Podcast, Usi colloquiali

Regalami un anello piuttosto che una sciarpa – Usi colloquiali (ma neanche troppo) #4


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Ciao a tutti, mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano. In questo episodio voglio parlarvi di un particolare uso linguistico che sta prendendo piede (catching on) in italiano. Mi riferisco alla congiunzione “piuttosto che” (rather than) utilizzata in un modo particolare, nuovo, che vi spiegherò. Ma partiamo prima di tutto dalla parola “piuttosto” utilizzata  da sola, per ricordarvi come si usa. Dunque partiamo da alcuni esempi:

– Ho letto il libro ma non è stato facile finirlo. Il linguaggio è piuttosto complicato. (=molto complicato)

– Non ho voglia di andare in spiaggia, piuttosto faccio una passeggiata in centro. (piuttosto faccio= preferisco fare)

Vediamo ora l’uso tradizionale di “piuttosto che”.

– Non mi piace molto la musica classica. Preferisco andare ad un concerto rock piuttosto che a uno di violino.

– Mio figlio è proprio pigro, fa mille cose piuttosto che/di studiare.

Questo è l’uso tradizionale. Piuttosto che è sinonimo di “invece che/di”, “anziché”.

Scelgo A e non B. Scelgo A piuttosto che B/invece che B/anziché B.

Ora vediamo come viene utilizzato sempre più spesso.

– Gabriele ama molto la musica e ascolta un sacco di generi. Va a molti concerti di artisti rock, piuttosto che rap, piuttosto che di musica elettronica, piuttosto che pop.

– Ci sono un sacco di belle città che potremmo visitare: Roma, piuttosto che Parigi, piuttosto che New York, piuttosto che Shanghai.

Dunque “piuttosto che” in questo significa semplicemente “o”, “oppure”. Si dice che ha acquisito una funzione “disgiuntiva” ovvero la funzione di “o”.

Sono possibili tutte le opzioni: l’opzione A, l’opzione B, l’opzione C.

L’uso più comune di “piuttosto che” utilizzato in questo modo “disgiuntivo” è quello di elencare diverse possibilità, quando nel linguaggio scritto useremmo semplicemente delle virgole.

“Potremmo andare in pizzeria, al sushi, (o) al ristorante spagnolo”

“Potremmo andare in pizzeria, piuttosto che al sushi, piuttosto che al ristorante spagnolo”

La pizzeria, il sushi e il ristorante spagnolo sono tutte alternative possibili. Non sto esprimendo una preferenza per la pizzeria o per il sushi, sto elencando le possibilità. A o B o C.

Solitamente il contesto e l’intonazione aiutano a capire il significato di “piuttosto che”, quale “piuttosto che” stiamo utilizzando. Facciamo degli esempi.

“Amo la natura: nei weekend vado sempre al mare piuttosto che in montagna”.

Sia mare che montagna sono “natura”, ovviamente in questo caso “piuttosto che” significa “O al mare O in montagna”, non “vado sempre al mare e non vado mai in montagna”.

“Mi piace molto uscire la sera e andare al cinema piuttosto che andare in discoteca.”

Anche qua si tratta due alternative possibili, non stiamo escludendo la discoteca a favore del cinema. Dunque anche qui si tratta di questo nuovo utilizzo di “piuttosto che”.

“Andiamo in Spagna quest’estate piuttosto che in Francia. Siamo già stati in Francia molte volte”
In questo caso il significato è “Andiamo in Spagna INVECE di andare in Francia”. Dunque questo è l’uso classico, tradizionale, e anche corretto (secondo i dizionari e l’accademia della Crusca) di questa congiunzione.

Ciononostante in alcuni casi possono sorgere delle ambiguità. Pensiamo a una frase di questo tipo:

“Per il mio compleanno potresti regalarmi un anello, piuttosto che una sciarpa”.

Cosa devo fare? Regalare un anello E NON regalare una sciarpa oppure posso scegliere, tra l’anello e la sciarpa? Quindi va bene sia l’anello che la sciarpa? O uno o l’altro? Che cosa mi viene chiesto in questo caso? La frase è un po’ ambigua.

