Avanzato #7: Gli anglicismi in italiano

 

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Mi chiamo Davide e in questo episodio discuteremo gli anglicismi, ovvero quelle parole inglesi utilizzate sempre più spesso nella lingua italiana.
Trovo questo tema molto interessante, in quanto i termini di derivazione inglese utilizzati nella nostra italiana sono innumerevoli e la tendenza sembra essere in aumento. O, come direbbero alcuni, il trend sembra essere in aumento. L’italiano infatti è una lingua decisamente più accogliente (welcoming, inviting) nei confronti delle parole anglo-sassoni di quanto lo siano altre lingue europee, una su tutte il francese.
Il francese, infatti, lotta strenuamente affinché le parole di derivazione inglese (borrowed from, derived from) non entrino a far parte della lingua corrente, ma vengano il più possibile tradotte con un equivalente francese . Questo non è sempre possibile, ma in italiano questo tentativo non viene nemmeno fatto. Ed è per questo che sempre più anglicismi col passare degli anni  entrano a far parte della lingua italiana. Alcuni anglicismi entrano nella lingua italiana sostanzialmente immutati (unchanged) nella forma (e nel significato) e possono essere:
– sostantivi: come break (pronunciato all’ italiana / oppure trend)
– aggettivi: come single (utilizzato nel senso di “non ho un ragazzo o una ragazza, non ho un partner, sono single) oppure low-cost (un volo-low cost)
– verbi, che si coniugano come i verbi della prima coniugazione, quindi prendono il suffisso -are all’infinito (stalkerare, twittare, taggaresono davvero tantissimi)

A volte parole composte inglesi in italiano perdono la seconda parte, la seconda parola del composto. Quindi per esempio “beauty case” in italiano diventa “beauty” oppure “Slot machine” rimane solo “slot“.
In altri casi invece parole inglesi e italiane vengono combinate, dunque abbiamo neologismi come “cyber-bullismo” oppure “baby-prostitute“.
In alcuni casi gli anglicismi invece acquisiscono una funzione grammaticale diversa rispetto a quella della parola originale in inglese.
Dunque la parola “fashion” (con questa pronuncia italiana) spesso viene utilizzata come aggettivo (*ma non sempre). (es: “La tua borsa è fashion”, non “fashionable”). Allo stesso modo “glamour” è diventato un aggettivo. (“I negozi più glamour di Milano, e non glamourous, come si direbbe in inglese)
Infine, a volte le parole mutano di significato. “Fare shopping”  in italiano si riferisce solo all’acquisto di prodotti nel campo della moda e della cosmesi, mentre non si parla di fare shopping quando si va a comprare il pane, perché quello rientra nel “fare la spesa“.
Un altro caso curioso è quello di “box”, che in italiano viene utilizzato specialmente nella combinazione “box auto” come sinonimo di “garage”, che in inglese assolutamente non ha questo significato.

Alcuni campi sono naturalmente più prolifici e sono solitamente quelli più moderni, come l’informatica, la tecnologia, il business, il mondo della moda (fashion).
E qui ho alcuni esempi, ce ne sono tantissimi però ve ne do solo qualcuno:
– nell’informatica: “computer“, “webcam“, “scanner“, “touchscreen“, “modem“, “password” – queste parole non hanno equivalenti in italiano.
– nell’economia e nell’imprenditoria (entrepreneurship) possiamo dire “business“, “marketing“, “spread“, “deregulation“, “import-export“, “manager” – alcuni di questi hanno equivalenti (in italiano), ma spesso si dicono inglese.
– infine nella moda e nella cosmesi possiamo avere parole come: “top“, “pullover“, “jeans“, “blazer“, “blush“, “eyeliner“, “extension (come quella dei capelli)
Dunque, come possiamo vedere, gli anglicismi sono tantissimi. Come abbiamo detto, l’Italia ha un atteggiamento (attitude) più esterofilo (xenophilic, “with a love for foreign things”, in our case foreign words) nei confronti delle lingue straniere, specialmente dell’inglese, e questo forse è anche dovuto al fatto che non c’è un organismo regolatore (regulatory body) come c’è in Francia con l’Academie Française e in spagna con la Real Academia Española. In Italia esiste l’Accademia della Crusca, ma è un’organizzazione che si propone più che altro di (aims to) offrire la propria opinione in merito a questioni linguistiche oppure si propone di risolvere agli utilizzi della lingua, ma non ha una vera funzione regolatrice e non crea la traduzione di nuove parole che arrivano dall’inglese in italiano.

