Episodi senza trascrizioni, Podcast

Bilancio sulla nostra esperienza Erasmus (con Erika) – RST #56


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Oggi (in realtà qualche settimana fa) io ed Erika tiriamo le somme della nostra esperienza in Erasmus nell’ultimo (si spera!) episodio sull’argomento. Vi linko i precedenti episodi e video dedicati all’Erasmus.
Ps: Questo doveva essere un video ma abbiamo deciso di tenere solamente la versione audio, dato che il video era troppo buio e in bassa qualità. Per questo motivo nell’episodio parliamo di “video”.

Episodi del podcast:
#50 – Come ci sta cambiando l’Erasmus? (con Erika)
#49 – Un mese di Erasmus! (con Erika)
#48 – La vita in un ostello di Budapest
#46 – Partiamo in Erasmus! Aspettative e paure (con Erika)

Video:
In Erasmus a Budapest!
Continua l’avventura in Erasmus
Il mio nuovo appartamento a Budapest
Alla scoperta della Slesia
Mercatini di Natale a Budapest (e aggiornamenti sulla mia vita)
Cosa pensiamo della Polonia
I mercatini di Natale di Wroclaw
La mia vita a Budapest
La città preferita di Erika

Erika ha anche scritto un post sull’Erasmus per il suo blog. Il livello è avanzato ed è sicuramente un’ottima pratica linguistica.

Sbrigare pratiche burocratiche – do paperwork
”Anche imparare a relazionarsi con gli sconosciuti, quando per esempio bisogna sbrigare pratiche burocratiche [….] ti fa diventare molto più sicuro dei tuoi mezzi” – 2:25
”Le pratiche burocratiche erano da sbrigare in tempi più brevi” – 11:00

Allargare gli orizzonti – broaden your horizons
“Dato che l’Erasmus è un progetto che ha come fine quello di farti allargare gli orizzonti” – 3:40

Cogliere un’opportunità (possibilità) – seize an opportunity
[andare in Erasmus] è una cosa che se avessi la possibilità (meglio: opportunità) di rifare in futuro la coglierei 6:50

Trasferirsi in pianta stabile da qualche parte — move permanently to one place
Cinque mesi non è come trasferirsi in pianta stabile in un luogo – 7:25

La vivevi (la vita) anche in maniera molto più intensa di quando vivi in pianta stabile in un posto e ti adagi 8:20
Erika usa il verbo “viversela” (intendendo la vita) anche a 33:40
”Non puoi vivertela così serenamente (se non hai una borsa di studio)”

Adagiarsi – to make oneself comfortable, to sit back (in a certain situation)
Vedi l’esempio sopra questo
Non so, io direi che mi sono abbastanza adagiato – 8:25

Moscio – bland, boring
Mi sembra tutto più intenso della vita qui, che è un po’ più moscia – 11:20

Impagabile – priceless, invaluable
Aldilà del freddo poter vedere il cielo azzurro è una cosa impagabile, condiziona l’umore in una maniera significativa – 14:05

Arzillo – lively, sprightly (for old people – vecchietto arzillo)
Fisicamente sei più arzillo, più sveglio se c’è il sole che entra (dalla finestra) – 15:05

Sfigato – lame (for a person: loser – quel ragazzo è uno sfigato)
Pensavo fosse una città un po’ più sfigata 16:50

Diramazione – branch, offshoot
C’era questa (organizzazione), che poi ha varie diramazioni – 18:15

Sostenere un ritmo – sustain a pace
Non mi andava di sostenere quel ritmo – 20:28
Non so come si trovino bene a sostenere un ritmo di questo genere – 22:05

Scemare – diminish, lessen, wane
Poi magari la cosa va scemando, però ci sono persone che anche durante l’anno abusavano di alcol – 21:05

Chiedere conto a qualcuno di qualcosa – Question sb, calls sb to account
Nessuno ti chiede conto di quello che fai – 20:30

Non fa per me (o per te, lui, ecc.) – it’s not for me
Questo stile di vita non fa per te -23:50

Spensierato – carefree
Fanno questo stile di vita perché sono più giovani e spensierati – 25:28

Deludere le aspettative – fall short of (sb’s) expectation
Una cosa che ha deluso le mie aspettative è che… – 29:00

