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Lo sci (con mia madre) – Avanzato #13


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Anche oggi, come nell’ultimo episodio, ho come ospite mia madre, che viracconterà la sua esperienza con uno sport, ovvero lo sci. Come al solito su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con anche la traduzione in inglese delle parole più difficili, e vi assicuro che in questo episodio ce ne saranno un po’! Il testo è abbastanza tecnico e sono inoltre presentimolte parole che descrivono movimenti fisici, che per mia esperienza sono un aspetto della lingua non così facile da apprendere.
Ora lascio la parola a mia madre. Buon ascolto!



In questo episodio vorrei parlarvi di un’attività sportiva invernale che
accomuna me e mio marito (my husband and I have in common), e in cui abbiamo trascinato (we dragged), quando erano ancora piccoli e finché ne hanno avuto voglia, i nostri due figli Marco e Davide: lo sci di fondo (cross-country skiing).

Alcune premesse. La regione in cui abitiamo, il Piemonte, dispone di (has/ has available) vaste zone montuose, le Alpi occidentali, e pertanto nel periodo invernale, neve permettendo (snow permitting), si possono praticare svariate attività sportive, quali ad esempio lo sci alpino (alpine skiing) (o da discesa), lo sci alpinismo (ski mountaineering), lo sci di fondo o nordico appunto, ecc.

Da ragazza mi sono cimentata (I tried my hand) un po’ nello sci da discesa, ovvero la varietà a cui immediatamente viene da pensare (that immediately comes to mind) sentendo parlare di sci. Tuttavia non sono mai diventata esperta: non andavo oltre la classica tecnica da principianti, lo spazzaneve (snowplough), per scendere, curvare e frenare, e oltretutto avevo appreso solamente i rudimenti (rudiments, basics) di base da qualche amica molto brava, che mi aveva fatto da maestra (had been my coach, had taught me); non avevo preso pertanto delle vere e proprie lezioni. Perciò ero molto insicura, cauta e soprattutto timorosa (afraid) di farmi male.

Lo sci di fondo, meno praticato rispetto a quello da discesa, l’ho conosciuto frequentando il mio futuro marito, che,a differenza mia (unlike me), non aveva mai praticato discesa. Anche lui era un autodidatta (self-taught). Perciò, non appena si è presentata l’occasione (as soon as the opportunity came up), abbiamo iniziato a frequentare dei corsi, per correggere l’impostazione (ovvero come stare sugli sci), imparare il passo base (quello alternato che prevede l’utilizzo di apposite tracce (tracks) sulla neve), imparare a curvare (turn, steer), a  frenare (slow down) a spazzaneve, ecc. Insomma grazie a questi corsi, pur rimanendo sempre a livello amatoriale, abbiamo acquisito una tecnica che utilizziamo ancora adesso, dopo oltre 35 anni.

Qualche precisazione tecnica. Nello sci di fondo si possono usare due differenti tipi di passi, che richiedono anche un’attrezzatura (equipment) differente: il passo alternato, ovvero la tecnica classica, e il passo pattinato.  Noi abbiamo imparato il passo alternato, il quale richiede, oltre a bastoncini (ski poles) e scarpette, sci stretti, lunghi (più di quelli da discesa) e soprattutto sprovvisti di lamine (metal edges), il che li rende molto instabili e più difficili da controllare in discesa. Il passo alternato si pratica, grazie alla spinta dei bastoncini, scivolando a passi alterni su apposite tracce sulla neve, dette anche binari. A volte si può uscire dai binari per affrontare discese a spazzaneve, ossia con le code degli  sci aperte dietro, le punte ravvicinate (the tips close to each other) e gli sci leggermente inclinati (tilted) verso l’interno per fare maggiormente attrito (for better grip) con la neve.

Il passo pattinato, invece, richiede sci più corti, scarpette che arrivano alle caviglie e bastoncini più lunghi.  Si pratica su pista battuta (smooth trail) senza tracce: tipicamente si pattina (you ski) a passi alterni sempre spingendosi con i bastoncini. In entrambi i casi le scarpette sono agganciate agli sci tramite gli attacchi (bindings) solo nella parte anteriore: il tacco (heel) è libero.

Tutte le piste prevedono i binari su uno o due lati per chi pratica il passo alternato e l’area compresa fra coppie di binari è riservata alla tecnica del passo pattinato: in questo modo le piste sono percorribili (possono essere percorse) da entrambe le tipologie di sciatori.

I percorsi variano e la difficoltà è indicata da colori diversi. Si va dalle piste facili, blu-verdi con pochissimi dislivelli, a quelle più difficili, rosse-nere che prevedono salite e discese più impegnative (demanding). Eh già, se ancora non fosse chiaro, lo sci di fondo non utilizza impianti di risalita (ski lifts): pertanto le salite si affrontano a forza di gambe e braccia (slopes are dealt with using the strength of your arms and legs)! A seconda di come lo si pratica, lo sci di fondo può essere dunque uno sport molto dispendioso per il fisico (demanding for the body); però con le dovute cautele (with all due caution) si può affrontare anche ad età più avanzata, moderando la velocità a vantaggio di un maggior apprezzamento del paesaggio in cui le piste si snodano (wind): pinete, lariceti (larch forests) e fondovalli (valley bottoms) attraversati da ruscelli e circondati da alte vette (peaks).

Infine, qualche parola va spesa (it’s worth saying a few words) sui costi. Lo sci di fondo è molto più economico di quello da discesa: attrezzatura a parte (peraltro poco dispendiosa), i costi si abbattono anche di un ordine di grandezza (costs get cut by an order of magnitude),  poiché non ci sono impianti (facilities) e l’unico onere (burden) è dovuto alla manutenzione delle piste. Purtroppo però la stagione del fondo è più breve rispetto a quella della discesa, poiché le piste sono collocate a quote (=altezze, heights) più basse dove la neve si scioglie più in fretta.

Detto questo, indipendentemente dalle vostre preferenze sportive invernali, venite a visitare le Alpi piemontesi: troverete paesaggi meravigliosi,  natura incontaminata e buon cibo!


Vi ringrazio nuovamente per aver ascoltato l’episodio. Come sempre vi chiedo di lasciare una recensione su Apple Podcasts se questo episodio vi è piaciuto, in tal modo altre persone scopriranno Podcast Italiano. Se avete idee per episodi di questo tipo (anche argomenti di cui potrebbe parlare mia madre, perché no) scrivetemi qui sotto nei commenti a questo episodio. Inoltre – è da un po’ che non lo dico – vi ricordo di seguirci su Instagram, dove ogni tanto carichiamo mini-video con spiegazioni sull’italiano. Ora è davvero tutto, grazie per l’ascolto e alla prossima! Ciao!

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Cantare in un coro (con mia madre!) – Avanzato #12


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Ho l’onore per la prima volta di presentarvi mia madre, che vi racconterà la sua lunga esperienza di cantante in un coro. Come al solito, su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con la traduzione in inglese delle parole più difficili.
Buon ascolto!

Fin da piccola i miei (i miei genitori) mi dicevano che avevo una voce squillante (sharp, high-pitched voice). Muovevo appena i primi passi e già il macellaio di quartiere mi aveva soprannominato “la Callas” (famosa cantante lirica degli anni ’50-’60). All’asilo (in kindergarten) una delle suore (nuns) mi aveva notata come “la bambina che cantava con la voce fine” e così fui selezionata per partecipare al coretto dello spettacolo in onore dell’ispettore scolastico (school inspector), una figura importante all’interno della scuola. Alle scuole elementari non passava intervallo senza che cantassi (not a day went by that I didn’t sing) con le compagne i più recenti successi dello Zecchino d’oro (competizione canora italiana per bambini). Fu così che, visto il mio interesse per la musica e avendo un pianoforte in casa appartenuto a mia madrina (godmother), i miei genitori all’età di 9 anni mi fecero andare a lezione di pianoforte. Caso volle (as luck would have it) che la maestra di musica, oltre che pianista era pure, e soprattutto, cantante. Verso i 15 anni mi propose di cantare a prima vista (sight sing = cantare leggendo lo spartito [sheet music] senza preparazione) con lei un duetto dallo Stabat Mater di Pergolesi con lei, autore italiano del ‘700. Mi fece i complimenti! Da quel momento ripresi a cantare e non ho più smesso, salvo qualche periodo di interruzione.
Verso i 18 anni vengo coinvolta nel coro parrocchiale (church choir) della Messa delle 10 della mia parrocchia (parish), e in breve tempo passo a dirigerlo. E così conosco una ragazza che da lì a poco entrerà a far parte di un vero coro polifonico e vi trascinerà (“dragged” me into it) anche me! Mi si apre un mondo: quello della musica polifonica dal ‘500 agli autori contemporanei. Sono inserita nella sezione dei soprani 2, che, nel caso di pezzi a 5 voci, cantano note leggermente più basse rispetto ai soprani 1; per chi non sia esperto di musica corale, le altre tipiche sezioni di un coro polifonico comprendono i contralti ( voce femminile più bassa ), i tenori e i bassi (voci maschili rispettivamente più alta e più bassa).
Cantare in un coro è estremamente educativo: bisogna armonizzare la propria voce con le altre, non comportarsi da solisti, seguire attentamente le indicazioni del direttore, studiare a casa la propria parte quando richiesto, partecipare assiduamente (regularly) alle prove (rehearsal). E poi ci sono i concerti, in cui ci si mette alla prova, e lo spirito di gruppo acquisito con l’esercizio, unito all’abilità del direttore, ne determina in buona parte il successo (determines its success to a large extent).
Ma la sensazione più appagante (fulfilling) è sentire la propria voce sovrapposta armonicamente alle altre che eseguono parti differenti: per un corista alle prime armi (who is a beginner) l’effetto può essere insieme sconvolgente (shocking) (perché il rischio di confondersi e sbagliare è più che mai in agguato [lurking]) ed esaltante (perché se le note sono giuste il risultato di insieme (overall result) che ne deriva è stupefacente). Con l’esperienza il corista impara a prestare attenzione non solo alla propria voce ma anche a quelle altrui (other people’s), specialmente se cantano parti diverse: in questo modo la sua voce si immerge nell’armonia complessiva, le sue note non sono più isolate ma acquistano un senso in quanto unite ad altre note, il suo respiro si adegua al respiro altrui perché, come qualcuno sostiene, ” il respiro è già canto”.
Insomma, un’esperienza appagante valida per tutte le età, i livelli e generi musicali: se già cantate in un coro raccontate le vostre esperienze; altrimenti fateci un pensierino! (give it a thought)

