Categoria: Avanzato

Avanzato #6 – Dante e l’incipit dell’Inferno

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Benvenuti su Podcast Italiano. In questo episodio vi leggerò l’incipit (beginning, first words of a text) dell’Inferno, il primo libro della Divina Commedia di Dante.

La Commedia, meglio conosciuta come Divina Commedia è un poema composto da Dante Alighieri probabilmente dal 1306 al 1321. Gli studenti italiani sono obbligati a studiarla, ed è sicuramente l’opera letteraria più importante nella letteratura italiana e una delle più importanti al mondo. Ci sono 100 canti (a canto is the  principal form of division in a long poem), ovvero capitoli, 34 nell’Inferno, 33 nel Purgatorio e 33 nel Paradiso. Questi sono i 3 regni che Dante visiterà, incominciando appunto dall’Inferno. Oggi leggeremo i primi 27 versi del primo Canto dell’inferno, che è un’introduzione all’opera. L’incipit è forse il passaggio più importante della letteratura italiana. Non sono un esperto di letteratura, ma penso che quasi ogni italiano conosca i primi versi, i primi passi .

Nell’incipit Dante si ritrova in una selva oscura, ovvero una foresta. La foresta è allegoria, ovvero simbolo del peccato (sin) in cui si è smarrito (went astray), in cui si è perso. Dante ha perso la “retta via(the righteous path), la via della virtù. Questo canto non è da prendere alla lettera (shouldn’t be taken literally), la foresta, il mare, il colle di cui si parla non sono luoghi reali, sono solo simboli, allegorie (allegory = metaphor whose vehicle may be a character, place or event, representing real-world issues and occurrences). Infatti la vera storia, la discesa (descent) all’Inferno vera e propria,  inizia nel secondo canto.
Incominciamo!

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita” significa nel mezzo, a metà della vita terrena, quindi in quell’epoca voleva dire  all’età di 35 anni. “Mi ritrovai per una selva oscura”, ovvero mi trovavo in una foresta oscura, che è simbolo del peccato. “Ché la diritta via era smarrita”, perché avevo smarrito,  perso la retta via, la giusta via, la via della virtù.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

“Ahi quanto a dir qual era è cosa dura”, vuol dire “quanto è difficile descrivere a parole quanto “esta selva”, quindi quanto questa foresta,  fosse “selvaggia, aspra, e forte”, ovvero selvaggia, impervia (arduous). Quindi è una foresta selvaggia, difficile da descrivere a parole –  “che nel pensier rinnova la paura!”, che mi mette paura solo a ricordarla, solo a ripensarci. Questa foresta, ovvero la sua “confusione mentale” era così selvaggia che solo la memoria lo impaurisce.

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

“Tant’ è amara che poco è più morte” significa era così tanto amara [questa selva], dura, che la morte lo è appena di più, la morte non è tanto peggio. “ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,” per trattare, ovvero per parlare, discutere, del bene che ho trovato in questo luogo, lì, ” dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte”, parlerò delle altre cose che ho “scorto”, trovato in quel luogo. Scorgere è simile a “guardare, vedere”. Dante trova del bene, ovvero l’arrivo di Virgilio, che sarà la sua guida, e lo condurrà fino alle porte del Paradiso.

Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

“Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai”, ovvero non so raccontare bene come sono entrato in questa foresta, “tant’ era pien di sonno  a quel punto”, dato che ero (in italiano antico si diceva era al posto di ero) così pieno di sonno, inteso come il sonno della ragione, della mente, “che la verace via abbandonai.”, ho abbandonato la retta via, la via della verità. Dante era così confuso che non si ricorda come è entrato in questa selva allegorica.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

“Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto”, ma essendo giunto al piede, o ai piedi diremmo oggi, di un colle, ” là dove terminava quella valle” (questa frase è praticamente  uguale in italiano moderno, si direbbe allo stesso modo)  “che m’avea di paura il cor compunto” che mi aveva colmato, riempito il cuore di paura. Dunque Dante arriva ai piedi di un colle.
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

“guardai in alto e vidi le sue spalle”, ovvero vidi il crinale (ridgeline) del colle, “vestite già de’ raggi del pianeta”, illuminato dai raggi del pianeta “che mena dritto altrui per ogne calle.”, ovvero il pianeta guida nella direzione giusta le persone per ogni cammino, per ogni via. Questo pianeta è il sole, dunque Dante vede una collina che rappresenta la “retta via”, e il sole rappresenta Dio.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

” Allor fu la paura un poco queta,”, ovvero si calmò un po’ la paura (oggi abbiamo la parola quiete, o quieto), ” che nel lago del cor m’era durata” che nel lago del cuore, inteso come il profondo del cuore era durata, o perdurata diremmo oggi, “la notte ch’i’ passai con tanta pieta” la notte che io passai in uno stato di angoscia, di pietà. Dante ha passato una notte, o un periodo di smarrimento, di confusione.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

“E come quei che con lena affannata”, e come colui, ovvero una persona, che col respiro ansimante, respiro pesante, o “fiatone” (shortness of breath) diremmo oggi , (tra l’altro lena oggi ancora in espressioni come “di buona lena”) “uscito fuor del pelago a la riva” uscito fuori dalle acque e arrivato alla riva, “si volge a l’acqua perigliosa e guata” volge, rivolge lo sguardo, ovvero si gira, guarda, osserva le acque pericolose che ha appena superato,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

“così l’animo mio, ch’ancor fuggiva” così, allo stesso modo il mio animo, che ancora fuggiva, era in fuga, ” si volse a retro a rimirar lo passo” si girò, oggi diremmo “si voltò” in italiano moderno, “che non lasciò già mai persona viva.” che non lascio mai nessuna persona viva, nessuno è sopravvissuto passando quel mare. Dante, come una persona che è arrivata a riva e guarda il mare pericoloso, guarda la foresta che ha appena superato con molta difficoltà .

