i miei amici romani e ci siamo accorti di quanto lui effettivamente non capisse cose che per noi erano scontate (obvious). Cioè, io parlando con i miei amici dicevo certe cose e lui a un certo punto timidamente si intrometteva (=ci interrompeva) e diceva: “Scusate, non ho capito” [ride]. Non ce n’eravamo nemmeno accorti che lui non capisse, dando per scontato che (assuming that, thinking that) come italiano, in quanto italiano ci capisse e invece no, era perso.

D: Ecco, se ci puoi qualche esempio magari di espressioni romanesche che possono essere un po’ oscure sia per altri italiani che a maggior ragione (even more so) per stranieri.

L: Guarda, te la metto in una conversazione immaginaria, no? Tu prova a pensare. Ti faccio una conversazione possibile fra me e un mio amico. Ovviamente non è quello che dicevamo, ma giusto per farti capire in contesto come vengono usate queste espressioni. Supponiamo che incontro un mio amico e dico:

  • Oh, senti t’ho chiamato l’altra volta, ma che stavi affà? Non me rispondevi
  • E niente, stavo sotto ‘e pezze
  • Ah, ma perché?
  • Niente, c’avevo una giornataccia ieri, ho infrociato. Vabbè, comunque m’arimbalza perché tanto me ripagano la carrozzeria, l’assicurazione. Ah, e poi ho incontrato una tizia e niente, praticamente ho capito che me stava a batte i pezzi e niente, c’ho imbrodato.
  • Ma ‘nsomma, te stava a ‘mbastì?
  • E sì, e io l’ho buttata in caciara e poi è andata bene.

Ecco, così parlavamo. Non so quanto hai capito della conversazione [ride]

D: Sì, questo anche per me, che di solito capisco il romanesco senza troppi problemi – se inserisci tutte queste espressioni molto idiomatiche diventa anche per me una lingua.. diventa arabo.

L: Ma non solo le espressioni idiomatiche, ma anche le citazioni dei film romani. Lo dovresti vedere in azione proprio che succede, soprattutto con i miei amici. Però per dirti, per tradurre in italiano:

Ciao, come mai non m’hai risposto prima? “Stare sotto le pezze” significa “stare sotto le lenzuola”, quindi “dormire”. “Alle tre stava già sotto le pezze”, stava già dormendo. Infrociare vuol dire “fare l’incidente con la macchina”. Non mi chiedere che ha a che vedere con “infrociare”. “M’arimbalza” vuol dire “mi rimbalza”, cioè “non mi dà fastidio”, “qualsiasi cosa fai m’arimbalza”, “mi rimbalza”, “non mi dà fastidio”. “Me sta a batte i pezzi”, quando qualcuno batte i pezzi a qualcuno significa che ci sta provando con qualcuno. Non ho detto mi sa.. ce n’era un’altra che ti volevo dire “che gianna che tira”. “Che giannetta” vuol dire che vento che tira, la gianna di Roma.

“Je stai a imbastì”, “Je la stai a imbastì” si dice per esempio quando qualcuno ti parla, può essere sia per una ragazza, se tu cerchi di rimorchiare (hit on) una ragazza “Imbastirla a qualcuno” significa “Mettergliela in un modo da ottenere quello che vuoi”, nei risultati. Questo vale per qualsiasi cosa. Poi c’è la mitica “la stai a buttà in caciara” (confondere la situazione con le parole) che immagino la capirai anche tu, penso sia entrata anche quella nel linguaggio comune.

D: Sì, è forsa l’unica tra queste che è abbastanza chiara, penso, per qualsiasi italiano.

L:Sì, però diciamo, anche se tu non capisci le singole espressioni all’interno di una serata capirai quasi tutto. Quindi semplicemente se fai delle domande, stai a Roma per – che ne so – due mesi, rapidamente impari.. è facile da capire non è come.. a me è capitato di sentire il dialetto veneto (Veneto – regione di Venezia) e pure il napoletano stretto e.. è difficile. Mentre alcuni come il salentino (Salento – sud della Puglia)  lo capisco di più perché ho origini calabresi (Calabria – regione meridionale), il calabrese stesso.. ci sono dei dialetti in Italia che sono difficili da capire se non li pratichi, non li ascolti. Quindi la distinzione fra dialetto e lingua a sé è un po’ particolare.