Il pezzo in chiusura che avete sentito si chiama “Il bianco e dolce cigno” di Jacques Arcadelt ed è eseguito dall’Accademia corale Guido d’Arezzo, il coro dove canta mia madre. Se volete potete vederlo anche in versione video su YouTube. Vi lascio il link nella pagina dell’episodio sul sito. Ringrazio mia madre per la partecipazione e vi chiedo per favore di lasciare una recensione su Apple Podcasts se vi è piaciuto questo episodio. In questo modo altre persone scopriranno Podcast Italiano. In alternativa, potete fare quello che ho sentito da qualche parte, ovvero raccontare ad almeno una persona che impara l’italiano (se conoscete almeno una persona di questo tipo) dell’esistenza di Podcast Italiano. Almeno una. Questo mi aiuterebbe più di quanto immaginiate perché il passaparola (word of mouth) è molto, molto efficace. Grazie ancora e a presto!

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La bufala sulle lingue – Avanzato #11

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Benvenuti su Podcast Italiano. Questo è un episodio di livello avanzato. Vi ricordo che podcastitaliano.com troverete la trascrizione integrale dell’episodio con la traduzione delle parole e delle strutture più difficili. Buon ascolto!



In questo episodio di livello avanzato voglio affrontare una questione che nel mondo delle lingue e della linguistica è sempre di moda, ovvero: è vero che la nostra madrelingua influenza la nostra visione del mondo?
Ho deciso di scrivere questo episodio dopo aver letto il libro “The Language Hoax” di John McWhorther, il mio linguista in assoluto preferito, conduttore di un podcast eccezionale chiamato Lexicon Valley e autore di numerosi libri altrettanto interessanti. Come potete intuire dal titolo la posizione di McWhorther è molto netta: questa idea è una vera e propria bufala (hoax), che peraltro (besides, furthermore) circola da molto tempo e periodicamente si ripresenta (shows up again) sotto forma di articoli acchiappa-click (click-bait) su internet e sulle testate giornalistiche (news media, newspapers) online.
Questa teoria è conosciuta come “ipotesi di Sapir-Whorf”, dal nome dei due studiosi, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, che per primi ne hanno parlato negli anni venti, ma è anche nota come “ipotesi della relatività linguistica”. Secondo Whorf (e cito):”

Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all’interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua”

Da questa citazione si evince (we can deduce, infer) l’idea centrale di Whorf, ovvero che la nostra percezione della realtà varia a seconda della lingua che parliamo.
Whorf parlò, per esempio, degli Hopi, una popolazione nativa americana , la cui lingua, a sua detta (=secondo lui, according to him), non aveva modo di esprimere il tempo passato e futuro. La conclusione a cui giunse Whorf era che, a differenza delle lingue di matrice europea (of a european nature), gli Hopi avessero una percezione del tempo non lineare, ma ciclica. E questo era causato da questa peculiarità della loro lingua, che, appunto, influenzava la loro visione del mondo. Si dà il caso che Whorf non conoscesse bene la lingua Hopi, che, in realtà, è assolutamente in grado di esprimere il concetto di passato e di futuro. Ma anche se così non fosse (if that weren’t the case): è corretta l’idea secondo la quale le caratteristiche della grammatica di una lingua fanno sì che i suoi parlanti percepiscano il mondo in un modo completamente diverso? La risposta di McWhorther è, come avrete capito, no. È sicuramente un’idea attraente, molto “hippie” in un certo senso, ma… si tratta, ahimè, di una bufala.
Il fatto che, per esempio, la lingua russa abbia un sistema estremamente complicato per esprimere quello che in tante lingue europee sarebbe un verbo solo, ovvero “andare”, non significa che i russi percepiscano l’idea di movimento in una maniera più precisa. Semplicemente la loro lingua non lascia al contesto alcune informazioni ma, al contrario, obbliga i suoi parlanti ad esplicitarle (make them explicit). “Andare a piedi” e “andare con un mezzo di trasporto” sono due verbi diversi in russo, ma questo non significa che un parlante madrelingua italiano o francese che senta la frase “sono andato in Australia” ha dubbi sulla natura del movimento… ovviamente, chiunque abbia pronunciato questa frase in Australia non ci è andato a piedi, e il contesto ci aiuta a capirlo.
Per fare un altro esempio: esiste una lingua parlata in Amazzonia chiamata Tuyuka che possiede una caratteristica grammaticale nota come “evidential marker”. Un evidential marker è un indicatore che ci aiuta a capire la natura di una data informazione. Nella lingua Tuyuka funziona così: alla fine di ogni affermazione è necessario aggiungere un suffisso che indica come siamo venuti a conoscenza (how we became aware) di questa informazione e se siamo sicuri che sia vera o no. Esiste un suffisso che significa “ho sentito”, uno che significato “ho visto”, ce n’è uno per “apparentemente, ma non ne sono sicuro” e uno per “si dice che”. Se accettassimo l’ipotesi Sapir-Whorf potremmo concludere che i Tuyuka debbano essere un popolo per natura scettico, meno ingenuo (naive: ATTENZIONE! non “ingenious”! è un falso amico) di altri. Infatti la loro lingua li obbliga a esplicitare la fonte di qualsiasi informazione decidano di comunicare. Per quanto questa conclusione possa essere allettante (enticing), spiega McWhorther, pensiamo alle lingue europee. Nessuna lingua europea contiene gli evidential markers, tranne il bulgaro. I bulgari sono per caso un popolo più scettico degli altri popoli europei? Più scettici dei greci, inventori della filosofia in cui lo scetticismo è una qualità fondamentale? Un’affermazione del genere è evidentemente strampalata (outlandish, preposterous). I bulgari non sono in alcun modo più scettici dei Greci o di altri popoli europei.
Nel libro McWhorther apporta tantissimi esempi (provides many examples) che, a mio modo di vedere, dimostrano in maniera chiara e netta la veridicità (veracity, truthfulness) della sua posizione.
Tutti noi essere umani percepiamo il mondo essenzialmente allo stesso modo. È sì vero che (while indeed… – followed by “ma” later on) degli esperimenti hanno dimostrato qualche minima differenza riconducibile alle differenze linguistiche, ma si tratta di esperimenti estremamente artificiali che, per esempio, mostrano differenze di millisecondi nel premere un certo bottone. Minuscole differenze di questa natura non rappresentano certo una “visione del mondo” e non hanno ripercussioni al di là del laboratorio.
È innegabile (undeniable) che la cultura influenzi la lingua per quanto riguarda la terminologia. Lingue che possiedono vari pronomi da scegliere in base alla classe sociale del nostro interlocutore (come il coreano) lo dimostrano. Gli eschimesi hanno più parole per descrivere la neve (anche se, probabilmente non centinaia come secondo una famosa leggenda urbana) perché… beh, vivono circondati dalla neve. Nulla di così strano e inaspettato. Ma affermare che le caratteristiche di una lingua influenzano il modo in cui pensiamo e la nostra visione del mondo è un argomento molto pericoloso. Anche perché spesso è motivato da un sentimento di accondiscendenza (my bad – I was influenced by the English “condescending”, which would be “paternalistico in Italian. “accondiscendenza” means “compliance”): si vuole dimostrare che popoli o tribù in regioni remote del mondo non sono inferiori a noi europei o nord-americani e che, in realtà, hanno un modo completamente diverso di vedere il mondo che dobbiamo salvaguardare (preserve). Per quanto l’intento possa essere buono, il risultato è che eleviamo la lingua di questi popoli quando presenta caratteristiche interessanti che non esistono nelle lingue a noi più familiari, ma non pensiamo alle conseguenze pericolose che questa ipotesi logicamente implicherebbe. Prendiamo l’esempio del cinese, una lingua in cui non esiste né tempo futuro né passato, in cui non esiste il genere, in cui non esiste l’ipoteticità. Le seguenti frasi sono ben distinte in italiano (così come in inglese):