È proprio per questa ambiguità che a molti “puristi” della lingua italiana (tra cui la famosa “Accademia della Crusca“) questo utilizzo non piace per niente. Se “piuttosto che” può significare sia “invece di” sia “oppure” alcune frasi possono essere ambigue, non del tutto chiare. È per questo che molti definiscono il “piuttosto che disgiuntivo” una sciagura (plague, tragedy), un obbrobrio (monstrosity), una moda da che deve sparire  (disappear) dalla lingua italiana.

È difficile fare previsioni e dire se questo fenomeno rimarrà o sparirà dalla lingua. Bisogna certo sottolineare che esiste da diversi decenni ed è utilizzato da sempre più persone – o almeno questa è la mia impressione. Magari mi sbaglio però a me sembra che sia sempre più comune utilizzarlo. Probabilmente è nato nell’Italia del Nord e si è diffuso nel resto del paese. E nonostante questo episodio faccia parte della serie “usi colloquiali” in realtà non è un uso colloquiale (perché viene utilizzato da tutti) e, al contrario, viene adoperato nel discorso formale di molte persone. “Piuttosto che” per molti è più raffinato ed elegante, viene percepito come più raffinato (refined) ed elegante di “o”, “oppure”, forse perché più lungo in termini di sillabe di “o” e “oppure”. Sono quattro sillabe, dunque molto lungo. Negli ultimi tempi lo sento usare da chiunque in questo modo: amici, professori, medici, un po’ tutti. Persone di ogni età, anche. Inoltre, persino i giornali e la TV da molto tempo ne fanno uso. Dunque si tratta di un fenomeno davvero ampio, quasi universale. E sono convinto che chi lo usa lo ritenga (considers it, da “ritenere”) assolutamente normale e naturale. Un po’ come adesso si dice “assolutamente sì” o “assolutamente no” ma in realtà cinquant’anni fa questo non si diceva ed è essenzialmente un calco dalla lingua inglese diffuso dal doppiaggio (di questo ne ho parlato nell’episodio sul doppiaggese).

Io solitamente preferisco non prendere posizioni (take sides) e non criticare il modo in cui le persone usano la lingua, perché riconosco che ogni lingua è in continuo mutamento (is constantly changing) e ogni generazione nella storia ha criticato la generazione successiva in quanto colpevole (guilty) di stare rovinando la lingua. Dunque da un lato ritengo interessante questo sviluppo nella lingua italiana e non attacco chi lo usa. Anche perché non mi ritengo un cosiddetto “grammar nazi” e non amo particolarmente queste persone. Dall’altro lato non è uno sviluppo che amo particolarmente, perché introduce un grado di ambiguità. Mi ritrovo infatti a pensare (I find myself thinking), ogni volta che qualcuno utilizza la congiunzione “piuttosto che”, che cosa intenda dire. Come stanno utilizzando questo “piuttosto che”? È l’uso classico o l’uso nuovo? Poi, solitamente, si capisce grazie al contesto e all’intonazione della frase che cosa intende dire il parlante. Ma ci sono dei casi in cui effettivamente trovo che “piuttosto che” possa essere ambiguo dato che ha assunto questo nuovo significato. Una lingua dovrebbe essere il più possibile chiara, dunque dover pensare anche solo per una frazione di secondo in più a come viene usato “piuttosto che” mi sembra un uso non molto efficiente della lingua. Una lingua deve essere chiara e comprensibile da tutte le persone che la parlano. Tuttavia, come detto, comprendo benissimo che questi fenomeni linguistici sono imprevedibili (unpredictable), difficilmente controllabili e avvengono continuamente nella storia delle lingue. Queste, come dice il linguista americano John McWhorter, sono come le nuvole: cambiano continuamente e in maniera spesso inaspettata (unexpected).

Se posso darvi un consiglio, cercherei di non usare “piuttosto che” in questa maniera (soprattutto nell’italiano scritto) e di limitarvi ad usarlo (restrict yourself to using it) nella maniera classica, dato che per il momento è ancora ritenuto un errore dalle fonti più autorevoli. Ritengo sia però utile, tuttavia, che siate a conoscenza di questo utilizzo perché è sempre più diffuso. Dunque magari questo episodio vi aiuterà a non essere confusi se in futuro sentirete “piuttosto che” utilizzato in maniera disgiuntiva.

Questa è la fine dell’episodio. Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione intera. Grazie per l’ascolto e alla prossima!

