Categoria: Avanzato

Avanzato #9 – Che cosa succede nella politica italiana? – VIDEO


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Nota: l’episodio audio ha un aggiornamento che il video non ha.

Ciao a tutti! Io mi chiamo Davide, bentornati su Podcast Italiano, il podcast/canale YouTube per imparare l’italiano attraverso contenuti autentici e interessanti.
Qualcuno di voi mi ha chiesto di parlare della situazione politica italiana dopo le elezioni dello scorso 4 marzo 2018. Immagino che da stranieri questa situazione possa sembrarvi decisamente confusa e bizzarra e dunque cercherò di chiarirvi un po’ le idee (shed some light). Innanzitutto un disclaimer: io non sono esperto di politica e dunque non farò un episodio dettagliato e complicato (spero), anche perché sospetto che molti di voi non siato al corrente (aware, in the loop) di come funziona la democrazia italiana. Dunque direi di iniziare proprio da qua.


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La forma di governo dell’Italia è una repubblica parlamentare, che significa che abbiamo un parlamento, che ha (meglio: esercita) la funzione legislativa (ovvero, fa le leggi). Il Parlamento è composto da due camere: la Camera dei deputati e il Senato.
Inoltre ci sono due cariche (office, post) molto importanti, che sono quella del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei ministri, anche noto come Presidente del Consiglio, Primo Ministro o Premier. Il Presidente del Consiglio è a capo del Governo, che detiene (holds) il potere esecutivo (ovvero attua le leggi [enforces the laws]). Presiede il – quindi è a capo del – Consiglio dei ministri ed è la più importante figura politica in Italia.
Il Presidente della Repubblica, che per le sue funzioni potrebbe essere paragonato un po’ alla Regina d’Inghilterra o al Re di Spagna – diciamo a monarchi di altri paesi – ha tra queste funzioni una che è molto importante in questa fase in cui ci troviamo adesso. Il Presidente della Repubblica si consulta con  (consults) le forze politiche – soprattutto quelle che hanno ottenuto molti voti o che hanno vinto le elezioni per numero di voti – (questa fase si chiama “consultazioni”) e nomina il Presidente del Consiglio. Gli dà quindi l’incarico (task, assignment) di formare un governo, una squadra di governo composta da ministri. Questo è molto molto importante, perché in Italia dunque il Presidente del Consiglio, il Primo Ministro, non viene eletto dai cittadini. Per questo non si parla di repubblica presidenziale come negli Stati Uniti o in Francia, ma viene viene eletto (corretto: nominato) dal Presidente della Repubblica, che gli dà l’incarico. I cittadini invece votano i parlamentari (members of parliament), la composizione del Parlamento, ed è per questo motivo che si parla di Repubblica parlamentare.
I parlamentari a loro volta ogni sette anni eleggono un Presidente della Repubblica (quello attuale si chiama Sergio Mattarella) che, come abbiamo detto, dà l’incarico di formazione del governo, e questo è il ciclo di pesi e contrappesi (checks and balances) del sistema democratico italiano.


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Dunque, il 4 marzo 2018 si sono svolte le elezioni parlamentari. La situazione che si è venuta a creare – e che è in realtà esiste già da qualche anno – è quella di un vero e proprio tripolarismo, ovvero tre poli (=forze, attori), tre forze politiche principali. Il Partito Democratico, principale partito di sinistra e pilastro del governo precedente, ha ottenuto un risultato pressoché (nearly, pretty much) disastroso (18,72 %), il suo minimo storico (all-time low). A livello di singolo partito ha vinto il cosiddetto Movimento 5 Stelle, con il 32,6 %. Il M5S è un partito di stampo populista (populist in nature), che intende superare i partiti di sinistra e di destra e posizionarsi come un partito anti-estabilishment. I suoi membri spesso vengono chiamati pentastellati (da penta = cinque in greco) e a volte anche grillini dal nome del suo fondatore Beppe Grillo, comico che ha fondato di fatto il Movimento e che adesso è una figura di secondo piano e comunque non è mai entrato in parlamento per precedenti giudiziari, ma che per molto tempo ne è stato la figura principale. Quindi “grillini”, spesso con tono ironico o dispregiativo (derogatory).

Beppe Grillo in comizio a Torino nel 2014:
Uno arriva qua e dice che io sono Stalin. Schulz, un tedesco. Che se non era per Sta-.. i tedeschi dovrebbero ringraziarlo Stalin, perché Stalin ha vinto.. l’ultima guerra contro i nazisti l’hanno i vinta i russi con Stalin. E se non vinceva Stalin, Schulz era (corretto: sarebbe) dentro il parlamento con una svastica sulla fronte. E se non è successo è grazie a Stalin. E mi danno dello stalinista a me. Tu offendi me e offendi 10 milioni di italiani. Schulz, vedi di andare a*****lo. Perché.. ecco..

Ad oggi la figura più importante del Movimento – ed è una figura centrale in questa fase della politica italiana è Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento. Il Movimento 5 stelle, come dimostra questo risultato esorbitante (=estremamente alto), in quasi 10 anni è cresciuto tantissimo. Dal 2009, quando è nato, ad oggi è passato da essere un nuovo partito al partito più votato. Il primo partito d’Italia.

Luigi Di Maio in comizio il 2 marzo a Roma:
E inizia l’epoca di una politica che lavora per le persone fuori dalle istituzioni, per i cittadini. […]  Ogni sei mesi ci dicevano state per morire, è finita. Siete un fuoco di paglia (flash in the pan, qualcosa destinato a morire in fretta), è finita. E oggi siamo qui con un consenso ancora maggiore rispetto al 2013. E se nel 2013 siamo entrati in parlamento come opposizione, stasera finisce l’era dell’opposizione ed inizia quello del governo del Movimento 5 Stelle. […] A quelli là, che ci hanno governato per 20 anni ed hanno ancora il coraggio di dire che vogliono cambiare le cose, perché non le avete cambiate quando stavate governando?! Perché?! Perché?!
In Italia si possono anche formare le coalizioni. E alle ultime elezioni si sono presentate due coalizioni, una di centro-sinistra – abbiamo già parlato del Partito Democratico, che di fatto era l’unica forza davvero consistente di questa coalizione – e poi la coalizione di centro-destra, formata da da 3 partiti principali (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), che insieme hanno ottenuto il 37 % dei voti. La figura più importante della Coalizione di centro-destra è quella di Matteo Salvini, leader della Lega. La Lega in passato si chiamava Lega Nord, che era un partito per molti aspetti xenofobo che si proponeva (aimed at) di mettere al primo posto il Nord Italia. E come potrete capire non era molto apprezzato al Sud Italia, per questo misteriosamente è scomparsa la dicitura Nord ed è rimasta solamente Lega. E questa tattica ha funzionato perché adesso la Lega, che non si occupa più del Nord Italia, ma si occupa della lotta all’immigrazione clandestina (illegal immigration) principalmente ha vinto moltissimi voti, raggiungendo il 17 %.

Matteo Salvini in comizio a Pontida nel 2016:
Ebbene se qualcuno oggi, ieri o domani pensa che il futuro della Lega sia ancora quello di un partitino servo di qualcun’altro, di Berlusconi o di Forza Italia ha sbagliato a capire. Noi non saremo più schiavi di nessuno! Non voglio tornare al 4% per portarmi a casa 20 parlamentari di cui non me ne faccio un c***o. Voglio cambiare questo paese! Voglio cambiarlo! Ma alle nostre condizioni!

Ma della coalizione di centro-destra fa anche parte un personaggio che immagino molti di voi abbiano visto e di cui abbiano sentito parlare, ovvero Silvio Berlusconi, noto anche per le sue frequenti e infelici battute e gaffe (frequent and bad jokes and gaffes), anche in campo internazionale.

Silvio Berlusconi a Camp David (inizio anni 2000) che parla in inglese pessimo e viene preso in giro da Bush.
Berlusconi in comizio: Continuano a dire “Berlusconi a casa” creandomi un certo disagio, perché disponendo (=possedendo) di 20 case non saprei in quale andare.