Ora risentiamo di fila questi primi 27 versi, ma non li rileggerò io bensì, Roberto Benigni, attore famoso e vincitore di un premio Oscar per il film “La vita è Bella”, che forse conoscete.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

 Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Questi sono i primi 27 versi e direi che ci possiamo fermare qui. Sicuramente l’espressività di Benigni , il modo in cui lo legge  non è paragonabile al mio. Però lui è un attore, io no. Su Youtube se vi interessa – e se il vostro livello è avanzato – si trovano video di Benigni che recita e spiega tutta la Divina Commedia, vi lascio dei link sul sito.

(Il primo canto dell’Inferno narrato e spiegato da Benigni)

Questo canto intero contiene 136 versi – noi ne abbiamo visti 27 di 136 -e pensate che l’intera Divina Commedia ne contiene 14.233! E’ un’opera lunghissima, mastodontica, ricca di cultura, riferimenti storici, teologici, letterari, filosofici, chi più ne ha più ne metta. Per questo è considerata un capolavoro. Pensare che un solo uomo abbia potuto concepire un’opera così lunga e ricca è incredibile, soprattutto se pensiamo alla struttura, caratterizzata da uno schema di terzine incatenate (A-B-A, B-C-B, C-D-C ecc.- quindi se prendiamo l’ultima parola di ogni verso abbiamo Vita – Oscura – Smarrita / Dura – Forte – Paura / Morte – Trovai – Scorte ecc.) di versi endecasillabi (undici sillabe per frase, es. 1 Nel 2 Mez-zo 4 del 5cam-min 6 di 7 nos-tra 8 vi-ta, ecc.). Questo schema si ripete dunque per più di 14.000 versi, che è impressionante.

Come già detto nell’episodio sui Dialetti Italiani, la lingua di Dante, soprattutto della Commedia, è stata la base della lingua italiana stessa. Nonostante alcune parole siano un po’ antiquate ovviamente, penso che la lingua anche a voi non sembri completamente diversa dall’italiano attuale, perché non lo è, è molto simile e in buona parte comprensibile, come spiegato nell’episodio sui dialetti. Provate a prendere un testo del 1300 inglese, non capirete niente!

In conclusione, la Commedia è un’opera incredibile e di enorme importanza per la lingua e la cultura italiana e da secoli vengono scritti migliaia di libri, analisi, commenti, studi, ecc. Non posso ovviamente entrare nel dettaglio con il mio umile episodio di un podcast su internet ma spero che sia riuscito a suscitarvi dell’interesse!
Spero vi sia piaciuto l’episodio, grazie per l’attenzione e alla prossima!

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Avanzato #5 -Bolle virtuali

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Benvenuti su podcast italiano. In questo episodio di livello avanzato vi parlerò di un fenomeno che caratterizza i social media di oggi e, secondo molti, influenza molto la nostra vita politica

Molte persone in tutto il mondo sono state a dir poco (to say the least) sorprese dal risultato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Non voglio entrare nel merito del risultato, dato che in questi ultimi giorni se n’è parlato ampiamente. Ciò su cui mi voglio soffermare (What I would like to turn my attention to is) invece è il ruolo dei social media e social network, che a mio modo di vedere è stato molto rilevante nella campagna elettorale americana e che, in generale, sta assumendo una sempre più grande importanza (is becoming increasingly important) nella vita politica di ognuno di noi. Più nello specifico, vorrei parlare di un fenomeno che in inglese a volte viene chiamato “Echo Chamber” o “Filter Bubble”. In italiano non credo esista una denominazione affermata (an estabilished name); io ho scelto di chiamarle “bolle virtuali”. Di che cosa si tratta? Con “bolla virtuale” intendo quella situazione in cui i nostri “feed” o le nostre bacheche sui social network rispecchiano (reflect) e confermano in gran parte la nostra opinione, ripetendola all’ossessione, in alcuni casi estremizzandola (taking it to the extreme). In alcuni social network più che in altri (Twitter su tutti) ci capita spesso di (oftentimes we [happen to]) seguire solamente le persone che hanno la stessa nostra opinione. Su Facebook, secondo molti perlomeno, è più facile vedere ciò che scrivono e condividono gli amici che la pensano come noi. Ciò che ne consegue (As a result /it follows that) è che abbiamo un’impressione della realtà non sempre corretta: ci sembra che il mondo intero o quasi la pensi come noi, sentiamo sempre una voce sola, un lato solo del dibattito. Riteniamo impossibile (we consider it impossible) che qualcuno possa sostenere l’opposto di quello che pensiamo noi. Ma ci sbagliamo, e di tanto.