Ciao!

 

Interviste, Podcast

Tre errori frequenti fatti dagli stranieri in italiano – Intermedio #10


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Ciao a tutti, mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano.
Oggi volevo parlarvi di alcuni errori che gli stranieri quando parlano italiano fanno molto spesso, ma che si possono correggere semplicemente. Mi riferisco (I’m talking about, I’m referring to) ad errori molto diffusi, che sento fare da molti dei miei studenti o molte delle persone con cui parlo italiano.
Ovviamente ci sono tanti errori che sono difficili da correggere, magari perché si tratta (=sono, riguardano) di regole grammaticali complicate, di particolarità dell’italiano, verbi irregolari, preposizioni difficili da memorizzare, ecc. È normale fare errori e, anzi, farne è l’unico modo di migliorare e farne sempre di meno (fewer and fewer). L’unico modo di non fare errori è non parlare proprio, che non è una strategia molto efficace, come potrete capire. Dunque è normale fare errori o, come diremmo in maniera colloquiale, “ci sta” (it’s ok to) fare errori. È comprensibile e, anzi, è necessario. Avendo fatto questa premessa (having made this premise) però, voglio aiutarvi a non fare alcuni errori semplici. Penso che non farli potrebbe aiutarvi a rendere il vostro italiano più naturale. E dunque ne ho scelti tre tra i più comuni:

1 – Sono di Germania tedesco, vengo da dalla Germania
Molte persone che imparano l’italiano quando si presentano (introduce themselves) dicono “Sono di Germania”, “Sono di Russia”, “Sono di Francia”, oppure “Vengo da Germania”, “Vengo da Russia”, “Vengo da Francia” ecc.
In italiano non diciamo così. Nel 90% dei casi diremmo la nazionalità, dunque “Sono tedesco”, “Sono russo”, “Sono francese”. O, al limite, “Vengo DALLA Germania”, “DALLA Russia”, “DALLA Francia”. Tuttavia, è più naturale dire la nazionalità.

“Sono di” si usa quando parliamo della città da cui veniamo. “Sono di Roma, “di Mosca”, “di Londra”.”

Sono russo e sono di San Pietroburgo
Sono tedesco e sono di Amburgo.
Sono spagnolo e sono di Siviglia.
2 Vivo in a Londra  
Ovviamente al posto di “sono di” possiamo dire “vivo” o “abito” “. Ma l’errore – e questo è il secondo errore che ho scelto – l’errore che viene fatto è usare la preposizione “in” al posto di “a”. Alla domanda “Dove vivi?” si risponde “vivo a Londra”, “a Madrid”, “a Torino”, non “vivo in Londra/Madrid” ecc.
es. Sono americano. Sono di New York ma adesso vivo A Los Angeles.
Sono brasiliano. Sono di Rio Janeiro ma ora abito A Recife.
Sono australiano. Sono di Melbourne ma adesso vivo a Sydney.

3 – Io sono tedesco
Il terzo errore, anche se in realtà non si tratta (=non è) di un errore in senso stretto (per se, in a narrow sense), è parlare utilizzando i pronomi personali soggetto (io, tu, lui, ecc.) In italiano non è necessario dire “Io sono tedesco”, “Io abito a Mosca”, “io mi chiamo Paolo”, “io ho vent’anni”.
Infatti capiamo a chi ci si riferisce dal verbo e dal predicato.
es. SonO tedescO. “IO sono tedesco”, ovviamente.
È italianA. “LEI è italiana”.
Siamo andatI al parco. “NOI siamo andati”.
Dunque capiamo dal verbo e da come termina il predicato.
È molto innaturale utilizzare il soggetto nelle frasi, dunque, di regola, non fatelo. Il pronome personale si usa per dare enfasi al soggetto. Provate a capire la differenza tra questi due dialoghi:
– Tuo fratello è andato a comprare il pane?
– Sì, ci è andato.

– È andato tuo fratello a comprare il pane?
– No, ci sono andato IO. Oppure: “No, IO ci sono andato”.

L’intonazione è molto importante. Come vedete “IO” serve a indicare che non è andato LUI, sono andato IO. In questo caso è necessario utilizzare il pronome personale soggetto. In altri casi, quando diamo informazioni generali, è superfluo (unnecessary, redudant).