Fare gruppo con qualcuno – be sociable, become friends and form a group with sbAll’inizio si faceva gruppo con tutti – 29:15
Si vedeva che avevano fatto gruppo – 29:45

Non rendere – non funzionare bene (about things translated literally into another language)
Anche perché magari in inglese non renderebbero, non farebbero ridere – 30:35

Retaggio culturale – cultural heritage
Avere lo stesso retaggio culturale certamente facilita 31:05

Schemi (mentali) – frames of mind
Ti fa uscire dagli schemi abituali a cui sei abituato – 32:30

Non essere rose e fiori – to not be a bed of roses (not everything is perfect)
Non che sia tutto rose e fiori – 34:15

Stare al passo – keep up
Nel momento in cui non riesci a stare al passo, è facile venire esclusi – 36:15

Andare incontro – meet halfway
Cerchi di andare incontro alle altre persone – 36:35

Rompere a qualcuno – annoy sb
Vi abbiamo rotto per mesi con l’argomento Erasmus – 38:20

Avanzato, Podcast

Cantare in un coro (con mia madre!) – Avanzato #12


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Ho l’onore per la prima volta di presentarvi mia madre, che vi racconterà la sua lunga esperienza di cantante in un coro. Come al solito, su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con la traduzione in inglese delle parole più difficili.
Buon ascolto!

Fin da piccola i miei (i miei genitori) mi dicevano che avevo una voce squillante (sharp, high-pitched voice). Muovevo appena i primi passi e già il macellaio di quartiere mi aveva soprannominato “la Callas” (famosa cantante lirica degli anni ’50-’60). All’asilo (in kindergarten) una delle suore (nuns) mi aveva notata come “la bambina che cantava con la voce fine” e così fui selezionata per partecipare al coretto dello spettacolo in onore dell’ispettore scolastico (school inspector), una figura importante all’interno della scuola. Alle scuole elementari non passava intervallo senza che cantassi (not a day went by that I didn’t sing) con le compagne i più recenti successi dello Zecchino d’oro (competizione canora italiana per bambini). Fu così che, visto il mio interesse per la musica e avendo un pianoforte in casa appartenuto a mia madrina (godmother), i miei genitori all’età di 9 anni mi fecero andare a lezione di pianoforte. Caso volle (as luck would have it) che la maestra di musica, oltre che pianista era pure, e soprattutto, cantante. Verso i 15 anni mi propose di cantare a prima vista (sight sing = cantare leggendo lo spartito [sheet music] senza preparazione) con lei un duetto dallo Stabat Mater di Pergolesi con lei, autore italiano del ‘700. Mi fece i complimenti! Da quel momento ripresi a cantare e non ho più smesso, salvo qualche periodo di interruzione.
Verso i 18 anni vengo coinvolta nel coro parrocchiale (church choir) della Messa delle 10 della mia parrocchia (parish), e in breve tempo passo a dirigerlo. E così conosco una ragazza che da lì a poco entrerà a far parte di un vero coro polifonico e vi trascinerà (“dragged” me into it) anche me! Mi si apre un mondo: quello della musica polifonica dal ‘500 agli autori contemporanei. Sono inserita nella sezione dei soprani 2, che, nel caso di pezzi a 5 voci, cantano note leggermente più basse rispetto ai soprani 1; per chi non sia esperto di musica corale, le altre tipiche sezioni di un coro polifonico comprendono i contralti ( voce femminile più bassa ), i tenori e i bassi (voci maschili rispettivamente più alta e più bassa).
Cantare in un coro è estremamente educativo: bisogna armonizzare la propria voce con le altre, non comportarsi da solisti, seguire attentamente le indicazioni del direttore, studiare a casa la propria parte quando richiesto, partecipare assiduamente (regularly) alle prove (rehearsal). E poi ci sono i concerti, in cui ci si mette alla prova, e lo spirito di gruppo acquisito con l’esercizio, unito all’abilità del direttore, ne determina in buona parte il successo (determines its success to a large extent).
Ma la sensazione più appagante (fulfilling) è sentire la propria voce sovrapposta armonicamente alle altre che eseguono parti differenti: per un corista alle prime armi (who is a beginner) l’effetto può essere insieme sconvolgente (shocking) (perché il rischio di confondersi e sbagliare è più che mai in agguato [lurking]) ed esaltante (perché se le note sono giuste il risultato di insieme (overall result) che ne deriva è stupefacente). Con l’esperienza il corista impara a prestare attenzione non solo alla propria voce ma anche a quelle altrui (other people’s), specialmente se cantano parti diverse: in questo modo la sua voce si immerge nell’armonia complessiva, le sue note non sono più isolate ma acquistano un senso in quanto unite ad altre note, il suo respiro si adegua al respiro altrui perché, come qualcuno sostiene, ” il respiro è già canto”.
Insomma, un’esperienza appagante valida per tutte le età, i livelli e generi musicali: se già cantate in un coro raccontate le vostre esperienze; altrimenti fateci un pensierino! (give it a thought)

