Interviste, Podcast

Come ho imparato quattro lingue straniere? – Intervista a Davide


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E. Ciao a tutti! Bentornati su Podcast italiano. Oggi come vedete Davide non c’è, ma sarò in compagnia di un ospite di eccezione (special guest) per un’intervista sicuramente molto interessante.

D. Scusate, sono arrivato un po’ in ritardo. Piacere!

E. Piacere, ospite d’eccezione.

D. Scusate, non siamo attori, ve lo abbiamo già detto. Comunque sì, oggi Erika intervisterà me. Ha avuto questa idea (non so se buona o cattiva): in ogni caso, dato che intervisto spesso altre persone, oggi abbiamo detto perché non posso raccontare qualcosa io e annoiare io i nostri ascoltatori?
In ogni caso prima di iniziare volevo pubblicizzare il nostro Instagram, che abbiamo appena aperto; ci sono alcune foto carine che riguardano i temi di cui parliamo nel podcast e che gestisce la qui presente Erika. Dunque, iscrivetevi subito: Podcast_italiano e aspettatevi diverse immagini, diversi video.

E. OK, direi che possiamo cominciare. Come dicevi tu, hai già intervistato diverse persone che parlano numerose lingue e sono quindi dei poliglotti, ma anche tu conosci diverse lingue. Vuoi raccontarci le lingue che sai? Vuoi raccontarci come le hai imparate?

D. Sì, io non sono al livello di queste persone che parlano un sacco di lingue, 10, 15, però vediamo.. io conosco, oltre all’italiano, l’inglese, lo spagnolo, il francese, il russo e ho iniziato da un mese circa a studiare il tedesco.

E. Quindi la prima lingua che hai imparato è stata l’inglese.

D. Sì, l’inglese l’ho iniziato a imparare alle scuole medie, che è una stranezza (= è strano) perché di solito si inizia alle scuole elementari, quindi a 6 anni, ma io ho iniziato a 11. L’inglese mi è sempre piaciuto, mi piaceva già da prima e ho iniziato a immergermi nel mondo di questa lingua soprattutto grazie alla musica e grazie a un gruppo in particolare, di cui sono ancora fan, perché mi piaceva molto cercare le interviste o andare sui forum di questo gruppo e vedere di cosa discutevano le persone, i fan di questo gruppo, anche se capivo ben poco (very little) di quello che dicevano. Poi sono migliorato, diciamo, ho migliorato il mio livello e ho aumentato le mie conoscenze guardando serie, diciamo le cose tipiche che si fanno; ho iniziato a parlare la lingua, soprattutto su Skype, ed è sicuramente la lingua che, al giorno d’oggi, parlo meglio ed è l’unica per cui ho una certificazione linguistica, il C2 di Cambridge Proficiency exam. La seconda è stata lo spagnolo che ho iniziato da autodidatta (=da solo, self-taught), quindi quando avevo circa 15-16 anni credo, adesso ne ho 22 per informazione vostra. Sì, ho iniziato da autodidatta ed è stata la prima lingua che ho iniziato ad imparare da solo, e quindi non sapevo che metodo utilizzare, come approcciarmi (approcciarsi a qualcosa = approach sth), perché l’inglese come ho detto è vero che lo studiavo a scuola, ma la scuola è responsabile per una piccola parte di ciò che uno impara, secondo me. Quindi dovevo capire da solo, perché con l’inglese era stato tutto molto casuale (random – not casual!), in un certo senso. L’ho anche abbandonato per qualche mese, però poi sono riuscito a riprenderlo. Lo spagnolo non è così difficile per un italiano e dunque adesso lo parlo abbastanza bene. La lingua dopo lo spagnolo è stata il francese, che a onor del vero (truth be told) avevo già imparato molto male alle scuole elementari, anche perché non si può imparare molto di una lingua alle elementari. E lo odiavo alle scuole elementari, poi è cambiato il mio rapporto con questa lingua e l’ho iniziata ad imparare anche questa da solo, ed è stato un po’ più difficile dello spagnolo per me, però direi che, soprattutto passivamente, la conosco abbastanza bene, non la parlo moltissimo quindi se c’è qualche francese fra di voi che vuole praticare il suo italiano e fare uno scambio, che mi scriva. Dopo il francese c’è stato il russo, che è la lingua a cui dedico ancora adesso la maggior parte dei miei sforzi d’apprendimento, che ho iniziato a studiare in concomitanza con (contemporaneamente a) l’inizio dell’Università, che è un’università di traduzione ed interpretariato. Sì, il russo l’ho iniziato da zero, però ho fatto fatto moltissimo da solo, anche qui credo che questo sia la fonte della maggior parte delle mie conoscenze e sono contento di aver studiato il russo. Molti mi chiedono: perché hai iniziato a studiare il russo? Diciamo, io non conoscevo niente della Russia, della sua cultura, però è stato comunque un percorso interessante, ho conosciuto molte persone, ho imparato molte cose, dunque non mi pento (I don’t regret it), ma penso che ogni lingua alla fine (after all) ti porti a scoprire un universo sia umano sia culturale. Come ultima lingua che ho iniziato, come detto, un mese fa circa o poco più di un mese fa, è il tedesco. Non posso dire di conoscerlo, però sto facendo i primi passi, vedremo dove mi porterà. Anche qui, se c’è qualche tedesco tra voi, che mi scriva. Magari possiamo parlare su Skype.

E. Quindi ci stavi dicendo che nel tuo percorso di studi hai comunque scelto degli indirizzi (=area di studi – indirizzi universitari) che avessero a che fare con le lingue. Quello che volevamo chiederti è: secondo te, qual è la situazione dell’insegnamento delle lingue nella scuola italiana e perché gli italiani fanno così tanta difficoltà ad imparare le lingue?

D. Ma, diciamo che è un argomento che è già stato sviscerato in molti luoghi e anche dallo stesso Luca Lampariello, nella nostra intervista. La situazione secondo me non è buona e – diciamo – ci sono molte persone che si chiedono se le lingue sono qualcosa che può essere insegnato a scuola o no. Diciamo, io non ho una posizione; penso che sicuramente si possa fare molto meglio di quanto si faccia adesso in Italia, perché l’approccio è sbagliato, l’approccio secondo me non è motivante per per gli studenti. Questo è un problema molto grande e secondo me molti insegnanti sono poco preparati, magari sono un po’ un po’ troppo anziani e hanno un po’ troppo poca voglia di motivare gli studenti ad apprendere una lingua – la lingua che insegnano. Oltre a questo, il problema di cui si parla sempre è che in italiano tutti i film e le cose che vengono mostrate in televisione sono doppiate, e questo è abbastanza sorprendente. Sorprendente quando vedi che se vuoi vedere un film come Star Wars devi andare in un cinema specifico, almeno qua nella zona di Torino, ad un orario (time – es. 8:30) specifico (o forse c’erano tre sessioni e basta). Questo secondo me è abbastanza significativo (telling) se uno pensa che un film così importante – si è parlato di quello per per un mese –In altri paesi non è così la situazione però questo influenza molto i nostri successi – o insuccessi.

E. OK. Un’altra cosa che volevo chiederti sempre per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue è secondo te quanto è importante essere come si dice, portati (=dotati – gifted), per imparare una lingua e quanto invece è possibile farlo per chiunque?