“Se vedi mia sorella capisci che è incinta”
“Se vedessi mia sorella capiresti che è incinta”
“Se avessi visto mia sorella avresti capito che è incinta”


Tuttavia, queste tre frasi si traducono allo stesso identico modo in cinese, ovvero:

“Se tu vedi io sorella tu sai lei incinta diventa”

Non esiste il condizionale, non esiste il passato.
Seguendo la logica dell’ipotesi Sapir-Whorf, potremmo pensare che i cinesi non siano in grado di percepire l’ipoteticità a livello teorico oppure che la percepiscano con maggiore difficoltà. Questa è chiaramente un’idea assurda e sbagliata che nemmeno i più ferventi sostenitori (fervent/warm supporters of) dell’ipotesi Sapir-Whorf avanzerebbero (would promote, propose). In altre parole: quando una lingua ha qualcosa che la nostra non ha (soprattutto se è una lingua parlata da una tribù di pochi elementi) ne siamo meravigliati, ma quando a una lingua manca una caratteristica che esiste nella nostra siamo molto più cauti (cautious) nel trarre conclusioni (draw conclusions) del tipo “i cinesi sono meno capaci di percepire aspetti della realtà” o, addirittura “i cinesi sono meno intelligenti”. Due pesi, due misure (double standards), insomma.
Le lingue non influenzano né il nostro modo di pensare, né sono influenzate dai nostri bisogni come popolo, per così dire. Non è che i Tuyuca posseggano un evidential marker perché gli serve nella loro vita di tutti i giorni, così come noi italiani non abbiamo il congiuntivo perché non possiamo stare senza (do without) a causa del nostro stile di vita molto… ipotetico? I nostri vicini francesi hanno un congiuntivo molto meno ricco del nostro e non sembrano aver problemi a percepire l’ipoteticità di una situazione. Le lingue semplicemente si evolvono in maniera casuale e imprevedibile. Come spiega McWhorther, le lingue sono come una zuppa, al cui interno inevitabilmente si formano delle bolle (bubbles). Non sappiamo dove, non sappiamo quante, non sappiamo quanto grandi, ma sappiamo che delle bolle da qualche parte spunteranno (they are going to pop up). Queste bolle sono le complicanze, le stranezze, le peculiarità della lingua: sono il congiuntivo in italiano, sono i numerosi tempi dell’inglese, sono i verbi di movimento in russo, sono i toni in cinese, ecc.
Questa teoria è conosciuta anche con il nome di teoria del caos.
In conclusione, la grammatica di una lingua non influenza il nostro modo di pensare o la nostra visione del mondo. Sicuramente la nostra cultura influenza il vocabolario della nostra lingua, ma questo è francamente come scoprire l’acqua calda (reinventing the wheel). È ovvio che se in arabo ci si saluta utilizzando una frase traducibile con “su di te la pace e la misericordia di Dio” questo dice qualcosa sulla loro religiosità, ma non è niente di sorprendente (it doesn’t come as a surprise). Le lingue sono interessanti più che altro perché sono tutte in grado di esprimere gli stessi concetti, e lo fanno adoperando le strategie più disparate (employing all kinds of strategies), a volte ingegnose (ingenious – this time!), a volte davvero stupefacenti. Magari per esprimere un concetto in una lingua non esiste una parola e abbiamo bisogno di più parole, ma non c’è nulla che non possa essere tradotto. Vi lascio con una citazione di McWhorther che mi sembra riassuma bene il suo libro:

“Se volete studiare la maniera in cui gli essere umani sono diversi, studiate le culture. Ma se volete capire meglio ciò che rende gli essere umani di tutto il mondo uguali, oltre alla genetica, ci sono ben pochi posti migliori da dove iniziare che non siano le lingue”.


 

Questo era tutto per oggi, vi ringrazio per averlo ascoltato questo episodio di livello avanzato, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per interiorizzare le strutture e le parole complicate che ho utilizzato in questo testo. Se vi è piaciuto questo episodio vi chiederei di lasciare una recensione su Apple Podcasts, questo aiuterebbe altre persone a trovare Podcast Italiano. Grazie ancora per l’ascolto, alla prossima! Ciao.

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Come essere infelici – Avanzato #10


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano.
Benvenuti in questo episodio di livello avanzato. Prima di cominciare vi voglio ricordare che potete trovare la trascrizione di questo episodio su podcastitaliano.com, dove troverete anche la traduzione in inglese delle parole ed espressioni più difficili. Incominciamo!
Come vi ho raccontato in passato in un episodio di riflessioni senza trascrizioni non sono un avido lettore (avid reader) di libri. Tuttavia, di tanto in tanto mi capita di leggere libri che hanno un forte impatto sul mio modo di pensare. Si da il caso che io  (I happen to) legga maggiormente letteratura non-fiction. Proprio in questi giorni ho riletto un libro che lessi qualche anno fa e mi piacque moltissimo. Il libro si chiama “How to be miserable: 40 strategies you already use” dello psicologo Randy J. Paterson. Proprio così: questo libro, breve ma ricco di idee illuminanti (eye-opening), ci spiega in maniera ironica NON  come essere felici ma, almeno apparentemente, come essere infelici. In questo rovesciamento (reversal) del tipico modello di libro self-help sta (in questo sta = in there lies) la geniale ironia del saggio. In generale il libro rappresenta una vera e propria parodia in chiave umoristica (=in maniera umoristica, con umorismo) dei libri che promettono la felicità. Ovviamente nessuno, per quanto perverso (as perverse as one may be), si prefiggerebbe mai come obiettivo (would never se the goal for him/herself)  quello di raggiungere l’infelicità nella vita. Tuttavia, leggendo questo libro è molto facile rendersi conto di tutti i comportamenti che adottiamo e che, di norma, sono altamente correlati a una vita infelice. Facendo il contrario di quanto ci consiglia l’autore  riusciremo a mitigare (ridurre / mitigate) l’infelicità nella nostra vita, che è un obiettivo decisamente più alla nostra portata (within our reach) rispetto alla ricerca della felicità, così fuggevole (fleeting) e irraggiungibile. Di libri che cercano di insegnarci semplici maniere di raggiungere la felicità, come detto, ne esistono a bizzeffe (=tanti). A giudicare dagli scaffali (shelves) della sezione “self-help” di molte librerie, dalla quantità di workshop sull’argomento, dal volume della ricerca scientifica in merito, la nostra società da molta importanza alla ricerca della felicità. Peccato che, ahimè, la felicità è una chimera, come afferma chiaramente Randy J. Paterson. Cercare in maniera ossessiva la felicità, afferma Paterson nel suo libro, è, al contrario, uno dei modi migliori di raggiungere l’infelicità. L’autore spiega che la felicità è un po’ come una scoiattolo (squirrel): se cerchi di acchiapparlo (catch) lui fuggirà, ma se stai fermo e non ti muovi è possibile che venga da te. La strada che conduce all’infelicità, invece, è delineata molto più chiaramente (much more clearly outlined) ed esistono numerose strategie per raggiungerla. Paterson spiega che l’infelicità può avere due cause, da lui divise in Colonna A e Colonna B. La  Colonna A è composta da eventi fuori dal nostro controllo (es. Un tumore, una tragedia naturale). La colonna B, invece, contiene comportamenti che sono sotto il nostro controllo e che, se attuati (if carried out), possono contribuire a renderci la vita peggiore. Paterson individua ben 40 strategie utilizzabili per massimizzare la tristezza nella nostra vita che, come afferma il sottotitolo (as the subheading states), utilizziamo già. Vi posso assicurare che, come successo anche a me, vi ritroverete in (you will identify with, see yourself in) almeno in un certo numero di queste strategie.
Il libro si compone di quattro parti, ognuna contenente 10 strategie.