“Mi chiamo Andrea, ho 25 anni, sono italiano e abito a Roma”.
Non c’è nemmeno un pronome.

“Oggi mi sono alzato, ho fatto colazione, sono andato in banca, sono tornato a casa, ho pranzato, ecc.”
Come vedete non c’è nemmeno l’ombra di (there is no trace of) un pronome.

Mentre lo useremmo in questo caso:
“Hai mangiato TU tutta la cioccolata che ho comprato?”
“Ha preso LUI le chiavi di casa?”

Correggere questi tre errori non è difficile e può rendere il vostro italiano molto più naturale.
Grazie per l’ascolto, su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio.
Ci vediamo presto.
Alla prossima. Ciao!

 

 

 

Podcast, Usi colloquiali

Piacermi mi è piaciuto – Usi colloquiali #3


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano.
Mi chiamo Davide e oggi volevo parlare di un uso colloquiale molto interessante, un uso grammaticale particolare. Non so come si chiami questa costruzione, non sono riuscito a capire come si chiama. Proverò comunque a spiegarla dandovi diversi esempi, sperando di riuscire a darvi un’idea di come si usa. Non è importante il nome, ma come si usa. Iniziamo subito con alcuni esempi:

“Hai studiato per l’esame?”
Studiare ho studiato, però non mi sento pronto per l’esame”

“Valentina è andata a scuola?”
Andarci ci è andata, però non si sentiva molto bene”

“Capisci il tedesco?”
“Quando mi parlano in tedesco capire capisco, però rispondere è molto più difficile”

“Ti è piaciuto il film ieri sera?”
Piacermi mi è piaciuto abbastanza, però mi è sembrato decisamente troppo lungo (way too long)

“Ti piacerebbe venire al mare con noi questo fine settimana?”
“Guarda, piacermi mi piacerebbe molto, ma ho un sacco di lavoro da fare”

“Andrai alla festa di Luca?”
Andarci ci andrò, però non penso mi fermerò molto (I don’t think I will stay long)

Come potete osservare in tutte queste frasi la struttura è la seguente: infinito + verbo coniugato. Studiare ho studiato; capire capisco; andarci ci andrò.
Tutte queste frasi funzionano perfettamente senza l’infinito all’inizio.  Non serve usare l’infinito, ovviamente. Es.”ho studiato, però non mi sento pronto per l’esame“, “Mi piacerebbe ma devo lavorare“. Ovviamente non è necessario dire “studiare ho studiato” oppure “piacermi mi piacerebbe”. Ma qual è dunque la funzione di questo infinito all’inizio?
Innanzitutto l’infinito dà alle frasi una sfumatura (nuance) decisamente colloquiale. Questa costruzione è per lo più (mainly, for the most part) utilizzata nel linguaggio orale.
Quando utilizziamo questa costruzione solitamente rispondiamo in modo affermativo (quindi diciamo di sì) alla domanda che ci viene fatta, aggiungendo inoltre un’informazione che non è richiesta. Non ci chiedono questa informazione ma noi la diamo. Almeno così è come spiegherei io questo utilizzo.

Se alla domanda “capisci il tedesco” rispondessimo “Sì, lo capisco” non sarebbe necessario aggiungere altro.
Se invece la risposta fosse (“Capire capisco”) ci aspetteremmo una continuazione della frase solitamente introdotta da una frase cosiddetta “avversativa”, ovvero una frase introdotta da “ma”, “però”, “tuttavia”.
Solitamente la continuazione ridimensiona (puts into perspective),  la nostra risposta affermativa. Ovvero, il nostro sì è meno “forte”, in un certo senso.” Sì, è vero che capisco il tedesco”, però voglio espandere la mia risposta e darle una sfumatura che renda il mio sì meno netto (less clear-cut), meno forte. C’è qualche elemento in più che è importante per la risposta. Il mio “Sì” è meno forte.

Se conoscete l’inglese, questo uso è simile a “did + l’infinito”.
“Do you understand German?”
“I mean, I do understand it, but speaking it is much harder”.

“Are you going to Luca’s party?”
“I mean, I’m going, but I won’t stay long”

Vi faccio qualche altro esempio.