Ma per quanto riguarda il romano direi che è più una parlata che un dialetto. Il vero dialetto parlato da Trilussa, per esempio, il famoso poeta romano, si è “estinto” (has died out). Quello era, diciamo, sempre simile all’italiano ma aveva più connotazioni (aspetti, caratteristiche) dialettali, aveva più un’identità propria rispetto a questo italiano (romano) che si è un po’ diluito (diluire = water down). Perché poi la parte interessante di tutto questo è che l’italiano “influenza” i dialetti e i dialetti influenzano l’italiano. Per dirti, ci sono delle parole, come – che ne so -”Iella”, oppure la stessa.. c’è un’altra parola tipo “cosca” (famiglia mafiosa siciliana). La “cosca” è un tipico termine siciliano che è entrato nell’italiano corrente. “Iella” (sfortuna, bad luck), “lo iellato” (plagued by bad luck)  è la stessa cosa, è un termine napoletano che è entrato [nell’italiano]. Per esempio adesso, per parlare di come i dialetti aggiungono o contribuiscono al vocabolario in italiano, ti faccio un esempio dal piemonte, che è la regione tua. “Cicchetto” (shot di alcol)  “la fonduta” (fondue), “il grissino” sono parole piemontesi. Oppure dalla Lombardia “barbone” (hobo, homeless), “risotto”, “panettone”, “pirla” (idiota, stupido) – il famoso “pirla” che ormai usiamo spesso, ma in realtà è dialettale. Da Roma “cocciuto” (testardo, stubborn), “burino” (similar to rube, hillbilly), “caciara” (vedi sopra) “pischello” (giovanotto, young boy). Dalla Sicilia “intrallazzo” (di solito politico, scheme, intrigue, manouvre), “cannolo”, “cosca”, “omertà”. Da Napoli la “pizza”, “jettatura” (malocchio, evil eye, causing bad luck), lo “scugnizzo” (ragazzino cattivo, monello di strada). Dall’Emilia “sballottare” (to shake, to agitate), “tortellini”. Da Venezia “giocattolo” (toy), “lido”, “gondola”.

Quindi c’è un grande contributo da parte dei dialetti nella lingua italiana, perché dal Piemonte (per esempio) entrano queste parole e si sono diffuse anche attraverso la televisione e attraverso la radio.

E poi ti volevo dire un’altra cosa, che è interessante come il dialetto ha molteplici chiavi di lettura (ways you can interpet it). Ha un criterio geografico – dove si parla il dialetto. Ha un criterio sociale – nel senso che il dialetto si usa in certi ambiti sociali e culturali più ristretti rispetto alla lingua italiana. Noterai che se un siciliano parla.. O anche in Puglia, l’ho visto io, parla solo in dialetto – io avevo un amico che parla solo ed esclusivamente in dialetto con i genitori, ma se va in banca o se ha a che vedere, non lo so, con funzionari di polizia, o con altre.. con “lo stato” si parla l’italiano, in certi contesti.
Poi ha un criterio gerarchico (hierarchical). Perché il sistema linguistico del dialetto è concepito come un sistema secondario rispetto a uno dominante.

E poi ha un criterio funzionale che è quello, diciamo, come ti dicevo.. Un sistema linguistico non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico. Chi è che usa il dialetto per scrivere una tesi (thesis)? Nessuno. Quindi ci sono questi quattro criteri con cui si può guardare il dialetto, che, come ti dicevo prima, potrebbe sembrare “inferiore” alla lingua, perché la lingua ha anche una funzione prescrittiva e descrittiva. Nel senso che ha delle regole formali, grammaticali, mentre il dialetto non ce le ha. Ma in realtà sono due sistemi che si completano a vicenda (complement each other) e nessun sistema è superiore all’altro, sono semplicemente due sistemi linguistici che si definiscono uno rispetto all’altro (in relation to one another) ma la cui definizione è molto vaga e dipendente da vari tipi di contesto anche.

D. Sì, e poi come hai detto si influenzano a vicenda. Per esempio, io non parlo il piemontese. Però so che il piemontese parlato a Torino, come sostanzialmente, penso, in tutte le grandi città, il dialetto che si parla è molto “italianizzato”. Non è così “puro” come quello che si può parlare più fuori, e viceversa. Ci sono espressioni che persino io che non parlo il dialetto ritengo italiane e a volte mi sorprendo nello scoprire che non lo sono. Penso che l’esempio più eclatante (striking) – noi utilizziamo l’espressione “solo più”. Che però in italiano è assolutamente strana e incomprensibile, ma per me è assolutamente normale e la uso come se fosse italiano. Significa, per esempio “ci sono solo più due persone” che vuol dire praticamente “rimangono due persone”, ce n’erano di più e ne sono rimaste due. Per me è assolutamente italiana e sono stato shockato dallo scoprire che non lo era, qualche anno fa. Quindi a volte non si percepisce neanche…

L. È molto interessante come la propria identità si percepisce più facilmente quando sei a contatto con persone di altre entità, che ti fanno notare (point out to you) “ma questo non si dice”, “questo si dice così”, “questo non lo capisco, noi diciamo così”. E questo è il bello; la diversità, il confronto, lo stare a contatto con altri ci arricchisce non solo quando parliamo altre lingue ma quando parliamo delle variazioni della stessa lingua madre.

 

Ci fermiamo qui con l’episodio oggi, presto uscirà la seconda parte in cui Luca ci darà dimostrazione delle sue abilità di imitazione dei dialetti italiani, che è davvero molto interessante e bello da poter osservare. Inoltre parleremo di altri argomenti come il destino dei dialetti e di come sono visti i dialetti dagli stranieri che arrivano in Italia. Vi ringrazio per l’ascolto e alla prossima.