  • Come adottare uno stile di vita infelice
  • Come pensare da persona infelice
  • Come fallire in tutte le relazioni inter-personali
  • Come vivere una vita senza significato

Le quattro parti del libro sono in ordine decrescente di importanza (in descending order of importance). Ovvero, le prime 10 strategie relative ad uno stile di vita infelice sono le più efficaci di tutte. Perché mai questa decisione atipica? Si tratta di uno dei modi in cui Paterson si prende gioco dei libri di self-help sulla ricerca della felicità, che iniziano in sordina (quietly) e culminano solamente nel finale, in cui è contenuta la lezione più importante del libro intero. Paterson, al contrario, da le informazioni più importanti all’inizio, il che è secondo me una scelta apprezzabile (admirabile choice).

Le prime 10 strategie, che si riferiscono allo stile di vita, le abbiamo messe in atto (attuare = implement, carry out) quasi tutti nella vita: evitare qualsiasi tipo di esercizio fisico, mangiare tutto ciò che vediamo nelle pubblicità, dormire il meno possibile, fare uso di droghe (alcol incluso), massimizzare il tempo passato davanti agli schermi, fare acquisti sfrenati (senza freni / uncontrolled, unrestrained) (soprattutto quando non ce li possiamo permettere), dare tutte le proprie energie al lavoro, ecc.
Ma anche le restanti trenta strategie ci offrono preziosi spunti di riflessione (food for thought). L’autore ci consiglia, tra le altre cose, di rimuginare (overthink, ruminate) sulle scelte sbagliate fatte in passato e pensare a tutti i modi in cui il futuro potrebbe andare male, pensare a come sarebbe fantastica la nostra vita se avessimo fatto scelte diverse, concentrarsi sugli aspetti negativi della propria vita e ignorare tutto ciò che c’è di positivo, ricercare la perfezione a tutti i costi, formare legami di amicizia o amore con la persona immaginaria che vediamo in un altro e non quella che è per davvero, non dire mai di no alle richieste degli altri, pensare di conoscere sempre le motivazioni profonde dietro alle parole delle altre persone, e, come detto, prefiggersi l’obiettivo di raggiungere la felicità con ogni mezzo.
Ovviamente non posso parlarvi di ognuna delle innumerevoli (numerous) idee contenute nel libro, ma vi parlerò di qualcuna che mi ha colpito particolarmente. Una di queste riguarda il concetto di autostima (self-esteem). L’autostima va separata dalla sicurezza dovuta al fatto di saper fare qualcosa bene, come, per esempio, saper cambiare l’olio della macchina. L’autostima è vista dalla società come un concetto vago e amorfo, che abbraccia ogni aspetto (covers every aspect) di una persona e che o si ha o non si ha (ma si può sviluppare, per esempio ripetendosi le magiche “affermazioni positive”). Secondo l’autore l’autostima semplicemente non esiste. Il self-loathing, il disprezzo di se stessi, invece, è molto reale.
Una persona insicura analizza in chiave critica cosa pensa di star facendo male, com’è vestita,  come cammina, come parla, le cose che dice, il suo aspetto fisico ecc. Una persona sicura di sé, al contrario, difficilmente pensa: “come son vestito bene, tutti mi ammireranno. Vogliamo parlare del mia camminata sicura? Della mia voce profonda e suadente (soothing, mellow)? Di come abbia raccolto in maniera sicura la penna che mi era caduta? Di come insacchetto la spesa (bag the groceries) con sicurezza?”. Una persona sicura di sé semplicemente non pensa a tante delle cose per cui una persona insicura si fa problemi. Cercare di creare e sviluppare l’autostima, questo concetto così illusorio (misleading, deceptive), è dunque una missione futile (un po’ come la ricerca della felicità) che, al contrario, ci porta ad essere infelici per la sua natura vaga. Molto più facile sarebbe cercare di identificare ed eliminare il disprezzo che proviamo verso noi stessi.
Un’altra lezione che ho apprezzato particolarmente è contenuta nel capitolo
measure up and measure down. Un metodo molto efficace di diventare infelici è di paragonarci in ogni ambito della nostra vita a persone che sono molto più brave, capaci, di successo, competenti di noi. Ad una festa, per esempio, dobbiamo cercare di paragonare il nostro modo di vestirci a quello della  persona vestita con costosissimi capi firmati (designer clothes), la nostra conoscenza della situazione in medio-oriente con il professore universitario che conosce ogni minimo dettaglio dell’argomento e le nostre abilità chitarristiche con l’Eric Clapton di turno presente alla festa, dimenticando che magari suoniamo la chitarra meglio del professore esperto di medio oriente, che sappiamo qualcosa in più della situazione medio-orientale della persona stilosa vestita con capi firmati e che siamo vestiti meglio di Eric Clapton. Dobbiamo sentirci delle nullità (a nobody) nei confronti di chi è molto meglio di noi in un ambito della vita senza pensare che, magari, ci sono tante cose che sappiamo fare meglio della maggior parte della persone.

Un’ultima lezione di cui voglio parlarvi riguarda la nostra capacità di saper resistere o meno agli impulsi. Prendiamo l’esercizio fisico. Prima di iniziare un allenamento difficilmente abbiamo voglia di farlo. La tentazione è infatti di NON farlo. Decidere di fare altro ci può effettivamente apportare felicità a breve termine (case short-term happiness). Guardare la tv magari è più allettante (tempting, enticing) sul momento. Ma, dopo poco, pensando che non stiamo facendo ciò che dovremmo fare (esercizio) iniziamo a sentirci infelici. Lo stesso si può dire per la fase successiva. “Anche oggi ho sprecato un’ora guardando la tv senza fare esercizio” è quello che possiamo pensare. Quindi questa è la sequenza delle nostre emozioni: POSITIVA-NEGATIVA-NEGATIVA.
Se invece non ascoltiamo il canto delle sirene (siren’s song) che ci tenta di guardare la tv e lasciar stare l’allenamento, una volta superata la barriera psicologica iniziale, ci sentiremo un po’ meglio durante l’attività in sé (alla fine non è così male) e decisamente meglio dopo. Quindi la sequenza è: NEGATIVA-NEUTRA-POSITIVA. Una combinazione decisamente più desiderabile.
Come dice Paterson: “La maggior parte delle cose che ci migliorano l’umore sono cose che non vogliamo fare prima di farle: l’esercizio fisico, mangiare sano, andare a dormire quando dovremmo, ecc.” Soprattutto nel lungo periodo, seguire gli impulsi e diventare  loro schiavi (becoming their slaves) è una strada che conduce direttamente all’infelicità. Gli impulsi sono pericolosi soprattutto quando siamo infelici. Nei momenti di tristezza tutto ciò che istintivamente faremmo peggiora solamente la situazione (per es. Abbuffarsi di gelato o di fast-food, non uscire di casa e non vedere nessuno, chiudersi in sé stessi (withdraw into oneself)). In questi momenti dovremmo adottare la strategia (questa volta vera e non ironica) dell’azione opposta, ovvero analizzare il nostro istinto e fare esattamente l’opposto.

Ma di lezioni illuminanti ce ne sono tante altre  . Insomma, non posso che consigliare questo libro. Come vi ho detto, ho rivisto in me (I saw in me, I noticed in me) e nei miei comportamenti molte delle strategie descritte nel libro. Capire che cosa facciamo male nelle nostra vita può aiutarci ad apportare dei correttivi (make some adjustments) e, magari, a minimizzare l’infelicità. La felicità, se vorrà, verrà da sé, come uno scoiattolo. L’importante è non inseguirla.

Vi ringrazio per aver ascoltato questo episodio, spero vi sia piaciuto e vi abbia fatto venir voglia di leggere il libro. Se vi piace podcast italiano parlatene ad altre persone che conoscete che imparano l’italiano. Inoltre, potreste lasciarmi una recensione su Apple Podcasts, che aiuterebbe il podcast ad essere trovato da altre persone come voi.  Ci sentiamo nel prossimo episodio.
Ciao!   

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Avanzato #9 – Che cosa succede nella politica italiana? – VIDEO


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Nota: l’episodio audio ha un aggiornamento che il video non ha.

Ciao a tutti! Io mi chiamo Davide, bentornati su Podcast Italiano, il podcast/canale YouTube per imparare l’italiano attraverso contenuti autentici e interessanti.
Qualcuno di voi mi ha chiesto di parlare della situazione politica italiana dopo le elezioni dello scorso 4 marzo 2018. Immagino che da stranieri questa situazione possa sembrarvi decisamente confusa e bizzarra e dunque cercherò di chiarirvi un po’ le idee (shed some light). Innanzitutto un disclaimer: io non sono esperto di politica e dunque non farò un episodio dettagliato e complicato (spero), anche perché sospetto che molti di voi non siato al corrente (aware, in the loop) di come funziona la democrazia italiana. Dunque direi di iniziare proprio da qua.