D. Ma, guarda, secondo me non è così importante il talento. Secondo me è più importante l’interesse e la motivazione. E questo interesse può avere diverse cause: può essere un interesse verso un paese, verso una cultura, verso magari una persona particolare, può essere un interesse al suono della lingua. Però secondo me è quello che è importante. Magari all’inizio non c’è un vero e proprio interesse, come nel mio caso con il russo: non è che ci fosse un interesse originario, però poi si è sviluppato. Però dev’esserci quello. Se non c’è quello, secondo me non si avrà mai successo nell’imparare una lingua. Non credo che il talento sia importante, perché si può imparare una lingua anche a 60 anni, se uno ha una determinazione sufficiente. Ovvio che quando uno è più giovane gli riuscirà meglio perché ha un cervello più plastico, però non ci sono ostacoli che impediscono (prevent) in maniera assoluta l’apprendimento di una lingua. Quindi: motivazione e interesse.

E. Sì, anche perché come dicevi tu, è difficile che a scuola si faccia la quantità di lavoro sufficiente per imparare effettivamente una lingua, quindi è importante essere motivati per continuare a fare cose da soli.

D. Sì, sì, sicuramente! Io faccio sempre l’analogia con l’imparare uno strumento. Io ho studiato pianoforte per diversi anni e se io avessi sperato di imparare a suonare lo strumento andando alla lezione e cercando di leggere gli spartiti (sheet music) e di provare a strimpellare (=suonare male, strum) qualcosa nell’ora alla settimana che facevo non avrei imparato niente, perchè è un lavoro che dev’essere quotidiano (day-to-day) – poi spesso io lo facevo non tutti i giorni perché non ero il migliore allievo, comunque, diciamo, dovrebbe essere un lavoro quotidiano.

E. Parliamo invece un po’ dell’italiano. Dato che tu sei insegnante di italiano su Italki. Volevo chiederti: qual è la ragione principale per cui le persone studiano l’italiano, che comunque non è una lingua così diffusa (widespread) come potrebbe essere lo spagnolo o l’inglese. Perché le persone studiano l’italiano e quindi per quale motivo hai deciso di creare il podcast?

D. È una domanda che anch’io pongo spesso alle persone che fanno lezione con me, anzi direi che forse è la prima o una delle prime. La risposta assolutamente più comune che sento è per interesse. (Per esempio:) sono interessato alla cultura italiana, sono attratto anche da qualcosa di magari un po’ magico dell’Italia, dal suono dell’italiano, da questa idea che si ha dell’Italia di un paese solare, di un paese accogliente (welcoming), di un paese in cui a uno straniero può piacere molto passare del tempo. Quindi sì, principalmente per ragioni culturali e per viaggiare, direi. Io ho creato questo podcast perché questo è quello che vorrei da un podcast di lingua e non sempre ne ho trovati in altre lingue. Alcuni sì, ce ne sono di ottimi (there are a few that are great), però ho pensato: perché non fare qualcosa che corrisponde a quello che io vorrei , quindi un podcast che parla di..- innanzitutto per persone che hanno superato il livello principiante, quindi dal livello intermedio in su, e che poi fosse abbastanza naturale: io non parlo di grammatica, parliamo di usi colloquiali, però sono spiegazioni della lingua come viene usata tutti i giorni, che magari non si trovano da nessun’altra parte. Però non mi piace parlare, non so, del verbo essere o del verbo avere o di come si usano le preposizioni articolate; non è escluso che magari poi lo possa fare, però in questo momento secondo me è più interessante utilizzare questa risorsa come una fonte di lingua un po’ più, diciamo, naturale e autentica, come dice lo slogan di questo podcast.

E. D’accordo. Quindi cosa consiglieresti a persone che vogliono imparare l’italiano come risorse oltre ovviamente al tuo podcast?

D. Ma, innanzitutto c’è un post che ho fatto in cui ho fatto una collezione di risorse per imparare l’italiano. Se state capendo quello che diciamo probabilmente avete già superato la fase iniziale, quindi non vi do consigli per principianti. Però se siete a un livello intermedio e volete migliorare il vostro italiano posso consigliarvi di leggere molto, secondo me è molto utile leggere e ascoltare contemporaneamente. Io utilizzo molto un sito che si chiama readlang.com, in passato utilizzavo anche un altro sito, lingq.com, che semplificano la lettura dei testi: quindi tu puoi schiacciare (=cliccare, click on) su una parola e ottenere la traduzione di questa parola, risparmiandoti  tutta la fatica (saving yourself the effort of) di doverla cercare sul dizionario. Oltre a questo sito, secondo me YouTube è una risorsa immensa (=enorme, huge), c’è qualsiasi cosa. Per le lingue più grandi ancora di più, però sono sicuro che per l’italiano ci sono tantissime cose. Se siete qualcuno di più giovane a cui può interessare la cultura degli YouTuber, questo tipo di contenuti, cioè ci sono moltissime cose anche in italiano, ma se non vi interessa questo comunque ci sono altri tipi di contenuti su youtube, film, documentari, qualsiasi cosa, dunque sfruttate questa risorsa enorme. E voglio ancora menzionare il diciamo il grande Alberto Arrighini, che ha fatto un sacco di video e di materiali per chi vuole imparare l’italiano, con Italiano Automatico, dunque andatevelo a vedere se non lo conoscete.

E. Va bene. Per oggi non ho altre domande per te.

D. Come al solito, la trascrizione di tutte le cose che abbiamo detto si trova sul sito podcastitaliano.com

E. Ricordatevi di seguire la pagina Instagram.

D. Sì. Ricordatevi di lasciare una recensione su iTunes, perché sarebbe molto utile avere recensioni. Se avete idee di argomenti di cui potremmo parlare scrivetecele, ci farebbe molto piacere. Detto questo, grazie ancora per la visione o per l’ascolto e ci vediamo nel prossimo video/episodio.

E. Ciao!

D. Ciao!

 

Interviste, Podcast

Raffaele Terracciano parla di Napoli – Interviste


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Ciao a tutti! Bentornati su podcast italiano. Oggi siamo di nuovo in compagnia di Raffaele Terracciano. Abbiamo già fatto un’intervista con Raffaele, divisa in due parti (parte 1 e parte 2), sulle sue esperienze linguistiche. Raffaele è un poliglotta eccezionale, che ha una storia interessante che potete riascoltare oppure ascoltare per la prima volta, se non lo avete già fatto. Ma oggi parliamo di Napoli: infatti Raffaele è napoletano, ama la sua città, è orgoglioso della sua città e inoltre la conosce molto bene in quanto è una guida turistica, e dunque di lavoro porta i turisti stranieri in giro per la città facendo i Free Walking tours, che sono molto di moda adesso in molte città europee e forse del mondo. Dunque Raffaele fa questo di lavoro, oltre che collaborare con il sito di apprendimento linguistico Italki. Oggi ci parla di Napoli. Nella seconda parte che uscirà successivamente invece e Raffaele ci parla proprio della lingua napoletana, dato che questo è un podcast linguistico, soprattutto. Ma oggi invece parliamo di Napoli, dunque buon ascolto!

D: Ciao Raffaele Grazie per aver acconsentito a (agreed to) questa seconda intervista.

R: Ciao Davide, è sempre un piacere!

