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La lingua latina – Avanzato #17

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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano!
Di recente ho ritrovato un file con il copione, quindi il testo, di un  episodio di livello avanzato che non ho mai registrato. Risale a quasi un anno fa, pensate! Dato che mi sembra un episodio interessante, ho deciso di registrarlo ora.
Il tema di questo episodio  è la lingua latina, più nello specifico il rapporto degli studenti italiani con il latino, ma anche il rapporto che ho io con la lingua di Cesare. Seguite il link nella descrizione dell’episodio per leggerne la trascrizione.

Il latino, come quasi tutti gli studenti che lo apprendono, l’ho studiato al liceo. Ho fatto il liceo scientifico (andate a risentirvi l’episodio sulla scuola in Italia se non sapete cos’è un liceo) e a liceo scientifico si è obbligati a imparare il latino.
Per chi non lo sapesse, il latino che si impara nella scuola italiana è il latino classico, che parlavano gli antichi romani ai tempi della repubblica e dell’impero romano. Con il passare dei secoli la lingua si è deteriorata – oppure, per non dare giudizi di merito, è cambiata – suddividendosi in tutte le lingue romanze che conosciamo noi. L’italiano, per ovvie ragioni geografiche e storiche, è la lingua più simile al latino. Effettivamente leggendo testi latini, pur non comprendendoli, magari a causa delle differenze nel sistema grammaticale, abbiamo tuttavia un grande senso di familiarità. Inoltre – e questo credo sia una peculiarità italiana – la pronuncia che apprendiamo è la cosiddetta “pronuncia ecclesiastica”. Che cosa significa? Beh, il latino dopo la caduta dell’impero romano è rimasto la lingua della chiesa e dello Stato della chiesa, del Vaticano. La pronuncia, però, è cambiata. Anche durante le celebrazioni ufficiali, la pronuncia, appunto ecclesiastica, era più simile alla pronuncia delle nuove lingue (o dialetti) che erano andati a formarsi. Quindi il latino ecclesiastico è una sorta di latino pronunciato all’italiana.

Copione = script
Per chi non lo sapesse = for those who don’t know
Con il passare dei secoli = with the passing of centuries
Giudizio di merito = value judgment
Pur non comprendendoli = anche non capendoli, anche non li capiamo
Ecclesiastico = relativo alla chiesa


Facciamo degli esempi:
– in latino si diceva “kentum”, non centum.
– in latino si diceva “winum”, non vinum.
– in latino si diceva “kaesar”, non cesar.
– in latino si diceva “Genua”, non Genua, per parlare della città che oggi conosciamo come Genova.
Potrei apportare molti altri esempi.
Il sistema vocalico era persino più complicato, dunque non ne parlerò. Che io sappia, tuttavia, in altri paesi si cerca di imparare una pronuncia più corretta dal punto di vista filologico, quindi più simile a quella originale. Va detto che, non essendoci registratori, non è possibile sapere con certezza come parlassero i romani, ma è possibile fare stime accurate.

Parliamo del rapporto degli studenti italiani con il latino. Innanzitutto è importante sottolineare che il latino ha la  reputazione di materia complicata e, per alcuni, persino del tutto inutile. La domanda classica che molti si pongono (ma non solo nel caso del latino) è “ma a che serve imparare una lingua morta, che non si parla da 2000 anni?”.
Vi dico subito che non sono qui per dire quanto sia bello imparare il latino, ma nemmeno per dire quanto sia noioso e inutile. Nel mio caso è stato entrambe le cose: a volte interessante, a volte assolutamente frustrante. Da un certo punto di vista sono contento di avere le conoscenze che ho oggi, perché mi aiutano a comprendere meglio l’influenza del latino sulla mia lingua, ma anche su tante altre lingue. Persino il russo è pieno zeppo di parole di origine latina che, come di solito accade (lo stesso accade in inglese), sono di un registro più alto e formale rispetto alle parole, per così dire, “autoctone“.
Dall’altro lato mi chiedo: non sarebbe stato forse più proficuo dedicare tutte queste ore umane allo studio di qualche altra materia, magari più utile al giorno d’oggi? Per fare un esempio, programmazione?
Non è una domanda retorica, me lo chiedo per davvero. Secondo me porsi questo interrogativo è lecito.

Non essendoci registratori = dato che non c’erano registratori (recorders)
Del tutto = completamente
Pieno zeppo = completamente pieno / chock-full
Autoctono = locale / native
Proficuo = profitable, beneficial

Un aspetto dello studio del latino a scuola che non mi piace affatto è la metodologia con cui viene insegnato. Questo non è molto diverso alla maniera in cui vengono insegnate altre lingue straniere ma, se vogliamo, nel caso del latino è persino peggio. Infatti l’apprendimento scolastico del latino non ha alcuna componente attiva: non si parla, non si ascolta. Si impara solamente la grammatica e si traduce, solitamente dal latino verso l’italiano, facendo una “versione”, ovvero uno “spostamento”, una traduzione. I test (verifiche) di Latino spesso consistevano in versioni, traduzioni. Mi ricordo scene di miei compagni che copiavano grazie all’ausilio dei già esistenti smartphone le versioni dal telefono, facendo traduzioni in italiano decisamente superiori alle loro capacità, a mio modo di vedere in maniera alquanto sospetta. In maniera inspiegabile però la facevano franca quasi sempre e non destavano dubbi nei professori!
Insomma, il latino piaceva e piace a pochi, questo è fuor di dubbio. C’è un aspetto che però a me ha sempre affascinato, ovvero l’etimologia del latino e il lascito del latino all’italiano. Successivamente, questo è stato utile anche nell’imparare altre lingue, romanze e non. Vi faccio alcuni esempi di etimologie interessanti. Il primo riguarda la parola “considerare”, composto di “cum” (“con”) e “sidus”, stella. Abbiamo altre parole che derivano da “sidus”, come “distanza siderale”, ovvero una grande distanza, un freddo siderale (molto freddo), facendo un allusione al freddo dello spazio. Ma che c’entrano le stelle con “considerare”? Beh, gli antichi guardavano le stelle per riflettere sul destino. In un certo senso, mettevano insieme le stelle e, un po’ come fanno gli astrologi, facevano predizioni sul futuro.

Copiare = (qui) copiare le risposte di qualcuno in un test a scuola / to cheat on a test by “copying” someone’s answers

Pensate anche a “desiderare”, in cui al posto di “cum” abbiamo “de”, che indica una direzione dall’alto verso il basso oppure un’assenza (come un caffè decaffeinato, senza caffeina). In questo caso, l’assenza di una stella (o di un astro) rappresentava una delusione, una mancanza. Quindi, “si desidera” qualcosa che non si ha.
Oppure all’inglese “despise”, che viene dal latino (tramite il passaggio in francese) “despicere”. “spicere” significa guardare. Pensate a “spettatore”, “aspettare”, “rispettare”, “ispettore”, ecc. In questo caso, “despicere” significava guardare (spicere) dall’alto verso il basso (de). Chi guarda dall’alto in basso.. beh, prova sdegno! In italiano diciamo “disprezzare“, che però deriva dalla parola prezzo, o in latino “pretium”, ovvero abbassare il valore di qualcosa (contrario di “apprezzare”).
Di esempi simili ce ne sono vagonate, dunque mi fermo qui prima che sia troppo tardi e che l’episodio diventi lunghissimo. Al giorno d’oggi però il latino mi aiuta a notare tante piccole cose di questo tipo. Per un nerd delle lingue come me è una fonte di una certa soddisfazione e sorpresa.
Al giorno d’oggi credo di essermi dimenticato molto di quanto sapevo del latino, com’è normale che sia dopo molto tempo che qualcosa viene abbandonato. Chissà, un giorno potrei ritоrnarci e riscoprirlo un po’.
E voi avete mai imparato il latino? Vi affascina come lingua o non vi interessa? Scrivetemi nei commenti sul sito.
Questo era tutto per oggi, se vi è piaciuto questo episodio riascoltatelo più di una volta per memorizzare le parole e le strutture. Inoltre io ed Erika abbiamo aperto una pagina Teespring di merchandise. Se trovate Podcast Italiano utile e volete aiutarci potete, oltre a fare una donazione su PayPal (che è sempre apprezzato), anche comprare una maglietta, una borsa, una tazza con su scritto “Podcast Italiano”. Perché no? è un modo di supportare noi e di ricevere qualcosa in cambio. Quindi andate a dare un’occhiata alla collezione, sempre seguendo il link nella descrizione. Ho fatto anche la rima!
Detto questo, grazie per l’ascolto. Ci sentiamo nel prossimo episodio!
Alla prossima.