E benché non possa essere eletto in Parlamento (UPDATE: ora può) perché è stato condannato per frode fiscale (tax fraud), quindi secondo una legge anti-corruzione è ineleggibile (unelectable), rimane comunque al capo del suo partito, Forza Italia, ed è una pedina fondamentale, importantissima, nello scacchiere (metaforico: chessboard) (anche: scacchiera) della politica italiana.
Dunque, M5s da solo ha ottenuto il 32%. Tre partiti di centro-destra insieme hanno ottenuto il 37% ma nessuna di queste due forze politiche da solo più governare e ottenere la maggioranza.


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Per formare un governare è necessario formare un’alleanza, ma questa alleanza non è stata ancora trovata e a questo punto, dopo due mesi, non si sa se verrà trovata. In questi due mesi ci sono stati molti colloqui, molti dialoghi tra le forze. Sostanzialmente, il M5S sarebbe disponibile ad un accordo con la Lega, ma non sarebbe disponibile ad accettare Silvio Berlusconi (Forza Italia) all’interno governo, mentre Forza Italia pretende di far parte di questo governo, così come la lega vuole mantenere questo patto, questa coalizione di centro-destra e non vuole “tradire” Berlusconi. Dall’altro lato (a sinistra) Luigi Di Maio (M5S) ha provato ad allearsi con il Partito Democratico, ma senza successo perché il PD, nonostante alcuni all’interno del partito siano più aperti al dialogo (open to dialogue), sostanzialmente si è rifiutato di accettare un ruolo collaborativo e sostenere un governo, anche perché durante questi anni il M5S è stato molto duro a parole nei confronti del Partito Democratico; poi, nel 2013, praticamente c’era la stessa situazione e il M5S all’epoca non accettò di formare un governo con il PD. Matteo Renzi, ex-premier ed ex-segretario (=capo) del PD, si è espresso negativamente rispetto a un possibile accordo. Nonostante lui non sia più né Presidente del Consiglio né capo del partito – segretario del partito – rimane comunque una voce molto influente – probabilmente la voce più influente del partito. Ed è per questo che l’accordo sostanzialmente non è andato a buon fine. (didn’t end well, was not successful)

Come abbiamo detto sono passati ormai più di 2 mesi e tre tornate di consultazioni (three rounds of consultation), ovvero dialoghi intavolati (dialogues held, initiated) dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con le varie forze politiche, che non hanno portato a nulla. Sergio Mattarella non ha potuto dare l’incarico a nessuno perché nessuna forza ha la maggioranza.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: nel corso dei colloqui di oggi ho chiesto alle varie forze politiche, particolarmente a quelle più consistenti, se vi fossero delle possibilità di intesa, se ne fossero emerse (whether they had emerged). Registrando che non ve ne sono, come è evidente non vi è alcuna possibilità di formare un governo sorretto (=sostenuto) da una maggioranza nata da un accordo politico


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A meno che improvvisamente nelle prossime ore, nei prossimi giorni Lega e M5S non trovino un accordo – il che sembra difficile, perché la lega non vuole abbandonare Silvio Berlusconi – c’è la seria possibilità che si vada di nuovo alle urne (we might go to the polls), ovvero che si vada di nuovo a votare.

Quando non si sa, perché Lega e Movimento 5 Stelle spingono per votare a luglio, però il presidente Mattarella non vorrebbe, non è molto favorevole a questa a questa eventualità, perché luglio vorrebbe probabilmente dire forte astensionismo (low turnout) (ovvero molte persone che sarebbero in vacanza non andrebbero a votare). Seconda cosa: luglio è relativamente vicino e quindi, probabilmente, non ci sono i tempi tecnici, ovvero non c’è tempo per preparare una delle nuove elezioni.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: Non vi sono i tempi per un voto entro giugno. Sarebbe possibile svolgerle in piena estate, ma sinora si è sempre evitato di farlo ,perché questo renderebbe difficile l’esercizio del voto agli elettori. Si potrebbe quindi fissarle per l’inizio di autunno.

Sergio Mattarella ha ipotizzato dunque la formazione di un governo neutrale, temporaneo tecnico – chiamatelo come come volete, può avere vari nomi – che sostanzialmente non sarebbe un governo politico, né di destra né di sinistra, ma che sarebbe semplicemente avrebbe la funzione il compito di traghettare (lead, lett. “to ferry across”), di portare il paese fino a probabilmente nuove elezioni o fino al raggiungimento di un accordo tra le forze politiche che si sono dimostrate le più forti in queste elezioni.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: Ma nel frattempo, in mancanza di accordi, consentano attraverso il voto di fiducia che nasca un governo neutrale, di servizio, un governo neutrale rispetto alle forze politiche

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Un gran casino (mess). Che è esattamente come si potrebbe riassumere la politica italiana in tre parole. Pensate solo: dopo più di due mesi dalle elezioni siamo senza governo, che è davvero una situazione paradossale e anomala (unusual). Si potrebbero dire tante cose sulla politica italiana, ma non che i suoi governi siano caratterizzati da stabilità e solidità. Basti pensare a questa cifra: dal 1948, quando entrata in vigore l’attuale Costituzione (che ci ha reso una repubblica parlamentare) ci sono stati ben 64 governi. Quindi: 70 anni e 64 governi. Un mandato di un governo dovrebbe durare in teoria 5 anni ma in realtà la media per governo è di circa poco più di un anno. Adesso addirittura il governo nemmeno c’è. Abbiamo appena fatto le lezioni e il risultato è un vero e proprio nulla di fatto (=no decision made). Vedremo come andrà a finire. Ci sono sviluppi continuamente, anche se in realtà è uno stallo: ci sono molte parole ma molti pochi fatti. Dunque vedremo se per caso le cose cambieranno nei prossimi giorni..

AGGIORNAMENTO:
Le cose effettivamente sono cambiate: ci sono degli sviluppi, proprio delle ultime ore, di cui è importante parlare, se no questo video non ha alcun senso.

Dunque, proprio nelle ultime ore sembra che si sia trovato un accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle. Io nel video dicevo che era (meglio: sarebbe stato) difficile, però improvvisamente questo accordo sembra essere stato trovato, tra Di Maio e Salvini. Il ruolo di Berlusconi in questo governo sarebbe [quello di] alleato della Lega, che però non impedisce (prevents) alle due forze di formare un partito. Quindi non darebbe non darebbe la cosiddetta fiducia al Governo – perché in Parlamento bisogna votare la fiducia al Governo, è un modo di dire “sì, ci fidiamo, diamo la fiducia a questo governo” e il governo quindi può lavorare. È una fase che deve essere superata all’inizio di ogni nuova legislatura (parliamentary term)

Quindi, questo sarebbe lo sviluppo delle cose. Non si sa ancora chi sarà il premier, probabilmente né Di Maio, né Salvini, ma una persona terza (a third person). Però non si sanno altri dettagli, per esempio chi saranno i ministri In ogni caso mi sembrava importante fare questo aggiornamento. Seguite anche voi la situazione perché in queste ore stan mutando gli scenari che si erano venuti a creare, quindi non ci sarà nessun voto apparentemente. Dunque è cambiato tutto molto molto in fretta .Quindi continuiamo a seguire la situazione, però a quanto sembra con grande probabilità ci sarà un governo Lega-Movimento 5 Stelle, come era in realtà auspicato (called for, desired) da molti dopo le votazioni del 4 marzo. Torniamo al video.

AGGIORNAMENTO EPISODIO AUDIO:
È passato qualche giorno dall’upload del video e ci sono ulteriori aggiornamenti. Il dialogo tra Lega e M5S continua e dunque sembrerebbe effettivamente che si vada verso un governo “giallo-verde” (questi sono i colori rispettivamente del Movimento e della Lega). Un’altra notizia di oggi (12 maggio) è che il Tribunale di Milano ha dichiarato Berlusconi nuovamente candidabile. Ho detto nel video che era stato reso incandidabile per una legge anti-corruzione. Berlusconi era stato condannato per frode fiscale relativamente alla sua rete televisiva Mediaset. Vedremo cosa cambierà questa decisione negli scenari politici, in ogni caso Berlusconi non è più incandidabile (=non può essere candidato) e quindi teoricamente potrà ripresentarsi (show up again) a nuove elezioni e tornare a sedere in parlamento. Fine aggiornamento.