D: E oggi parleremo più nello specifico come avevamo promesso di Napoli, la tua città in cui ancora oggi vivi e del napoletano, che è la tua prima o seconda lingua madre. Parleremo anche di questo. Credo che siano entrambi argomenti di cui puoi parlare per ore. Cerchiamo di rimanere sintetici (brief) anche se sicuramente sono argomenti interessanti. Volevo entrare subito nel merito (go into the matter, start talking about) di Napoli, della città, chiedendoti che cosa ti fa venire in mente la parola Napoli, magari qualche aggettivo. Quali sensazioni, quali ricordi della tua infanzia.. non so, dimmi tu!

R: Domanda subito così.. Partiamo fortissimi. Napoli è casa, Napoli è identità, Napoli è quello che sono, in un’unica parola. Non riesco a pensare a me stesso nato e cresciuto in nessun altra città. Ho città preferite in giro per il mondo, naturalmente, ognuna con i con i suoi pro e contro. Napoli una città molto particolare con una storia unica, oggi con i suoi problemi, ma io non vorrei essere altro che napoletano.

D: Se dovessi chiederti proprio qualche qualche aggettivo, qualche immagine mentale, qualche ricordo..?

R: Io ho sempre vissuto a Napoli, tranne una breve esperienza a Londra e un’esperienza un po’ più lunga a Roma, quindi effettivamente la stragrande maggioranza dei miei ricordi, la quasi totalità (=quasi tutti) (dei miei ricordi) sono legati alla città di Napoli, soprattutto per quanto riguarda l’infanzia, l’adolescenza. Al di là delle vacanze estive tutti i miei ricordi sono legati alla città, quindi mi viene difficile estrapolare (extrapolate, tirare fuori) qualcuno che è particolarmente legato alla città di Napoli. Per me tutti i miei ricordi in un modo o nell’altro sono legati a Napoli. Ecco, ti posso dire quella sensazione di quando sei fuori per magari periodi un po’ più lunghi che non siano per vacanza.. è una sensazione che sicuramente provano in tanti emigrati che vanno in altre parti del mondo, in altre parti d’Italia, per magari lavorare, cercare una nuova carriera. Tu puoi lasciare Napoli ma Napoli non lascia te, nel senso che c’è sempre questo richiamo (call) fortissimo. È la città della famiglia, che inevitabilmente lasci. Noi abbiamo un concetto di famiglia molto Mediterraneo, molto, diciamo, Sud europeo. C’è sempre un legame molto forte con la famiglia e con Napoli, che in fondo può essere considerata come una enorme famiglia allargata (huge extended family).

D: Che cos’ha Napoli come città e il suo popolo che secondo te non puoi trovare da nessun’altra parte del mondo?

R: Direi che l’unicità (uniqueness) è quella di essere riuscita a mettere insieme una storia molto eterogenea (diverse), che ha dato come risultato poi una città che è unica e dei cittadini che hanno un carattere molto specifico: un napoletano è diverso da un siciliano o da un nord-italiano o da qualsiasi altro abitante del resto del mondo.

D: Puoi farci qualche esempio di questa specificità (special nature) dei napoletani? Che cosa li differenzia da tutti gli altri italiani o anche cittadini di altri paesi?

R: Guarda, si parla sempre.. quando si parla di Napoli nel bene o nel male si finisce anche col parlare dell’ arte di arrangiarsi (art of getting along) del napoletano. Anche, non so, tra i napoletani più famosi nella storia recente, Totò, attore comico, ha portato un po’ in giro per l’Italia questa arte di arrangiarsi del napoletano con i suoi film, con le sue commedie.


Totò

In realtà l’arte di arrangiarsi napoletana è un concetto molto più complesso che semplicemente “sbarcare il lunario” (making ends meet, making a living).  L’arte di arrangiarsi napoletana è quella di ottenere qualcosa che possa funzionare e che possa essere efficace, che possa essere utile o anche soltanto divertente anche con mezzi a disposizione molto ridotti (very limited means available). Chiaramente tutte le generalizzazioni sono sono sbagliate però puoi star sicuro che così in linea generale (as a general rule) un napoletano riuscirà a cavarti qualcosa (get something out of) anche se gli metti a disposizione soltanto poco. Uscirei un attimo dalla dicitura (=espressione, frase) “arte di arrangiarsi”, ma la tradurrei in una creatività che probabilmente non ha eguali in altre in altre zone del mondo dovuta alla diciamo al territorio fertile: non dal punto di vista geografico, ma dal punto di vista umano e da una storia molto eterogenea che ci ha di fatto plasmati (shaped) e ci ha reso più adatti al cambiamento, se vuoi.

D: Ed è sicuramente una qualità molto utile, penso per chiunque.

R: Così, per dirti subito una frase in napoletano che in un certo modo può spiegare quello che ho appena detto: “O napulitano se fa sicco, ma nun more”. Che vuol dire “il napoletano dimagrisce ma non muore”. Per dire che siamo talmente abituati a tutto, nel bene e nel male, che anche nella situazione più difficile riusciamo sempre a cavarcela (=arrangiarci, get along), a) con un sorriso, b) in maniera più o meno brillante.

D: Per usare un termine ”scientifico” potremmo dire che i napoletani sono resilienti.

R: Resilienti, stavo pensando alla stessa parola.

D: Tu Raffaele sei una guida di Napoli, lavori a Napoli e sei abituato, come abbiamo già detto, a portare turisti di ogni nazionalità in giro per la città. Volevo chiederti se puoi farci un riassunto della millenaria storia della città e poi anche magari (dirci) che cosa piace di più ai turisti che porti in visita.

R: Ti correggo subito perché.. faccio un attimo il professore, metto le vesti del professore. La storia di Napoli non è millenaria ma è trimillenaria, vuol dire che non ha soltanto mille anni.. è plurimillenaria.

D: Sì sì, intendevo plurimillenaria.

R: Ne ha quasi 3000 di anni di storia, per creare subito competizione tra Napoli e Roma in realtà, il primo nucleo della città di Napoli Partenope è stato fondato una quarantina d’anni prima della fondazione della città eterna. Quindi Napoli è più eterna della città eterna, per dirla con una battuta (with a joke). Sì, la storia di Napoli schematizzando (sketching, summing up) un po’ il tutto la si può riassumere in pochi minuti. Inizia tutto con con i Greci che fondano nell’ottavo secolo a.C. una città vicino vicino al mare, grosso modo di fronte all’Isolotto che oggi ospita Castel dell’Ovo, per chi è pratico di Napoli. Questa città prese il nome di Parthenope.

Prese il nome di Parthenope perché secondo la leggenda, la sirena (siren) Partenope, che abitava fondamentalmente nel Golfo di Napoli, dopo non essere riuscita a conquistare Ulisse e i suoi ai suoi compagni si lasciò morire insieme ad altre sirene e i loro corpi caddero nelle onde del Golfo di Napoli. Le onde del mare portarono il corpo della Sirena Partenope su questo isolotto, dove oggi sorge Castel dell’Ovo e che si richiama (rinomina) in realtà Megaride.


Isolotto di Megaride

Su questo isolotto i greci trovarono il corpo della sirena, lo presero tra le braccia, andarono sulla terraferma (mainland) e fondarono su una piccola collina, che viene chiamata Monte Echia, la Città di Partenope dandole quindi il nome della sirena più importante. Tutt’oggi si usa “partenopeo” per dire “napoletano”. Insomma, sono due aggettivi che fondamentalmente si equivalgono, anche se Parthenope era soltanto il primo piccolo nucleo della città di Napoli fondata nell’ VIII secolo a.C.