Sdegno = indignation, disdain
Disprezzare = to despise
Ce ne sono vagonate = there are truckloads of them
Ho fatto la rima = I even made it rhyme

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“L’Italia fa schifo” – Avanzato #16 – VIDEO

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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano. Benvenuti in un un nuovo episodio di livello avanzato. Se avete letto il titolo di questo episodio potreste aver pensato che sono uscito di testa. “L’Italia fa schifo”? Ma che stai dicendo, Davide! Sei fuori?
Premetto subito che non penso che l’Italia faccia schifo. Questa frase riassume però il punto di vista pessimistico di molti italiani, in particolar modo di noi giovani. Ho notato che c’è una enorme disparità tra come noi italiani vediamo il nostro paese e quello che pensano dell’Italia gli stranieri. Lo vedo nelle mie lezioni: quanti di voi mi dicono che imparano l’italiano per amore della cultura, del cibo, oltre che della lingua in sé.
Non dico che noi italiani non sappiamo apprezzare le bellezze del nostro paese e della nostra cultura; dico che noi ci concentriamo più facilmente sugli aspetti negativi, mentre voi stranieri solitamente su quelli positivi.

Uscire di testa = go out of one’s mind
Disparità = differenza – disparity
Per amore = for the love of, for the sake of

Forse questo non è così sorprendente: si sa, alla fine “l’erba del vicino è sempre più verde”.
Voglio però spiegarvi perché secondo me esiste questa disparità di opinioni tra noi italiani e voi stranieri. Secondo me i motivi sono principalmente due:
Il primo è che noi italiani siamo in un certo senso abituati a ciò che voi apprezzate maggiormente dell’Italia. Sì, amiamo il nostro cibo, ma in fin dei conti per noi il cibo italiano non è cibo italiano, è cibo e basta. Ci piace molto e ci manca quando siamo all’estero, ma ci siamo abituati.
La stesso vale per l’architettura e per le bellezze storiche e culturali dell’Italia: siamo talmente abituati a chiese del 1200 che vederne una non ci fa un grande effetto, come se ne fossimo assuefatti.

Il secondo è che vivere in un paese non è come visitarlo. Se è vero che alcuni degli aspetti negativi dell’Italia possono anche interessare un turista (treni in ritardo, disorganizzazione, sporcizia in alcune città), un italiano che vive in Italia ha a che fare con gli stessi problemi e con molti altri che magari un turista o uno straniero che ama l’Italia non conosce e di cui vi parlerò oggi. Vediamo questi motivi che spingono alcuni di noi a dire che “l’Italia fa schifo”.

L’erba del vicino è sempre più verde = the grass is always greener on the other side / si pensa sempre che le cose negli altri paesi siano migliori

Fare effetto = to affect, to impress, to surprise, etc. – in questo caso = non ci impressiona
Assuefatto = abituato – di solito si dice di una medicina che non funziona più
Sporcizia = dirt, filth, in questo caso spazzatura (trash)
Spingere = to push letteralmente, in questo caso “ci portano a dire”, “ci fanno dire” (make us say)

– la disoccupazione giovanile. In Italia il livello di disoccupazione giovanile (calcolata tra giovani tra i 15 e i 24) anni è circa al 30%. Questo è un problema che persiste da anni e per il quale la politica non fa e non ha fatto pressoché nulla, perché si sa, alla politica i problemi di difficile soluzione, da affrontare con strategie a lungo termine non interessano.
Collegato a questo problema c’è quello della “fuga di cervelli”: ci sono tanti laureati, ragazzi qualificati che preferiscono abbandonare l’Italia perché non hanno grandi prospettive di lavoro qua in Italia. Tanti ricercatori per esempio si vedono costretti ad emigrare per andare dove avranno la possibilità di fare ricerca. Si sa che quando tutte le menti più intelligenti del tuo paese se ne vanno all’estero le prospettive di crescita del paese intero vanno in fumo.

– le tasse altissime. In Italia la pressione fiscale è estremamente alta se si considera la qualità dei servizi che riceviamo. La percentuale delle tasse rispetto al PIL italiano è del 43% circa. Cioè, le tasse che riceve lo stato ammontano al 43% del prodotto interno lordo. Ci sono sicuramente paesi in cui questo rapporto è simile, come la Germania. Nessuno però oserebbe dire che l’efficienza delle infrastrutture, dei trasporti e degli ospedali italiani sia allo stesso livello dei corrispettivi tedeschi.
Il problema è collegato all’altissima evasione fiscale. Tanti in Italia evadono, ovvero non pagano le tasse e quindi lo stato è costretto ad aumentarle. L’Italia è infatti il primo paese in Europa per evasione fiscale. Si è stimato che per ogni euro riscosso dal fisco, ovvero effettivamente pagati in tasse, 23 centesimi siano evasi. Questo crea un circolo vizioso: se tante persone non pagano le tasse, le persone che le pagano finiscono per pagarne ancora di più.

Persistere = durare, continuare (ma più formale)
Pressoché = quasi (ma più formale)
Fuga di cervelli = brain drain – quando persone qualificate fuggono (run, flee) dal proprio paese alla ricerca di lavoro
Andare in fumo = go up in smoke, go down the drain – finire male
PIL = prodotto interno lordo, GDP
Osare = to dare
Evasione fiscale = tax evasion – non pagare le tasse
Fisco = treasury – un nome usato per indicare il Tesoro dello stato
Circolo vizioso = vicious cycle

– l’istruzione inadeguata. Secondo vari studi statistici i ragazzi italiani hanno capacità di lettura e competenze in scienze e matematica inferiori a quelle dei coetanei in altri paesi. Meno di un italiano su tre tra i 25 e 34 anni ha una laurea (in Europa la media è del 44%). Meno di un italiano su sei in età lavorativa è laureato (peggio dell’Italia c’è solo la Romania). Noi italiani, in sostanza, siamo un popolo abbastanza ignorante. Un popolo ignorante è anche un popolo facilmente manipolabile dalla politica. Ogni riferimento alla situazione politica in Italia o al fatto che Berlusconi abbia governato 4 volte è puramente voluto.

– i trasporti e le infrastrutture inadeguate. In paesi che ho visitato come l’Ungheria e Polonia, che sicuramente hanno economie meno forti della nostra, i trasporti cittadini e le infrastrutture (almeno nelle grandi città) sono anni luce dai nostri. Va detto che forse questi paesi ricevono molti fondi europei, però è inaccettabile che Roma, una delle città più visitate al mondo, abbia un sistema di trasporti disastroso, strade piene di buche, sporcizia ad ogni angolo. O che Torino per esempio abbia ancora tram degli anni 80. Per non parlare delle scuole fatiscenti, degli ospedali inadeguati, dei ponti che crollano, del fatto che una nuova opera richieda anni ed anni di lavoro per essere ultimata, e più grande è più è possibile che ci sia il problema della…

– mafia. Sì, in Italia la mafia esiste, è un problema attuale e ancora irrisolto. Molti miei studenti mi chiedono, incuriositi, se questa cosa che sembra tanto stereotipata e quasi “da film” sia davvero vera. Lo è purtroppo, e non solo al sud. La mafia si infiltra negli appalti, nelle grandi opere, nella politica. Certo, l’estorsione mafiosa, ovvero il “pizzo”, quella somma di denaro che bisogna pagare alla mafia se si ha un negozio, un ristorante, un’impresa è un problema concentrato al sud-Italia, ma la mafia a grandi livelli è un problema in tutto il paese.