 

Vi consiglio di seguire la situazione, magari ora che sapete qualcosa in più potrete comprendere meglio cosa sta succedendo. In ogni caso la politica italiana non annoia mai, è sempre frizzante (lett. sparkling – lively) e mai banale. Spero di avervi chiarito le idee.

Se avete visto questo episodio YouTube potete riascoltarlo come episodio audio. Potete cercare su iTunes o sulla vostra applicazione di podcast preferita Podcast Italiano. Vi ricordo che ho anche una nuova serie di episodi chiamati “riflessioni senza trascrizioni”, che non hanno trascrizioni – mentre questo episodio ha l’intera trascrizione di tutte le cose che ho appena detto. Ho usato parole complicate, ma potete rileggere tutto e dunque potrete capire tutto ciò che ho appena detto.

Questo per oggi è tutto. Spero vi sia piaciuto e ci vediamo. Alla prossima!

 

Avanzato #8: Siamo dipendenti dagli smartphone?


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Ciao a tutti e bentornati su Podcast Italiano!
Oggi volevo fare un episodio su un tema a cui mi sto interessando recentemente, ovvero la dipendenza (addiction) dagli smartphone (ma in generale dalla tecnologia). Credo si tratti di un argomento molto attuale (topical) ovunque voi viviate, considerato il numero di dispositivi (devices) che  esistono in tutto il mondo. Facendo una breve ricerca ho scoperto che il numero di smartphone nel mondo è superiore ai due miliardi. Inoltre Facebook ha due miliardi di utenti mensili e circa un miliardo di questi utilizza la piattaforma quotidianamente. 800 milioni di persone accedono a Instagram ogni mese e 500 milioni almeno una volta al giorno.
Sono numeri significativi su cui è importante riflettere. Gli smartphone hanno compiuto (accomplished, carried out) una vera e propria rivoluzione dalla loro comparsa (appearence – da “comparire”) ad oggi. I vantaggi che gli smartphone hanno apportato alla nostra vita sono sotto gli occhi di tutti (are under everyone’s eyes), diventando in pochi anni un oggetto fondamentale che ha cambiato la nostra vita e le nostre abitudini. Ma come spesso capita, la tecnologia ha alcuni lati oscuri.
Provate a fare questo esperimento: la prossima volta che salite su un pullman, su un treno, che siete al ristorante, a una lezione a scuola o all’università – insomma, in qualsiasi luogo pubblico dove ci sono molte persone -provate a dare un’occhiata alle persone che vi circondano e contare quante di esse (=quante di queste, quante di loro) stanno utilizzando uno smartphone. Guardate i loro comportamenti, come molte di queste, per esempio, fanno scrolling su Facebook senza nemmeno fermarsi a leggere ciò che gli passa sotto gli occhi. Io ultimamente lo faccio spesso e devo dire che rimango sempre più sorpreso, se non scioccato. Sia ben chiaro: non sono un tecnofobo, non odio la tecnologia. Tutt’altro (quite the contrary). Sono il primo che utilizza la tecnologia costantemente. E se fossi privato dello smartphone – o ancora peggio, di internet! – probabilmente avrei una crisi nervosa (nervous breakdown). Ed è proprio questo il punto! La tecnologia ci ha cambiati profondamente.
Sono dell’idea che la tecnologia ormai sia una parte integrante (integral part, parte fondamentale) della nostra vita e non si possano prendere in considerazione approcci massimalisti come non possedere uno smartphone o non avere una connessione internet. I disagi che ne risulterebbero (would result from this, sarebbero causati da questosarebbero troppo grandi. La domanda che mi pongo è: non stiamo forse esagerando? Non stiamo diventando una società di telefono-dipendenti (mi sono inventato questa parola)? Se prima dell’avvento degli smartphone era più difficile diventare dipendenti dalla tecnologia, perché fondamentalmente l’accesso ad internet era limitato a un luogo fisico (il pc), ciò è cambiato radicalmente con l’avvento (=arrivo, comparsa) degli smartphone. L’intero universo di internet è potenzialmente sempre con noi, se non nella nostra mano comunque in tasca o sul comodino (bedside table) affianco a noi mentre dormiamo, ed è sempre lì che ci attira con il suo richiamo (call) insistente ad ogni momento del giorno e della notte. Vieni su Facebook! Apri Instagram! Dai un’occhiata a Twitter! La loro mera presenza ci distrae persino da attività come una conversazione con un amico o un parente: pensate alle notifiche che compaiono dal nulla e che per qualche secondo distolgono la nostra attenzione (take our attention away).
Gli smartphone hanno inoltre come effetto la nostra intolleranza alla noia. (la notifica di Facebook l’ho messa io, volevo vedere quanti di voi si sarebbe distratti). Dicevo, nei tempi morti (downtime – momenti in cui non abbiamo niente da fare), anche di pochi minuti, ci fiondiamo (lett. “to dash”, andare velocemente da qualche parte) subito sullo smartphone: per esempio quando dobbiamo aspettare l’autobus per due minuti o quando saliamo le scale mobili o prendiamo l’ascensore, il che può essere negativo perché si ritiene che la noia sia il momento in cui il nostro cervello ha le idee migliori (i grandi inventori, scienziati, scrittori del passato probabilmente si annoiavano spesso). Ma un’altra conseguenza del nostro uso degli smartphone è che la nostra curva di attenzione (attention span) diminuisce. Nel 2000, secondo uno studio di Microsoft, questa era in media di 12 secondi, mentre nel 2013 è scesa a 8 (un pesce rosso in media ha una curva di attenzione di 9 secondi).
Penso che la stragrande maggioranza (vast majority) di noi abbia fatto l’esperienza di trovarsi su una pagina o su un’app, come Facebook o Instagram, senza essersi accorto di averla aperta. A me capita spesso ed è qualcosa che sto cercando di cambiare, per esempio mettendo le icone di app come, appunto, Facebook o Instragram in luoghi meno accessibili. Come vi dicevo all’inizio, questo tema mi interessa (e preoccupa) molto ed è per questo che ho iniziato a leggere un libro, chiamato “Irresistible” di Adam Alter. In realtà sono ancora all’inizio, quindi magari farò un altro episodio in futuro se scoprirò qualcosa di interessante, ma da quanto ho scoperto finora la dipendenza dagli smartphone, da internet, dai dispositivi in generale, è una vera è propria dipendenza comportamentale (o behavioral addiction in inglese), che è poi uno dei temi centrali del libro. L’autore definisce “dipendenza comportamentale” un comportamento che “ha dei vantaggi nell’immediato (in the short-time) ma ha delle consequenze più pesanti in futuro. Le dipendenze comportamentali per lungo tempo sono state trascurate (neglected) dalla psicologia, ma ultimamente sono al centro di molta attenzione da parte degli studiosi e vengono sempre più considerate alla stregua delle (al pari di, allo stesso modo di) dipendenze da sostanze. Seconda la neuroscienziata americana Claire Gillan, che studia questa materia, i comportamenti di questo tipo, che generano dipendenza,  attivano le stesse aree del piacere – o sistemi di ricompensa (reward system)– nel nostro cervello attivate dall’utilizzo di sostanze, come le droghe.
In ogni caso, non sono un esperto e come ho già detto non ho ancora finito il libro, dunque non voglio tediarvi (=annoiarvi, think of “tedious”) con termini difficili e concetti di psicologia o neuroscienze perché rischierei di commettere degli errori.
Una cosa che però vi invito a fare, che sto cercando di fare anche io, è di essere più consapevoli di come utilizzate e del rapporto che avete con il vostro smartphone. Una cosa che ho fatto io è installare sul mio telefono un’applicazione Quality Time (per Android, per iOs esiste invece un’altra applicazione che si chiama “Moment”), che registrano il tuo uso quotidiano del telefono. Quanto spesso lo usi, per quanto tempo usi le singole applicazioni, quante volte sblocchi lo schermo (you unlock your screen), ecc. Ho scoperto, con un certo sgomento, (with some dismay) che uso il mio smartphone dalle due alle tre ore al giorno (l’autore dice che la media nel 2015 era di 2 ore e 48 minuti, ma probabilmente, secondo me almeno, oggi, nel 2018, è ancora di più) e che sblocco il telefono dalle 100 alle 120 volte al giorno. Questo senza tenere conto del tempo passato davanti allo schermo del computer.
Come ho già detto non voglio fare la morale (lecture, preach) dato che sono io il primo ad utilizzare la tecnologia costantemente. Dato però che tutti usiamo gli smartphone e altri dispositivi tutti i giorni e che sono di fatto un’estensione del corpo per molti di noi, è importante riflettere sul rapporto che abbiamo con loro.
Voglio concludere con una frase utilizzata da Adam Alter nel libro, tradotta da me in italiano: “Non dobbiamo usare un termine annacquato (watered-down) per descrivere le dipendenze comportamentali; dobbiamo renderci conto di quanto sono serie,  di quanto nuociono al (harm) nostro benessere collettivo e dell’attenzione che meritano. Le prove che abbiamo al momento sono preoccupanti e le tendenze indicano che ci stiamo addentrando in acque perigliose (we’re wading in dangerous waters)
Spero di non avervi inquietato (creeped you out) troppo e su queste note preoccupanti vi saluto. Vi ricordo che il Podcast è su instagram (podcast_italiano), ma, alla luce di quanto detto oggi, cercate di usarlo con moderazione (non il podcast, ma Instagram). Mi farebbe piacere leggere i vostri commenti sul tema. Come si usano gli smartphone nel vostro paese? Come li usate voi? Vi sentite dipendenti o cercate di limitarne l’uso? Potete commentare su podcastitaliano.com nella pagina dell’episodio, che tra l’altro contiene l’intera trascrizione di quanto ho appena detto. Se volete farmi un piacere ancora più grande potete inoltre lasciare una recensione al podcast su iTunes per aiutare altre persone a trovarlo. Detto questo, grazie per l’ascolto e alla prossima!