Duecento anni dopo arrivano degli altri Greci, decidono di installarsi (settle) in un’altra zona della città, fondando una nuova città: non riuscendo a trovare un nome che fosse originale chiamano semplicemente la città “la nuova città”. In greco Neapolis. Da lì il nome passerà ad essere Neapolis, a Napoli moderno. La città poi si è ingrandita fino ad inglobare (encompass) persino il primo nucleo, la Città di Partenope. Dopo i Greci abbiamo fatto parte dell’Impero Romano, ma nell’Impero Romano siamo rimasti la capitale greca dell’Impero Romano, chiaramente al di fuori della Grecia. Però sai che all’epoca non c’erano tutti questi voli low cost come ci sono oggi, quindi tutti i romani che volessero studiare la cultura greca – ne dico uno Virgilio, che adesso l’ho chiamato Romano ma sarebbe più corretto dire latino, visto che lui era di Cremona se non sbaglio – venivano tutti a studiare la cultura greca a Napoli. Fondamentalmente Napoli già all’epoca mostrava un carattere bilingue, perché Napoli è rimasta una città bilingue fino all’anno 1000. Si è parlato greco e latino, l’uno affianco all’altro. Proprio qualche anno fa hanno scoperto un tempio isolimpico nella zona del Corso Umberto, tra Corso Umberto e il Duomo, nel quale ci sono le iscrizioni in caratteri greci che riportano i nomi dei vincitori delle competizioni. Quindi Napoli è rimasta una città greca come come lingua e cultura fino all’anno 1000.

Dopo l’anno 1000 è iniziata la storia della Napoli reale con dinastie che sono venute un po’ da tutta Europa, cominciando con i normanni dalla Francia, poi gli Svevi dalla Germania, di nuovo i francesi con gli Angioini poi gli spagnoli, più specificamente gli aragonesi. Dopo gli Aragonesi siamo entrati a far parte del regno di Spagna, quindi Napoli è diventato un vice-regno. Dopo questa epoca del vice-regno, Napoli ha guadagnato la sua indipendenza con i re Borbone di Napoli, che hanno rappresentato la nostra epoca d’Oro. La nostra epoca d’oro purtroppo è terminata con l’Unità d’Italia (italian unification). L’Unità d’Italia nel 1861 con – insomma adesso non voglio trasformare (l’episodio) in una lezione di storia, però c’è stato Garibaldi con Vittorio Emanuele, hanno organizzato la spedizione dei Mille conquistando prima la Sicilia poi il resto del Sud Italia, mettendo insieme il tutto, chiamandolo Regno d’Italia qui e da qui in poi è Storia d’Italia, quindi il regno poi diventare repubblica dopo la Seconda Guerra Mondiale con il referendum. Ecco la storia di Napoli in pochi minuti.

D: Ci sono dei libri che consiglieresti per chi vuole avvicinarsi alla storia alla cultura della città?

R: Guarda uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni è un libro molto completo di uno scrittore che si chiama Angelo Forgione e non è un libro di storia ma è un libro di cultura napoletana. Alcuni sono andati oltre, l’hanno definito la Bibbia del napoletano, non come lingua ma come cultura. Parla un po’ di tutto, parla un po’ di Napoli cos’era e cos’è e perché la sua storia è cambiata in maniera così repentina (=velocemente). Il libro si chiama “Made in Naples”, quindi un titolo straniero per un libro che parla del muro della cultura napoletana, così lo definisce lo stesso scrittore, quindi dalle canzoni al caffè, dalla pizza alla mozzarella, dalla lingua alla storia. Angelo Forgione, “Made in Naples”.

D: Se dovessi dare qualche consiglio a chi vuole visitare Napoli, “must-visit” o “must-do” a Napoli, e magari qualche consiglio più underground, qualcosa che molti magari non conoscono o, diciamo, non è ai primi posti di TripAdvisor. Che cosa potresti.. (consigliare?)

R: Comincio proprio col dirti l’attrazione numero uno tra le attrazioni di Napoli su TripAdvisor che è “Cappella San Severo”.Voglio menzionarla perché nonostante la sua posizione su TripAdvisor.. è vero che la sua popolarità sta crescendo con il tempo. Però ci sono ancora troppi turisti che vengono a Napoli (soprattutto stranieri, devo essere onesto) e non conoscono la Cappella San Severo, che è un piccolo gioiello nascosto tra i vicoli del centro antico di Napoli ed è assolutamente il posto più magico e alchemico (=che ha a che fare con l’alchimia), perché di fatto di questo si tratta: di un’enorme cappella massonica. Cappella San Severo è assolutamente un “must visit”.


Cappella San Severo

Il secondo è la galleria borbonica, che è sicuramente il luogo sotterraneo che io preferisco qui nella città di Napoli. Sotto la città di Napoli, sotto tutto il centro storico c’è un’enorme rete di tunnel che era utilizzata dai Greci in principio per scavare e prendere il tufo napoletano, questa pietra gialla facilmente malleabile che i Greci utilizzarono per costruire tutta la città. Dopo dai Romani furono utilizzati questi tunnel come l’acquedotto romano che è stato in funzione fondamentalmente fino al 1885 circa. Dopodiché i tunnel sono stati abbandonati e riutilizzati come rifugi antiaereo (bomb shelter) durante la Seconda Guerra Mondiale, visto che Napoli è stata la città più bombardata durante questa guerra. Quindi si trovano diverse attrazioni sotterranee a Napoli: la mia preferita è la galleria borbonica perché aggiunge un elemento extra. Ovvero, durante l’epoca borbonica i re di Napoli vollero costruire un tunnel che gli consentisse in caso di rivoluzione (stiamo parlando poco dopo del 1848) di lasciare Napoli in caso di rivoluzione, quindi un tunnel che consentisse a diverse carrozze (carriages) di partire dal palazzo reale, che oggi si trova in quella che chiamiamo Piazza del Plebiscito, ed uscire direttamente nel quartiere di Chiaia (verso la fine del lungomare di Napoli), quindi da lì puoi prendere prendere le distanze dalla città. Il problema è che durante questa costruzione loro hanno intercettato (=incontrato) i tunnel che erano stati scavati dai Greci e riempiti d’acqua dai Romani, quindi hanno dovuto fondamentalmente creare dei ponti sotterranei per consentire alle carrozze di uscire dall’altro lato. In realtà poi il tunnel non è mai stato completato del tutto e poi è venuto l’unità d’Italia a renderlo fondamentalmente superfluo (=non necessario) e la galleria borbonica resta tutt’oggi il rifugio antiaereo più grande e più utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale. Aggiungo probabilmente il miglior conservato (best preserved): anche l’ex presidente della repubblica Napolitano ci ha passato diverse decine di giorni, sicuramente. Tutt’oggi durante la visita ci sono alcuni sono alcuni momenti da pelle d’oca (goosebumps moments). A completare il tutto dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato utilizzato come deposito di auto e scooter confiscati nella maggior parte dei casi scooter “pezzottati” come diciamo qui in napoletano. Pezzo vuol dire, diciamo, “il piccolo pezzo” e fondamentalmente si riferisce ad un auto o ad una moto alla quale sono stati sostituiti i pezzi, generalmente per migliorarne le prestazioni (improve their performances). Chiaramente erano totalmente illegali, venivano sequestrate (=confiscate) e messe dentro questa galleria e soltanto qualche qualche anno fa si è deciso di recuperare questa..- che poi è diventata un’attrazione turistica grazie al lavoro dei fratelli Minin. Insomma, adesso è una delle attrazioni più interessanti che possiamo trovare a Napoli.