Il pezzo in chiusura che avete sentito si chiama “Il bianco e dolce cigno” di Jacques Arcadelt ed è eseguito dall’Accademia corale Guido d’Arezzo, il coro dove canta mia madre. Se volete potete vederlo anche in versione video su YouTube. Vi lascio il link nella pagina dell’episodio sul sito. Ringrazio mia madre per la partecipazione e vi chiedo per favore di lasciare una recensione su Apple Podcasts se vi è piaciuto questo episodio. In questo modo altre persone scopriranno Podcast Italiano. In alternativa, potete fare quello che ho sentito da qualche parte, ovvero raccontare ad almeno una persona che impara l’italiano (se conoscete almeno una persona di questo tipo) dell’esistenza di Podcast Italiano. Almeno una. Questo mi aiuterebbe più di quanto immaginiate perché il passaparola (word of mouth) è molto, molto efficace. Grazie ancora e a presto!

Podcast, Principiante

Cartolina dalla montagna – Principiante #16 – Absolute beginners


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Ciao, sono Erika. Oggi vi leggerò un breve testo per principianti. Lo leggerò prima lentamente e poi a velocità naturale. Cominciamo!
Hey! I’m Erika. Today I’m going to read a short text for beginners. First, I’m going to read it slowly, then at normal (natural) speed. Let’s start.

Cartolina dalla montagna
Postcard from the mountains

Caro Podcast Italiano,
Dear Podcast Italiano,

Ti piace la montagna? A me piace molto sia in inverno sia in estate.
Do you like the mountains? (the mountain). I like it a lot, both in [the] winter and in [the] summer.

Oggi nevica e fa molto freddo. I prati e gli alberi non sono verdi, ma coperti di neve bianca. Nel cielo ci sono nuvole grigie.
It’s snowing today, and it’s very cold. The lawns and the trees are not green, but covered with white snow. There are many grey clouds in the sky.

Molte persone stanno sciando. Io non so sciare, ma voglio imparare. Mio fratello invece* sa sciare molto bene e vuole insegnarmi. Ora vado al bar, mangio un panino e bevo una cioccolata calda e dolce.
Many people are skying. I can’t sky, but I want to learn. My brother can ski very well and wants to teach me. I’m going to the bar now, I’m going to eat a sandwich and drink a sweet, hot chocolate.

Un saluto,
Erika

*Invece is used to indicate a contrast, in this case between me and my brother.

More episodes for beginners.

 

Episodi senza trascrizioni, Podcast

La realtà virtuale (con Erika)- RST #55


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In questo episodio io ed Erika vi parliamo della nostra prima esperienza con la realtà virtuale. Buon ascolto!

Inciampare/inciamparsi = trimp, stumble
“Non vedi (il cavo) nella realtà virtuale, quindi rischi di inciamparti” – 7:15

Intralciare = to get in the way
“Un cavo che ti intralcia” – 7:25

Guinzaglio = leash
“Era tipo un guinzaglio ” – 8:02

Novellino = principiante, persona “alle prime armi”
“Eravamo novellini” 9:02

Rimanerci male = to feel sad, disappointed
“Se dopo mezz’ora vi dicono che dovete andarvene ci rimanete male” 9:57

Suscitare =causare / cause, raise
“Il primo era uno di quelli che ti suscitavano più emozioni” – 10:35

Sporgere = stick out, hang out
“Dal bordo del palazzo sporgeva un asse” – 11:25

Tattile = tactile, che riguarda il tatto (tocco)
“Ti mettevano proprio un pezzo di legno così tu avevi anche la sensazione tattile di essere in equilibrio” – 12:23