Coetanei = peers – persone della stessa età
Manipolabile = che si può manipolare, controllare (in senso negativo)
Anni luce da = light yefromars, in questo caso = molto peggio rispetto a  
Fatiscente = crumbling, run-down, in condizioni pessime
Appalti = tender, contract
Grandi opere = grandi costruzioni
Pizzo = protection money

È per questo (e a dire il vero, per tanti altri motivi) che l’Italia spesso ci fa incazzare. E forse, in un certo senso, rosichiamo (almeno io lo faccio), ovvero siamo frustrati: perché il nostro è un paese che ha potenzialità incredibili, un territorio bellissimo, un clima mite e soleggiato, mare, montagne, colline, forse la cucina migliore al mondo, una quantità di siti unesco che non può vantare nessun altro paese al mondo, e, non dimentichiamoci che è anche la nona economia più forte del pianeta. Però, come ho detto, quando in un paese ci vivi e quando hai a che fare con tutto il peggio che questo ha da offrire, quando non si ha un lavoro, quando il treno è cancellato per l’ennesima volta, quando senti che all’estero guadagnano molto più di quanto tu possa guadagnare facendo lo stesso lavoro, ecc., ecc.,  è facile dimenticarsi del sole, del mare, degli spaghetti allo scoglio e del Chianti.
Non sono però di certo una persona che ritiene che l’estero sia la terra promessa, che trasferirsi all’estero risolva tutti i tuoi problemi e migliori la tua vita nel 100% dei casi. Di questo magari parlerò in un altro episodio. In questo però volevo spiegarvi il punto di vista che abbiamo un po’ tutti qua in Italia e spero di essere riuscito a darvi una prospettiva più ampia di ciò che è il nostro paese: un paese che a volte ami, a volte odi, ma di certo non ti fa restare indifferente.
Grazie per essere arrivati fino alla fine. Vi consiglio di riascoltare l’episodio più di una volta per assorbire tutte le parole e le strutture difficili. Vi ricordo che potete leggere la trascrizione integrale dell’episodio sul sito, trovate un link nelle note dell’episodio. Se vi piace Podcast Italiano vi chiedo un favore: parlatene almeno ad un’altra persona che conoscete che sta imparando l’italiano. Ve ne sarei molto grato. Seguitemi anche su Instagram (podcast_italiano) Noi ci sentiamo nel prossimo episodio.

Fare incazzare = to piss someone off
Rosicare = essere frustrati, arrabbiati (slang)
Potenzialità = potential
Vantare = to boast
Avere a che fare con = (qui) deal with
Ennesima volta = the nth time
Terra promessa = promised land
Restare indifferente = remain indifferent 

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Vita di mare (con mia madre) – Avanzato #15

Ciao tutti, io mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano, e nello specifico state ascoltando un episodio di livello avanzato. Questo episodio è stato scritto e letto da mia madre, quindi grazie a mia madre. E di che cosa parla? Beh, questo episodio parla praticamente della sua vita di mare da piccola, della sua vita balneare (seaside life) potremmo dire, quindi, diciamo, racconta un po’ il suo passato da piccola. di quando andava al mare qua, diciamo, (vicino). Vicino alla nostra regione. che si chiama Piemonte c’è un’altra regione, la Liguria, e quindi, diciamo, che è la meta turistica (tourist destination) più comune per i piemontesi che vogliono andare al mare, perché in Piemonte non c’è il mare. Quindi il mare più vicino è quello della Liguria. Racconta anche di come ha imparato a nuotare e… l’ho messo tra gli episodi avanzati perché ci sono tante parole che secondo me non sapete e quindi… come impararle? Beh, se non le capite potete andare su podcastitaliano.com, sul sito, e potete rileggere questo episodio, o meglio leggere e anche risentirlo ma leggendolo. Questo è un ottimo modo per imparare e, diciamo. interiorizzare (internalize), tutte queste parole difficili.

Prima di incominciare inoltre vi ricordo anche che questo episodio e Podcast Italiano di questi tempi è sponsorizzato da italki. italki un sito per fare lezioni individuali di qualsiasi lingua praticamente. Io sono un insegnante su italki, quindi se non ne avete abbastanza (if you don’t have enough of) della mia brutta voce e anche della mia brutta faccia nei video e volete fare lezioni, addirittura delle lezioni con me, beh potete farlo. Seguendo il link in descrizione, nella descrizione di questo podcast avrete $10 di sconto e niente… oppure (potete pensare) Davide, io sono stanco di te, voglio fare lezione con un’altra persona. Potete farlo e, anzi, vi consiglio magari di farlo se volete, o di provare, perlomeno, più insegnanti (various teachers – “più” in questo caso non significa “more” ma “vari”, ovvero “più di uno), perché su Italki ci sono tantissimi insegnanti, tantissimi insegnanti bravissimi. Quindi è molto comodo, lo potete fare da casa vostra, ve lo consiglio e… niente, grazie ad Italki e adesso ci sentiamo l’episodio.

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Fin da piccoli (ever since we were kids) i nostri genitori  portavano d’estate me e mio fratello in vacanza al mare in Liguria, una regione italiana  confinante a sud con il Piemonte e lambita (lapped by, toccato leggermente – in questo caso “bagnato”)  appunto dal mar Ligure e, pertanto, meta facilmente accessibile ai torinesi. In particolare ci recavamo (=andavamo) nella graziosa (cute, pretty) cittadina chiamata Finale Ligure, dove soggiornavamo tre settimane presso la pensione Riviera, un accogliente piccolo albergo a conduzione familiare (family-owned). Le nostre giornate scorrevano (went by) tranquille, iniziando con una gustosa colazione, dopo la quale ci recavamo in spiaggia, per poi tornare in albergo per il pranzo, seguito da una passeggiatina digestiva (=una passeggiata per digerire) e dall’immancabile riposino (inevitable nap – ironico) in camera. Verso le 16 si tornava in spiaggia, per poi rientrare nel tardo pomeriggio e prepararsi per la cena, seguita da una passeggiata più lunga in riva al mare (by the sea). Adoravo quelle giornate, ma al di sopra di tutto mi piaceva proprio la vita balneare, ossia trascorrere bei momenti in spiaggia con mio fratello e gli amichetti e soprattutto fare il bagno in mare (swimming in the sea). Una precisazione: di solito andavamo in uno stabilimento balneare (bathing establishment), cioè una struttura a pagamento dotata di ombrelloni (sunshades), sedie a sdraio (sunbeds – da “sdraiarsi”, che significa “to lay down”), bar, bagni, docce, cabine per cambiarsi, pedalò per far qualche giro in mare,  e  soprattutto i bagnini (lifeguards), il cui compito è di vigilare sulla sicurezza dei bagnanti (watch over the swimmer’s safety), intervenendo in caso di pericolo. In alternativa esistevano, ed esistono tuttora, le cosiddette spiagge libere gratuite, dove occorre portarsi tutta l’attrezzatura (equipment) e non c’è personale addetto alla sicurezza (security personnel). Pertanto, per motivi di comodità, da piccoli abbiamo sempre frequentato spiagge private, che tuttora sono abbastanza costose. Come già anticipato, il momento che attendevo spasmodicamente (I would spasmodically wait for = con molta emozione) era appunto quello del bagno in mare. C’erano però due problemi. Il primo problema  era che non sapevo ancora nuotare, o meglio, intorno ai 6-8 anni nuoticchiavo (I kind of swimmed – il suffisso “icchiare” indica un’azione fatta con un po’ di difficoltà oppure non con grande convinzione) con il salvagente (lifejacket), ossia una ciambella (“doughnut”) di plastica gonfia di aria infilata sotto le ascelle (tucked under the armpits), che mi permetteva di stare a galla (stay afloat). Successivamente il salvagente è stato rimpiazzato dai braccioli (armband, water wings), piccole ciambelle allo stesso modo gonfiate e infilate (put on, worn) in alto intorno alle braccia. Oltretutto in città non andavamo, per vari motivi, a corsi di nuoto per bambini, e quindi non c’era modo di imparare. Il secondo problema era che tassativamente (=obbligatoriamente) bisognava aspettare non meno di tre ore dopo i pasti per poter fare il bagno senza interferire con la digestione: regola questa che in tempi più recenti si è un po’ mitigata (= si è ridotta, è diventata meno severa). Perciò cercavo di ingannare il tempo giocando con la sabbia, bagnandomi i piedi ( quello almeno era permesso) e chiedendo ogni mezz’ora a mia mamma se potevo entrare in acqua. Finalmente il momento tanto atteso arrivava, ma mi era concesso di stare in acqua al più venti minuti, per non raffreddarmi e buscare qualche malanno (catch a disease).
Ma veniamo alla questione più interessante: come ho imparato a nuotare senza salvagente. Avrò avuto circa 11 anni, dunque non ero più una bambina. Una nostra vicina di ombrellone (sunshade neighbor), una ragazza simpatica, si era offerta di insegnarmi: perciò mi portava in acqua senza braccioli e mi sorreggeva a galla a pancia in su o a pancia in giù (she would hold me and keep me afloat face-down or face-up) per farmi acquisire le nozioni di base. Però non è che facessi grandi progressi. Un bel giorno mi ricordo che di mia iniziativa (of my own accords), all’insaputa dei miei genitori (unbeknownst to my parents, senza che lo sapessero i miei genitori), entro in acqua senza braccioli e mi lascio scivolare provando due o tre bracciate a stile libero (two or three strokes swimming freestyle). Una grande conquista: sono riuscita a stare a galla da sola e man mano con il passare del tempo e il costante esercizio ho acquisito sempre più sicurezza in acqua, fino a raggiungere la meta più ambita (yearned for, coveted) da noi ragazzi, la boa (buoy), ossia in realtà la piattaforma galleggiante collocata a circa 50 metri dalla riva!
Ma veniamo ad un’altra conquista: come nuotare a faccia in giù, ossia con il viso immerso nell’acqua, e come imparare a respirare correttamente. Di fatto avevo imparato a muovermi in acqua, ma con la testa rigorosamente fuori, e quindi per acquisire uno stile più adeguato bisognava fare un ulteriore passo avanti. Un’estate, alla fine delle vacanze (avrò avuto 14 anni) trovo dal giornalaio un libriccino (un libro piccolo) intitolato “Saper nuotare”. Interessatissima,  decido di acquistarlo, ma ahimè (alas) era ora di tornare in città e pertanto non avrei avuto modo di mettere in pratica gli insegnamenti. Però non demordo (I don’t give in) e, una volta a Torino, decido di cimentarmi (try my hand at) ugualmente con il primo, fondamentale esercizio: come tenere aperti gli occhi sott’acqua. Si trattava di riempire una bacinella (bucket) o un lavandino di acqua, collocare sul fondo qualche oggettino, tipo un anello, un braccialetto o simili, immergere il volto fino alla fronte, aprire gli occhi e guardare gli oggettini prima posati. Insomma, mi sono armata di coraggio (I armed myself with courage) e ho seguito alla lettera le istruzioni: non è stato poi così difficile e la soddisfazione che ho provato è stata indescrivibile! Da quel momento la strada verso la conquista del nuoto è stata in discesa (downhill). L’anno successivo i miei genitori hanno acquistato un alloggio (=appartamento) in un’altra località della Liguria, in un condominio con piscina: a quel punto, tutte le occasioni erano buone per acquisire maggior sicurezza negli stili, soprattutto rana (breaststroke swimming) (il mio preferito) e stile libero. Poi più avanti ho anche seguito corsi di nuoto in città, però ricordo ancora con nostalgia il momento cruciale in cui, vincendo le paure, i miei occhi si sono aperti sott’acqua e hanno visto per la prima volta le bollicine d’aria soffiate fuori dalla bocca (air bubbles blew out from the mouth).