Galleria Borbonica e gli scooter “pezzottati”

D: Molto “tunate”, come “tuned”.

R: Esatto. “Pimped”.

D: “Pezzottate” però è più bello.

R: Innanzitutto è tipico napoletano come termine e poi rende forse meglio l’idea. La terza è un attrazione, diciamo, puramente archeologica. Parliamo sempre di tunnel ma soltanto in parte: è il Pausilypon.  È sicuramente un parco archeologico molto poco conosciuto, si trova nella zona di Posillipo a Napoli e fondamentalmente è una grotta (cave), la grotta di Seiano, che sbuca (ends up, pops up) in una villa imperiale romana. Molti pochi sono a conoscenza di questa Villa Imperiale nel quartiere di Posillipo. I resti sono interessanti ma anche la storia della villa, le visuali panoramiche che si possono ammirare da quella villa pagano da sole il costo del biglietto.

Pausilypon

D: Immagino che queste questi consigli che hai dato siano di luoghi abbastanza conosciuti. C’è qualcosa di un pochino più segreto che ti andrebbe di consigliare non necessariamente luoghi anche attività?

R: Stanno sorgendo sempre nel quartiere di Posillipo diverse attività portate avanti da ragazzi che prevedono di scoprire Napoli non dalla terra ma dal mare e quindi con Kayak  o con la tavola da surf in piedi con la pagaia (paddle), quello che si chiama “Stand-up paddle”, per vedere Napoli dal mare. Sono attività ancora poco conosciute, ancora poco popolari, ma molto interessanti, soprattutto alle quale molti giovani possono avvicinarsi perché sono davvero divertenti, oltre che molto interessanti. Per il resto le cose da fare a Napoli è cercare – come dicono “When in Rome do like the Romans”, quando sei a Roma fai come i romani – e la stessa cosa vale per Napoli: cercare di mimetizzarsi (blend in) e fare quello che fanno i napoletani, quindi mangiare la pizza a portafogli per strada, vivere i vicoli della città, magari farsi una delle scalinate (staircases) che connettono le colline della città come Capodimonte e il Vomero al centro antico. Facendo queste scale, salendo su e giù per le scale di Napoli, sono sicuro che i turisti si imbattono in diversi “Vasci”.  Una parola napoletana traducibile in italiano con “Bassi” ma in realtà ha molte più attinenze (=è più collegata al) con il catalano e lo spagnolo (in spagnolo “bajo” e in catalano “baix”). Sono queste case al piano terra, per la maggior parte senza finestre, l’unica apertura che hanno sulla strada è la porta d’ingresso. Quindi queste famiglie, molto spesso le donne o gli uomini anziani che vivono in questi vasci aprono la porta d’ingresso, prendono le loro sedie, si siedono all’esterno e guardano il mondo passare. Capita spesso che magari i turisti che si avvicinano per curiosare (look around, nose arond) vengano poi invitati da questi anziani signori a prendere il caffè. Ecco, consiglio di fare questo sicuramente a Napoli.


I “vasci” (o “bassi”) di Napoli

D: Uno che magari si è incuriosito e ammira le tue capacità oratorie (speaking skills) e volesse fare un tour di Napoli con te come può farlo?

R: Io gestisco insieme a dei colleghi e colleghe un’associazione culturale che si chiama “Napoli That’s Amore”. Offriamo dei tour di gruppo e dei tour privati. Nello specifico offriamo una tipologia di tour che è molto in voga tra i giovani viaggiatori in giro per il mondo e sono i “Free Walking Tours”, quindi dei tour completamente gratuiti alla fine dei quali i partecipanti possono lasciare una mancia a loro piacimento (tip at will). Il nostro sito è www.napolithatsamore.org  

D: Sì, anche io amo questo formato di visita e in ogni città in cui vado cerco come prima cosa da fare il primo giorno questi free tour perché secondo me è un modo interessante di farsi un’idea e di conoscere della città.

R: Di conoscere un locale (=una persona locale), innanzitutto, e di avere un’introduzione generale della città. Consiglio di fare queste tipologie di tour in ogni città che si possono visitare. Probabilmente al primo giorno è l’idea migliore per poi avere un’idea di cosa fare nei giorni successivi. Noi siamo tutti professionisti del settore e soprattutto dei locali, quindi scoprire la città insieme ad un ragazzo del posto non credo possa essere battuto da molte altre esperienze.

D: Sicuramente.

Finisce qui questa parte della nostra intervista su Napoli. La seconda parte come detto sarà sulla lingua napoletana e vi posso preannunciare che è molto interessante: anche io ho scoperto molte cose nuove che non sapevo. Quindi come si suol dire “Stay tuned” e ci vediamo molto presto.
Se vi è piaciuto questo episodio per favore condividete questo podcast e lasciate una recensione su iTunes, ché purtroppo non ci sono molte recensioni e quindi questo fa sì che sia più difficile trovare questo podcast. Quindi vi faccio questa richiesta se vi piacciono i miei podcast. Come sempre la trascrizione intera dell’episodio è su podcastitaliano.com, se per caso avete ascoltato solo la versione audio ma non avete capito tutto e volete controllare alcune cose. Dunque andate sul sito e andate anche su YouTube dove escono alcuni episodi in formato video. Inoltre da poco Podcast Italiano ha anche una pagina su Instagram, magari vi può interessare iscrivervi. Lo username è podcast_italiano. Detto questo grazie ancora per l’ascolto e alla prossima!

 

Podcast, Usi colloquiali

Il tempo presente usato al posto del futuro – Usi colloquiali #9 – VIDEO


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Ciao a tutti, benvenuti su Podcast Italiano, anche oggi sono in compagnia di (joined by) Erika. Oggi parleremo del presente utilizzato al posto del futuro, un fenomeno che succede molto spesso nella lingua colloquiale. Ma partiamo innanzitutto definendo questi due tempi verbali (verb tenses). Che cos’è il presente? Il presente è un tempo che si utilizza per descrivere un’azione che avviene (happens) nel momento in cui si parla.

Il futuro invece si utilizza per esprimere un’azione che avverrà in un momento successivo a quello in cui si parla.

Queste cose penso che tutti le sappiate, se state capendo quello che diciamo, perché sono cose molto di base (basic). Forse sapete (però forse no) che il presente viene utilizzato molto spesso al posto del futuro. Quindi il tempo presente viene utilizzato per indicare azioni che avverranno nel futuro. Queste avviene, come abbiamo detto, soprattutto nella lingua parlata. E avviene davvero spesso, così spesso che non si può considerare nemmeno un errore. Questo utilizzo viene chiamato “presente pro futuro”. Quando si utilizza il presente in questo modo di solito si accompagna a (is accompanied by) espressioni o avverbi di tempo che diano il senso (convey the meaning of) di azione futura.

Facciamo alcuni esempi molto comuni, molto semplici:

Domani vado al mare
Giovedì ho il dentista (=ho un appuntamento con il dentista)
Ad agosto cambio casa
Quest’estate mi sposo
Tra tre mesi mi laureo (I’m graduating)

In tutti questi esempi possiamo sicuramente usare il futuro.
Domani andrò al mare
Giovedì chiamerò il dentista, ecc.