Il risultato è una forte polarizzazione di idee. Le elezioni americane ne sono state l’esempio lampante per tutte le persone che non hanno votato e non sostengono Trump; penso , tuttavia, che sarebbe successo lo stesso a parti inverse (if the opposite had happened), ovvero se a vincere fosse stata Hillary Clinton (if Hillary Clinto had been the one to win). Le due fazioni opposte (opposing sides, factions) – se non del tutto ignare (unaware) dell’esistenza dell’altra, come minimo sdegnose (disdainful) della ingenuità (naivety / NOT INGENUITY!) e stupidità dell’altra fazione – non comunicano tra di loro, non cercano di comprendere i punti di vista di coloro che hanno opinioni diverse dalla propria e le ragioni per cui la loro opinione differisca così vistosamente  (dramatically, so much). Veniamo costantemente bombardati di notizie, post, condivisioni, memes (o “meme” se la diciamo all’italiana), immagini che spesso sono costruite ad arte  (fabricated) per farci indignare (be outraged) e causarci quella scarica quotidiana di dopamina nel cervello (daily rush of dopamine in our brain) a cui ci abituiamo e di cui diventiamo dipendenti. In un certo senso, ci crogioliamo in questo sdegno (we bask in this indignation/outrage) e in questa rabbia che dirigiamo verso i nostri avversari. Al dialogo con chi la pensa diversamente preferiamo l’attacco personale e le prese in giro. Si aggiunga il fatto (Consider also) che alcuni media approfittano di questa situazione e creano notizie, se non completamente false, contenenti molte imprecisioni. Ne risulta dunque che le fazioni opposte  non sono d’accordo nemmeno su informazioni fattuali e oggettive che non dovrebbero essere causa di alcuna discussione! Ognuno riceve informazioni diverse, compromettendo una qualsivoglia (any possible) discussione pacifica. Non si può, infatti, avere un dialogo se le nostre informazioni sono agli Antipodi (are polar opposites).

Questo si è visto nelle recenti elezioni americane, ma non solo. Io lo noto personalmente sempre più nella maniera in cui viene discussa la politica italiana sui social. Immagino che la situazione nei vostri paesi non sia molto diversa.

I social media utilizzano algoritmi che, a detta di molti, portano all’inasprimento (exacerbation) di questo problema, proponendoci (here means showing us) solo le opinioni delle persone meno scomode. Questo è quello che sembra succeda su Facebook, benché Zuckerberg neghi categoricamente che Facebook abbia pesato sul risultato delle elezioni americane e che la sua piattaforma promuova la diffusione di notizie false. Molti non sono d’accordo. Le notizie false circolano e sono sotto gli occhi di tutti (before everyone’s eyes) , i miei compresi. Uno degli esempi più eclatanti (one of the moststriking examples) è la notizia falsa secondo cui papa Francesco avesse annunciato di sostenere Trump.

Non sono un esperto in materia, ma la sensazione è che i social media ci abbiano portato a una sorta di isolamento intellettuale, in cui noi rimaniamo chiusi nelle nostre accoglienti  “bolle virtuali”, in cui possiamo sentirci sicuri della nostra superiorità morale e intellettuale, sdegnosi di ogni altra opinione. Chi la pensa in modo diverso da noi è stupido, razzista, buonista, ecc. Questi sono alcuni degli aggettivi che spesso mi capita di leggere su Facebook.
Penso, magari sbagliandomi (erroneously), che in passato una tale unilateralità (one-sidedness) di opinioni non esistesse. Sicuramente molti hanno sempre preferito leggere giornali e guardare telegiornali che presentano opinioni simili alla propria, ma a mio parere la faziosità (partisanship) non era tale da isolarci quasi completamente dalle opinioni opposte. Penso che tutto sommato i TG, non tutti ma mediamente, offrano opinioni più diversificate e più neutrali, e che il rischio di notizie inventate di sana pianta (completely made-up) sia minore. I dati dimostrano inoltre che i social, per sempre più persone, sono la fonte principale di notizie. Questo è pericoloso, a causa degli algoritmi che caratterizzano il funzionamento stesso dei social, i quali portano alla formazione di “bolle virtuali”, o “echo chambers”, in cui risuonano solamente voci simili alla nostra, voci che ci urlano ciò che già pensiamo, fanno scivolare (slip) le nostre opinioni verso un estremo dello spettro ideologico (ideological spectrum) e ci chiudono quasi ermeticamente l’accesso alle voci che non ci piacciono.

Questo era l’episodio di oggi, spero vi sia piaciuto. L’argomento è complicato, ma estremamente interessante. Come sempre sul sito troverete la trascrizione del testo con la traduzione dei termini più complicati.

Alla prossima!

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Avanzato #4 – Il doppiaggio e il “doppiaggese”


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Benvenuti su Podcast Italiano! Nell’episodio di oggi vi parlerò del doppiaggio (dubbing) e del “doppiaggese”: se non sapete cosa significhino questi termini, non importa, rimanete in ascolto perché parleremo di questo. Su podcastitaliano.com come sempre troverete la trascrizione del testo con le parole più difficili tradotte in inglese. Incominciamo.