 

Avanzato #7: Gli anglicismi in italiano

 

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Benvenuti su Podcast Italiano.
Mi chiamo Davide e in questo episodio discuteremo gli anglicismi, ovvero quelle parole inglesi utilizzate sempre più spesso nella lingua italiana.
Trovo questo tema molto interessante, in quanto i termini di derivazione inglese utilizzati nella nostra italiana sono innumerevoli e la tendenza sembra essere in aumento. O, come direbbero alcuni, il trend sembra essere in aumento. L’italiano infatti è una lingua decisamente più accogliente (welcoming, inviting) nei confronti delle parole anglo-sassoni di quanto lo siano altre lingue europee, una su tutte il francese.
Il francese, infatti, lotta strenuamente affinché le parole di derivazione inglese (borrowed from, derived from) non entrino a far parte della lingua corrente, ma vengano il più possibile tradotte con un equivalente francese . Questo non è sempre possibile, ma in italiano questo tentativo non viene nemmeno fatto. Ed è per questo che sempre più anglicismi col passare degli anni  entrano a far parte della lingua italiana. Alcuni anglicismi entrano nella lingua italiana sostanzialmente immutati (unchanged) nella forma (e nel significato) e possono essere:
– sostantivi: come break (pronunciato all’ italiana / oppure trend)
– aggettivi: come single (utilizzato nel senso di “non ho un ragazzo o una ragazza, non ho un partner, sono single) oppure low-cost (un volo-low cost)
– verbi, che si coniugano come i verbi della prima coniugazione, quindi prendono il suffisso -are all’infinito (stalkerare, twittare, taggaresono davvero tantissimi)

A volte parole composte inglesi in italiano perdono la seconda parte, la seconda parola del composto. Quindi per esempio “beauty case” in italiano diventa “beauty” oppure “Slot machine” rimane solo “slot“.
In altri casi invece parole inglesi e italiane vengono combinate, dunque abbiamo neologismi come “cyber-bullismo” oppure “baby-prostitute“.
In alcuni casi gli anglicismi invece acquisiscono una funzione grammaticale diversa rispetto a quella della parola originale in inglese.
Dunque la parola “fashion” (con questa pronuncia italiana) spesso viene utilizzata come aggettivo (*ma non sempre). (es: “La tua borsa è fashion”, non “fashionable”). Allo stesso modo “glamour” è diventato un aggettivo. (“I negozi più glamour di Milano, e non glamourous, come si direbbe in inglese)
Infine, a volte le parole mutano di significato. “Fare shopping”  in italiano si riferisce solo all’acquisto di prodotti nel campo della moda e della cosmesi, mentre non si parla di fare shopping quando si va a comprare il pane, perché quello rientra nel “fare la spesa“.
Un altro caso curioso è quello di “box”, che in italiano viene utilizzato specialmente nella combinazione “box auto” come sinonimo di “garage”, che in inglese assolutamente non ha questo significato.

Alcuni campi sono naturalmente più prolifici e sono solitamente quelli più moderni, come l’informatica, la tecnologia, il business, il mondo della moda (fashion).
E qui ho alcuni esempi, ce ne sono tantissimi però ve ne do solo qualcuno:
– nell’informatica: “computer“, “webcam“, “scanner“, “touchscreen“, “modem“, “password” – queste parole non hanno equivalenti in italiano.
– nell’economia e nell’imprenditoria (entrepreneurship) possiamo dire “business“, “marketing“, “spread“, “deregulation“, “import-export“, “manager” – alcuni di questi hanno equivalenti (in italiano), ma spesso si dicono inglese.
– infine nella moda e nella cosmesi possiamo avere parole come: “top“, “pullover“, “jeans“, “blazer“, “blush“, “eyeliner“, “extension (come quella dei capelli)
Dunque, come possiamo vedere, gli anglicismi sono tantissimi. Come abbiamo detto, l’Italia ha un atteggiamento (attitude) più esterofilo (xenophilic, “with a love for foreign things”, in our case foreign words) nei confronti delle lingue straniere, specialmente dell’inglese, e questo forse è anche dovuto al fatto che non c’è un organismo regolatore (regulatory body) come c’è in Francia con l’Academie Française e in spagna con la Real Academia Española. In Italia esiste l’Accademia della Crusca, ma è un’organizzazione che si propone più che altro di (aims to) offrire la propria opinione in merito a questioni linguistiche oppure si propone di risolvere agli utilizzi della lingua, ma non ha una vera funzione regolatrice e non crea la traduzione di nuove parole che arrivano dall’inglese in italiano.