Se conoscete l’inglese (immagino che molti di voi, o quasi tutti, l’abbiano studiato), questo uso è molto simile al present continuous inglese quando viene utilizzato per azioni future, pianificate (planned) Quindi, per esempio, “This summer I’m getting married” (“mi sposo quest’estate”), “I’m moving next august” (“il prossimo agosto mi trasferisco”). Si usa il presente ma si intende un’azione futura.

Il presente pro futuro viene utilizzato quando si parla di azioni pianificate o che comunque si è certi che avverranno nel futuro.

Quindi NON possiamo dire per esempio:

“nel 2030 usiamo solo auto elettriche” – questa è un’ipotesi, non è una certezza né tantomeno (neither is it) un’azione pianificata. Dunque possiamo solo dire:
“nel 2030 useremo solo auto elettriche”

In alcuni casi si deve usare solo il futuro

Ci sono dei casi specifici però in cui il futuro non può essere sostituito (replaced by) dal presente:

1. Per azioni che nel futuro avranno una durata o una ripetizione, spesso per fare promesse e con gli avverbi sempre e mai:

– ti amerò per sempre
– ci sarà sempre posto per te
– non cambierà mai
– continueremo a vederci
– farà qualsiasi cosa per aiutarti

Il presente può naturalmente essere usato con gli avverbi “sempre” e “mai”, però ha un significato diverso. Quindi ad esempio:
“Non mi ascolta mai” che vuol dire: “tutte le volte che gli ho parlato non mi ha mai ascoltato, nel passato, e probabilmente continuerà a (non) farlo

Se invece dico:
“Non mi ascolterà mai” = suppongo che non vorrà mai ascoltarmi

2. Penso/non penso:

Un altro caso in cui bisogna necessariamente utilizzare il presente è quando utilizziamo il verbo “penso”, “non penso” oppure “penso che non”.
– penso usciremo verso le 5

– penso che non verrà alla festa

– penso arriveremo in ritardo

– non penso avremo tempo di fermarci (drop by) da Luca

3. Supposizioni

E infine quando il futuro ha funzione di fare delle supposizioni:

– Avrà 90 anni contati male (roughly – lit. “badly counted) – vuol dire penso che abbia, immagino che abbia 90 anni. Una supposizione.
– non sarà neanche italiano
– avremo sì e no (also roughly or barely) 50 euro in totale

Questo è un uso molto molto comune, che tra l’altro esiste anche in altre lingue come lo spagnolo. Ditemi anche se nella vostra lingua esiste questo uso. Molti (stranieri) non lo conoscono, ma è molto molto utilizzato nella lingua colloquiale.

Erika – Quindi quale tempo è meglio usare?
Davide – Ottima domanda, grazie per avermela posta! (Thanks for asking) Diciamo che il futuro è il registro standard e va sempre bene. Ma se volete “suonare più colloquiali” nel modo in cui parlate è assolutamente accettabile, anzi posso consigliarvi di usare il presente, perché noi italiani facciamo così.  Questo non vuol dire sembrare un po’ “da strada” (slangy) è assolutamente normale. Inoltre tenete conto (consider that) che questo uso è sempre più comune nella lingua, quindi vale la pena (it’s worth) utilizzarlo. Perché non utilizzarlo? Se usate il futuro quindi sicuramente non sbagliate ma se usate il presente riuscirete ad ottenere un registro più colloquiale, ma ricordatevi di usarlo per azioni pianificate o comunque che siete certi avverranno.

E ora come ormai da tradizione passiamo al nostro dialogo finale in cui utilizzeremo vari tipi di futuro e presente con funzione di futuro.

E. Ciao Davide, hai saputo la novità? A giugno Luigi e Rebecca si sposano
D. Sì, ho sentito. Beh, era ora. Staranno insieme da quindici anni.
E. Io comunque non penso andrò al matrimonio. D’estate non sono mai in Italia.
D. Ah, no? Rebecca sarà molto triste, immagino. Ma dove vai?
E. Vado in Finlandia. Starò lì due mesi a casa del mio ragazzo. Tu andrai al matrimonio, invece?
D. Farò di tutto per andarci (I’ll try my best to be there), anche se quella domenica in teoria lavoro.
E. Beh, allora se vai poi mi racconterai tutto!

Questo è tutto per oggi, vi ricordo di lasciare una recensione su iTunes, perché questo sarebbe molto importante per me. Iscrivetevi al canale di YouTube. Cercherò e cercheremo io ed Erika di fare più video, oltre ai podcast in formato audio. Non ho nient’altro da dirvi, grazie per l’ascolto e per la visione, ci rivedremo nel prossimo episodio.

Ciao!

 

 

 

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Mi sa che, magari!, ci sta – Usi colloquiali #8

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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. In questo episodio di “usi colloquiali” parleremo di alcune espressioni colloquiali che sono “mi sa che”, “magari!” e “ci sta”.

Mi sa che..

Iniziamo da “mi sa che”, che come tutte le espressioni che vi propongo è molto usata nel linguaggio colloquiale e in questo caso è molto semplice. “Mi sa che” significa “credo che”. Facciamo subito alcuni esempi:

“Mi sa che Marco è andato a correre perché non è a casa”.
“Mi sa che non verrò stasera al cinema, ho troppe cose da fare”
“Mi sa che dovremo rinunciare alla nostra gita (give up on our trip, excursion), domani pioverà tutto il giorno”

“Mi sa che” quindi significa “credo che”, “penso che”, “probabilmente..”, ecc. Si usa davvero moltissimo ma per qualche motivo è una di quelle espressioni che gli stranieri non usano. Dato che è un’espressione molto comune potete usarla per sembrare più ‘italiani’ nel vostro modo di parlare.
“Mi sa che” si usa sempre alla prima persona e sempre al grado affermativo. Dunque NON possiamo dire “NON mi sa che”. Diciamo infatti “mi sa che” e dopo “non”, come nel secondo esempio che ho fatto: “Mi sa che non verrò al cinema”. Inoltre, il verbo che segue è all’indicativo. Può sembrare strano perché “mi sa che” esprime indeterminatezza (conveys uncertainty) e potremmo aspettarci al congiuntivo, però non è così.
Possiamo anche dire “Mi sa di sì“, che è come “credo/penso di sì” oppure “Mi sa di no”.
Inoltre, “Mi sa che” si usa solo alla prima persona. Non possiamo dire “Ti sa che”, “Ci sa che”, ecc. Solo “mi sa che”.

Magari!

Un’altra parola colloquiale molto comune – e fate attenzione all’intonazione – è “magari!”. L’intonazione è molto importante. Penso conosciate il significato principale di “magari”, che è simile a “forse”, “è probabile che”, “è possibile che”. “Magari domani andrò al cinema”, questo tipo di magari. Però oggi vi voglio parlare però di un uso molto particolare di “magari”, un uso sarcastico, per così dire. Come sempre preferisco partire da un esempio prima di spiegarvelo.

“Davide, me lo sento (I have a feeling), questa volta vincerai la lotteria e guadagnerai un sacco di soldi”
“Ma magari! Gioco sempre e non vinco mai..”

“Dicono che il concerto non si farà (won’t take place) se non smette di piovere entro mezz’ora. Speriamo che smetta”
“Se, magari! Il cielo è tutto grigio! Pioverà tutto il giorno!”