“Sei andato a votare alle elezioni?”
“Ma, votare ho votato, però so già che non cambierà niente”

“Hai preparato la torta?”
Prepararla l’ho preparata, però non so com’è venuta”

“Hai parlato poi con il professore?”
Parlarci ci ho parlato, ma non ha risolto i miei dubbi”

“Ti sei iscritta al concorso (contest, or competitive exam)?”
Iscrivermi mi sono iscritta, ma non credo di avere speranze di vincere”

Nella domanda mi chiedi se ho fatto qualcosa. Nella risposta non mi limito a dirvi (I’m not just telling you) che ho effettivamente compiuto (carried out, completed) l’azione, ma aggiungo una sfumatura negativa o di incertezza. Dunque, come abbiamo detto, il mio “sì” è un po’ meno forte. “Sì mi sono iscritta, ma non credo di avere speranze“. “Sì, ho parlato con il professore ma non ha risolto i miei dubbi“, “sì, ho votato, però so già che non servirà“.
Votare ho votato“, “prepararla l’ho preparata (la torta)”, “parlarci ci ho parlato (con il professore)“.
“Ma.. “, e diciamo qualcos’altro. C’è sempre dunque un “ma”, un “però”. O almeno quasi sempre.
Probabilmente ci sono altri modi di usare questa costruzione a cui non ho pensato, perché in fin dei conti (after all) la lingua italiana è molto ricca di usi colloquiali, come tutte le lingue. Dunque ammetto che potrebbero esserci altri usi a cui non ho pensato, ma questo è l’uso più importante.

So che in alcuni lingue esistono usi simili. Se nella vostra lingua esiste una costruzione simile fatemi sapere, sarebbe interessante scoprirlo.Non so se adesso vi è chiaro come si utilizza questa costruzione.  Io spiegarla ve l’ho spiegata, però ditemi voi se l’avete capita.

Grazie di nuovo per l’ascolto e ci vediamo nel prossimo episodio.
Ciao!

Avanzato, Podcast

Avanzato #7: Gli anglicismi in italiano

 

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Benvenuti su Podcast Italiano.
Mi chiamo Davide e in questo episodio discuteremo gli anglicismi, ovvero quelle parole inglesi utilizzate sempre più spesso nella lingua italiana.
Trovo questo tema molto interessante, in quanto i termini di derivazione inglese utilizzati nella nostra italiana sono innumerevoli e la tendenza sembra essere in aumento. O, come direbbero alcuni, il trend sembra essere in aumento. L’italiano infatti è una lingua decisamente più accogliente (welcoming, inviting) nei confronti delle parole anglo-sassoni di quanto lo siano altre lingue europee, una su tutte il francese.
Il francese, infatti, lotta strenuamente affinché le parole di derivazione inglese (borrowed from, derived from) non entrino a far parte della lingua corrente, ma vengano il più possibile tradotte con un equivalente francese . Questo non è sempre possibile, ma in italiano questo tentativo non viene nemmeno fatto. Ed è per questo che sempre più anglicismi col passare degli anni  entrano a far parte della lingua italiana. Alcuni anglicismi entrano nella lingua italiana sostanzialmente immutati (unchanged) nella forma (e nel significato) e possono essere:
– sostantivi: come break (pronunciato all’ italiana / oppure trend)
– aggettivi: come single (utilizzato nel senso di “non ho un ragazzo o una ragazza, non ho un partner, sono single) oppure low-cost (un volo-low cost)
– verbi, che si coniugano come i verbi della prima coniugazione, quindi prendono il suffisso -are all’infinito (stalkerare, twittare, taggaresono davvero tantissimi)

A volte parole composte inglesi in italiano perdono la seconda parte, la seconda parola del composto. Quindi per esempio “beauty case” in italiano diventa “beauty” oppure “Slot machine” rimane solo “slot“.
In altri casi invece parole inglesi e italiane vengono combinate, dunque abbiamo neologismi come “cyber-bullismo” oppure “baby-prostitute“.
In alcuni casi gli anglicismi invece acquisiscono una funzione grammaticale diversa rispetto a quella della parola originale in inglese.
Dunque la parola “fashion” (con questa pronuncia italiana) spesso viene utilizzata come aggettivo (*ma non sempre). (es: “La tua borsa è fashion”, non “fashionable”). Allo stesso modo “glamour” è diventato un aggettivo. (“I negozi più glamour di Milano, e non glamourous, come si direbbe in inglese)
Infine, a volte le parole mutano di significato. “Fare shopping”  in italiano si riferisce solo all’acquisto di prodotti nel campo della moda e della cosmesi, mentre non si parla di fare shopping quando si va a comprare il pane, perché quello rientra nel “fare la spesa“.
Un altro caso curioso è quello di “box”, che in italiano viene utilizzato specialmente nella combinazione “box auto” come sinonimo di “garage”, che in inglese assolutamente non ha questo significato.