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La forma di governo dell’Italia è una repubblica parlamentare, che significa che abbiamo un parlamento, che ha (meglio: esercita) la funzione legislativa (ovvero, fa le leggi). Il Parlamento è composto da due camere: la Camera dei deputati e il Senato.
Inoltre ci sono due cariche (office, post) molto importanti, che sono quella del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei ministri, anche noto come Presidente del Consiglio, Primo Ministro o Premier. Il Presidente del Consiglio è a capo del Governo, che detiene (holds) il potere esecutivo (ovvero attua le leggi [enforces the laws]). Presiede il – quindi è a capo del – Consiglio dei ministri ed è la più importante figura politica in Italia.
Il Presidente della Repubblica, che per le sue funzioni potrebbe essere paragonato un po’ alla Regina d’Inghilterra o al Re di Spagna – diciamo a monarchi di altri paesi – ha tra queste funzioni una che è molto importante in questa fase in cui ci troviamo adesso. Il Presidente della Repubblica si consulta con  (consults) le forze politiche – soprattutto quelle che hanno ottenuto molti voti o che hanno vinto le elezioni per numero di voti – (questa fase si chiama “consultazioni”) e nomina il Presidente del Consiglio. Gli dà quindi l’incarico (task, assignment) di formare un governo, una squadra di governo composta da ministri. Questo è molto molto importante, perché in Italia dunque il Presidente del Consiglio, il Primo Ministro, non viene eletto dai cittadini. Per questo non si parla di repubblica presidenziale come negli Stati Uniti o in Francia, ma viene viene eletto (corretto: nominato) dal Presidente della Repubblica, che gli dà l’incarico. I cittadini invece votano i parlamentari (members of parliament), la composizione del Parlamento, ed è per questo motivo che si parla di Repubblica parlamentare.
I parlamentari a loro volta ogni sette anni eleggono un Presidente della Repubblica (quello attuale si chiama Sergio Mattarella) che, come abbiamo detto, dà l’incarico di formazione del governo, e questo è il ciclo di pesi e contrappesi (checks and balances) del sistema democratico italiano.


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Dunque, il 4 marzo 2018 si sono svolte le elezioni parlamentari. La situazione che si è venuta a creare – e che è in realtà esiste già da qualche anno – è quella di un vero e proprio tripolarismo, ovvero tre poli (=forze, attori), tre forze politiche principali. Il Partito Democratico, principale partito di sinistra e pilastro del governo precedente, ha ottenuto un risultato pressoché (nearly, pretty much) disastroso (18,72 %), il suo minimo storico (all-time low). A livello di singolo partito ha vinto il cosiddetto Movimento 5 Stelle, con il 32,6 %. Il M5S è un partito di stampo populista (populist in nature), che intende superare i partiti di sinistra e di destra e posizionarsi come un partito anti-estabilishment. I suoi membri spesso vengono chiamati pentastellati (da penta = cinque in greco) e a volte anche grillini dal nome del suo fondatore Beppe Grillo, comico che ha fondato di fatto il Movimento e che adesso è una figura di secondo piano e comunque non è mai entrato in parlamento per precedenti giudiziari, ma che per molto tempo ne è stato la figura principale. Quindi “grillini”, spesso con tono ironico o dispregiativo (derogatory).

Beppe Grillo in comizio a Torino nel 2014:
Uno arriva qua e dice che io sono Stalin. Schulz, un tedesco. Che se non era per Sta-.. i tedeschi dovrebbero ringraziarlo Stalin, perché Stalin ha vinto.. l’ultima guerra contro i nazisti l’hanno i vinta i russi con Stalin. E se non vinceva Stalin, Schulz era (corretto: sarebbe) dentro il parlamento con una svastica sulla fronte. E se non è successo è grazie a Stalin. E mi danno dello stalinista a me. Tu offendi me e offendi 10 milioni di italiani. Schulz, vedi di andare a*****lo. Perché.. ecco..

Ad oggi la figura più importante del Movimento – ed è una figura centrale in questa fase della politica italiana è Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento. Il Movimento 5 stelle, come dimostra questo risultato esorbitante (=estremamente alto), in quasi 10 anni è cresciuto tantissimo. Dal 2009, quando è nato, ad oggi è passato da essere un nuovo partito al partito più votato. Il primo partito d’Italia.

Luigi Di Maio in comizio il 2 marzo a Roma:
E inizia l’epoca di una politica che lavora per le persone fuori dalle istituzioni, per i cittadini. […]  Ogni sei mesi ci dicevano state per morire, è finita. Siete un fuoco di paglia (flash in the pan, qualcosa destinato a morire in fretta), è finita. E oggi siamo qui con un consenso ancora maggiore rispetto al 2013. E se nel 2013 siamo entrati in parlamento come opposizione, stasera finisce l’era dell’opposizione ed inizia quello del governo del Movimento 5 Stelle. […] A quelli là, che ci hanno governato per 20 anni ed hanno ancora il coraggio di dire che vogliono cambiare le cose, perché non le avete cambiate quando stavate governando?! Perché?! Perché?!
In Italia si possono anche formare le coalizioni. E alle ultime elezioni si sono presentate due coalizioni, una di centro-sinistra – abbiamo già parlato del Partito Democratico, che di fatto era l’unica forza davvero consistente di questa coalizione – e poi la coalizione di centro-destra, formata da da 3 partiti principali (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), che insieme hanno ottenuto il 37 % dei voti. La figura più importante della Coalizione di centro-destra è quella di Matteo Salvini, leader della Lega. La Lega in passato si chiamava Lega Nord, che era un partito per molti aspetti xenofobo che si proponeva (aimed at) di mettere al primo posto il Nord Italia. E come potrete capire non era molto apprezzato al Sud Italia, per questo misteriosamente è scomparsa la dicitura Nord ed è rimasta solamente Lega. E questa tattica ha funzionato perché adesso la Lega, che non si occupa più del Nord Italia, ma si occupa della lotta all’immigrazione clandestina (illegal immigration) principalmente ha vinto moltissimi voti, raggiungendo il 17 %.

Matteo Salvini in comizio a Pontida nel 2016:
Ebbene se qualcuno oggi, ieri o domani pensa che il futuro della Lega sia ancora quello di un partitino servo di qualcun’altro, di Berlusconi o di Forza Italia ha sbagliato a capire. Noi non saremo più schiavi di nessuno! Non voglio tornare al 4% per portarmi a casa 20 parlamentari di cui non me ne faccio un c***o. Voglio cambiare questo paese! Voglio cambiarlo! Ma alle nostre condizioni!

Ma della coalizione di centro-destra fa anche parte un personaggio che immagino molti di voi abbiano visto e di cui abbiano sentito parlare, ovvero Silvio Berlusconi, noto anche per le sue frequenti e infelici battute e gaffe (frequent and bad jokes and gaffes), anche in campo internazionale.

Silvio Berlusconi a Camp David (inizio anni 2000) che parla in inglese pessimo e viene preso in giro da Bush.
Berlusconi in comizio: Continuano a dire “Berlusconi a casa” creandomi un certo disagio, perché disponendo (=possedendo) di 20 case non saprei in quale andare.

E benché non possa essere eletto in Parlamento (UPDATE: ora può) perché è stato condannato per frode fiscale (tax fraud), quindi secondo una legge anti-corruzione è ineleggibile (unelectable), rimane comunque al capo del suo partito, Forza Italia, ed è una pedina fondamentale, importantissima, nello scacchiere (metaforico: chessboard) (anche: scacchiera) della politica italiana.
Dunque, M5s da solo ha ottenuto il 32%. Tre partiti di centro-destra insieme hanno ottenuto il 37% ma nessuna di queste due forze politiche da solo più governare e ottenere la maggioranza.