In italiano non ci limitiamo (we don’t stop with) ai cosiddetti prestiti di necessità, ovvero prestiti che vengono introdotti nella lingua perché non esiste una valida alternativa o non esiste proprio un’alternativa in italiano (penso per esempio a “brunch” o “spoiler“), ma facciamo anche uso di moltissimi prestiti di lusso, ovvero parole che impieghiamo perché ci piace  il loro suono inglese un po’ “esotico”, come per esempio: “background” (formazione, esperienze pregresse), “trend” (tendenza), “leader” (guida, capo, comandante), “fake” (falso, bufala), “step” (passo), “gap” (divario), “customizzare” (personalizzare), “convention” (convegno),  “business” (commercio, affari oppure impresa, azienda), “stand” (espositore), “competitor” (concorrente), “partnership” (accordo, collaborazione), “copyright” (marchio di fabbrica), “performance” (“prestazione”).
A volte questi predominano sui loro equivalenti italiani, a volte è una dura lotta. Ma come potete vedere sono tantissimi e si può davvero dire che queste parole inglesi vadano di moda nella nostra lingua, benché come abbiamo visto a volte esistano alternative valide e non sia strettamente necessario usare la parola inglese.
Le persone hanno atteggiamenti (here meaning stances, positions) diversi nei confronti di questo fenomeno linguistico: c’è chi è assolutamente contrario a quella che definiscono una decadenza (decline) della gloriosa lingua italica, mentre c’è chi magari fa parte di settori come l’informatica, o il.. business che è molto più favorevole e, anzi, utilizza quotidianamente questi termini e non si fa nessun problema (doesn’t mind, doesn’t have a problem with) nel farlo e magari non si sforza nemmeno di cercare equivalenti nella propria lingua. Personalmente non voglio essere pedante e giudicare chi utilizza termini inglesi, però personalmente cerco di utilizzare termini italiani quando mi sembra che non sia necessario utilizzare una parola inglese perché non ha una effettiva (real, actual) utilità, il termine italiano esiste e dunque non ha senso sostituirlo con una parola inglese.
Per esempio, mi sembra eccessivo che persino nel campo della politica, dove dovrebbe regnare l’assoluta transparenza si siano utilizzate denominazioni in inglese come per esempio il cosiddetto “jobs act” o la cosiddetta”spending review che avrebbero potuto avere denominazioni in italiano senza alcun problema (“riforma del lavoro” o “revisione della spesa” e ). Non tutti conoscono l’inglese, specialmente in Italia, e non tutti possono comprendere di che cosa si sta parlando quotidianamente, utilizzando questi termini, queste formule così strane.
Detto questo, è normale che le lingue si influenzino a vicenda (each other), così come è successo con l’inglese, che è cambiato completamente sotto l’influenza del francese, magari anche noi tra cent’anni in italiano non percepiremo queste parole entrate dall’inglese come parole estere, così come nessun inglese penserebbe alla parola “use” come una parola non inglese ma di origine francese.

In conclusione vi lascio un dialogo dove utilizzeremo tantissimi anglicismi, tutti realmente utilizzati nella lingua. Ok.. magari utilizzarli tutti insieme sarebbe un po’ troppo, però a volte capita, specialmente nei dialoghi tra businessmen e informatici. È un fenomeno interessante da osservare e a volte è anche divertente, in un certo senso.

– Oggi sono andato a una convention sulla customizzazione nell’ambito del fashion.. Parlavano degli ultimi trend del glamour internazionale.
– Ah, interessante.
– Certo. Il mio background in realtà è nel marketing, però mi è piaciuto. C’erano un sacco di talk interessanti e all’ingresso pure degli stand dei competitor principali nel business. Dura fino al week-end, ma se sei interessato ti dò il flyer.
– Mi piacerebbe andarci, ma domani ho un meeting col mio manager.
– Ma dove lavori adesso? Non avevi una start-up?
– Purtroppo quell’esperienza non ha funzionato,  però mi ha assunto un’azienda di consulting. Sai, ho skill nel campo del web development e IT, dunque non è stato difficile trovare lavoro.
– Ah, ok. Non lo sapevo. Senti ma ti va di fare una pausa, facciamo un coffee-break?
– Ok, però sono un po’ di fretta, che  viene il tecnico a casa mia a cambiare il decoder della pay-tv, che quando faccio zapping non funziona bene. (zapping è una di quelle parole che crediamo essere inglesi, ma in realtà è una parola italiana, utilizzata così solo in italiano, che vuol dire “passare da un canale televisivo a un altro molto velocemente)
– Abiti ancora in centro?
– No, mi sono spostato, adesso ho un loft qui vicino. Se vuoi possiamo prendere il caffè a casa mia.
–  Volentieri! Però prima facciamo un bel selfie, lo twitto con l’hashtag #businessmen e ti taggo.
– Sì dai, top!

Questo dialogo ovviamente è un po’ ridicolo, però penso possa darvi un’idea di quanti sono gli anglicismi nella lingua italiana. L’argomento è davvero interessante ed è impossibile esaurirlo (talk about it exhaustively) in pochi minuti, perché in ogni settore si potrebbe parlare delle parole di provenienza inglese. Spero comunque di avervi fatto una panoramica (overview) dell’argomento e che vi sia piaciuto l’episodio. Grazie della visione, grazie per l’ascolto se ascoltate l’episodio in versione audio. Vi ricordo che su podcastitaliano.com troverete l’intera trascrizione dell’episodio con la traduzione delle parole o frasi più complicate. Detto questo grazie di nuovo e ci vediamo nel prossimo episodio.
Ciao!

 

Avanzato #6 – Dante e l’incipit dell’Inferno

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Benvenuti su Podcast Italiano. In questo episodio vi leggerò l’incipit (beginning, first words of a text) dell’Inferno, il primo libro della Divina Commedia di Dante.

La Commedia, meglio conosciuta come Divina Commedia è un poema composto da Dante Alighieri probabilmente dal 1306 al 1321. Gli studenti italiani sono obbligati a studiarla, ed è sicuramente l’opera letteraria più importante nella letteratura italiana e una delle più importanti al mondo. Ci sono 100 canti (a canto is the  principal form of division in a long poem), ovvero capitoli, 34 nell’Inferno, 33 nel Purgatorio e 33 nel Paradiso. Questi sono i 3 regni che Dante visiterà, incominciando appunto dall’Inferno. Oggi leggeremo i primi 27 versi del primo Canto dell’inferno, che è un’introduzione all’opera. L’incipit è forse il passaggio più importante della letteratura italiana. Non sono un esperto di letteratura, ma penso che quasi ogni italiano conosca i primi versi, i primi passi .

Nell’incipit Dante si ritrova in una selva oscura, ovvero una foresta. La foresta è allegoria, ovvero simbolo del peccato (sin) in cui si è smarrito (went astray), in cui si è perso. Dante ha perso la “retta via(the righteous path), la via della virtù. Questo canto non è da prendere alla lettera (shouldn’t be taken literally), la foresta, il mare, il colle di cui si parla non sono luoghi reali, sono solo simboli, allegorie (allegory = metaphor whose vehicle may be a character, place or event, representing real-world issues and occurrences). Infatti la vera storia, la discesa (descent) all’Inferno vera e propria,  inizia nel secondo canto.
Incominciamo!

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita” significa nel mezzo, a metà della vita terrena, quindi in quell’epoca voleva dire  all’età di 35 anni. “Mi ritrovai per una selva oscura”, ovvero mi trovavo in una foresta oscura, che è simbolo del peccato. “Ché la diritta via era smarrita”, perché avevo smarrito,  perso la retta via, la giusta via, la via della virtù.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

“Ahi quanto a dir qual era è cosa dura”, vuol dire “quanto è difficile descrivere a parole quanto “esta selva”, quindi quanto questa foresta,  fosse “selvaggia, aspra, e forte”, ovvero selvaggia, impervia (arduous). Quindi è una foresta selvaggia, difficile da descrivere a parole –  “che nel pensier rinnova la paura!”, che mi mette paura solo a ricordarla, solo a ripensarci. Questa foresta, ovvero la sua “confusione mentale” era così selvaggia che solo la memoria lo impaurisce.

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

“Tant’ è amara che poco è più morte” significa era così tanto amara [questa selva], dura, che la morte lo è appena di più, la morte non è tanto peggio. “ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,” per trattare, ovvero per parlare, discutere, del bene che ho trovato in questo luogo, lì, ” dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte”, parlerò delle altre cose che ho “scorto”, trovato in quel luogo. Scorgere è simile a “guardare, vedere”. Dante trova del bene, ovvero l’arrivo di Virgilio, che sarà la sua guida, e lo condurrà fino alle porte del Paradiso.

Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

“Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai”, ovvero non so raccontare bene come sono entrato in questa foresta, “tant’ era pien di sonno  a quel punto”, dato che ero (in italiano antico si diceva era al posto di ero) così pieno di sonno, inteso come il sonno della ragione, della mente, “che la verace via abbandonai.”, ho abbandonato la retta via, la via della verità. Dante era così confuso che non si ricorda come è entrato in questa selva allegorica.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

“Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto”, ma essendo giunto al piede, o ai piedi diremmo oggi, di un colle, ” là dove terminava quella valle” (questa frase è praticamente  uguale in italiano moderno, si direbbe allo stesso modo)  “che m’avea di paura il cor compunto” che mi aveva colmato, riempito il cuore di paura. Dunque Dante arriva ai piedi di un colle.
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

“guardai in alto e vidi le sue spalle”, ovvero vidi il crinale (ridgeline) del colle, “vestite già de’ raggi del pianeta”, illuminato dai raggi del pianeta “che mena dritto altrui per ogne calle.”, ovvero il pianeta guida nella direzione giusta le persone per ogni cammino, per ogni via. Questo pianeta è il sole, dunque Dante vede una collina che rappresenta la “retta via”, e il sole rappresenta Dio.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

” Allor fu la paura un poco queta,”, ovvero si calmò un po’ la paura (oggi abbiamo la parola quiete, o quieto), ” che nel lago del cor m’era durata” che nel lago del cuore, inteso come il profondo del cuore era durata, o perdurata diremmo oggi, “la notte ch’i’ passai con tanta pieta” la notte che io passai in uno stato di angoscia, di pietà. Dante ha passato una notte, o un periodo di smarrimento, di confusione.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

“E come quei che con lena affannata”, e come colui, ovvero una persona, che col respiro ansimante, respiro pesante, o “fiatone” (shortness of breath) diremmo oggi , (tra l’altro lena oggi ancora in espressioni come “di buona lena”) “uscito fuor del pelago a la riva” uscito fuori dalle acque e arrivato alla riva, “si volge a l’acqua perigliosa e guata” volge, rivolge lo sguardo, ovvero si gira, guarda, osserva le acque pericolose che ha appena superato,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

“così l’animo mio, ch’ancor fuggiva” così, allo stesso modo il mio animo, che ancora fuggiva, era in fuga, ” si volse a retro a rimirar lo passo” si girò, oggi diremmo “si voltò” in italiano moderno, “che non lasciò già mai persona viva.” che non lascio mai nessuna persona viva, nessuno è sopravvissuto passando quel mare. Dante, come una persona che è arrivata a riva e guarda il mare pericoloso, guarda la foresta che ha appena superato con molta difficoltà .

Ora risentiamo di fila questi primi 27 versi, ma non li rileggerò io bensì, Roberto Benigni, attore famoso e vincitore di un premio Oscar per il film “La vita è Bella”, che forse conoscete.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

 Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Questi sono i primi 27 versi e direi che ci possiamo fermare qui. Sicuramente l’espressività di Benigni , il modo in cui lo legge  non è paragonabile al mio. Però lui è un attore, io no. Su Youtube se vi interessa – e se il vostro livello è avanzato – si trovano video di Benigni che recita e spiega tutta la Divina Commedia, vi lascio dei link sul sito.

(Il primo canto dell’Inferno narrato e spiegato da Benigni)

Questo canto intero contiene 136 versi – noi ne abbiamo visti 27 di 136 -e pensate che l’intera Divina Commedia ne contiene 14.233! E’ un’opera lunghissima, mastodontica, ricca di cultura, riferimenti storici, teologici, letterari, filosofici, chi più ne ha più ne metta. Per questo è considerata un capolavoro. Pensare che un solo uomo abbia potuto concepire un’opera così lunga e ricca è incredibile, soprattutto se pensiamo alla struttura, caratterizzata da uno schema di terzine incatenate (A-B-A, B-C-B, C-D-C ecc.- quindi se prendiamo l’ultima parola di ogni verso abbiamo Vita – Oscura – Smarrita / Dura – Forte – Paura / Morte – Trovai – Scorte ecc.) di versi endecasillabi (undici sillabe per frase, es. 1 Nel 2 Mez-zo 4 del 5cam-min 6 di 7 nos-tra 8 vi-ta, ecc.). Questo schema si ripete dunque per più di 14.000 versi, che è impressionante.

Come già detto nell’episodio sui Dialetti Italiani, la lingua di Dante, soprattutto della Commedia, è stata la base della lingua italiana stessa. Nonostante alcune parole siano un po’ antiquate ovviamente, penso che la lingua anche a voi non sembri completamente diversa dall’italiano attuale, perché non lo è, è molto simile e in buona parte comprensibile, come spiegato nell’episodio sui dialetti. Provate a prendere un testo del 1300 inglese, non capirete niente!

In conclusione, la Commedia è un’opera incredibile e di enorme importanza per la lingua e la cultura italiana e da secoli vengono scritti migliaia di libri, analisi, commenti, studi, ecc. Non posso ovviamente entrare nel dettaglio con il mio umile episodio di un podcast su internet ma spero che sia riuscito a suscitarvi dell’interesse!
Spero vi sia piaciuto l’episodio, grazie per l’attenzione e alla prossima!

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Avanzato #5 -Bolle virtuali

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Benvenuti su podcast italiano. In questo episodio di livello avanzato vi parlerò di un fenomeno che caratterizza i social media di oggi e, secondo molti, influenza molto la nostra vita politica

Molte persone in tutto il mondo sono state a dir poco (to say the least) sorprese dal risultato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Non voglio entrare nel merito del risultato, dato che in questi ultimi giorni se n’è parlato ampiamente. Ciò su cui mi voglio soffermare (What I would like to turn my attention to is) invece è il ruolo dei social media e social network, che a mio modo di vedere è stato molto rilevante nella campagna elettorale americana e che, in generale, sta assumendo una sempre più grande importanza (is becoming increasingly important) nella vita politica di ognuno di noi. Più nello specifico, vorrei parlare di un fenomeno che in inglese a volte viene chiamato “Echo Chamber” o “Filter Bubble”. In italiano non credo esista una denominazione affermata (an estabilished name); io ho scelto di chiamarle “bolle virtuali”. Di che cosa si tratta? Con “bolla virtuale” intendo quella situazione in cui i nostri “feed” o le nostre bacheche sui social network rispecchiano (reflect) e confermano in gran parte la nostra opinione, ripetendola all’ossessione, in alcuni casi estremizzandola (taking it to the extreme). In alcuni social network più che in altri (Twitter su tutti) ci capita spesso di (oftentimes we [happen to]) seguire solamente le persone che hanno la stessa nostra opinione. Su Facebook, secondo molti perlomeno, è più facile vedere ciò che scrivono e condividono gli amici che la pensano come noi. Ciò che ne consegue (As a result /it follows that) è che abbiamo un’impressione della realtà non sempre corretta: ci sembra che il mondo intero o quasi la pensi come noi, sentiamo sempre una voce sola, un lato solo del dibattito. Riteniamo impossibile (we consider it impossible) che qualcuno possa sostenere l’opposto di quello che pensiamo noi. Ma ci sbagliamo, e di tanto.

Il risultato è una forte polarizzazione di idee. Le elezioni americane ne sono state l’esempio lampante per tutte le persone che non hanno votato e non sostengono Trump; penso , tuttavia, che sarebbe successo lo stesso a parti inverse (if the opposite had happened), ovvero se a vincere fosse stata Hillary Clinton (if Hillary Clinto had been the one to win). Le due fazioni opposte (opposing sides, factions) – se non del tutto ignare (unaware) dell’esistenza dell’altra, come minimo sdegnose (disdainful) della ingenuità (naivety / NOT INGENUITY!) e stupidità dell’altra fazione – non comunicano tra di loro, non cercano di comprendere i punti di vista di coloro che hanno opinioni diverse dalla propria e le ragioni per cui la loro opinione differisca così vistosamente  (dramatically, so much). Veniamo costantemente bombardati di notizie, post, condivisioni, memes (o “meme” se la diciamo all’italiana), immagini che spesso sono costruite ad arte  (fabricated) per farci indignare (be outraged) e causarci quella scarica quotidiana di dopamina nel cervello (daily rush of dopamine in our brain) a cui ci abituiamo e di cui diventiamo dipendenti. In un certo senso, ci crogioliamo in questo sdegno (we bask in this indignation/outrage) e in questa rabbia che dirigiamo verso i nostri avversari. Al dialogo con chi la pensa diversamente preferiamo l’attacco personale e le prese in giro. Si aggiunga il fatto (Consider also) che alcuni media approfittano di questa situazione e creano notizie, se non completamente false, contenenti molte imprecisioni. Ne risulta dunque che le fazioni opposte  non sono d’accordo nemmeno su informazioni fattuali e oggettive che non dovrebbero essere causa di alcuna discussione! Ognuno riceve informazioni diverse, compromettendo una qualsivoglia (any possible) discussione pacifica. Non si può, infatti, avere un dialogo se le nostre informazioni sono agli Antipodi (are polar opposites).