Ringrazio di nuovo mia madre, penso che scriva molto bene, che cosa ne pensate? Potete scrivermelo nei commenti a questo episodio sul sito e scrivetemi se volete altri episodi con mia madre. Mi hanno detto alcune persone che mia madre ha una bella voce, quindi mi fa piacere sentirlo. Penso anche… mi chiedo anche se questo significa che io ho una brutta voce, non lo so, ma potete scrivermelo. Anzi, potete rassicurarmi (reassure me) se volete, potete dirmi che vi piace anche la mia, non lo so, come volete, ma siate onesti, l’onestà è importante. E niente, vi consiglio di riascoltare questo episodio 3, 4, 5 volte per abituarvi e interiorizzare tutte queste parole. Andate su Italki e niente, lasciate anche una recensione a questo podcast su Apple Podcasts perché questo come sapete dovrebbe… almeno, non lo so per certo, ma dovrebbe essere utile. Almeno credo. Non lo so per certo, però così dicono tutti e così lo faccio anch’io.
Vi leggo per esempio l’ultima recensione. Tra l’altro se non lo sapevate su Apple Podcasts le recensioni sono divise per paesi (divided by country), quindi se uno va su, diciamo, sul sito americano legge le recensioni americane, sul sito tedesco solo le recensioni tedesche, però… per esempio il mercato americano che è quello più grande ha 87 recensioni, anzi 87 valutazioni, non tutti scrivono, però se scrivete è ancora meglio. Per esempio Armani Barboncino (bel nome) mi ha scritto:

Educational, entertaining, engaging!!!

I am subscribed to a dozen Italian language podcasts but this one is my “hands down” favorite. Davide and Erika are true professionals. Hats off to them!

Grazie Armani per le tue belle parole e… penso che una cosa che potrò fare è leggere le recensioni (sul podcast), penso sia simpatica come idea, anche in altre lingue magari. Ok, questo è tutto, grazie e ci risentiamo presto. Ciao!

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Cinque situazioni oggettivamente imbarazzanti (con Erika) – Avanzato #14


Scarica l’episodio

D. Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Sono in compagnia di Erika…

E. Ciao a tutti!

D:… che come forse sapete da qualche tempo si occupa di un progetto molto interessante, di cui ora ci parlerà.

E: Sì, è il mio blog, che si chiama “Di pare e altri disagi”, è un blog in cui tratto vari argomenti tra cui, diciamo, ansia sociale, timidezza, introversione, cose di cui io e Davide abbiamo parlato diverse volte anche qui nel podcast.

D: Sì, il blog di Erika è una pratica di livello molto molto avanzato, perché scrive molto molto bene e…

E: Grazie.

D: …in una maniera anche scorrevole, secondo me. E abbiamo deciso insieme quindi di portarvi… trasportare in versione audio, in versione Podcast Italiano uno dei suoi post, l’ultimo post. Di che cosa parla, Erika?

E: Parla di cinque situazioni imbarazzanti che succedono a tutti prima o poi nella vita, in cui tutti molto probabilmente ci siamo ritrovati.

D. Ok, allora sono curioso di sentirlo, Erika. Ti lascio il palco, i riflettori e ci sentiamo alla fine dell’episodio.



Salve amici! Se in passato avevo parlato di situazioni considerate normali e tranquille dai più, ma che a me generano ansia per motivi talvolta difficili da comprendere, oggi voglio prendere in considerazione situazioni sociali in cui, secondo me, tutti almeno una volta abbiamo provato imbarazzo. Facciamo un coming out di gruppo e ammettiamo candidamente (plainly, frankly, sincerely) che ci siamo passati tutti. Come sempre, si accettano consigli su come comportarsi per evitare di volersi scavare una fossa in cui sotterrarsi (digging a ditch in which to bury oneself) ogni volta che una di queste situazioni si verifica. Io provvederò ad elargirvi (hand out, bestow) i miei, ma siete avvisati: probabilmente non funzionano. Bando alle ciance, partiamo subito con questa impietosa (merciless, pitiless) hit parade!

  1.   Non sapere se dare del tu o del lei

In italiano, forse più che in altre lingue, questa questione è particolarmente spinosa (thorny, complicated / spina = thorn). Nella nostra lingua, infatti, è ancora viva la norma sociale di utilizzare le forme di rispetto, norma che però sembra non avere più regole sufficientemente rigide. Il tu sta allargando la propria sfera di utilizzo (expanding its sphere of use), creando talvolta incertezza su quale delle due forme usare e, nel mio caso, dando vita a situazioni imbarazzanti e scenette ridicole (ridiculous gags). Molto spesso, infatti, mi trovo nel bel mezzo dell’indecisione (lit. in the middle of indecision) tu o lei? lei o tu? quando non c’è affatto tempo per decidere. Come devo rivolgermi al segretario a cui tutti gli studenti danno del tu, ma con cui io non ho mai parlato in vita mia? Come saluto il commesso che avrà si e no (=circa, più o meno) 3 anni più di me, ma è vestito di tutto punto (dressed up, vestito elegante)? E i genitori dei miei amici? Sembrerò troppo fredda o gli starò mancando di rispetto? È una questione di ruoli, di età, di reciprocità? Le guide su internet non sembrano fugare i miei dubbi (dispel my doubts). Si sa, la necessità aguzza l’ingegno (necessity is the mother of invention/sharpen yout wits – lit.) e dunque, in caso di dubbio non mi resta che ingegnarmi (I just have to use my ingenuity) In questi casi infatti, ho sviluppato una non indifferente abilità nell’evitare con tutte le mie forze l’impiego di questi pronomi. Forzature (stretching the meaning) dell’italiano e frasi innaturali sono i miei più grandi alleati in questa tecnica a base di richieste indirette o impersonali “mi chiedevo se…”, “si potrebbe per caso…”, “sarebbe possibile…” e saluti anonimi “buon lavoro”, “buona giornata”, “a presto”. Una tecnica che rasenta il patetico (borders on thr pathetic), ma, amici ve lo confesso, alla fin fine tira fuori dai guai (it gets you out of trouble).