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Per formare un governare è necessario formare un’alleanza, ma questa alleanza non è stata ancora trovata e a questo punto, dopo due mesi, non si sa se verrà trovata. In questi due mesi ci sono stati molti colloqui, molti dialoghi tra le forze. Sostanzialmente, il M5S sarebbe disponibile ad un accordo con la Lega, ma non sarebbe disponibile ad accettare Silvio Berlusconi (Forza Italia) all’interno governo, mentre Forza Italia pretende di far parte di questo governo, così come la lega vuole mantenere questo patto, questa coalizione di centro-destra e non vuole “tradire” Berlusconi. Dall’altro lato (a sinistra) Luigi Di Maio (M5S) ha provato ad allearsi con il Partito Democratico, ma senza successo perché il PD, nonostante alcuni all’interno del partito siano più aperti al dialogo (open to dialogue), sostanzialmente si è rifiutato di accettare un ruolo collaborativo e sostenere un governo, anche perché durante questi anni il M5S è stato molto duro a parole nei confronti del Partito Democratico; poi, nel 2013, praticamente c’era la stessa situazione e il M5S all’epoca non accettò di formare un governo con il PD. Matteo Renzi, ex-premier ed ex-segretario (=capo) del PD, si è espresso negativamente rispetto a un possibile accordo. Nonostante lui non sia più né Presidente del Consiglio né capo del partito – segretario del partito – rimane comunque una voce molto influente – probabilmente la voce più influente del partito. Ed è per questo che l’accordo sostanzialmente non è andato a buon fine. (didn’t end well, was not successful)

Come abbiamo detto sono passati ormai più di 2 mesi e tre tornate di consultazioni (three rounds of consultation), ovvero dialoghi intavolati (dialogues held, initiated) dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con le varie forze politiche, che non hanno portato a nulla. Sergio Mattarella non ha potuto dare l’incarico a nessuno perché nessuna forza ha la maggioranza.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: nel corso dei colloqui di oggi ho chiesto alle varie forze politiche, particolarmente a quelle più consistenti, se vi fossero delle possibilità di intesa, se ne fossero emerse (whether they had emerged). Registrando che non ve ne sono, come è evidente non vi è alcuna possibilità di formare un governo sorretto (=sostenuto) da una maggioranza nata da un accordo politico


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A meno che improvvisamente nelle prossime ore, nei prossimi giorni Lega e M5S non trovino un accordo – il che sembra difficile, perché la lega non vuole abbandonare Silvio Berlusconi – c’è la seria possibilità che si vada di nuovo alle urne (we might go to the polls), ovvero che si vada di nuovo a votare.

Quando non si sa, perché Lega e Movimento 5 Stelle spingono per votare a luglio, però il presidente Mattarella non vorrebbe, non è molto favorevole a questa a questa eventualità, perché luglio vorrebbe probabilmente dire forte astensionismo (low turnout) (ovvero molte persone che sarebbero in vacanza non andrebbero a votare). Seconda cosa: luglio è relativamente vicino e quindi, probabilmente, non ci sono i tempi tecnici, ovvero non c’è tempo per preparare una delle nuove elezioni.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: Non vi sono i tempi per un voto entro giugno. Sarebbe possibile svolgerle in piena estate, ma sinora si è sempre evitato di farlo ,perché questo renderebbe difficile l’esercizio del voto agli elettori. Si potrebbe quindi fissarle per l’inizio di autunno.

Sergio Mattarella ha ipotizzato dunque la formazione di un governo neutrale, temporaneo tecnico – chiamatelo come come volete, può avere vari nomi – che sostanzialmente non sarebbe un governo politico, né di destra né di sinistra, ma che sarebbe semplicemente avrebbe la funzione il compito di traghettare (lead, lett. “to ferry across”), di portare il paese fino a probabilmente nuove elezioni o fino al raggiungimento di un accordo tra le forze politiche che si sono dimostrate le più forti in queste elezioni.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: Ma nel frattempo, in mancanza di accordi, consentano attraverso il voto di fiducia che nasca un governo neutrale, di servizio, un governo neutrale rispetto alle forze politiche

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Un gran casino (mess). Che è esattamente come si potrebbe riassumere la politica italiana in tre parole. Pensate solo: dopo più di due mesi dalle elezioni siamo senza governo, che è davvero una situazione paradossale e anomala (unusual). Si potrebbero dire tante cose sulla politica italiana, ma non che i suoi governi siano caratterizzati da stabilità e solidità. Basti pensare a questa cifra: dal 1948, quando entrata in vigore l’attuale Costituzione (che ci ha reso una repubblica parlamentare) ci sono stati ben 64 governi. Quindi: 70 anni e 64 governi. Un mandato di un governo dovrebbe durare in teoria 5 anni ma in realtà la media per governo è di circa poco più di un anno. Adesso addirittura il governo nemmeno c’è. Abbiamo appena fatto le lezioni e il risultato è un vero e proprio nulla di fatto (=no decision made). Vedremo come andrà a finire. Ci sono sviluppi continuamente, anche se in realtà è uno stallo: ci sono molte parole ma molti pochi fatti. Dunque vedremo se per caso le cose cambieranno nei prossimi giorni..

AGGIORNAMENTO:
Le cose effettivamente sono cambiate: ci sono degli sviluppi, proprio delle ultime ore, di cui è importante parlare, se no questo video non ha alcun senso.

Dunque, proprio nelle ultime ore sembra che si sia trovato un accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle. Io nel video dicevo che era (meglio: sarebbe stato) difficile, però improvvisamente questo accordo sembra essere stato trovato, tra Di Maio e Salvini. Il ruolo di Berlusconi in questo governo sarebbe [quello di] alleato della Lega, che però non impedisce (prevents) alle due forze di formare un partito. Quindi non darebbe non darebbe la cosiddetta fiducia al Governo – perché in Parlamento bisogna votare la fiducia al Governo, è un modo di dire “sì, ci fidiamo, diamo la fiducia a questo governo” e il governo quindi può lavorare. È una fase che deve essere superata all’inizio di ogni nuova legislatura (parliamentary term)

Quindi, questo sarebbe lo sviluppo delle cose. Non si sa ancora chi sarà il premier, probabilmente né Di Maio, né Salvini, ma una persona terza (a third person). Però non si sanno altri dettagli, per esempio chi saranno i ministri In ogni caso mi sembrava importante fare questo aggiornamento. Seguite anche voi la situazione perché in queste ore stan mutando gli scenari che si erano venuti a creare, quindi non ci sarà nessun voto apparentemente. Dunque è cambiato tutto molto molto in fretta .Quindi continuiamo a seguire la situazione, però a quanto sembra con grande probabilità ci sarà un governo Lega-Movimento 5 Stelle, come era in realtà auspicato (called for, desired) da molti dopo le votazioni del 4 marzo. Torniamo al video.

AGGIORNAMENTO EPISODIO AUDIO:
È passato qualche giorno dall’upload del video e ci sono ulteriori aggiornamenti. Il dialogo tra Lega e M5S continua e dunque sembrerebbe effettivamente che si vada verso un governo “giallo-verde” (questi sono i colori rispettivamente del Movimento e della Lega). Un’altra notizia di oggi (12 maggio) è che il Tribunale di Milano ha dichiarato Berlusconi nuovamente candidabile. Ho detto nel video che era stato reso incandidabile per una legge anti-corruzione. Berlusconi era stato condannato per frode fiscale relativamente alla sua rete televisiva Mediaset. Vedremo cosa cambierà questa decisione negli scenari politici, in ogni caso Berlusconi non è più incandidabile (=non può essere candidato) e quindi teoricamente potrà ripresentarsi (show up again) a nuove elezioni e tornare a sedere in parlamento. Fine aggiornamento.

 

Vi consiglio di seguire la situazione, magari ora che sapete qualcosa in più potrete comprendere meglio cosa sta succedendo. In ogni caso la politica italiana non annoia mai, è sempre frizzante (lett. sparkling – lively) e mai banale. Spero di avervi chiarito le idee.

Se avete visto questo episodio YouTube potete riascoltarlo come episodio audio. Potete cercare su iTunes o sulla vostra applicazione di podcast preferita Podcast Italiano. Vi ricordo che ho anche una nuova serie di episodi chiamati “riflessioni senza trascrizioni”, che non hanno trascrizioni – mentre questo episodio ha l’intera trascrizione di tutte le cose che ho appena detto. Ho usato parole complicate, ma potete rileggere tutto e dunque potrete capire tutto ciò che ho appena detto.

Questo per oggi è tutto. Spero vi sia piaciuto e ci vediamo. Alla prossima!

 

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Avanzato #8: Siamo dipendenti dagli smartphone?