Questo si è visto nelle recenti elezioni americane, ma non solo. Io lo noto personalmente sempre più nella maniera in cui viene discussa la politica italiana sui social. Immagino che la situazione nei vostri paesi non sia molto diversa.

I social media utilizzano algoritmi che, a detta di molti, portano all’inasprimento (exacerbation) di questo problema, proponendoci (here means showing us) solo le opinioni delle persone meno scomode. Questo è quello che sembra succeda su Facebook, benché Zuckerberg neghi categoricamente che Facebook abbia pesato sul risultato delle elezioni americane e che la sua piattaforma promuova la diffusione di notizie false. Molti non sono d’accordo. Le notizie false circolano e sono sotto gli occhi di tutti (before everyone’s eyes) , i miei compresi. Uno degli esempi più eclatanti (one of the moststriking examples) è la notizia falsa secondo cui papa Francesco avesse annunciato di sostenere Trump.

Non sono un esperto in materia, ma la sensazione è che i social media ci abbiano portato a una sorta di isolamento intellettuale, in cui noi rimaniamo chiusi nelle nostre accoglienti  “bolle virtuali”, in cui possiamo sentirci sicuri della nostra superiorità morale e intellettuale, sdegnosi di ogni altra opinione. Chi la pensa in modo diverso da noi è stupido, razzista, buonista, ecc. Questi sono alcuni degli aggettivi che spesso mi capita di leggere su Facebook.
Penso, magari sbagliandomi (erroneously), che in passato una tale unilateralità (one-sidedness) di opinioni non esistesse. Sicuramente molti hanno sempre preferito leggere giornali e guardare telegiornali che presentano opinioni simili alla propria, ma a mio parere la faziosità (partisanship) non era tale da isolarci quasi completamente dalle opinioni opposte. Penso che tutto sommato i TG, non tutti ma mediamente, offrano opinioni più diversificate e più neutrali, e che il rischio di notizie inventate di sana pianta (completely made-up) sia minore. I dati dimostrano inoltre che i social, per sempre più persone, sono la fonte principale di notizie. Questo è pericoloso, a causa degli algoritmi che caratterizzano il funzionamento stesso dei social, i quali portano alla formazione di “bolle virtuali”, o “echo chambers”, in cui risuonano solamente voci simili alla nostra, voci che ci urlano ciò che già pensiamo, fanno scivolare (slip) le nostre opinioni verso un estremo dello spettro ideologico (ideological spectrum) e ci chiudono quasi ermeticamente l’accesso alle voci che non ci piacciono.

Questo era l’episodio di oggi, spero vi sia piaciuto. L’argomento è complicato, ma estremamente interessante. Come sempre sul sito troverete la trascrizione del testo con la traduzione dei termini più complicati.

Alla prossima!

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Avanzato #4 – Il doppiaggio e il “doppiaggese”


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Benvenuti su Podcast Italiano! Nell’episodio di oggi vi parlerò del doppiaggio (dubbing) e del “doppiaggese”: se non sapete cosa significhino questi termini, non importa, rimanete in ascolto perché parleremo di questo. Su podcastitaliano.com come sempre troverete la trascrizione del testo con le parole più difficili tradotte in inglese. Incominciamo.

Molte persone si chiedono perché noi italiani solitamente facciamo più fatica a parlare inglese degli scandinavi per esempio, o degli olandesi.  Secondo me ciò la ragione principale è che, a differenza di questi paesi, in Italia il doppiaggio è una pratica molto diffusa (common practice). Il doppiaggio, per chi non lo sapesse, è la sostituzione delle voci originali di un film, di una serie TV ecc. con voci di un doppiatore in una lingua diversa. In Italia, per esempio, alla  TV e al cinema quasi tutti i film, serie, cartoni sono doppiati in italiano, mentre in Scandinavia, in Islanda, nei Paesi Bassi -anche Portogallo se non mi sbaglio – solitamente si preferiscono i sottotitoli. Di conseguenza, un bambino svedese fin da piccolo sarà esposto all’inglese dei programmi americani o britannici e vedrà in contempo (at the sime time / contemporaneamente) sottotitoli in svedese, e ciò non può che essere d’aiuto nell’acquisizione dell’inglese. Noi italiani a volte non conosciamo nemmeno la voce originale di attori famosi americani, per esempio. Le voci originali vengono completamente sostituite dalle voci tradotte dei doppiatori, a parte alcuni casi come i documentari, in cui la voce originale viene solitamente tenuta a un volume più basso. L’Italia è uno dei paesi che utilizza (should be UTILIZZANO :D) di più il doppiaggio, e indubbiamente c’è sempre stata una spiccata (remarkable, special) professionalità e abilità (here with the meaning of “expertise”, not “skill”) che caratterizza i doppiatori italiani.
Ci sono diverse argomentazioni (arguments) favorevoli o contrarie al doppiaggio; io personalmente, da quando ho iniziato anni fa a vedere contenuti in lingua originale non sono tornato indietro. Se si hanno le conoscenze linguistiche che permettono di guardare un film in lingua originale, la fruizione (consumption, enjoyment, fruition) è notevolmente più godibile  sotto molti aspetti (in many ways). Ma per coloro che non conoscono l’inglese e non sono interessati ad impararlo, è più facile seguire una storia se la lingua adoperata è l’italiano, rispetto a essere costretti a seguire i sottotitoli.

Non mi soffermerò (I am not going to dwell ) però esclusivamente sul doppiaggio, perché voglio parlarvi anche di un’altra conseguenza curiosa del doppiaggio in Italia, ovvero la nascita del cosiddetto “doppiaggese”. Il “doppiaggese” è una variante della lingua (italiana nel nostro caso) che compare nei film come risultato del doppiaggio, della traduzione dall’inglese. Ovvero una lingua “artificiale”, modellata sulla base della lingua originale. Dato che non si possono sforare (exceed, go over) i tempi dei copioni (scripts) originali, spesso nel doppiaggio è necessario trovare compromessi di traduzione per far stare una battuta (line) nel tempo a disposizione. Questi compromessi sono per esempio parole ed espressioni innaturali, i cosiddetti calchi (loan translation, calque, often literal translations of a word or expressiondall’inglese, che non sono propri della tradizione italiana. In altri casi si tratta solamente di cattive traduzioni, non causate da vincoli (constraints) di tempo. In ogni caso, l’influenza e la pervasività del doppiaggio sono tali che, con il tempo, queste parole ed espressioni originariamente innaturali diventano parte integrante della lingua stessa! Questo in italiano è successo con molte parole. Una delle più famose è “realizzare”, dall’inglese “to realize”, per “rendersi conto”, “accorgersi”. In passato “realizzare” in italiano voleva solamente dire “creare,  far diventare reale qualcosa”.
Mentre adesso si può usare come in inglese “I realized that he was right”, oggi sarebbe normalissimo sentire una frase come: “Ho realizzato aveva ragione” al posto di “Mi sono reso conto/Mi sono accorto solo adesso che aveva ragione”. 50 anni fa,  però, “Ho realizzato che aveva ragione” sarebbe stata assolumente incomprensibile.
Altri esempi sono “assolultamente sì!” o “assolutamente no!”, modellati sulla base dell’inglese “absolutely!” e “absolutely not!”. In italiano sarebbe più naturale per esempio “certamente” o “certo che sì/no”.
Un altro esempio è – scusate per la volgarità – “fottuto”, come traduzione di “fucking”. In italiano ci sono moltissime parole volgari che si potrebbero utilizzare al posto di “fottuto”; idem nel caso di “dannazione/maledizione” che sono utilizzate nel doppiaggio per tradurre “goddammit!”, ma non si usano molto, o almeno non si usavano molto nell’italiano parlato dalle persone.
Persino espressioni come wow (la pronuncia è un po’ italianizzata quindi diventa “uau”) sono state introdotte nell’italiano dalla lingua dei doppiaggio.
Su Wikipedia potete trovare una lista delle numerose parole ed espressioni del “doppiaggese”:
https://it.wikipedia.org/wiki/Doppiaggese#Esempi_di_luoghi_comuni_del_doppiaggese