“Ti ho sentito cantare e sei davvero bravissimo. Dovresti andare a un talent (show), diventeresti famosissimo!”
“Magari!”

A proposito, talent è la versione accorciata di “talent show”. È un fenomeno comune in italiano, questo “accorciamento(shortening), e se volete scoprire come mai succede ascoltate l’episodio sugli anglicismi. 

Dunque, a parte questa “self-promotion”, torniamo a ‘magari’. Che cosa vorrà mai dire ‘magari’? ‘Magari’ è una contrazione di ‘magari fosse così’, ‘magari succedesse quello che dici tu’. In altre parole, speriamo che vada così, in una certa maniera, ma non nutriamo molte speranze (we don’t have high hopes). Non ci crediamo molto. Siamo un po’ pessimisti, magari. Oppure semplicemente non sappiamo. Ci sono diverse varianti: “Ma magari!”, “See, magari!”, “E magari!”. Ognuna ha una sfumatura (nuance) leggermente diversa. Vi consiglio di ascoltare come gli italiani usano queste espressioni per coglierle (catch/grasp/get them = capirle). Tra l’altro ripetendo la parola ‘magari’ così tante volte ha smesso di sembrarmi una parola reale (stopped sounding like a real word), succede anche a voi? ‘Magari’, sembra una parola finta, falsa.

Ci sta

Passiamo all’ultima espressione: “ci sta”. Questa è abbastanza colloquiale e probabilmente usata soprattutto dalle generazioni più giovani, ma è talmente comune che mi sembra giusto definirla un “uso colloquiale” e non etichettarla (label it) come “slang”. facciamo alcuni esempi:

“Potremmo mangiarci una pizza stasera, che ne dici? (what do you say?)
“Sì, ci sta!”

“Secondo voi ci sta fare un kg di pasta per 8 persone? O è troppo?”
“No no, ci sta un kg. Meglio troppa che troppo poca. “

“Io alla prima domanda dell’esame ho scritto tipo 10 righe. Secondo te basta?”
“Sì, io ne ho scritte un po’ di più ma direi che 10 ci stanno”.

Come avrete capito ‘ci sta’ significa ‘va bene’, ‘può andar bene’, ‘è sufficiente’, ‘basta. ‘Ci può stare’ è simile ma aggiunge un grado di maggiore incertezza. Attenzione, però, perché esiste un secondo significato di ‘starci’, ovvero ‘essere d’accordo a fare qualcosa’, ‘ci sto’.

“Ti va di venire in montagna con noi?”
“Sì, ci sto.”
Non è molto bello ma in linea puramente teorica (theoretically) potremmo dire “Sì, ci sta! Ci sto, domani vengo con voi”

Al contrario “Non ci sto” vuol dire “non sono d’accordo”, “non lo accetto”. È simile anche a “Non mi sta bene”, che vuol dire “Non mi va bene che le cose siano/stiano così”. A proposito di “non ci sto”, c’è un video famoso di un ex-presidente della repubblica

“A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere (I feel the need not) di non starci”

Che significa “Non accetto questo gioco al massacro”, che per aprire una brevissima parentesi storica, si riferisce alle accuse anche nei suoi confronti durante l’inchieste (investigation)mani pulite“, famosa inchiesta contro la corruzione in Italia all’inizio degli anni ’90. Lui non ci stava, non era d’accordo.

Concludiamo con il super-dialogo riassuntivo classico in cui uso tutte queste parole ed espressioni.

“Ciao Fabio, allora domani tu e Stefania andate in montagna?”
“No, mi sa di no. Mi sa che domani il tempo non sarà buono. Tu invece che fai?”
“Io credo andrò alla mostra d’arte (art exhibit) che hanno aperto da poco. Magari trovo un quadro fatto da te.. non dipingi (paint) quadri?”
“Eh, magari! No, non sono abbastanza famoso e bravo da dipingere quadri che finiscono in mostre d’arte. Comunque potremmo venire anche io e Stefania alla mostra se non andiamo in montagna e dopo potremmo unirci a voi (join you). E dopo potremmo andare a mangiarci una pizza”
“Certo, ci sta! Stavo anche pensando, la prossima settimana ti ricordi? Ti andrebbe di andare allo stadio?”
“Mmm, sì dai, perché no, ci sto. Ci può stare. Però mi sa che sarà una partita dura! Non so se vinceremo”
“Sì, sì, mi sa di sì. Sarà una partita dura, però ci sta andare alla stadio ogni tanto, io non vado molto spesso”
“Nemmeno io. Però vorrei andare alla finale di Champions League quest’anno. Verresti con me?”
See, magari! No, la finale di Champions League costa troppo. Poi bisogna prendere l’aereo e trovare un albergo.. no, mi sa che costerebbe un po’ troppo per me”
“Però almeno la prossima settimana vieni con me allo stadio! Ok?”
“Sì sì dai, la prossima settimana ci sta. Allora compriamo i biglietti.

Questo era tutto per oggi. Ho una piccola richiesta da farvi: se vi piacciono i miei podcast (che sono completamente gratuiti!) vi chiedo gentilmente di lasciare una recensione su iTunes. Questo aiuterebbe il podcast ad essere scoperto da altre persone. Dunque aiutate il caro vecchio Davide che fa questi podcast così belli (o almeno spero lo siano). Inoltre iscrivetevi sul canale YouTube. Grazie per l’ascolto e alla prossima!

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Qual è la differenza tra “scusa” e “mi dispiace”? – Usi colloquiali #7


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Anche oggi in compagnia di Erika. Siamo qui per parlarvi di due espressioni molto comuni nella lingua italiana, che sono ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che possono causare alcuni problemi. Preparando questo episodio mi sono accorto che ci sono alcune sfumature che non sono così facili (da cogliere) probabilmente per uno straniero. Partiamo allora dalla differenza principale che esiste tra ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che può essere anche ‘scusi’ (forma di rispetto) o ‘mi scusi’, ‘scusatemi’. La differenza principale è che quando dico ‘mi dispiace’ semplicemente esprimo il mio dispiacere (I express my displeasure / sadness/ regret  /unhappiness/) per qualcosa che è successo, oppure esprimo compassione o empatia verso chi mi sta ascoltando, mentre quando dico scusa mi sto assumendo le responsabilità o la colpa di qualcosa che ho fatto io.

Mi dispiace/spiace

Facciamo allora degli esempi, che io ed Erika ci siamo scritti, di come si usano queste parole iniziando da ‘mi dispiace’.

– Erika Stamattina sono caduto e mi sono rotto il braccio
Mannaggia (damn!), mi dispiace!

-Mio fratello ha perso il portafoglio quando era in vacanza in Spagna e adesso deve rifare tutti i documenti.
– Cavolo, che sfortuna, mi spiace!

– Domani c’è la mia festa di compleanno, ti va di venire (do you want to come)?
– No, guarda, domani lavoro, mi dispiace.

In tutti questi casi non abbiamo colpe ma semplicemente proviamo dispiacere.

Scusa(mi)/(mi) scusi/scusate(mi)

Passiamo invece a ‘scusa’, facendo alcuni esempi:

– Scusami Erika, non volevo offenderti, farò più attenzione la prossima volta.

– Scusate per il ritardo, non ho sentito la sveglia.

– Mi sono comportata male con te, scusami.