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Ciao a tutti e bentornati su Podcast Italiano!
Oggi volevo fare un episodio su un tema a cui mi sto interessando recentemente, ovvero la dipendenza (addiction) dagli smartphone (ma in generale dalla tecnologia). Credo si tratti di un argomento molto attuale (topical) ovunque voi viviate, considerato il numero di dispositivi (devices) che  esistono in tutto il mondo. Facendo una breve ricerca ho scoperto che il numero di smartphone nel mondo è superiore ai due miliardi. Inoltre Facebook ha due miliardi di utenti mensili e circa un miliardo di questi utilizza la piattaforma quotidianamente. 800 milioni di persone accedono a Instagram ogni mese e 500 milioni almeno una volta al giorno.
Sono numeri significativi su cui è importante riflettere. Gli smartphone hanno compiuto (accomplished, carried out) una vera e propria rivoluzione dalla loro comparsa (appearence – da “comparire”) ad oggi. I vantaggi che gli smartphone hanno apportato alla nostra vita sono sotto gli occhi di tutti (are under everyone’s eyes), diventando in pochi anni un oggetto fondamentale che ha cambiato la nostra vita e le nostre abitudini. Ma come spesso capita, la tecnologia ha alcuni lati oscuri.
Provate a fare questo esperimento: la prossima volta che salite su un pullman, su un treno, che siete al ristorante, a una lezione a scuola o all’università – insomma, in qualsiasi luogo pubblico dove ci sono molte persone -provate a dare un’occhiata alle persone che vi circondano e contare quante di esse (=quante di queste, quante di loro) stanno utilizzando uno smartphone. Guardate i loro comportamenti, come molte di queste, per esempio, fanno scrolling su Facebook senza nemmeno fermarsi a leggere ciò che gli passa sotto gli occhi. Io ultimamente lo faccio spesso e devo dire che rimango sempre più sorpreso, se non scioccato. Sia ben chiaro: non sono un tecnofobo, non odio la tecnologia. Tutt’altro (quite the contrary). Sono il primo che utilizza la tecnologia costantemente. E se fossi privato dello smartphone – o ancora peggio, di internet! – probabilmente avrei una crisi nervosa (nervous breakdown). Ed è proprio questo il punto! La tecnologia ci ha cambiati profondamente.
Sono dell’idea che la tecnologia ormai sia una parte integrante (integral part, parte fondamentale) della nostra vita e non si possano prendere in considerazione approcci massimalisti come non possedere uno smartphone o non avere una connessione internet. I disagi che ne risulterebbero (would result from this, sarebbero causati da questosarebbero troppo grandi. La domanda che mi pongo è: non stiamo forse esagerando? Non stiamo diventando una società di telefono-dipendenti (mi sono inventato questa parola)? Se prima dell’avvento degli smartphone era più difficile diventare dipendenti dalla tecnologia, perché fondamentalmente l’accesso ad internet era limitato a un luogo fisico (il pc), ciò è cambiato radicalmente con l’avvento (=arrivo, comparsa) degli smartphone. L’intero universo di internet è potenzialmente sempre con noi, se non nella nostra mano comunque in tasca o sul comodino (bedside table) affianco a noi mentre dormiamo, ed è sempre lì che ci attira con il suo richiamo (call) insistente ad ogni momento del giorno e della notte. Vieni su Facebook! Apri Instagram! Dai un’occhiata a Twitter! La loro mera presenza ci distrae persino da attività come una conversazione con un amico o un parente: pensate alle notifiche che compaiono dal nulla e che per qualche secondo distolgono la nostra attenzione (take our attention away).
Gli smartphone hanno inoltre come effetto la nostra intolleranza alla noia. (la notifica di Facebook l’ho messa io, volevo vedere quanti di voi si sarebbe distratti). Dicevo, nei tempi morti (downtime – momenti in cui non abbiamo niente da fare), anche di pochi minuti, ci fiondiamo (lett. “to dash”, andare velocemente da qualche parte) subito sullo smartphone: per esempio quando dobbiamo aspettare l’autobus per due minuti o quando saliamo le scale mobili o prendiamo l’ascensore, il che può essere negativo perché si ritiene che la noia sia il momento in cui il nostro cervello ha le idee migliori (i grandi inventori, scienziati, scrittori del passato probabilmente si annoiavano spesso). Ma un’altra conseguenza del nostro uso degli smartphone è che la nostra curva di attenzione (attention span) diminuisce. Nel 2000, secondo uno studio di Microsoft, questa era in media di 12 secondi, mentre nel 2013 è scesa a 8 (un pesce rosso in media ha una curva di attenzione di 9 secondi).
Penso che la stragrande maggioranza (vast majority) di noi abbia fatto l’esperienza di trovarsi su una pagina o su un’app, come Facebook o Instagram, senza essersi accorto di averla aperta. A me capita spesso ed è qualcosa che sto cercando di cambiare, per esempio mettendo le icone di app come, appunto, Facebook o Instragram in luoghi meno accessibili. Come vi dicevo all’inizio, questo tema mi interessa (e preoccupa) molto ed è per questo che ho iniziato a leggere un libro, chiamato “Irresistible” di Adam Alter. In realtà sono ancora all’inizio, quindi magari farò un altro episodio in futuro se scoprirò qualcosa di interessante, ma da quanto ho scoperto finora la dipendenza dagli smartphone, da internet, dai dispositivi in generale, è una vera è propria dipendenza comportamentale (o behavioral addiction in inglese), che è poi uno dei temi centrali del libro. L’autore definisce “dipendenza comportamentale” un comportamento che “ha dei vantaggi nell’immediato (in the short-time) ma ha delle consequenze più pesanti in futuro. Le dipendenze comportamentali per lungo tempo sono state trascurate (neglected) dalla psicologia, ma ultimamente sono al centro di molta attenzione da parte degli studiosi e vengono sempre più considerate alla stregua delle (al pari di, allo stesso modo di) dipendenze da sostanze. Seconda la neuroscienziata americana Claire Gillan, che studia questa materia, i comportamenti di questo tipo, che generano dipendenza,  attivano le stesse aree del piacere – o sistemi di ricompensa (reward system)– nel nostro cervello attivate dall’utilizzo di sostanze, come le droghe.
In ogni caso, non sono un esperto e come ho già detto non ho ancora finito il libro, dunque non voglio tediarvi (=annoiarvi, think of “tedious”) con termini difficili e concetti di psicologia o neuroscienze perché rischierei di commettere degli errori.
Una cosa che però vi invito a fare, che sto cercando di fare anche io, è di essere più consapevoli di come utilizzate e del rapporto che avete con il vostro smartphone. Una cosa che ho fatto io è installare sul mio telefono un’applicazione Quality Time (per Android, per iOs esiste invece un’altra applicazione che si chiama “Moment”), che registrano il tuo uso quotidiano del telefono. Quanto spesso lo usi, per quanto tempo usi le singole applicazioni, quante volte sblocchi lo schermo (you unlock your screen), ecc. Ho scoperto, con un certo sgomento, (with some dismay) che uso il mio smartphone dalle due alle tre ore al giorno (l’autore dice che la media nel 2015 era di 2 ore e 48 minuti, ma probabilmente, secondo me almeno, oggi, nel 2018, è ancora di più) e che sblocco il telefono dalle 100 alle 120 volte al giorno. Questo senza tenere conto del tempo passato davanti allo schermo del computer.
Come ho già detto non voglio fare la morale (lecture, preach) dato che sono io il primo ad utilizzare la tecnologia costantemente. Dato però che tutti usiamo gli smartphone e altri dispositivi tutti i giorni e che sono di fatto un’estensione del corpo per molti di noi, è importante riflettere sul rapporto che abbiamo con loro.
Voglio concludere con una frase utilizzata da Adam Alter nel libro, tradotta da me in italiano: “Non dobbiamo usare un termine annacquato (watered-down) per descrivere le dipendenze comportamentali; dobbiamo renderci conto di quanto sono serie,  di quanto nuociono al (harm) nostro benessere collettivo e dell’attenzione che meritano. Le prove che abbiamo al momento sono preoccupanti e le tendenze indicano che ci stiamo addentrando in acque perigliose (we’re wading in dangerous waters)
Spero di non avervi inquietato (creeped you out) troppo e su queste note preoccupanti vi saluto. Vi ricordo che il Podcast è su instagram (podcast_italiano), ma, alla luce di quanto detto oggi, cercate di usarlo con moderazione (non il podcast, ma Instagram). Mi farebbe piacere leggere i vostri commenti sul tema. Come si usano gli smartphone nel vostro paese? Come li usate voi? Vi sentite dipendenti o cercate di limitarne l’uso? Potete commentare su podcastitaliano.com nella pagina dell’episodio, che tra l’altro contiene l’intera trascrizione di quanto ho appena detto. Se volete farmi un piacere ancora più grande potete inoltre lasciare una recensione al podcast su iTunes per aiutare altre persone a trovarlo. Detto questo, grazie per l’ascolto e alla prossima!