  1.   Lasciare il posto sui mezzi pubblici

Lasciare il posto sui mezzi è buona norma e segno di educazione e civiltà. O almeno così credevo, prima che nella mia vita si verificassero incidenti del tipo “Ma le sembro così vecchio?” seguiti da ostinati, irremovibili (firm) rifiuti. In pratica, alzarsi per offrire a qualcuno il proprio posto rischia di tradursi in un maleducatissimo “Lei è un vecchio, si sieda”. Così, ho imparato che un semplice atto di gentilezza può nascondere subdolamente (sneakily) in sé una lama molto affilata (a very sharp blade) Trovare un posto a sedere sull’autobus smette di essere un privilegio e diventa un compito: a ogni fermata grava sulle mie spalle (every stop is a burden on my shoulders) la responsabilità di monitorare attentamente le porte, fare una stima dell’età, delle condizioni di salute, dell’eventuale stato interessante (=incinta, pregnant) dei passeggeri in salita e valutare a quale sia il caso di rivolgersi per offrire il posto. Il rischio di chiedere a un uomo sovrappeso se vuole sedersi perché ci sembra gravido (=incinta as well) è sempre dietro l’angolo. Si può vivere così? Non si può. Ecco che allora le uniche brillanti soluzioni che, dopo anni di studi ed esperienza, ho trovato al problema, si rivelano insospettabilmente essere diametralmente opposte (=completamente diverse). La prima, e forse più saggia, consiste nell’alzarsi in silenzio. Fare un gesto caritatevole (=act of kindness), lasciare il proprio posto quando ci sembra opportuno, senza però rivolgersi direttamente a una persona specifica per offrirglielo, senza farle sapere che avete pensato direttamente a lei. Lasciare il posto, lì, vuoto, per il bene collettivo (for the common good), pensando che ci ha bisogno, vedendolo libero, ne approfitterà per sedersi. Fare del bene in silenzio, come le celebrities che donano milioni in beneficienza senza metterlo in pubblica piazza (make it public, lit. put it in the public square) tra le pagine di Chi. L’alternativa, un po’ più subdola ed egoistica, per quando non avete voglia di cedere il posto (=dare il posto) che vi siete conquistati con le unghie e con i denti, è quella di fingersi totalmente distratti e presi nei propri affari. Immergete la faccia in un libro (=iniziate a leggere in un libro) e isolatevi completamente dal mondo circostante. In questo modo, non dovrete preoccuparvi di nulla e, sebbene dentro di voi saprete la verità e dovrete conviverci, non verrete tacciati di insensibilità (=you won’t be accused of being indifferent), ma sembrerete semplicemente troppo distratti o troppo presi dalla cultura. Altrimenti, fate finta di dormire.

  1.   Non sapere come salutare

Che dire, penso tutti abbiate capito di che cosa sto parlando. Si, mi riferisco proprio a quegli imbarazzanti balletti che talvolta si innescano (=iniziano, lit. are triggered) quando non sappiamo bene in che modo salutare l’altra persona, perché comunque va detto che c’è un’ampia gamma di possibilità e gesti tra cui scegliere: stretta di mano formale, stretta di mano da macho (gli uomini sanno), stretta di mano con bacio, tre baci, due baci (in quale ordine? Quale guancia va baciata per prima?), un solo bacio, un abbraccio (quanto lungo?), saluto senza contatto fisico (il mio preferito, che ve lo dico a fare = I don’t even need to tell you). Anche in questo caso, il tipo di saluto dipende da numerose variabili quali l’occasione, il rapporto che intercorre tra i salutanti (the relationship that exists between the people who are greeting each other), il sesso (combinazioni uomo-uomo, uomo-donna, donna-donna), le abitudini legate al luogo di provenienza (gli stranieri hanno verosimilmente usanze diverse, ma anche da una regione italiana all’altra i costumi possono variare). E poi, i baci sulle guance sono dei baci veri? O sono un semplice contatto di guance seguito dalle labbra che schioccano a vuoto (lips smacking in the air)? Questi e molti altri interrogativi (=domande) rendono il saluto un gesto molto più complesso – e talvolta imbarazzante – di quanto si potrebbe sospettare. Evitare le incomprensioni, gli imbarazzi e i balletti non è semplice, ma il mio consiglio è quello di non tentennare (hesitate): decidete più o meno arbitrariamente il saluto che vi sembra opportuno e “imponetelo” all’altra persona, avvicinandovi con convinzione per i due baci o tendendo (reaching out) fermamente il braccio per una più sobria stretta di mano. E che Dio ve la mandi buona (may God be with you).

  1.   Tenere o non tenere la porta? Questo è il dilemma

Qualcuno, non so bene come né quando, a un certo punto della nostra vita ci ha insegnato che è buona educazione tenere aperta la porta a chi sta arrivando dietro di noi e, verosimilmente, intende uscire o entrare da quella stessa porta. Quello che non ci è stato precisato è oltre quale distanza dell’altra persona siamo legittimati a infischiarcene (we are entitled to not give a damn – infischiarsene = fregarsene = sbattersene = ecc.) e fare come se la suddetta persona non esistesse. Infatti, esiste un range di distanze intermedie tra lontano e vicino che causa inevitabile confusione. Non procedere nel nostro cammino e stare dieci secondi impalati a tenere la porta come il più servile degli uscieri (the most servile husher) può sembrare ridicolo, ma allo stesso tempo fare come nulla fosse quando evidentemente ci siamo accorti della persona che sta arrivando e abbiamo incrociato il suo sguardo, non è molto educato. Specialmente se si tratta di una persona che siamo destinati ad incontrare altre volte, come un collega, un vicino di casa, un insegnante. Quando poi il nostro stare impalati provoca senso di colpa nella persona che sta arrivando e la costringe a corricchiare (run slightly – the suffix “icchiare” makes an action less “strong” – canticchiare = sing softly) per non farci aspettare i suoi comodi troppo a lungo, ogni nostro tentativo di farle un favore fallisce miseramente. Insomma, sembra proprio il caso di dire che come fai sbagli (=qualunque cosa fai, sbagli), e così è.

  1.   Sbagliare strada

Ah, a proposito di sbagliare. Ammetto che questo è un problema che potrebbe riguardare la mia persona in maniera più particolare rispetto ad altri, essendo io un essere umano completamente deprivato del senso dell’orientamento (deprived of any sense of direction). Però, a tutti può capitare ogni tanto di accorgersi di stare camminando da dieci minuti nella direzione sbagliata, no? Ditemi di sì.

Quando capita a me, e si, purtroppo mi capita molto più spesso di quanto possiate immaginare, e si, anche quando sto seguendo – o credo di stare seguendo – il navigatore, non è facile decidere come comportarsi. Sento improvvisamente tutte le persone attorno a me puntarmi gli occhi addosso (fissarmi = staring at me), mi chiedo cosa pensino nel vedere una tizia fermarsi improvvisamente in mezzo alla via, senza che ci sia nulla di particolare, fare dietro front (turn around) e ripartire tutta convinta nella direzione opposta. Penseranno che ha sbagliato strada, direte voi, ed effettivamente è così, ma nella mia mente lo fanno con scherno e derisione (object of ridicule and derision), atteggiamenti dei quali non fa mai piacere essere oggetto. Per non parlare delle volte in cui sbaglio palesemente a scendere dall’autobus e mi ritrovo a camminare, parallelamente ad esso, nella direzione della fermata successiva, dove avrei dovuto scendere. Con i passeggeri che, sempre nella mia mente, mi guardano perplessi chiedendosi perché non sono rimasta sull’autobus invece di fare lo stesso tragitto (way) a piedi.