– Scusi non volevo pestarle il piede (stepped on your foot).
Per esempio su un autobus può capitare di scusarsi, magari se spintoniamo (=spingere, to push) per sbaglio (non volontariamente, by mistake) un’altra persona.

Possiamo anche aggiungere ‘mi dispiace’ alle nostre scuse quindi dire sia ‘scusa’ sia ‘mi dispiace’ contemporaneamente per rafforzare le nostre scuse.

Quindi per esempio possiamo dire:

-Scusa, non volevo offenderti. Mi dispiace.

-Scusami mi sono comportata male con te, mi dispiace.

In alcuni casi quando non è chiaro di chi sia la colpa (it’s not clear who’s to blame), non è chiaro se io ho colpa oppure il mio comportamento dipende da circostanze esterne possiamo utilizzare sia ‘scusa’ che ‘mi dispiace’. In base a quale dei due scegliamo la nostra frase avrà una sfumatura leggermente diversa perché ‘scusa’ è un’assunzione (=ammissione) di colpe mentre ‘mi dispiace’ come abbiamo detto esprime il nostro dispiacere.

Quindi potremmo dire per esempio:

– Scusa se ti ho fatto aspettare c’era un sacco di traffico
ma anche
– Mi spiace per averti fatto aspettare, c’era un sacco di traffico

-Scusa, non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati (you broke up)
che è uguale a
-Mi spiace non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati

-Scusa non ho proprio avuto tempo di farlo
-Mi spiace, non ho proprio avuto tempo di farlo

Infine ci sono alcuni casi particolari in cui dobbiamo sempre utilizzare la parola ‘scusa’, non si può utilizzare ‘mi dispiace’ in questi casi. Io ed Erika abbiamo individuato alcuni casi (magari ce ne sono altri  però credo che questi siano i principali):

Casi particolari con ‘scusa’

– Richiesta di informazioni

Il primo è quando chiediamo informazioni, per esempio per la strada ad un passante (passerby, pedestrian) possiamo chiedere:

– Scusi, sa dirmi che ora è?

– Scusa, sai dirmi come si arriva in centro?

In questo modo siamo più gentili.

Quando facciamo un errore nel discorso. Quando stiamo parlando potrei per esempio raccontare le mie vacanze dire:

– Lo scorso luglio sono andato in Messico, è stato una vacanza davvero bella. No, scusa, lo scorso giugno
-Erika, ma noi dovevamo andare a un concerto, è questa settimana? Quand’è?
-Sì, è venerdì.. no, scusa, sabato.

– Domanda indignata o retorica

Un altro caso è quando esprimiamo una domanda indignata (outraged, angry) oppure arrabbiata o anche retorica in alcuni casi come per esempio:

-Scusa, Erika ma perché ti comporti in questo modo? Scusa ma ti sembra un comportamento consono (=appropriato)?
-Scusa ma che stai dicendo, sei impazzito?

Sentite proprio la furia che emaniamo (the fury we emanate) con tutto il nostro corpo.  Non siamo attori, scusate.

– Quando siamo contrariati

Un altro caso è quando siamo contrariati (bothered, not happy). Potremmo definirlo il “sorry not sorry” della lingua italiana, perché non siamo davvero dispiaciuti. Non vogliamo chiedere scusa perché non ci sentiamo in colpa però per “attutire il colpo(soften the blow) e anche qui – come nel caso delle informazioni per cui diciamo “scusi, che ora è?” – vogliamo essere più gentili, quindi diciamo.:

-Scusa, ma se ti comporti così con me io ti devo lasciare.
Ovviamente  non sono (mi sento) in colpa.

-Scusa, ma mi hai molto ferita (you hurt me) con le tue parole.
Scusa tu! Sono io che devo chiedere scusa, non Erika. Però lei userebbe ‘scusa’ per essere meno diretta e meno aggressiva magari nel dirmelo.

– Quando siamo confusi

Infine usiamo scusa quando siamo confusi, non capiamo qualcosa, abbiamo un dubbio. Quindi Erika potrebbe dirmi:

– Ciao Davide, allora vieni alla mia festa stasera?
– Scusa, ma.. la tua festa non era domani?
– No è stasera..
– Oh *****

Vi ricordo anche che ‘una scusa’ -il sostantivo ‘scusa’ – è anche una giustificazione inventata (a made-up excuse) (come in inglese ‘excuse’), una giustificazione non credibile, poco veritiera (true, sincere) o magari qualcosa che diciamo per non dover fare qualcos’altro. Quindi posso ‘inventare una scusa(come up with an excuse), oppure posso dire:
-Stefano non è venuto ieri alla mia festa, si è inventato una scusa, ha detto che doveva lavorare.

-Dai, dimmi la verità, non ti inventare sempre scuse!

– Stasera dovrei uscire con i miei amici, ma non ho voglia. Però ho una scusa perfetta, ovvero che la mia macchina si è rotta, quindi non devo andare.

Però non dite scuse, perché non sono belle da dire.

Ricapitolando (to sum up), quando diciamo ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ stiamo esprimendo il nostro dispiacere, oppure la nostra empatia o compassione per qualcosa che è successo ma che non dipende da noi, non abbiamo colpe; mentre se diciamo scusa (in tutte le sue possibili variazioni) stiamo invece dicendo che abbiamo colpa, che ci sentiamo in colpa e ci stiamo scusando perché vogliamo essere perdonati dall’altra persona.
Sono Davide del futuro, mi sono dimenticato di ripetere nel video che possiamo anche scegliere tra scusa e mi spiace nei casi in cui non siamo sicuri di avere colpa, quando non è chiaro. Infine ci sono dei casi particolari in cui si deve utilizzare solamente ‘scusa’.
Per concludere vi presentiamo il nostro solito dialogo poco realistico e abbastanza assurdo, ma penso che aiuti risentire tutti questi esempi e casi di cui vi abbiamo appena parlato.
E: Scusa Davide, sai dov’è la fermata del 56?
D: Scusa, ma perché devi prendere il 56?
E: Ma scusa, saranno anche affari miei (that’s my business)?
D: Scusami, non volevo essere invadente (intrusive, invasive), non ti arrabbiare!
E: No scusami tu, ti ho risposto male (snapped at you), mi dispiace. È che sono un po’ nervosa perché vado a un colloquio di lavoro.
D. Ma figurati, non ti preoccupare.
E. Comunque allora non sai dove passa il 56?
D. No, non lo so, mi dispiace, non conosco bene la zona.
E: Ma scusa… non ti sei trasferito qui (you moved here) già da qualche mese?
D: Si, però con la scusa che la mia ragazza vive vicino a dove lavoro, praticamente sto sempre da lei.
E: Beh, allora non hai scuse, domani sera siete invitati da me e Gianni per cena domani sera! No, scusa.. Dopodomani.
D: Dopodomani.. No, scusa non posso. Ho un impegno.

E con questo dialogo ridicolo – ma spero utile -, concludiamo questo episodio di Podcast Italiano. Vi invito a riascoltarlo perché vi abbiamo dato molte informazioni. Vi chiederei anche gentilmente di lasciare una recensione su iTunes perché questo aiuta il podcast (e purtroppo non ce ne sono molte). Aiuterebbe persone come voi che state imparando l’italiano a trovare il podcast. Detto questo, grazie per l’ascolto o per la visione. Spero di rivedervi molto presto. Grazie ancora e al prossimo episodio!
Ciao!