Molte persone si chiedono perché noi italiani solitamente facciamo più fatica a parlare inglese degli scandinavi per esempio, o degli olandesi.  Secondo me ciò la ragione principale è che, a differenza di questi paesi, in Italia il doppiaggio è una pratica molto diffusa (common practice). Il doppiaggio, per chi non lo sapesse, è la sostituzione delle voci originali di un film, di una serie TV ecc. con voci di un doppiatore in una lingua diversa. In Italia, per esempio, alla  TV e al cinema quasi tutti i film, serie, cartoni sono doppiati in italiano, mentre in Scandinavia, in Islanda, nei Paesi Bassi -anche Portogallo se non mi sbaglio – solitamente si preferiscono i sottotitoli. Di conseguenza, un bambino svedese fin da piccolo sarà esposto all’inglese dei programmi americani o britannici e vedrà in contempo (at the sime time / contemporaneamente) sottotitoli in svedese, e ciò non può che essere d’aiuto nell’acquisizione dell’inglese. Noi italiani a volte non conosciamo nemmeno la voce originale di attori famosi americani, per esempio. Le voci originali vengono completamente sostituite dalle voci tradotte dei doppiatori, a parte alcuni casi come i documentari, in cui la voce originale viene solitamente tenuta a un volume più basso. L’Italia è uno dei paesi che utilizza (should be UTILIZZANO :D) di più il doppiaggio, e indubbiamente c’è sempre stata una spiccata (remarkable, special) professionalità e abilità (here with the meaning of “expertise”, not “skill”) che caratterizza i doppiatori italiani.
Ci sono diverse argomentazioni (arguments) favorevoli o contrarie al doppiaggio; io personalmente, da quando ho iniziato anni fa a vedere contenuti in lingua originale non sono tornato indietro. Se si hanno le conoscenze linguistiche che permettono di guardare un film in lingua originale, la fruizione (consumption, enjoyment, fruition) è notevolmente più godibile  sotto molti aspetti (in many ways). Ma per coloro che non conoscono l’inglese e non sono interessati ad impararlo, è più facile seguire una storia se la lingua adoperata è l’italiano, rispetto a essere costretti a seguire i sottotitoli.

Non mi soffermerò (I am not going to dwell ) però esclusivamente sul doppiaggio, perché voglio parlarvi anche di un’altra conseguenza curiosa del doppiaggio in Italia, ovvero la nascita del cosiddetto “doppiaggese”. Il “doppiaggese” è una variante della lingua (italiana nel nostro caso) che compare nei film come risultato del doppiaggio, della traduzione dall’inglese. Ovvero una lingua “artificiale”, modellata sulla base della lingua originale. Dato che non si possono sforare (exceed, go over) i tempi dei copioni (scripts) originali, spesso nel doppiaggio è necessario trovare compromessi di traduzione per far stare una battuta (line) nel tempo a disposizione. Questi compromessi sono per esempio parole ed espressioni innaturali, i cosiddetti calchi (loan translation, calque, often literal translations of a word or expressiondall’inglese, che non sono propri della tradizione italiana. In altri casi si tratta solamente di cattive traduzioni, non causate da vincoli (constraints) di tempo. In ogni caso, l’influenza e la pervasività del doppiaggio sono tali che, con il tempo, queste parole ed espressioni originariamente innaturali diventano parte integrante della lingua stessa! Questo in italiano è successo con molte parole. Una delle più famose è “realizzare”, dall’inglese “to realize”, per “rendersi conto”, “accorgersi”. In passato “realizzare” in italiano voleva solamente dire “creare,  far diventare reale qualcosa”.
Mentre adesso si può usare come in inglese “I realized that he was right”, oggi sarebbe normalissimo sentire una frase come: “Ho realizzato aveva ragione” al posto di “Mi sono reso conto/Mi sono accorto solo adesso che aveva ragione”. 50 anni fa,  però, “Ho realizzato che aveva ragione” sarebbe stata assolumente incomprensibile.
Altri esempi sono “assolultamente sì!” o “assolutamente no!”, modellati sulla base dell’inglese “absolutely!” e “absolutely not!”. In italiano sarebbe più naturale per esempio “certamente” o “certo che sì/no”.
Un altro esempio è – scusate per la volgarità – “fottuto”, come traduzione di “fucking”. In italiano ci sono moltissime parole volgari che si potrebbero utilizzare al posto di “fottuto”; idem nel caso di “dannazione/maledizione” che sono utilizzate nel doppiaggio per tradurre “goddammit!”, ma non si usano molto, o almeno non si usavano molto nell’italiano parlato dalle persone.
Persino espressioni come wow (la pronuncia è un po’ italianizzata quindi diventa “uau”) sono state introdotte nell’italiano dalla lingua dei doppiaggio.
Su Wikipedia potete trovare una lista delle numerose parole ed espressioni del “doppiaggese”:
https://it.wikipedia.org/wiki/Doppiaggese#Esempi_di_luoghi_comuni_del_doppiaggese

Non sono pochi coloro che hanno una visione negativa di questo tipo di linguaggio. Io mi limito a constatare (I just want to point out, acknowledge) l’impatto che ha avuto sull’italiano (molte di queste espressioni per me, persona cresciuta negli anni 2000, sono assolutamente comuni), che è un segno di quanto la televisione abbia un’influenza molto più importante della letteratura e dei libri. Ognuno può trarne le conseguenze (draw their conclusions) che preferisce, detto questo io stesso mi rendo conto di quanto sia difficile “tenere a bada” l’influenza di una lingua straniera. Io stesso, conoscendo bene l’inglese e ascoltandolo tutti i giorni, mi ritrovo (I find myself) a usare involontariamente parole e modelli che sono calchi di parole inglesi o espressioni inglesi. Se sono solo io a utilizzare queste forme, gli altri non mi capiranno e dunque è meglio che eviti di usarle per evitare incomprensioni; ma se a usarle è un’intera generazione, influenzata dal linguaggio della televisione, è inevitabile che con il tempo, con i decenni queste parole e queste espressioni diventeranno la norma , e proprio questo è successo con molte delle parole del cosiddetto “doppiaggese”.