MI tremavano le gambe – MY legs were shaking
“A me tremavano tantissimo le gambe” – 14:10

Aggrapparsi a- hold onto sth
“Volevo aggrapparmi al palazzo” – 16:04

Razzo – rocket
“Bisognava volare per la città attraverso una specie di razzo” 17:05

Andare a picco =  plummet
Schiantarsi = crash, slam into
Sfracellarsi =smash to pieces, get crushed
“A un certo punto sono caduta a picco […] e mi sono schiantata contro un muro […] mi sembrava di starmi per sfracellare” 17:55
Mi viene da… – I feel the impulse to…
“A me veniva da piegarmi” – 21:35

Volteggiare – ciò che fanno gli uccelli  (tipo le aquile = eagles) in aria
“Questa era una simulazione in cui volteggiavamo” 22:55

Tiro con l’arco =  archery
“Poi dopo c’era il tiro con l’arco” 26:02

Mirare = aim
“Con questo arco dovevamo mirare e colpire dei nemici” 26:25

Spada laser = lightsaber
“Perché avevi in mano delle spade laser” – 29:48

Avere il fiatone – to be out of breath
“Alla fine avevo il fiatone ” – 31:50

Allettante – tempting, enticing, attractive
“Ci sarano degli universi molto più belli, più allettanti – 35:05

Toccare con mano – see first-hand / with your own eyes
“Dopo aver toccato con mano le potenzialità della realtà virtuale” – 36:09

Avanzato, Podcast

La bufala sulle lingue – Avanzato #11

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Benvenuti su Podcast Italiano. Questo è un episodio di livello avanzato. Vi ricordo che podcastitaliano.com troverete la trascrizione integrale dell’episodio con la traduzione delle parole e delle strutture più difficili. Buon ascolto!



In questo episodio di livello avanzato voglio affrontare una questione che nel mondo delle lingue e della linguistica è sempre di moda, ovvero: è vero che la nostra madrelingua influenza la nostra visione del mondo?
Ho deciso di scrivere questo episodio dopo aver letto il libro “The Language Hoax” di John McWhorther, il mio linguista in assoluto preferito, conduttore di un podcast eccezionale chiamato Lexicon Valley e autore di numerosi libri altrettanto interessanti. Come potete intuire dal titolo la posizione di McWhorther è molto netta: questa idea è una vera e propria bufala (hoax), che peraltro (besides, furthermore) circola da molto tempo e periodicamente si ripresenta (shows up again) sotto forma di articoli acchiappa-click (click-bait) su internet e sulle testate giornalistiche (news media, newspapers) online.
Questa teoria è conosciuta come “ipotesi di Sapir-Whorf”, dal nome dei due studiosi, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, che per primi ne hanno parlato negli anni venti, ma è anche nota come “ipotesi della relatività linguistica”. Secondo Whorf (e cito):”

Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all’interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua”