Alcuni campi sono naturalmente più prolifici e sono solitamente quelli più moderni, come l’informatica, la tecnologia, il business, il mondo della moda (fashion).
E qui ho alcuni esempi, ce ne sono tantissimi però ve ne do solo qualcuno:
– nell’informatica: “computer“, “webcam“, “scanner“, “touchscreen“, “modem“, “password” – queste parole non hanno equivalenti in italiano.
– nell’economia e nell’imprenditoria (entrepreneurship) possiamo dire “business“, “marketing“, “spread“, “deregulation“, “import-export“, “manager” – alcuni di questi hanno equivalenti (in italiano), ma spesso si dicono inglese.
– infine nella moda e nella cosmesi possiamo avere parole come: “top“, “pullover“, “jeans“, “blazer“, “blush“, “eyeliner“, “extension (come quella dei capelli)
Dunque, come possiamo vedere, gli anglicismi sono tantissimi. Come abbiamo detto, l’Italia ha un atteggiamento (attitude) più esterofilo (xenophilic, “with a love for foreign things”, in our case foreign words) nei confronti delle lingue straniere, specialmente dell’inglese, e questo forse è anche dovuto al fatto che non c’è un organismo regolatore (regulatory body) come c’è in Francia con l’Academie Française e in spagna con la Real Academia Española. In Italia esiste l’Accademia della Crusca, ma è un’organizzazione che si propone più che altro di (aims to) offrire la propria opinione in merito a questioni linguistiche oppure si propone di risolvere agli utilizzi della lingua, ma non ha una vera funzione regolatrice e non crea la traduzione di nuove parole che arrivano dall’inglese in italiano.

In italiano non ci limitiamo (we don’t stop with) ai cosiddetti prestiti di necessità, ovvero prestiti che vengono introdotti nella lingua perché non esiste una valida alternativa o non esiste proprio un’alternativa in italiano (penso per esempio a “brunch” o “spoiler“), ma facciamo anche uso di moltissimi prestiti di lusso, ovvero parole che impieghiamo perché ci piace  il loro suono inglese un po’ “esotico”, come per esempio: “background” (formazione, esperienze pregresse), “trend” (tendenza), “leader” (guida, capo, comandante), “fake” (falso, bufala), “step” (passo), “gap” (divario), “customizzare” (personalizzare), “convention” (convegno),  “business” (commercio, affari oppure impresa, azienda), “stand” (espositore), “competitor” (concorrente), “partnership” (accordo, collaborazione), “copyright” (marchio di fabbrica), “performance” (“prestazione”).
A volte questi predominano sui loro equivalenti italiani, a volte è una dura lotta. Ma come potete vedere sono tantissimi e si può davvero dire che queste parole inglesi vadano di moda nella nostra lingua, benché come abbiamo visto a volte esistano alternative valide e non sia strettamente necessario usare la parola inglese.
Le persone hanno atteggiamenti (here meaning stances, positions) diversi nei confronti di questo fenomeno linguistico: c’è chi è assolutamente contrario a quella che definiscono una decadenza (decline) della gloriosa lingua italica, mentre c’è chi magari fa parte di settori come l’informatica, o il.. business che è molto più favorevole e, anzi, utilizza quotidianamente questi termini e non si fa nessun problema (doesn’t mind, doesn’t have a problem with) nel farlo e magari non si sforza nemmeno di cercare equivalenti nella propria lingua. Personalmente non voglio essere pedante e giudicare chi utilizza termini inglesi, però personalmente cerco di utilizzare termini italiani quando mi sembra che non sia necessario utilizzare una parola inglese perché non ha una effettiva (real, actual) utilità, il termine italiano esiste e dunque non ha senso sostituirlo con una parola inglese.
Per esempio, mi sembra eccessivo che persino nel campo della politica, dove dovrebbe regnare l’assoluta transparenza si siano utilizzate denominazioni in inglese come per esempio il cosiddetto “jobs act” o la cosiddetta”spending review che avrebbero potuto avere denominazioni in italiano senza alcun problema (“riforma del lavoro” o “revisione della spesa” e ). Non tutti conoscono l’inglese, specialmente in Italia, e non tutti possono comprendere di che cosa si sta parlando quotidianamente, utilizzando questi termini, queste formule così strane.
Detto questo, è normale che le lingue si influenzino a vicenda (each other), così come è successo con l’inglese, che è cambiato completamente sotto l’influenza del francese, magari anche noi tra cent’anni in italiano non percepiremo queste parole entrate dall’inglese come parole estere, così come nessun inglese penserebbe alla parola “use” come una parola non inglese ma di origine francese.