Spero l’episodio vi sia piaciuto, andate su podcastitaliano.com per la trascrizione e date un’occhiata all’articolo di Wikipedia sul doppiaggese, è abbastanza divertente e interessante. Detto questo, vi auguro una buona giornata e alla prossima!

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Avanzato #3 – Il calcio in Italia

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Benvenuti su podcast italiano. Questo è un episodio di livello intermedio, in cui parleremo del calcio in Italia. Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione del testo, che vi aiuterà a seguire più facilmente il testo e a studiare le parole sconosciute. Incominciamo.

In Italia ci siano molti sport di lunga tradizione (long estabilished, with long traditions), ma il calcio in Italia è di gran lunga (by far and away) quello più seguito e praticato. Secondo le statistiche, 4 italiani su 10 si dichiarano “tifosi”. Ma che cosa vuol dire tifoso? La parola tifoso è usata per indicare una persona che sostiene (here means supports), o “tifa” (cheers for) una squadra di calcio; deriva da “tifo(typhus), una malattia infettiva caratterizzata da alta febbre e sensi offuscati (numbed senses). Si potrebbe dire, in un certo senso, che anche il “tifo” sportivo può a volte offuscare i sensi dato che nello sport – ma anche in altri ambiti, come nella politica – “facciamo il tifo”, e in ogni circostanza sosteniamo una squadra (o un partito) a spada tratta (defend strenously, take up the cudgels), come si suol dire (as we say). E’ un’etimologia curiosa, così come interessante è l’origine  della parola “calcio”. Infatti in molte lingue esiste una parola che deriva o da “football” o da “soccer”, ma non in italiano. Calcio infatti significa “kick”. Come mai? Ai tempi del fascismo, molti forestierismi (foreign words, from “forestiero”, not so common word meaning “foreigner”, straniero), ovvero parole straniere non apprezzate dal regime, sono state sostituite da parole italiane equivalenti. Alcune non hanno attecchito (didn’t catch on) e non sono state usate dopo la caduta del regime, altre sì. Calcio è una di queste, che ha rimpiazzato (replaced) completamente “football”.
Etimologia a parte, per molti italiani il calcio è importante, ed è sicuramente una causa di disaccordo (reason for disagreement) e di discussioni accese (heated discussions) (appunto, come la politica). Il calcio è uno degli argomenti di cui gli italiani amano discutere all’ossessione (to obsession)nella vita quotidiana.
I club italiani hanno ricoperto un ruolo importante (had an importat part) nella storia del calcio europeo e mondiale, avendo vinto molti trofei internazionali; la nazionale italiana (the italian national team) è seconda solamente al Brasile in quanto a (as for) coppe del mondo vinte (4 contro le 5 brasiliane). Nel campionato italiano, conosciuto come Serie A, hanno giocato innumerevoli campioni italiani e stranieri.
Negli ultimi anni però si è visto un netto calo nella qualità del calcio italiano: spesso in partite internazionali le squadre italiane fanno fatica (struggle) contro quelle estere, perdendo o pareggiando più del dovuto (more than they should), diciamo. Sempre meno campioni scelgono di giocare in Italia, i club italiani sono più poveri rispetto a quelli esteri e in generale si dice ci sia un calo di “appeal”, utilizzando questa parola inglese, della Serie A. Questo è dovuto a diversi fattori, tra cui gli stadi fatiscenti (crumbling, dilapidated), spesso costruiti molti decenni fa, e la violenza delle tifoserie (organized groups of fans, or “tifosi”) (ma non solo). Nella storia del calcio italiano infatti non sono pochi i casi di scontri tra tifosi di squadre opposte o scontri con la polizia. I tifosi più agguerriti (fierce)sono chiamati “ultras” e, benché siano capaci di tifare pacificamente la propria squadra cantando e incoraggiando i proprio giocatori, a volte si macchiano di azioni violente (are guilt of acts of violence) che non sono perdonabili. E’ anche per questo che molte famiglie o persone ordinarie preferiscono non andare allo stadio e guardare magari la partita alla TV, per paura del tifo organizzato, e anche a causa di questo gli spettatori medi nelle partite di Serie A sono in calo.
Nonostante i numerosi problemi del calcio italiano, resta uno sport molto amato dal popolo italiano, che sostiene la propria nazionale molto calorosamente durante i tornei internazionali (anche se ultimamente si potrebbe dire che questo sostegno non è stato ripagato da prestazioni eccelse (hasn’t been repaid by excellent performances) :D).
Molti ragazzini giocano da calcio fin da piccoli nelle cosiddette “scuole calcio”, ma il calcio è anche un passatempo di quasi tutti i bambini maschi (ma non solamente): basta un pallone e due alberi (o degli oggetti per creare una “porta” (goal as the one the goalkeeper defends. a goal that you score is a “gol” or “rete”) improvvisata per poter giocare ovunque, nei giardini delle scuole, nei parchi, nelle piazze, per strada. Chi è cresciuto in Italia difficilmente non ha mai giocato a pallone da bambino, anche chi non lo ama.
Nonostante ciò sono molti coloro a cui il calcio interessa marginalmente o proprio per niente (not at all). A volte si crea infatti una divisione tra la fazione (faction, side) degli “stupidi tifosi ossessionati da milionari che rincorrono (chase) un pallone” e quella degli  “alternativi/hipster che non seguono il calcio, preferendogli meeting di geopolitica e diritto comparato”. Scherzi a parte (joking aside), a me personalmente il calcio piace e lo seguo, ma penso che non abbia senso criticare chi abbia interessi diversi dai propri. Tutti abbiamo dei passatempi non necessariamente “produttivi”, che siano questi (here meaningwhether that’s X or Y”) guardare il calcio in tv, andare al pub a bersi una birra o giocare a Pokemon Go. Il nostro cervello ha bisogno di distrazioni dalla complessa e stressante vita di tutti i giorni. L’importante è essere equilibrati e ricordarsi che, per quanto appassionante (as exciting it is, however exciting it is), rimane solo un gioco.