Da questa citazione si evince (we can deduce, infer) l’idea centrale di Whorf, ovvero che la nostra percezione della realtà varia a seconda della lingua che parliamo.
Whorf parlò, per esempio, degli Hopi, una popolazione nativa americana , la cui lingua, a sua detta (=secondo lui, according to him), non aveva modo di esprimere il tempo passato e futuro. La conclusione a cui giunse Whorf era che, a differenza delle lingue di matrice europea (of a european nature), gli Hopi avessero una percezione del tempo non lineare, ma ciclica. E questo era causato da questa peculiarità della loro lingua, che, appunto, influenzava la loro visione del mondo. Si dà il caso che Whorf non conoscesse bene la lingua Hopi, che, in realtà, è assolutamente in grado di esprimere il concetto di passato e di futuro. Ma anche se così non fosse (if that weren’t the case): è corretta l’idea secondo la quale le caratteristiche della grammatica di una lingua fanno sì che i suoi parlanti percepiscano il mondo in un modo completamente diverso? La risposta di McWhorther è, come avrete capito, no. È sicuramente un’idea attraente, molto “hippie” in un certo senso, ma… si tratta, ahimè, di una bufala.
Il fatto che, per esempio, la lingua russa abbia un sistema estremamente complicato per esprimere quello che in tante lingue europee sarebbe un verbo solo, ovvero “andare”, non significa che i russi percepiscano l’idea di movimento in una maniera più precisa. Semplicemente la loro lingua non lascia al contesto alcune informazioni ma, al contrario, obbliga i suoi parlanti ad esplicitarle (make them explicit). “Andare a piedi” e “andare con un mezzo di trasporto” sono due verbi diversi in russo, ma questo non significa che un parlante madrelingua italiano o francese che senta la frase “sono andato in Australia” ha dubbi sulla natura del movimento… ovviamente, chiunque abbia pronunciato questa frase in Australia non ci è andato a piedi, e il contesto ci aiuta a capirlo.
Per fare un altro esempio: esiste una lingua parlata in Amazzonia chiamata Tuyuka che possiede una caratteristica grammaticale nota come “evidential marker”. Un evidential marker è un indicatore che ci aiuta a capire la natura di una data informazione. Nella lingua Tuyuka funziona così: alla fine di ogni affermazione è necessario aggiungere un suffisso che indica come siamo venuti a conoscenza (how we became aware) di questa informazione e se siamo sicuri che sia vera o no. Esiste un suffisso che significa “ho sentito”, uno che significato “ho visto”, ce n’è uno per “apparentemente, ma non ne sono sicuro” e uno per “si dice che”. Se accettassimo l’ipotesi Sapir-Whorf potremmo concludere che i Tuyuka debbano essere un popolo per natura scettico, meno ingenuo (naive: ATTENZIONE! non “ingenious”! è un falso amico) di altri. Infatti la loro lingua li obbliga a esplicitare la fonte di qualsiasi informazione decidano di comunicare. Per quanto questa conclusione possa essere allettante (enticing), spiega McWhorther, pensiamo alle lingue europee. Nessuna lingua europea contiene gli evidential markers, tranne il bulgaro. I bulgari sono per caso un popolo più scettico degli altri popoli europei? Più scettici dei greci, inventori della filosofia in cui lo scetticismo è una qualità fondamentale? Un’affermazione del genere è evidentemente strampalata (outlandish, preposterous). I bulgari non sono in alcun modo più scettici dei Greci o di altri popoli europei.
Nel libro McWhorther apporta tantissimi esempi (provides many examples) che, a mio modo di vedere, dimostrano in maniera chiara e netta la veridicità (veracity, truthfulness) della sua posizione.
Tutti noi essere umani percepiamo il mondo essenzialmente allo stesso modo. È sì vero che (while indeed… – followed by “ma” later on) degli esperimenti hanno dimostrato qualche minima differenza riconducibile alle differenze linguistiche, ma si tratta di esperimenti estremamente artificiali che, per esempio, mostrano differenze di millisecondi nel premere un certo bottone. Minuscole differenze di questa natura non rappresentano certo una “visione del mondo” e non hanno ripercussioni al di là del laboratorio.
È innegabile (undeniable) che la cultura influenzi la lingua per quanto riguarda la terminologia. Lingue che possiedono vari pronomi da scegliere in base alla classe sociale del nostro interlocutore (come il coreano) lo dimostrano. Gli eschimesi hanno più parole per descrivere la neve (anche se, probabilmente non centinaia come secondo una famosa leggenda urbana) perché… beh, vivono circondati dalla neve. Nulla di così strano e inaspettato. Ma affermare che le caratteristiche di una lingua influenzano il modo in cui pensiamo e la nostra visione del mondo è un argomento molto pericoloso. Anche perché spesso è motivato da un sentimento di accondiscendenza (my bad – I was influenced by the English “condescending”, which would be “paternalistico in Italian. “accondiscendenza” means “compliance”): si vuole dimostrare che popoli o tribù in regioni remote del mondo non sono inferiori a noi europei o nord-americani e che, in realtà, hanno un modo completamente diverso di vedere il mondo che dobbiamo salvaguardare (preserve). Per quanto l’intento possa essere buono, il risultato è che eleviamo la lingua di questi popoli quando presenta caratteristiche interessanti che non esistono nelle lingue a noi più familiari, ma non pensiamo alle conseguenze pericolose che questa ipotesi logicamente implicherebbe. Prendiamo l’esempio del cinese, una lingua in cui non esiste né tempo futuro né passato, in cui non esiste il genere, in cui non esiste l’ipoteticità. Le seguenti frasi sono ben distinte in italiano (così come in inglese):