Solitamente in questi casi adotto strategie ridicole come quella di fermarmi, guardare accigliata il telefono (looking at the phone frowning) fingendo di aver ricevuto un messaggio che mi indica di andare da un’altra parte e voltarmi scuotendo la testa, quasi infastidita dal cambiamento di programma. O semplicemente, mi limito a portarmi la mano alla fronte con sorpresa, per fingere di essermi ricordata di qualcosa, per esempio di aver scordato un oggetto nella direzione da cui provenivo. Il ricorso a simili stratagemmi (tricks) è caldamente sconsigliato, dato che generalmente le persone pensano ai fatti propri, non notano neppure i vostri comportamenti e non hanno alcun interesse nei vostri movimenti. Però che dire, ognuno è libero di rendersi ridicolo come meglio crede (see fit).

Amici, spero che questo piccolo elenco di situazioni sociali imbarazzanti vi abbia strappato un sorriso (raised a smile) e che vi siate ritrovati in almeno uno dei punti elencati. Fatemi sapere quale di questi inconvenienti vi capita più spesso, o quali sono le situazioni sociali che più vi mettono in imbarazzo, siamo tutti molto curiosi!

Io per ora vi mando un saluto (con quanti baci? senza contatto? una stretta di mano?) e vi ringrazio per aver letto fino a qui!

Alla prossima!


 

D: Complimenti Erika! Secondo me è il tuo episodio più riuscito (=il migliore) finora.

E. Grazie, grazie mille.

D. Ed è anche molto molto difficile secondo, me ma proprio per questo noi veniamo in vostro aiuto e traduciamo in inglese tutte le parole ed espressioni più difficili, che potrete trovare nel post dell’episodio su podcastitaliano.com. Nella descrizione di questo episodio troverete anche il link al blog di Erika. Dunque Erika, l’unica cosa che devi fare è fare altri episodi, adesso!

E. Va bene, non mancherò!

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E. Ciao!

D. Ciao!

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Lo sci (con mia madre) – Avanzato #13


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Anche oggi, come nell’ultimo episodio, ho come ospite mia madre, che viracconterà la sua esperienza con uno sport, ovvero lo sci. Come al solito su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con anche la traduzione in inglese delle parole più difficili, e vi assicuro che in questo episodio ce ne saranno un po’! Il testo è abbastanza tecnico e sono inoltre presentimolte parole che descrivono movimenti fisici, che per mia esperienza sono un aspetto della lingua non così facile da apprendere.
Ora lascio la parola a mia madre. Buon ascolto!



In questo episodio vorrei parlarvi di un’attività sportiva invernale che
accomuna me e mio marito (my husband and I have in common), e in cui abbiamo trascinato (we dragged), quando erano ancora piccoli e finché ne hanno avuto voglia, i nostri due figli Marco e Davide: lo sci di fondo (cross-country skiing).

Alcune premesse. La regione in cui abitiamo, il Piemonte, dispone di (has/ has available) vaste zone montuose, le Alpi occidentali, e pertanto nel periodo invernale, neve permettendo (snow permitting), si possono praticare svariate attività sportive, quali ad esempio lo sci alpino (alpine skiing) (o da discesa), lo sci alpinismo (ski mountaineering), lo sci di fondo o nordico appunto, ecc.

Da ragazza mi sono cimentata (I tried my hand) un po’ nello sci da discesa, ovvero la varietà a cui immediatamente viene da pensare (that immediately comes to mind) sentendo parlare di sci. Tuttavia non sono mai diventata esperta: non andavo oltre la classica tecnica da principianti, lo spazzaneve (snowplough), per scendere, curvare e frenare, e oltretutto avevo appreso solamente i rudimenti (rudiments, basics) di base da qualche amica molto brava, che mi aveva fatto da maestra (had been my coach, had taught me); non avevo preso pertanto delle vere e proprie lezioni. Perciò ero molto insicura, cauta e soprattutto timorosa (afraid) di farmi male.

Lo sci di fondo, meno praticato rispetto a quello da discesa, l’ho conosciuto frequentando il mio futuro marito, che,a differenza mia (unlike me), non aveva mai praticato discesa. Anche lui era un autodidatta (self-taught). Perciò, non appena si è presentata l’occasione (as soon as the opportunity came up), abbiamo iniziato a frequentare dei corsi, per correggere l’impostazione (ovvero come stare sugli sci), imparare il passo base (quello alternato che prevede l’utilizzo di apposite tracce (tracks) sulla neve), imparare a curvare (turn, steer), a  frenare (slow down) a spazzaneve, ecc. Insomma grazie a questi corsi, pur rimanendo sempre a livello amatoriale, abbiamo acquisito una tecnica che utilizziamo ancora adesso, dopo oltre 35 anni.

Qualche precisazione tecnica. Nello sci di fondo si possono usare due differenti tipi di passi, che richiedono anche un’attrezzatura (equipment) differente: il passo alternato, ovvero la tecnica classica, e il passo pattinato.  Noi abbiamo imparato il passo alternato, il quale richiede, oltre a bastoncini (ski poles) e scarpette, sci stretti, lunghi (più di quelli da discesa) e soprattutto sprovvisti di lamine (metal edges), il che li rende molto instabili e più difficili da controllare in discesa. Il passo alternato si pratica, grazie alla spinta dei bastoncini, scivolando a passi alterni su apposite tracce sulla neve, dette anche binari. A volte si può uscire dai binari per affrontare discese a spazzaneve, ossia con le code degli  sci aperte dietro, le punte ravvicinate (the tips close to each other) e gli sci leggermente inclinati (tilted) verso l’interno per fare maggiormente attrito (for better grip) con la neve.

Il passo pattinato, invece, richiede sci più corti, scarpette che arrivano alle caviglie e bastoncini più lunghi.  Si pratica su pista battuta (smooth trail) senza tracce: tipicamente si pattina (you ski) a passi alterni sempre spingendosi con i bastoncini. In entrambi i casi le scarpette sono agganciate agli sci tramite gli attacchi (bindings) solo nella parte anteriore: il tacco (heel) è libero.

Tutte le piste prevedono i binari su uno o due lati per chi pratica il passo alternato e l’area compresa fra coppie di binari è riservata alla tecnica del passo pattinato: in questo modo le piste sono percorribili (possono essere percorse) da entrambe le tipologie di sciatori.

I percorsi variano e la difficoltà è indicata da colori diversi. Si va dalle piste facili, blu-verdi con pochissimi dislivelli, a quelle più difficili, rosse-nere che prevedono salite e discese più impegnative (demanding). Eh già, se ancora non fosse chiaro, lo sci di fondo non utilizza impianti di risalita (ski lifts): pertanto le salite si affrontano a forza di gambe e braccia (slopes are dealt with using the strength of your arms and legs)! A seconda di come lo si pratica, lo sci di fondo può essere dunque uno sport molto dispendioso per il fisico (demanding for the body); però con le dovute cautele (with all due caution) si può affrontare anche ad età più avanzata, moderando la velocità a vantaggio di un maggior apprezzamento del paesaggio in cui le piste si snodano (wind): pinete, lariceti (larch forests) e fondovalli (valley bottoms) attraversati da ruscelli e circondati da alte vette (peaks).

Infine, qualche parola va spesa (it’s worth saying a few words) sui costi. Lo sci di fondo è molto più economico di quello da discesa: attrezzatura a parte (peraltro poco dispendiosa), i costi si abbattono anche di un ordine di grandezza (costs get cut by an order of magnitude),  poiché non ci sono impianti (facilities) e l’unico onere (burden) è dovuto alla manutenzione delle piste. Purtroppo però la stagione del fondo è più breve rispetto a quella della discesa, poiché le piste sono collocate a quote (=altezze, heights) più basse dove la neve si scioglie più in fretta.

Detto questo, indipendentemente dalle vostre preferenze sportive invernali, venite a visitare le Alpi piemontesi: troverete paesaggi meravigliosi,  natura incontaminata e buon cibo!