Spero vi sia piaciuto l’episodio, riascoltatelo per migliorare la vostra comprensione. Come sempre sul sito troverete la trascrizione con la traduzione delle parole e espressioni più complicate. Non mi resta che salutarvi, ci vediamo presto! Ciao.

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Avanzato #2 – L’automazione


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Oggi vi parlo di un argomento che reputo estremamente interessante: l’automazione. Questo è un episodio di livello avanzato, quindi vi consiglio di andare sul sito podcastitaliano.com per leggere la trascrizione con la traduzione delle parole e espressioni più difficili. Forse avete già sentito la parola “automazione”. Vi riporto la definizione del dizionario Garzanti:”l’automazione è l’introduzione di processi produttivi meccanici, specialmente guidati da sistemi elettronici, in cui l’intervento manuale dell’uomo è ridotto al minimo”.

Detta in modo semplice, si tratta di macchine, robot, algoritmi, ecc., ovvero strumenti atti a (aimed at) semplificare di gran lunga (significantly)  il lavoro umano.

Già nell’antichità (in ancient times) l’uomo costruiva strumenti – “muscoli meccanici” – per semplificarsi il lavoro, a tal punto che al giorno d’oggi in molti paesi meno del 5 % della popolazione è impiegata nell’agricoltura, senza che ciò pregiudichi (without detriment, without affecting) l’abbondanza di cibo, che, nell’occidente almeno, è data per scontata (taken for granted). 200 anni fa la rivoluzione industriale ha accelerato moltissimo questo processo, che non s’è mai fermato, ma, anzi, continua ad accelerare di pari passo con (in step with, hand in hand with) il miglioramento degli standard di vita. E oggi stiamo entrando in un’era in cui gli strumenti da noi creati sono delle vere e proprie “menti meccaniche”.

Quando pensiamo a scenari apocalittici in cui i robot si ribellano ai loro creatori umani, ci viene da ridere. Ma stiamo parlando di qualcosa di molto diverso, ovvero un mondo in cui i robot fanno i nostri lavori meglio di noi e a costi inferiori.

Molti dubitano che gli umani possano diventare obsoleti e che i loro lavori possano essere automatizzati. Anche se lo fossero, dicono, ci adatteremo (we will adapt, “adattarsi”) come abbiamo sempre fatto. Il problema è che la rivoluzione a cui ci stiamo avvicinando (we’re approaching) è fondamentalmente diversa. L’era digitale porta con sé (brings with it) l’intelligenza artificiale, che diventerà presto più efficiente di noi umani nello svolgimento  di (in carrying out)  diversi compiti. Già oggi possiamo osservare come i cosiddetti “bot”, che non sono robot con un corpo fisico ma “software”, stanno diventando sempre più bravi a svolgere mansioni in passato affidate esclusivamente a persone. I cosiddetti “colletti bianchi(white-collar workers) potrebbero essere tra le prime “vittime” dell’automazione di massa (mass automation) secondo chi si interessa dell’argomento.

Il nocciolo della questione (the bottomline is, the fact of the matter is..) è che la tecnologia per la prima volta sta diventando più efficace nello svolgere compiti che necessitano di intelligenza, qualità che in passato era ad appannaggio (a prerogative of) degli esseri umani (e non delle “stupide macchine”). Ma ciò sta cambiando, e non importa che questa “intelligenza” sia fondamentalmente diversa dalla nostra, perché questo non toglie (this doesn’t change the fact) che sarà comunque più efficace della nostra in molte situazioni, e non potrà che migliorare ulteriormente.

Una delle aree in cui presto vedremo gli effetti positivi e negativi dell’automazione sono i trasporti. Sentiamo parlare sempre più spesso di “veicoli autonomi(self-driving cars); Google già da diversi anni li sta testando con successo, ma anche altre compagnie come Tesla, Apple e più recentemente Uber (che intende sostituire i guidatori umani con una flotta di veicoli autonomi), puntano fortemente (stongly bet on) su questa tecnologia. I veicoli autonomi sono già adesso migliori di noi per quanto riguarda la sicurezza stradale. Pensate che ogni anno più di un milione di persone in tutto il mondo muore in incidenti stradali, i quali sono la nona causa di morte nel mondo: un numero esagerato (dispoportionate) e inammissibile (inadmissible, unacceptable), soprattutto se la tecnologia può aiutarci a ridurlo drasticamente.