In conclusione vi lascio un dialogo dove utilizzeremo tantissimi anglicismi, tutti realmente utilizzati nella lingua. Ok.. magari utilizzarli tutti insieme sarebbe un po’ troppo, però a volte capita, specialmente nei dialoghi tra businessmen e informatici. È un fenomeno interessante da osservare e a volte è anche divertente, in un certo senso.

– Oggi sono andato a una convention sulla customizzazione nell’ambito del fashion.. Parlavano degli ultimi trend del glamour internazionale.
– Ah, interessante.
– Certo. Il mio background in realtà è nel marketing, però mi è piaciuto. C’erano un sacco di talk interessanti e all’ingresso pure degli stand dei competitor principali nel business. Dura fino al week-end, ma se sei interessato ti dò il flyer.
– Mi piacerebbe andarci, ma domani ho un meeting col mio manager.
– Ma dove lavori adesso? Non avevi una start-up?
– Purtroppo quell’esperienza non ha funzionato,  però mi ha assunto un’azienda di consulting. Sai, ho skill nel campo del web development e IT, dunque non è stato difficile trovare lavoro.
– Ah, ok. Non lo sapevo. Senti ma ti va di fare una pausa, facciamo un coffee-break?
– Ok, però sono un po’ di fretta, che  viene il tecnico a casa mia a cambiare il decoder della pay-tv, che quando faccio zapping non funziona bene. (zapping è una di quelle parole che crediamo essere inglesi, ma in realtà è una parola italiana, utilizzata così solo in italiano, che vuol dire “passare da un canale televisivo a un altro molto velocemente)
– Abiti ancora in centro?
– No, mi sono spostato, adesso ho un loft qui vicino. Se vuoi possiamo prendere il caffè a casa mia.
–  Volentieri! Però prima facciamo un bel selfie, lo twitto con l’hashtag #businessmen e ti taggo.
– Sì dai, top!

Questo dialogo ovviamente è un po’ ridicolo, però penso possa darvi un’idea di quanti sono gli anglicismi nella lingua italiana. L’argomento è davvero interessante ed è impossibile esaurirlo (talk about it exhaustively) in pochi minuti, perché in ogni settore si potrebbe parlare delle parole di provenienza inglese. Spero comunque di avervi fatto una panoramica (overview) dell’argomento e che vi sia piaciuto l’episodio. Grazie della visione, grazie per l’ascolto se ascoltate l’episodio in versione audio. Vi ricordo che su podcastitaliano.com troverete l’intera trascrizione dell’episodio con la traduzione delle parole o frasi più complicate. Detto questo grazie di nuovo e ci vediamo nel prossimo episodio.
Ciao!

 