Vi ringrazio nuovamente per aver ascoltato l’episodio. Come sempre vi chiedo di lasciare una recensione su Apple Podcasts se questo episodio vi è piaciuto, in tal modo altre persone scopriranno Podcast Italiano. Se avete idee per episodi di questo tipo (anche argomenti di cui potrebbe parlare mia madre, perché no) scrivetemi qui sotto nei commenti a questo episodio. Inoltre – è da un po’ che non lo dico – vi ricordo di seguirci su Instagram, dove ogni tanto carichiamo mini-video con spiegazioni sull’italiano. Ora è davvero tutto, grazie per l’ascolto e alla prossima! Ciao!

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Cantare in un coro (con mia madre!) – Avanzato #12


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Ho l’onore per la prima volta di presentarvi mia madre, che vi racconterà la sua lunga esperienza di cantante in un coro. Come al solito, su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con la traduzione in inglese delle parole più difficili.
Buon ascolto!

Fin da piccola i miei (i miei genitori) mi dicevano che avevo una voce squillante (sharp, high-pitched voice). Muovevo appena i primi passi e già il macellaio di quartiere mi aveva soprannominato “la Callas” (famosa cantante lirica degli anni ’50-’60). All’asilo (in kindergarten) una delle suore (nuns) mi aveva notata come “la bambina che cantava con la voce fine” e così fui selezionata per partecipare al coretto dello spettacolo in onore dell’ispettore scolastico (school inspector), una figura importante all’interno della scuola. Alle scuole elementari non passava intervallo senza che cantassi (not a day went by that I didn’t sing) con le compagne i più recenti successi dello Zecchino d’oro (competizione canora italiana per bambini). Fu così che, visto il mio interesse per la musica e avendo un pianoforte in casa appartenuto a mia madrina (godmother), i miei genitori all’età di 9 anni mi fecero andare a lezione di pianoforte. Caso volle (as luck would have it) che la maestra di musica, oltre che pianista era pure, e soprattutto, cantante. Verso i 15 anni mi propose di cantare a prima vista (sight sing = cantare leggendo lo spartito [sheet music] senza preparazione) con lei un duetto dallo Stabat Mater di Pergolesi con lei, autore italiano del ‘700. Mi fece i complimenti! Da quel momento ripresi a cantare e non ho più smesso, salvo qualche periodo di interruzione.
Verso i 18 anni vengo coinvolta nel coro parrocchiale (church choir) della Messa delle 10 della mia parrocchia (parish), e in breve tempo passo a dirigerlo. E così conosco una ragazza che da lì a poco entrerà a far parte di un vero coro polifonico e vi trascinerà (“dragged” me into it) anche me! Mi si apre un mondo: quello della musica polifonica dal ‘500 agli autori contemporanei. Sono inserita nella sezione dei soprani 2, che, nel caso di pezzi a 5 voci, cantano note leggermente più basse rispetto ai soprani 1; per chi non sia esperto di musica corale, le altre tipiche sezioni di un coro polifonico comprendono i contralti ( voce femminile più bassa ), i tenori e i bassi (voci maschili rispettivamente più alta e più bassa).
Cantare in un coro è estremamente educativo: bisogna armonizzare la propria voce con le altre, non comportarsi da solisti, seguire attentamente le indicazioni del direttore, studiare a casa la propria parte quando richiesto, partecipare assiduamente (regularly) alle prove (rehearsal). E poi ci sono i concerti, in cui ci si mette alla prova, e lo spirito di gruppo acquisito con l’esercizio, unito all’abilità del direttore, ne determina in buona parte il successo (determines its success to a large extent).
Ma la sensazione più appagante (fulfilling) è sentire la propria voce sovrapposta armonicamente alle altre che eseguono parti differenti: per un corista alle prime armi (who is a beginner) l’effetto può essere insieme sconvolgente (shocking) (perché il rischio di confondersi e sbagliare è più che mai in agguato [lurking]) ed esaltante (perché se le note sono giuste il risultato di insieme (overall result) che ne deriva è stupefacente). Con l’esperienza il corista impara a prestare attenzione non solo alla propria voce ma anche a quelle altrui (other people’s), specialmente se cantano parti diverse: in questo modo la sua voce si immerge nell’armonia complessiva, le sue note non sono più isolate ma acquistano un senso in quanto unite ad altre note, il suo respiro si adegua al respiro altrui perché, come qualcuno sostiene, ” il respiro è già canto”.
Insomma, un’esperienza appagante valida per tutte le età, i livelli e generi musicali: se già cantate in un coro raccontate le vostre esperienze; altrimenti fateci un pensierino! (give it a thought)

Il pezzo in chiusura che avete sentito si chiama “Il bianco e dolce cigno” di Jacques Arcadelt ed è eseguito dall’Accademia corale Guido d’Arezzo, il coro dove canta mia madre. Se volete potete vederlo anche in versione video su YouTube. Vi lascio il link nella pagina dell’episodio sul sito. Ringrazio mia madre per la partecipazione e vi chiedo per favore di lasciare una recensione su Apple Podcasts se vi è piaciuto questo episodio. In questo modo altre persone scopriranno Podcast Italiano. In alternativa, potete fare quello che ho sentito da qualche parte, ovvero raccontare ad almeno una persona che impara l’italiano (se conoscete almeno una persona di questo tipo) dell’esistenza di Podcast Italiano. Almeno una. Questo mi aiuterebbe più di quanto immaginiate perché il passaparola (word of mouth) è molto, molto efficace. Grazie ancora e a presto!

Avanzato, Podcast

La bufala sulle lingue – Avanzato #11

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Benvenuti su Podcast Italiano. Questo è un episodio di livello avanzato. Vi ricordo che podcastitaliano.com troverete la trascrizione integrale dell’episodio con la traduzione delle parole e delle strutture più difficili. Buon ascolto!



In questo episodio di livello avanzato voglio affrontare una questione che nel mondo delle lingue e della linguistica è sempre di moda, ovvero: è vero che la nostra madrelingua influenza la nostra visione del mondo?
Ho deciso di scrivere questo episodio dopo aver letto il libro “The Language Hoax” di John McWhorther, il mio linguista in assoluto preferito, conduttore di un podcast eccezionale chiamato Lexicon Valley e autore di numerosi libri altrettanto interessanti. Come potete intuire dal titolo la posizione di McWhorther è molto netta: questa idea è una vera e propria bufala (hoax), che peraltro (besides, furthermore) circola da molto tempo e periodicamente si ripresenta (shows up again) sotto forma di articoli acchiappa-click (click-bait) su internet e sulle testate giornalistiche (news media, newspapers) online.
Questa teoria è conosciuta come “ipotesi di Sapir-Whorf”, dal nome dei due studiosi, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, che per primi ne hanno parlato negli anni venti, ma è anche nota come “ipotesi della relatività linguistica”. Secondo Whorf (e cito):”

Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all’interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua”