“Se vedi mia sorella capisci che è incinta”
“Se vedessi mia sorella capiresti che è incinta”
“Se avessi visto mia sorella avresti capito che è incinta”


Tuttavia, queste tre frasi si traducono allo stesso identico modo in cinese, ovvero:

“Se tu vedi io sorella tu sai lei incinta diventa”

Non esiste il condizionale, non esiste il passato.
Seguendo la logica dell’ipotesi Sapir-Whorf, potremmo pensare che i cinesi non siano in grado di percepire l’ipoteticità a livello teorico oppure che la percepiscano con maggiore difficoltà. Questa è chiaramente un’idea assurda e sbagliata che nemmeno i più ferventi sostenitori (fervent/warm supporters of) dell’ipotesi Sapir-Whorf avanzerebbero (would promote, propose). In altre parole: quando una lingua ha qualcosa che la nostra non ha (soprattutto se è una lingua parlata da una tribù di pochi elementi) ne siamo meravigliati, ma quando a una lingua manca una caratteristica che esiste nella nostra siamo molto più cauti (cautious) nel trarre conclusioni (draw conclusions) del tipo “i cinesi sono meno capaci di percepire aspetti della realtà” o, addirittura “i cinesi sono meno intelligenti”. Due pesi, due misure (double standards), insomma.
Le lingue non influenzano né il nostro modo di pensare, né sono influenzate dai nostri bisogni come popolo, per così dire. Non è che i Tuyuca posseggano un evidential marker perché gli serve nella loro vita di tutti i giorni, così come noi italiani non abbiamo il congiuntivo perché non possiamo stare senza (do without) a causa del nostro stile di vita molto… ipotetico? I nostri vicini francesi hanno un congiuntivo molto meno ricco del nostro e non sembrano aver problemi a percepire l’ipoteticità di una situazione. Le lingue semplicemente si evolvono in maniera casuale e imprevedibile. Come spiega McWhorther, le lingue sono come una zuppa, al cui interno inevitabilmente si formano delle bolle (bubbles). Non sappiamo dove, non sappiamo quante, non sappiamo quanto grandi, ma sappiamo che delle bolle da qualche parte spunteranno (they are going to pop up). Queste bolle sono le complicanze, le stranezze, le peculiarità della lingua: sono il congiuntivo in italiano, sono i numerosi tempi dell’inglese, sono i verbi di movimento in russo, sono i toni in cinese, ecc.
Questa teoria è conosciuta anche con il nome di teoria del caos.
In conclusione, la grammatica di una lingua non influenza il nostro modo di pensare o la nostra visione del mondo. Sicuramente la nostra cultura influenza il vocabolario della nostra lingua, ma questo è francamente come scoprire l’acqua calda (reinventing the wheel). È ovvio che se in arabo ci si saluta utilizzando una frase traducibile con “su di te la pace e la misericordia di Dio” questo dice qualcosa sulla loro religiosità, ma non è niente di sorprendente (it doesn’t come as a surprise). Le lingue sono interessanti più che altro perché sono tutte in grado di esprimere gli stessi concetti, e lo fanno adoperando le strategie più disparate (employing all kinds of strategies), a volte ingegnose (ingenious – this time!), a volte davvero stupefacenti. Magari per esprimere un concetto in una lingua non esiste una parola e abbiamo bisogno di più parole, ma non c’è nulla che non possa essere tradotto. Vi lascio con una citazione di McWhorther che mi sembra riassuma bene il suo libro:

“Se volete studiare la maniera in cui gli essere umani sono diversi, studiate le culture. Ma se volete capire meglio ciò che rende gli essere umani di tutto il mondo uguali, oltre alla genetica, ci sono ben pochi posti migliori da dove iniziare che non siano le lingue”.


 

Questo era tutto per oggi, vi ringrazio per averlo ascoltato questo episodio di livello avanzato, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per interiorizzare le strutture e le parole complicate che ho utilizzato in questo testo. Se vi è piaciuto questo episodio vi chiederei di lasciare una recensione su Apple Podcasts, questo aiuterebbe altre persone a trovare Podcast Italiano. Grazie ancora per l’ascolto, alla prossima! Ciao.

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