Tutto questo è molto interessante, ma proviamo a pensare quante persone lavorano attualmente nei trasporti: tassisti, camionisti (truck drivers / camion = truck), conducenti di autobus, tram, treni, metropolitane ecc. Si tratta di 70 milioni di impieghi a livello mondiale, che potrebbero potenzialmente scomparire. Alcuni sostengono (claim) che nei prossimi 20 anni addirittura il 45 % dei lavori che costituiscono attualmente (that now make up) il mercato americano potrebbero essere automatizzati. Queste sono cifre elevate: difficilmente sapremo adattarci con sufficiente rapidità (quickly enough), perché è improbabile che si verranno a creare lavori che anche i robot non sapranno fare, o non impareranno a fare in breve tempo e meglio di noi. Inoltre, la maggior parte dei lavori più comuni  esistevano in una qualche forma già 100 anni fa: al contrario di quanto si pensi (contrary to popular belief), la tecnologia non ha creato una grande quantità di nuovi lavori.

I bot potranno non solo sostituire i “colletti bianchi”, ma anche gli avvocati (il ruolo di ricerca e analisi di dati tra montagne di carte e documenti è fatto in modo molto più efficace dai bot), i baristi, i dottori, i giornalisti, persino i creativi. Ci sono algoritmi capaci di comporre musica e arte. A San Francisco ho avuto modo di visitare il primo ristorante completamente automatizzato del mondo, e ne sono stato molto colpito (I’ve been very impressed by it).

Uno dei motivi per cui questo è possibile, consiste nel modo in cui i bot sono capaci di migliorarsi da soli: sono capaci infatti di imparare a svolgere un compito correttamente, tramite l’analisi di quantità enormi di dati, senza che debbano essere programmati (without them having to be programmed) direttamente a farlo. Mio padre lavora nel campo del riconoscimento vocale (ovvero software, come Siri per l’iPhone, in grado di  comprendere il linguaggio umano) e mi spiega come anche in quell’area predomini questa tecnologia, chiamata “reti neurali”, che è la stessa che permette a Google di indovinare il contenuto di un’immagine e di migliorare le performance dei suoi veicoli autonomi.

L’automazione non è né buona né cattiva, ma inevitabile. Se un’azienda inizia a farne uso (use it/make use of it), le altre dovranno fare lo stesso se vogliono rimanere competitive. Ma se la disoccupazione (unemployment) aumenta, chi comprerà i prodotti di quelle stesse aziende? Sempre meno (less and less) persone, portando di conseguenza meno introiti alle aziende, le quali saranno incentivate a tagliare ancora di più i costi automatizzando ulteriori posti di lavoro. E’ un circolo vizioso irrisolvibile (unsolvable vicious cycle) .

Alcuni esperti avanzano l’idea (suggest, propose) di un reddito di base universale (universal basic income) : ogni persona riceverebbe una quantità di denaro per il semplice fatto di esistere. Non voglio dilungarmi troppo (dwell / the object is not necessary) quindi non entrerò nel dettaglio; in ogni caso il fenomeno dell’automazione sarà con ogni probabilità talmente impattante (that has a great impact) per la nostra società che qualche misura di questo tipo sarà necessaria.

In conclusione penso che questo argomento di cui nei prossimi anni ne sentiremo parlare sempre di più, ed è qualcosa a cui dobbiamo pensare seriamente se vogliamo essere preparati a vivere nel mondo che verrà (in the world to come).

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Avanzato #1 – I dialetti italiani

Benvenuti su podcast italiano. Questo è il primo episodio di livello avanzato e il tema di oggi sono i dialetti italiani, che personalmente trovo estremamente interessante, ma che spesso purtroppo causano dubbi a tutti gli stranieri che imparano l’italiano.

Versione a livello intermedio

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Forse siete a conoscenza del fatto che in Italia esistono molti dialetti, e se siete già stati in Italia probabilmente vi siete resi conto di come non sempre il modo di parlare della gente sia comprensibile in egual maniera (in an equal manner) in ogni angolo dello stivale. Magari non avete difficoltà a capire gli abitanti di una regione, ma spostandovi altrove la vostra comprensione peggiora significativamente. Forse vi hanno spiegato che ciò è causato dalla forte presenza di dialetti sul suolo italiano.

Innanzitutto occorre fare una distinzione tra dialetto e accento. In inglese, per esempio, con “dialect” comunemente si intende “varietà di inglese”. In italiano, tuttavia, il dialetto è qualcosa di diverso. I dialetti in Italia, infatti, sono delle vere e proprie (actual) lingue separate. O meglio, lingue  “sorelle” dell’italiano, che presentano (to differ, exhibit differences/ es. presentare somiglianze, presentare rischi ecc.) tuttavia numerose differenze. Io, abitando in Piemonte (nel nord) capirei molto poco se una persona mi parlasse in dialetto siciliano.

In Italia, infatti, esistono numerosissimi dialetti. Quanti? Difficile dirlo, perché spostandosi di pochi chilometri ogni dialetto muta leggermente, quindi, a rigor di logica ( logically speaking, stands to reason), potenzialmente potrebbero esisterne migliaia.

L’italiano, in quanto lingua romanza, deriva dal latino. Ciò di cui forse non siete al corrente è che l’italiano si parla relativamente da poco tempo. La base dell’italiano è il fiorentino letterario del 1300. Penso abbiate sentito parlare di Dante, il più celebre scrittore italiano. L’italiano viene definito spesso come “la lingua di Dante”, ed egli stesso (he himself) è conosciuto come  “il padre dell’Italiano”. Tale titolo è appropriato perché il suo contributo (contribution) alla lingua è stato eccezionale. Infatti fu uno tra i primi a scegliere di non scrivere esclusivamente in latino, ma anche nella lingua locale (chiamata a quei tempi “volgare”). Il suo capolavoro “La Divina Commedia” fu scritto in volgare fiorentino, ovvero la lingua di Firenze. Egli stesso creò molte parole da zero basandosi (on the basis of) sul latino classico, molte delle quali ancora in uso.