Da questa citazione si evince (we can deduce, infer) l’idea centrale di Whorf, ovvero che la nostra percezione della realtà varia a seconda della lingua che parliamo.
Whorf parlò, per esempio, degli Hopi, una popolazione nativa americana , la cui lingua, a sua detta (=secondo lui, according to him), non aveva modo di esprimere il tempo passato e futuro. La conclusione a cui giunse Whorf era che, a differenza delle lingue di matrice europea (of a european nature), gli Hopi avessero una percezione del tempo non lineare, ma ciclica. E questo era causato da questa peculiarità della loro lingua, che, appunto, influenzava la loro visione del mondo. Si dà il caso che Whorf non conoscesse bene la lingua Hopi, che, in realtà, è assolutamente in grado di esprimere il concetto di passato e di futuro. Ma anche se così non fosse (if that weren’t the case): è corretta l’idea secondo la quale le caratteristiche della grammatica di una lingua fanno sì che i suoi parlanti percepiscano il mondo in un modo completamente diverso? La risposta di McWhorther è, come avrete capito, no. È sicuramente un’idea attraente, molto “hippie” in un certo senso, ma… si tratta, ahimè, di una bufala.
Il fatto che, per esempio, la lingua russa abbia un sistema estremamente complicato per esprimere quello che in tante lingue europee sarebbe un verbo solo, ovvero “andare”, non significa che i russi percepiscano l’idea di movimento in una maniera più precisa. Semplicemente la loro lingua non lascia al contesto alcune informazioni ma, al contrario, obbliga i suoi parlanti ad esplicitarle (make them explicit). “Andare a piedi” e “andare con un mezzo di trasporto” sono due verbi diversi in russo, ma questo non significa che un parlante madrelingua italiano o francese che senta la frase “sono andato in Australia” ha dubbi sulla natura del movimento… ovviamente, chiunque abbia pronunciato questa frase in Australia non ci è andato a piedi, e il contesto ci aiuta a capirlo.
Per fare un altro esempio: esiste una lingua parlata in Amazzonia chiamata Tuyuka che possiede una caratteristica grammaticale nota come “evidential marker”. Un evidential marker è un indicatore che ci aiuta a capire la natura di una data informazione. Nella lingua Tuyuka funziona così: alla fine di ogni affermazione è necessario aggiungere un suffisso che indica come siamo venuti a conoscenza (how we became aware) di questa informazione e se siamo sicuri che sia vera o no. Esiste un suffisso che significa “ho sentito”, uno che significato “ho visto”, ce n’è uno per “apparentemente, ma non ne sono sicuro” e uno per “si dice che”. Se accettassimo l’ipotesi Sapir-Whorf potremmo concludere che i Tuyuka debbano essere un popolo per natura scettico, meno ingenuo (naive: ATTENZIONE! non “ingenious”! è un falso amico) di altri. Infatti la loro lingua li obbliga a esplicitare la fonte di qualsiasi informazione decidano di comunicare. Per quanto questa conclusione possa essere allettante (enticing), spiega McWhorther, pensiamo alle lingue europee. Nessuna lingua europea contiene gli evidential markers, tranne il bulgaro. I bulgari sono per caso un popolo più scettico degli altri popoli europei? Più scettici dei greci, inventori della filosofia in cui lo scetticismo è una qualità fondamentale? Un’affermazione del genere è evidentemente strampalata (outlandish, preposterous). I bulgari non sono in alcun modo più scettici dei Greci o di altri popoli europei.
Nel libro McWhorther apporta tantissimi esempi (provides many examples) che, a mio modo di vedere, dimostrano in maniera chiara e netta la veridicità (veracity, truthfulness) della sua posizione.
Tutti noi essere umani percepiamo il mondo essenzialmente allo stesso modo. È sì vero che (while indeed… – followed by “ma” later on) degli esperimenti hanno dimostrato qualche minima differenza riconducibile alle differenze linguistiche, ma si tratta di esperimenti estremamente artificiali che, per esempio, mostrano differenze di millisecondi nel premere un certo bottone. Minuscole differenze di questa natura non rappresentano certo una “visione del mondo” e non hanno ripercussioni al di là del laboratorio.
È innegabile (undeniable) che la cultura influenzi la lingua per quanto riguarda la terminologia. Lingue che possiedono vari pronomi da scegliere in base alla classe sociale del nostro interlocutore (come il coreano) lo dimostrano. Gli eschimesi hanno più parole per descrivere la neve (anche se, probabilmente non centinaia come secondo una famosa leggenda urbana) perché… beh, vivono circondati dalla neve. Nulla di così strano e inaspettato. Ma affermare che le caratteristiche di una lingua influenzano il modo in cui pensiamo e la nostra visione del mondo è un argomento molto pericoloso. Anche perché spesso è motivato da un sentimento di accondiscendenza (my bad – I was influenced by the English “condescending”, which would be “paternalistico in Italian. “accondiscendenza” means “compliance”): si vuole dimostrare che popoli o tribù in regioni remote del mondo non sono inferiori a noi europei o nord-americani e che, in realtà, hanno un modo completamente diverso di vedere il mondo che dobbiamo salvaguardare (preserve). Per quanto l’intento possa essere buono, il risultato è che eleviamo la lingua di questi popoli quando presenta caratteristiche interessanti che non esistono nelle lingue a noi più familiari, ma non pensiamo alle conseguenze pericolose che questa ipotesi logicamente implicherebbe. Prendiamo l’esempio del cinese, una lingua in cui non esiste né tempo futuro né passato, in cui non esiste il genere, in cui non esiste l’ipoteticità. Le seguenti frasi sono ben distinte in italiano (così come in inglese):


“Se vedi mia sorella capisci che è incinta”
“Se vedessi mia sorella capiresti che è incinta”
“Se avessi visto mia sorella avresti capito che è incinta”


Tuttavia, queste tre frasi si traducono allo stesso identico modo in cinese, ovvero:

“Se tu vedi io sorella tu sai lei incinta diventa”

Non esiste il condizionale, non esiste il passato.
Seguendo la logica dell’ipotesi Sapir-Whorf, potremmo pensare che i cinesi non siano in grado di percepire l’ipoteticità a livello teorico oppure che la percepiscano con maggiore difficoltà. Questa è chiaramente un’idea assurda e sbagliata che nemmeno i più ferventi sostenitori (fervent/warm supporters of) dell’ipotesi Sapir-Whorf avanzerebbero (would promote, propose). In altre parole: quando una lingua ha qualcosa che la nostra non ha (soprattutto se è una lingua parlata da una tribù di pochi elementi) ne siamo meravigliati, ma quando a una lingua manca una caratteristica che esiste nella nostra siamo molto più cauti (cautious) nel trarre conclusioni (draw conclusions) del tipo “i cinesi sono meno capaci di percepire aspetti della realtà” o, addirittura “i cinesi sono meno intelligenti”. Due pesi, due misure (double standards), insomma.
Le lingue non influenzano né il nostro modo di pensare, né sono influenzate dai nostri bisogni come popolo, per così dire. Non è che i Tuyuca posseggano un evidential marker perché gli serve nella loro vita di tutti i giorni, così come noi italiani non abbiamo il congiuntivo perché non possiamo stare senza (do without) a causa del nostro stile di vita molto… ipotetico? I nostri vicini francesi hanno un congiuntivo molto meno ricco del nostro e non sembrano aver problemi a percepire l’ipoteticità di una situazione. Le lingue semplicemente si evolvono in maniera casuale e imprevedibile. Come spiega McWhorther, le lingue sono come una zuppa, al cui interno inevitabilmente si formano delle bolle (bubbles). Non sappiamo dove, non sappiamo quante, non sappiamo quanto grandi, ma sappiamo che delle bolle da qualche parte spunteranno (they are going to pop up). Queste bolle sono le complicanze, le stranezze, le peculiarità della lingua: sono il congiuntivo in italiano, sono i numerosi tempi dell’inglese, sono i verbi di movimento in russo, sono i toni in cinese, ecc.
Questa teoria è conosciuta anche con il nome di teoria del caos.
In conclusione, la grammatica di una lingua non influenza il nostro modo di pensare o la nostra visione del mondo. Sicuramente la nostra cultura influenza il vocabolario della nostra lingua, ma questo è francamente come scoprire l’acqua calda (reinventing the wheel). È ovvio che se in arabo ci si saluta utilizzando una frase traducibile con “su di te la pace e la misericordia di Dio” questo dice qualcosa sulla loro religiosità, ma non è niente di sorprendente (it doesn’t come as a surprise). Le lingue sono interessanti più che altro perché sono tutte in grado di esprimere gli stessi concetti, e lo fanno adoperando le strategie più disparate (employing all kinds of strategies), a volte ingegnose (ingenious – this time!), a volte davvero stupefacenti. Magari per esprimere un concetto in una lingua non esiste una parola e abbiamo bisogno di più parole, ma non c’è nulla che non possa essere tradotto. Vi lascio con una citazione di McWhorther che mi sembra riassuma bene il suo libro:

“Se volete studiare la maniera in cui gli essere umani sono diversi, studiate le culture. Ma se volete capire meglio ciò che rende gli essere umani di tutto il mondo uguali, oltre alla genetica, ci sono ben pochi posti migliori da dove iniziare che non siano le lingue”.


 

Questo era tutto per oggi, vi ringrazio per averlo ascoltato questo episodio di livello avanzato, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per interiorizzare le strutture e le parole complicate che ho utilizzato in questo testo. Se vi è piaciuto questo episodio vi chiederei di lasciare una recensione su Apple Podcasts, questo aiuterebbe altre persone a trovare Podcast Italiano. Grazie ancora per l’ascolto, alla prossima! Ciao.

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