 

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Avanzato #7: Gli anglicismi in italiano

 

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Benvenuti su Podcast Italiano.
Mi chiamo Davide e in questo episodio discuteremo gli anglicismi, ovvero quelle parole inglesi utilizzate sempre più spesso nella lingua italiana.
Trovo questo tema molto interessante, in quanto i termini di derivazione inglese utilizzati nella nostra italiana sono innumerevoli e la tendenza sembra essere in aumento. O, come direbbero alcuni, il trend sembra essere in aumento. L’italiano infatti è una lingua decisamente più accogliente (welcoming, inviting) nei confronti delle parole anglo-sassoni di quanto lo siano altre lingue europee, una su tutte il francese.
Il francese, infatti, lotta strenuamente affinché le parole di derivazione inglese (borrowed from, derived from) non entrino a far parte della lingua corrente, ma vengano il più possibile tradotte con un equivalente francese . Questo non è sempre possibile, ma in italiano questo tentativo non viene nemmeno fatto. Ed è per questo che sempre più anglicismi col passare degli anni  entrano a far parte della lingua italiana. Alcuni anglicismi entrano nella lingua italiana sostanzialmente immutati (unchanged) nella forma (e nel significato) e possono essere:
– sostantivi: come break (pronunciato all’ italiana / oppure trend)
– aggettivi: come single (utilizzato nel senso di “non ho un ragazzo o una ragazza, non ho un partner, sono single) oppure low-cost (un volo-low cost)
– verbi, che si coniugano come i verbi della prima coniugazione, quindi prendono il suffisso -are all’infinito (stalkerare, twittare, taggaresono davvero tantissimi)

A volte parole composte inglesi in italiano perdono la seconda parte, la seconda parola del composto. Quindi per esempio “beauty case” in italiano diventa “beauty” oppure “Slot machine” rimane solo “slot“.
In altri casi invece parole inglesi e italiane vengono combinate, dunque abbiamo neologismi come “cyber-bullismo” oppure “baby-prostitute“.
In alcuni casi gli anglicismi invece acquisiscono una funzione grammaticale diversa rispetto a quella della parola originale in inglese.
Dunque la parola “fashion” (con questa pronuncia italiana) spesso viene utilizzata come aggettivo (*ma non sempre). (es: “La tua borsa è fashion”, non “fashionable”). Allo stesso modo “glamour” è diventato un aggettivo. (“I negozi più glamour di Milano, e non glamourous, come si direbbe in inglese)
Infine, a volte le parole mutano di significato. “Fare shopping”  in italiano si riferisce solo all’acquisto di prodotti nel campo della moda e della cosmesi, mentre non si parla di fare shopping quando si va a comprare il pane, perché quello rientra nel “fare la spesa“.
Un altro caso curioso è quello di “box”, che in italiano viene utilizzato specialmente nella combinazione “box auto” come sinonimo di “garage”, che in inglese assolutamente non ha questo significato.

Alcuni campi sono naturalmente più prolifici e sono solitamente quelli più moderni, come l’informatica, la tecnologia, il business, il mondo della moda (fashion).
E qui ho alcuni esempi, ce ne sono tantissimi però ve ne do solo qualcuno:
– nell’informatica: “computer“, “webcam“, “scanner“, “touchscreen“, “modem“, “password” – queste parole non hanno equivalenti in italiano.
– nell’economia e nell’imprenditoria (entrepreneurship) possiamo dire “business“, “marketing“, “spread“, “deregulation“, “import-export“, “manager” – alcuni di questi hanno equivalenti (in italiano), ma spesso si dicono inglese.
– infine nella moda e nella cosmesi possiamo avere parole come: “top“, “pullover“, “jeans“, “blazer“, “blush“, “eyeliner“, “extension (come quella dei capelli)
Dunque, come possiamo vedere, gli anglicismi sono tantissimi. Come abbiamo detto, l’Italia ha un atteggiamento (attitude) più esterofilo (xenophilic, “with a love for foreign things”, in our case foreign words) nei confronti delle lingue straniere, specialmente dell’inglese, e questo forse è anche dovuto al fatto che non c’è un organismo regolatore (regulatory body) come c’è in Francia con l’Academie Française e in spagna con la Real Academia Española. In Italia esiste l’Accademia della Crusca, ma è un’organizzazione che si propone più che altro di (aims to) offrire la propria opinione in merito a questioni linguistiche oppure si propone di risolvere agli utilizzi della lingua, ma non ha una vera funzione regolatrice e non crea la traduzione di nuove parole che arrivano dall’inglese in italiano.

In italiano non ci limitiamo (we don’t stop with) ai cosiddetti prestiti di necessità, ovvero prestiti che vengono introdotti nella lingua perché non esiste una valida alternativa o non esiste proprio un’alternativa in italiano (penso per esempio a “brunch” o “spoiler“), ma facciamo anche uso di moltissimi prestiti di lusso, ovvero parole che impieghiamo perché ci piace  il loro suono inglese un po’ “esotico”, come per esempio: “background” (formazione, esperienze pregresse), “trend” (tendenza), “leader” (guida, capo, comandante), “fake” (falso, bufala), “step” (passo), “gap” (divario), “customizzare” (personalizzare), “convention” (convegno),  “business” (commercio, affari oppure impresa, azienda), “stand” (espositore), “competitor” (concorrente), “partnership” (accordo, collaborazione), “copyright” (marchio di fabbrica), “performance” (“prestazione”).
A volte questi predominano sui loro equivalenti italiani, a volte è una dura lotta. Ma come potete vedere sono tantissimi e si può davvero dire che queste parole inglesi vadano di moda nella nostra lingua, benché come abbiamo visto a volte esistano alternative valide e non sia strettamente necessario usare la parola inglese.
Le persone hanno atteggiamenti (here meaning stances, positions) diversi nei confronti di questo fenomeno linguistico: c’è chi è assolutamente contrario a quella che definiscono una decadenza (decline) della gloriosa lingua italica, mentre c’è chi magari fa parte di settori come l’informatica, o il.. business che è molto più favorevole e, anzi, utilizza quotidianamente questi termini e non si fa nessun problema (doesn’t mind, doesn’t have a problem with) nel farlo e magari non si sforza nemmeno di cercare equivalenti nella propria lingua. Personalmente non voglio essere pedante e giudicare chi utilizza termini inglesi, però personalmente cerco di utilizzare termini italiani quando mi sembra che non sia necessario utilizzare una parola inglese perché non ha una effettiva (real, actual) utilità, il termine italiano esiste e dunque non ha senso sostituirlo con una parola inglese.
Per esempio, mi sembra eccessivo che persino nel campo della politica, dove dovrebbe regnare l’assoluta transparenza si siano utilizzate denominazioni in inglese come per esempio il cosiddetto “jobs act” o la cosiddetta”spending review che avrebbero potuto avere denominazioni in italiano senza alcun problema (“riforma del lavoro” o “revisione della spesa” e ). Non tutti conoscono l’inglese, specialmente in Italia, e non tutti possono comprendere di che cosa si sta parlando quotidianamente, utilizzando questi termini, queste formule così strane.
Detto questo, è normale che le lingue si influenzino a vicenda (each other), così come è successo con l’inglese, che è cambiato completamente sotto l’influenza del francese, magari anche noi tra cent’anni in italiano non percepiremo queste parole entrate dall’inglese come parole estere, così come nessun inglese penserebbe alla parola “use” come una parola non inglese ma di origine francese.

In conclusione vi lascio un dialogo dove utilizzeremo tantissimi anglicismi, tutti realmente utilizzati nella lingua. Ok.. magari utilizzarli tutti insieme sarebbe un po’ troppo, però a volte capita, specialmente nei dialoghi tra businessmen e informatici. È un fenomeno interessante da osservare e a volte è anche divertente, in un certo senso.

– Oggi sono andato a una convention sulla customizzazione nell’ambito del fashion.. Parlavano degli ultimi trend del glamour internazionale.
– Ah, interessante.
– Certo. Il mio background in realtà è nel marketing, però mi è piaciuto. C’erano un sacco di talk interessanti e all’ingresso pure degli stand dei competitor principali nel business. Dura fino al week-end, ma se sei interessato ti dò il flyer.
– Mi piacerebbe andarci, ma domani ho un meeting col mio manager.
– Ma dove lavori adesso? Non avevi una start-up?
– Purtroppo quell’esperienza non ha funzionato,  però mi ha assunto un’azienda di consulting. Sai, ho skill nel campo del web development e IT, dunque non è stato difficile trovare lavoro.
– Ah, ok. Non lo sapevo. Senti ma ti va di fare una pausa, facciamo un coffee-break?
– Ok, però sono un po’ di fretta, che  viene il tecnico a casa mia a cambiare il decoder della pay-tv, che quando faccio zapping non funziona bene. (zapping è una di quelle parole che crediamo essere inglesi, ma in realtà è una parola italiana, utilizzata così solo in italiano, che vuol dire “passare da un canale televisivo a un altro molto velocemente)
– Abiti ancora in centro?
– No, mi sono spostato, adesso ho un loft qui vicino. Se vuoi possiamo prendere il caffè a casa mia.
–  Volentieri! Però prima facciamo un bel selfie, lo twitto con l’hashtag #businessmen e ti taggo.
– Sì dai, top!

Questo dialogo ovviamente è un po’ ridicolo, però penso possa darvi un’idea di quanti sono gli anglicismi nella lingua italiana. L’argomento è davvero interessante ed è impossibile esaurirlo (talk about it exhaustively) in pochi minuti, perché in ogni settore si potrebbe parlare delle parole di provenienza inglese. Spero comunque di avervi fatto una panoramica (overview) dell’argomento e che vi sia piaciuto l’episodio. Grazie della visione, grazie per l’ascolto se ascoltate l’episodio in versione audio. Vi ricordo che su podcastitaliano.com troverete l’intera trascrizione dell’episodio con la traduzione delle parole o frasi più complicate. Detto questo grazie di nuovo e ci vediamo nel prossimo episodio.
Ciao!