In italiano non ci limitiamo (we don’t stop with) ai cosiddetti prestiti di necessità, ovvero prestiti che vengono introdotti nella lingua perché non esiste una valida alternativa o non esiste proprio un’alternativa in italiano (penso per esempio a “brunch” o “spoiler“), ma facciamo anche uso di moltissimi prestiti di lusso, ovvero parole che impieghiamo perché ci piace  il loro suono inglese un po’ “esotico”, come per esempio: “background” (formazione, esperienze pregresse), “trend” (tendenza), “leader” (guida, capo, comandante), “fake” (falso, bufala), “step” (passo), “gap” (divario), “customizzare” (personalizzare), “convention” (convegno),  “business” (commercio, affari oppure impresa, azienda), “stand” (espositore), “competitor” (concorrente), “partnership” (accordo, collaborazione), “copyright” (marchio di fabbrica), “performance” (“prestazione”).
A volte questi predominano sui loro equivalenti italiani, a volte è una dura lotta. Ma come potete vedere sono tantissimi e si può davvero dire che queste parole inglesi vadano di moda nella nostra lingua, benché come abbiamo visto a volte esistano alternative valide e non sia strettamente necessario usare la parola inglese.
Le persone hanno atteggiamenti (here meaning stances, positions) diversi nei confronti di questo fenomeno linguistico: c’è chi è assolutamente contrario a quella che definiscono una decadenza (decline) della gloriosa lingua italica, mentre c’è chi magari fa parte di settori come l’informatica, o il.. business che è molto più favorevole e, anzi, utilizza quotidianamente questi termini e non si fa nessun problema (doesn’t mind, doesn’t have a problem with) nel farlo e magari non si sforza nemmeno di cercare equivalenti nella propria lingua. Personalmente non voglio essere pedante e giudicare chi utilizza termini inglesi, però personalmente cerco di utilizzare termini italiani quando mi sembra che non sia necessario utilizzare una parola inglese perché non ha una effettiva (real, actual) utilità, il termine italiano esiste e dunque non ha senso sostituirlo con una parola inglese.
Per esempio, mi sembra eccessivo che persino nel campo della politica, dove dovrebbe regnare l’assoluta transparenza si siano utilizzate denominazioni in inglese come per esempio il cosiddetto “jobs act” o la cosiddetta”spending review che avrebbero potuto avere denominazioni in italiano senza alcun problema (“riforma del lavoro” o “revisione della spesa” e ). Non tutti conoscono l’inglese, specialmente in Italia, e non tutti possono comprendere di che cosa si sta parlando quotidianamente, utilizzando questi termini, queste formule così strane.
Detto questo, è normale che le lingue si influenzino a vicenda (each other), così come è successo con l’inglese, che è cambiato completamente sotto l’influenza del francese, magari anche noi tra cent’anni in italiano non percepiremo queste parole entrate dall’inglese come parole estere, così come nessun inglese penserebbe alla parola “use” come una parola non inglese ma di origine francese.

In conclusione vi lascio un dialogo dove utilizzeremo tantissimi anglicismi, tutti realmente utilizzati nella lingua. Ok.. magari utilizzarli tutti insieme sarebbe un po’ troppo, però a volte capita, specialmente nei dialoghi tra businessmen e informatici. È un fenomeno interessante da osservare e a volte è anche divertente, in un certo senso.

– Oggi sono andato a una convention sulla customizzazione nell’ambito del fashion.. Parlavano degli ultimi trend del glamour internazionale.
– Ah, interessante.
– Certo. Il mio background in realtà è nel marketing, però mi è piaciuto. C’erano un sacco di talk interessanti e all’ingresso pure degli stand dei competitor principali nel business. Dura fino al week-end, ma se sei interessato ti dò il flyer.
– Mi piacerebbe andarci, ma domani ho un meeting col mio manager.
– Ma dove lavori adesso? Non avevi una start-up?
– Purtroppo quell’esperienza non ha funzionato,  però mi ha assunto un’azienda di consulting. Sai, ho skill nel campo del web development e IT, dunque non è stato difficile trovare lavoro.
– Ah, ok. Non lo sapevo. Senti ma ti va di fare una pausa, facciamo un coffee-break?
– Ok, però sono un po’ di fretta, che  viene il tecnico a casa mia a cambiare il decoder della pay-tv, che quando faccio zapping non funziona bene. (zapping è una di quelle parole che crediamo essere inglesi, ma in realtà è una parola italiana, utilizzata così solo in italiano, che vuol dire “passare da un canale televisivo a un altro molto velocemente)
– Abiti ancora in centro?
– No, mi sono spostato, adesso ho un loft qui vicino. Se vuoi possiamo prendere il caffè a casa mia.
–  Volentieri! Però prima facciamo un bel selfie, lo twitto con l’hashtag #businessmen e ti taggo.
– Sì dai, top!

Questo dialogo ovviamente è un po’ ridicolo, però penso possa darvi un’idea di quanti sono gli anglicismi nella lingua italiana. L’argomento è davvero interessante ed è impossibile esaurirlo (talk about it exhaustively) in pochi minuti, perché in ogni settore si potrebbe parlare delle parole di provenienza inglese. Spero comunque di avervi fatto una panoramica (overview) dell’argomento e che vi sia piaciuto l’episodio. Grazie della visione, grazie per l’ascolto se ascoltate l’episodio in versione audio. Vi ricordo che su podcastitaliano.com troverete l’intera trascrizione dell’episodio con la traduzione delle parole o frasi più complicate. Detto questo grazie di nuovo e ci vediamo nel prossimo episodio.
Ciao!

 

2 pensieri su “Avanzato #7: Gli anglicismi in italiano

  1. Bello questo prezzo divulgativo, ben documentato. (Anche se personalmente non sono d’accordo con la classificazione di “prestiti” di “necessità” o di “lusso”, la trovo ormai impropobile). Un saluto

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