Non sono pochi coloro che hanno una visione negativa di questo tipo di linguaggio. Io mi limito a constatare (I just want to point out, acknowledge) l’impatto che ha avuto sull’italiano (molte di queste espressioni per me, persona cresciuta negli anni 2000, sono assolutamente comuni), che è un segno di quanto la televisione abbia un’influenza molto più importante della letteratura e dei libri. Ognuno può trarne le conseguenze (draw their conclusions) che preferisce, detto questo io stesso mi rendo conto di quanto sia difficile “tenere a bada” l’influenza di una lingua straniera. Io stesso, conoscendo bene l’inglese e ascoltandolo tutti i giorni, mi ritrovo (I find myself) a usare involontariamente parole e modelli che sono calchi di parole inglesi o espressioni inglesi. Se sono solo io a utilizzare queste forme, gli altri non mi capiranno e dunque è meglio che eviti di usarle per evitare incomprensioni; ma se a usarle è un’intera generazione, influenzata dal linguaggio della televisione, è inevitabile che con il tempo, con i decenni queste parole e queste espressioni diventeranno la norma , e proprio questo è successo con molte delle parole del cosiddetto “doppiaggese”.

Spero l’episodio vi sia piaciuto, andate su podcastitaliano.com per la trascrizione e date un’occhiata all’articolo di Wikipedia sul doppiaggese, è abbastanza divertente e interessante. Detto questo, vi auguro una buona giornata e alla prossima!

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Avanzato #3 – Il calcio in Italia

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Benvenuti su podcast italiano. Questo è un episodio di livello intermedio, in cui parleremo del calcio in Italia. Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione del testo, che vi aiuterà a seguire più facilmente il testo e a studiare le parole sconosciute. Incominciamo.

In Italia ci siano molti sport di lunga tradizione (long estabilished, with long traditions), ma il calcio in Italia è di gran lunga (by far and away) quello più seguito e praticato. Secondo le statistiche, 4 italiani su 10 si dichiarano “tifosi”. Ma che cosa vuol dire tifoso? La parola tifoso è usata per indicare una persona che sostiene (here means supports), o “tifa” (cheers for) una squadra di calcio; deriva da “tifo(typhus), una malattia infettiva caratterizzata da alta febbre e sensi offuscati (numbed senses). Si potrebbe dire, in un certo senso, che anche il “tifo” sportivo può a volte offuscare i sensi dato che nello sport – ma anche in altri ambiti, come nella politica – “facciamo il tifo”, e in ogni circostanza sosteniamo una squadra (o un partito) a spada tratta (defend strenously, take up the cudgels), come si suol dire (as we say). E’ un’etimologia curiosa, così come interessante è l’origine  della parola “calcio”. Infatti in molte lingue esiste una parola che deriva o da “football” o da “soccer”, ma non in italiano. Calcio infatti significa “kick”. Come mai? Ai tempi del fascismo, molti forestierismi (foreign words, from “forestiero”, not so common word meaning “foreigner”, straniero), ovvero parole straniere non apprezzate dal regime, sono state sostituite da parole italiane equivalenti. Alcune non hanno attecchito (didn’t catch on) e non sono state usate dopo la caduta del regime, altre sì. Calcio è una di queste, che ha rimpiazzato (replaced) completamente “football”.
Etimologia a parte, per molti italiani il calcio è importante, ed è sicuramente una causa di disaccordo (reason for disagreement) e di discussioni accese (heated discussions) (appunto, come la politica). Il calcio è uno degli argomenti di cui gli italiani amano discutere all’ossessione (to obsession)nella vita quotidiana.
I club italiani hanno ricoperto un ruolo importante (had an importat part) nella storia del calcio europeo e mondiale, avendo vinto molti trofei internazionali; la nazionale italiana (the italian national team) è seconda solamente al Brasile in quanto a (as for) coppe del mondo vinte (4 contro le 5 brasiliane). Nel campionato italiano, conosciuto come Serie A, hanno giocato innumerevoli campioni italiani e stranieri.
Negli ultimi anni però si è visto un netto calo nella qualità del calcio italiano: spesso in partite internazionali le squadre italiane fanno fatica (struggle) contro quelle estere, perdendo o pareggiando più del dovuto (more than they should), diciamo. Sempre meno campioni scelgono di giocare in Italia, i club italiani sono più poveri rispetto a quelli esteri e in generale si dice ci sia un calo di “appeal”, utilizzando questa parola inglese, della Serie A. Questo è dovuto a diversi fattori, tra cui gli stadi fatiscenti (crumbling, dilapidated), spesso costruiti molti decenni fa, e la violenza delle tifoserie (organized groups of fans, or “tifosi”) (ma non solo). Nella storia del calcio italiano infatti non sono pochi i casi di scontri tra tifosi di squadre opposte o scontri con la polizia. I tifosi più agguerriti (fierce)sono chiamati “ultras” e, benché siano capaci di tifare pacificamente la propria squadra cantando e incoraggiando i proprio giocatori, a volte si macchiano di azioni violente (are guilt of acts of violence) che non sono perdonabili. E’ anche per questo che molte famiglie o persone ordinarie preferiscono non andare allo stadio e guardare magari la partita alla TV, per paura del tifo organizzato, e anche a causa di questo gli spettatori medi nelle partite di Serie A sono in calo.
Nonostante i numerosi problemi del calcio italiano, resta uno sport molto amato dal popolo italiano, che sostiene la propria nazionale molto calorosamente durante i tornei internazionali (anche se ultimamente si potrebbe dire che questo sostegno non è stato ripagato da prestazioni eccelse (hasn’t been repaid by excellent performances) :D).
Molti ragazzini giocano da calcio fin da piccoli nelle cosiddette “scuole calcio”, ma il calcio è anche un passatempo di quasi tutti i bambini maschi (ma non solamente): basta un pallone e due alberi (o degli oggetti per creare una “porta” (goal as the one the goalkeeper defends. a goal that you score is a “gol” or “rete”) improvvisata per poter giocare ovunque, nei giardini delle scuole, nei parchi, nelle piazze, per strada. Chi è cresciuto in Italia difficilmente non ha mai giocato a pallone da bambino, anche chi non lo ama.
Nonostante ciò sono molti coloro a cui il calcio interessa marginalmente o proprio per niente (not at all). A volte si crea infatti una divisione tra la fazione (faction, side) degli “stupidi tifosi ossessionati da milionari che rincorrono (chase) un pallone” e quella degli  “alternativi/hipster che non seguono il calcio, preferendogli meeting di geopolitica e diritto comparato”. Scherzi a parte (joking aside), a me personalmente il calcio piace e lo seguo, ma penso che non abbia senso criticare chi abbia interessi diversi dai propri. Tutti abbiamo dei passatempi non necessariamente “produttivi”, che siano questi (here meaningwhether that’s X or Y”) guardare il calcio in tv, andare al pub a bersi una birra o giocare a Pokemon Go. Il nostro cervello ha bisogno di distrazioni dalla complessa e stressante vita di tutti i giorni. L’importante è essere equilibrati e ricordarsi che, per quanto appassionante (as exciting it is, however exciting it is), rimane solo un gioco.

Spero vi sia piaciuto l’episodio, riascoltatelo per migliorare la vostra comprensione. Come sempre sul sito troverete la trascrizione con la traduzione delle parole e espressioni più complicate. Non mi resta che salutarvi, ci vediamo presto! Ciao.

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