L’importanza di Dante fu così grande che di fatto il suo fiorentino divenne la lingua utilizzata dai letterati (scholars, intellectuals) di tutta Italia per comunicare e scrivere (insieme al latino), ma era una lingua che la gente comune non conosceva e non parlava. Persino a Firenze la lingua mutò (mutare = cambiare, changed) nel corso dei secoli a partire dai tempi di Dante. A causa della situazione politica italiana, dopo la caduta dell’impero romano la penisola è stata frammentata in diversi regni e stati. In ognuno di questi, il popolo adoperava (adoperare = usare, utilizzare / used) la propria lingua. Gli idiomi italici (idiomi=languages, but rarer / italico = of Ancient Italy) – con poche eccezioni – discendevano tutti dal latino.

Nel 1861 l’Italia divenne (became / divenire = diventare) un regno unitario, e l’italiano, basato sul fiorentino, fu adottato come lingua nazionale a causa della sua importanza letteraria. Ma fu necessario molto tempo prima che il popolo iniziasse a utilizzarlo. L’istruzione obbligatoria per molti decenni non ebbe particolare successo (wasn’t very succesful). Le guerre mondiali in parte aiutarono, in quanto persone da ogni angolo del paese dovevano comunicare tra di loro. Inoltre spesso i soldati scrivevano lettere ai propri familiari in italiano e non in dialetto, dato che spesso non sapevano nemmeno come si scrivessero le parole dialettali, mentre conoscevano le basi dell’ortografia dell’italiano, che avevano studiato a scuola.

Ciò che contribuì maggiormente (contributed more than anything else) alla diffusione capillare della lingua fu l’avvento della televisione negli anni ‘50. La televisione portò l’italiano in ogni angolo della penisola. Per questo l’italiano è una lingua giovane: è utilizzato su larga scala (on a large scalesolamente da circa 70 anni.

Oggi l’italiano è diffuso praticamente su tutto il territorio. Nel 2006 il 91,8% di abitanti dichiarava di parlare italiano. I dialetti, tuttavia, non sono scomparsi, e sono parlati maggiormente da persone anziane e in zone di provincia (ma non esclusivamente) e in contesti familiari e informali, ma molto più raramente in ambito lavorativo. (working environment / ambito = scope, context, field).

Inevitabilmente però l’utilizzo del dialetto è in calo (declining). Io, per esempio,  nonostante  tutti i miei nonni siano piemontesi, non parlo il dialetto Piemontese, eccezion fatta (with the exception of) per alcune parole e frasi. La diffusione del dialetto dipende da innumerevoli (countless, numerous) fattori, tra cui regione, età, classe sociale, ecc. Ad esempio il dialetto Veneto, contraddistinto (characterised / sin: caratterizzato) da una ricca storia letteraria, è ancora vivo e vegeto (very much alive).

I dialetti hanno influenzato e influenzano tutt’oggi (to this day) l’italiano stesso (italian itself). Infatti in ogni regione l’italiano è caratterizzato da parole e usi provenienti dal dialetto locale, e per lo stesso motivo gli accenti sono molto variegati (varied, diverse). Per questo ogni regione possiede il proprio “italiano regionale”, mentre l’italiano scritto è decisamente più uniforme. Gli italiani però non hanno solitamente problemi quando comunicano in italiano. Anzi, è proprio la necessità di comunicare che ha reso e rende (made and is still making / render = to make, to render) l’italiano sempre più consolidato nel paese.

So che tutto questo può spaventare lo studente straniero, non abituato a una tale varietà dialettale (not used to such a variety of dialects) nel proprio paese. Ma il mio consiglio è: non preoccupatevi. E’ difficile al giorno d’oggi trovare un italiano che non parli l’italiano. La difficoltà principale può essere capire l’accento, che varia fortemente  da regione a regione, e alcuni regionalismi (regional traits). Spero che con il tempo imparerete ad apprezzare la nostra grande ricchezza  di accenti, di parole e di usi che costituiscono (costituiscono, make up) l’eredità dei dialetti nella lingua italiana .

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Spero che questo episodio vi sia piaciuto, se non avete capito tutto ascoltatelo di nuovo, una seconda, una terza volta. Se avete troppi problemi  potete provare ad ascoltare l’episodio intermedio in cui parlo di dialetti, perché è praticamente lo stesso testo ma semplificato, con parole più facili e senza alcune informazioni. Come ho già detto troverete la trascrizione sul sito, inoltre sempre sul sito vi lascio una cartina dei dialetti italiani. Come ho detto nell’episodio è difficile stabilire dove inizia un dialetto, dove finisce un dialetto, dove inizia un altro dialetto, comunque ci sono persone  che ci hanno provato, linguisti che si occupano di dialetti, che hanno provato a cimentarsi in questo difficile compito,  e anche se una mappa del genere non può essere perfetta, secondo me è molto interessante.

Questo per oggi è tutto, ci risentiamo nel prossimo episodio.
Alla prossima!

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