Intermedio, Podcast

L’esperienza di non vedere – Intermedio #9


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Benvenuti su Podcast Italiano! Mi chiamo Davide e oggi voglio parlarvi di un’esperienza interessante che ho fatto recentemente. ma prima di incominciare vi ricordo  che su podcastitaliano.com troverete la trascrizione intera di questo episodio. Ok, incominciamo.
Qualche settimana fa sono andato a Genova con la mia ragazza. Dato che la giornata era nuvolosa, abbiamo deciso di guardare su TripAdvisor che cosa potevamo fare per passare il tempo. Ai primi posti abbiamo trovato qualcosa che sembrava interessante e che non avremmo mai trovato senza l’aiuto di TripAdvisor. Si chiama “dialogo nel buio” (conversation in the darkness). Per descrivere di che cosa si tratta vi do la descrizione che si danno loro stessi, ovvero “un percorso multisensoriale (che coinvolge i cinque sensi, multisensory) nell’oscurità che riproduce (simulates) situazioni e ambienti di vita quotidiana (daily life) che, in assenza della vista e della luce, dovranno essere riscoperti con gli altri sensi: olfatto (smell), tatto (touch) udito (hearing) e gusto (taste)“. Al leggere questa descrizione siamo rimasti piuttosto incuriositi (we were very intrigued) e abbiamo deciso di provarlo. D’altra parte se aveva così tante buone recensioni un motivo doveva pur esserci. Devo dire che non siamo rimasti delusi: è stata un’esperienza interessante e rivelatrice (eye-opening, pun not intended), in un certo senso. Infatti questo è proprio lo scopo di “Dialogo nel Buio”, far comprendere com’è la vita di una persona non-vedente, quali sono le sfide che devono affrontare quotidianamente e quali strategie possono utilizzare in un modo che è fatto per le persone che ci vedono.
La sede che ospita “Dialogo nel Buio” è una chiatta galleggiante (floating barge) che si trova all’estremo ovest del Porto Antico di Genova, dove si trova la Darsena (shipyard).

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All’ingresso abbiamo dovuto lasciare tutto ciò che avevamo con noi, telefono, portafoglio, persino gli occhiali. Tanto, se non vedi niente, gli occhiali non servono a molto. Dopo qualche minuto di attesa abbiamo iniziato questa avventura nel buio: eravamo in pochi (there were few of us), io e la mia ragazza, due ragazzi italiani, una ragazza brasiliana e la nostra guida non-vedente. Dopo una zona di semi-oscurità pensata per far abituare gli occhi al buio (get your eyes accostumed to the darkness), siamo entrati nella vera e propria oscurità totale. Buio pesto (pitch black), come diciamo in italiano, ovvero non si vedeva proprio niente. Completamente nero tutt’intorno. L’esperienza consisteva nel camminare, cercando di capire dove ci trovavamo toccando le pareti (walls), il suolo, gli oggetti attorno a noi, capendo di che materiale erano fatte le cose e utilizzando l’udito, per capire dove si trovavano gli altri compagni e la guida, nonché (but also) per sentire i rumori della città. Gli ambienti infatti ricreano alcune zone reali di Genova, persino un autobus, su cui siamo saliti e che vibra e fa i suoni di un autobus vero. Cercare di trovare un posto a sedere (seat) senza vedere assolutamente niente vi assicuro che non è facile.
Alla fine la nostra guida ha assunto il ruolo (took on the role of) di barman e tutti abbiamo ordinato qualcosa da bere o da mangiare, utilizzando delle monete che ci avevano detto di tenere in tasca. Capire quali monete stessimo tenendo in mano (per non parlare di banconote) senza poter utilizzare la vista è davvero difficile.
Che dire, “Dialogo nel Buio” mi è piaciuto moltissimo e merita tutte le recensioni positive che ha. è un’esperienza che ti fa capire davvero quanto sia difficile la vita di una persona che non ci vede. Se siete a Genova vi consiglio caldamente (I highly recommend) di andarci. Ma se siete a casa vostra, una cosa semplice che potete fare è cercare di muovervi da una stanza all’altra ad occhi chiusi (with your eyes closed), utilizzando il vostro tatto e la vostra memoria per orientarvi. Probabilmente proverete un senso di impotenza (helplessness) e di incapacità (clumsiness, ineptitude). Non vi dico come mi sentivo impacciato (clumsy) e assolutamente incapace (unable) di fare qualsiasi cosa nella piena oscurità di “Dialogo nel Buio”. Per fortuna la nostra guida ci aiutava prendendoci per mano e dicendoci che cosa fare. Sono stato decisamente contento di poter rivedere la luce all’uscita dal percorso!
Spero vi sia piaciuto questo episodio del podcast. Se è così, vi chiedo di lasciarmi una recensione positiva su iTunes. Questo aiuterebbe molto il podcast e non vi costa che 2 minuti del vostro tempo.
Inoltre sul sito troverete la trascrizione di tutto quanto ho detto.
Dunque questo è tutto, grazie dell’ascolto e alla prossima!