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Vita di mare (con mia madre) – Avanzato #15

Ciao tutti, io mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano, e nello specifico state ascoltando un episodio di livello avanzato. Questo episodio è stato scritto e letto da mia madre, quindi grazie a mia madre. E di che cosa parla? Beh, questo episodio parla praticamente della sua vita di mare da piccola, della sua vita balneare (seaside life) potremmo dire, quindi, diciamo, racconta un po’ il suo passato da piccola. di quando andava al mare qua, diciamo, (vicino). Vicino alla nostra regione. che si chiama Piemonte c’è un’altra regione, la Liguria, e quindi, diciamo, che è la meta turistica (tourist destination) più comune per i piemontesi che vogliono andare al mare, perché in Piemonte non c’è il mare. Quindi il mare più vicino è quello della Liguria. Racconta anche di come ha imparato a nuotare e… l’ho messo tra gli episodi avanzati perché ci sono tante parole che secondo me non sapete e quindi… come impararle? Beh, se non le capite potete andare su podcastitaliano.com, sul sito, e potete rileggere questo episodio, o meglio leggere e anche risentirlo ma leggendolo. Questo è un ottimo modo per imparare e, diciamo. interiorizzare (internalize), tutte queste parole difficili.

Prima di incominciare inoltre vi ricordo anche che questo episodio e Podcast Italiano di questi tempi è sponsorizzato da italki. italki un sito per fare lezioni individuali di qualsiasi lingua praticamente. Io sono un insegnante su italki, quindi se non ne avete abbastanza (if you don’t have enough of) della mia brutta voce e anche della mia brutta faccia nei video e volete fare lezioni, addirittura delle lezioni con me, beh potete farlo. Seguendo il link in descrizione, nella descrizione di questo podcast avrete $10 di sconto e niente… oppure (potete pensare) Davide, io sono stanco di te, voglio fare lezione con un’altra persona. Potete farlo e, anzi, vi consiglio magari di farlo se volete, o di provare, perlomeno, più insegnanti (various teachers – “più” in questo caso non significa “more” ma “vari”, ovvero “più di uno), perché su Italki ci sono tantissimi insegnanti, tantissimi insegnanti bravissimi. Quindi è molto comodo, lo potete fare da casa vostra, ve lo consiglio e… niente, grazie ad Italki e adesso ci sentiamo l’episodio.

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Fin da piccoli (ever since we were kids) i nostri genitori  portavano d’estate me e mio fratello in vacanza al mare in Liguria, una regione italiana  confinante a sud con il Piemonte e lambita (lapped by, toccato leggermente – in questo caso “bagnato”)  appunto dal mar Ligure e, pertanto, meta facilmente accessibile ai torinesi. In particolare ci recavamo (=andavamo) nella graziosa (cute, pretty) cittadina chiamata Finale Ligure, dove soggiornavamo tre settimane presso la pensione Riviera, un accogliente piccolo albergo a conduzione familiare (family-owned). Le nostre giornate scorrevano (went by) tranquille, iniziando con una gustosa colazione, dopo la quale ci recavamo in spiaggia, per poi tornare in albergo per il pranzo, seguito da una passeggiatina digestiva (=una passeggiata per digerire) e dall’immancabile riposino (inevitable nap – ironico) in camera. Verso le 16 si tornava in spiaggia, per poi rientrare nel tardo pomeriggio e prepararsi per la cena, seguita da una passeggiata più lunga in riva al mare (by the sea). Adoravo quelle giornate, ma al di sopra di tutto mi piaceva proprio la vita balneare, ossia trascorrere bei momenti in spiaggia con mio fratello e gli amichetti e soprattutto fare il bagno in mare (swimming in the sea). Una precisazione: di solito andavamo in uno stabilimento balneare (bathing establishment), cioè una struttura a pagamento dotata di ombrelloni (sunshades), sedie a sdraio (sunbeds – da “sdraiarsi”, che significa “to lay down”), bar, bagni, docce, cabine per cambiarsi, pedalò per far qualche giro in mare,  e  soprattutto i bagnini (lifeguards), il cui compito è di vigilare sulla sicurezza dei bagnanti (watch over the swimmer’s safety), intervenendo in caso di pericolo. In alternativa esistevano, ed esistono tuttora, le cosiddette spiagge libere gratuite, dove occorre portarsi tutta l’attrezzatura (equipment) e non c’è personale addetto alla sicurezza (security personnel). Pertanto, per motivi di comodità, da piccoli abbiamo sempre frequentato spiagge private, che tuttora sono abbastanza costose. Come già anticipato, il momento che attendevo spasmodicamente (I would spasmodically wait for = con molta emozione) era appunto quello del bagno in mare. C’erano però due problemi. Il primo problema  era che non sapevo ancora nuotare, o meglio, intorno ai 6-8 anni nuoticchiavo (I kind of swimmed – il suffisso “icchiare” indica un’azione fatta con un po’ di difficoltà oppure non con grande convinzione) con il salvagente (lifejacket), ossia una ciambella (“doughnut”) di plastica gonfia di aria infilata sotto le ascelle (tucked under the armpits), che mi permetteva di stare a galla (stay afloat). Successivamente il salvagente è stato rimpiazzato dai braccioli (armband, water wings), piccole ciambelle allo stesso modo gonfiate e infilate (put on, worn) in alto intorno alle braccia. Oltretutto in città non andavamo, per vari motivi, a corsi di nuoto per bambini, e quindi non c’era modo di imparare. Il secondo problema era che tassativamente (=obbligatoriamente) bisognava aspettare non meno di tre ore dopo i pasti per poter fare il bagno senza interferire con la digestione: regola questa che in tempi più recenti si è un po’ mitigata (= si è ridotta, è diventata meno severa). Perciò cercavo di ingannare il tempo giocando con la sabbia, bagnandomi i piedi ( quello almeno era permesso) e chiedendo ogni mezz’ora a mia mamma se potevo entrare in acqua. Finalmente il momento tanto atteso arrivava, ma mi era concesso di stare in acqua al più venti minuti, per non raffreddarmi e buscare qualche malanno (catch a disease).
Ma veniamo alla questione più interessante: come ho imparato a nuotare senza salvagente. Avrò avuto circa 11 anni, dunque non ero più una bambina. Una nostra vicina di ombrellone (sunshade neighbor), una ragazza simpatica, si era offerta di insegnarmi: perciò mi portava in acqua senza braccioli e mi sorreggeva a galla a pancia in su o a pancia in giù (she would hold me and keep me afloat face-down or face-up) per farmi acquisire le nozioni di base. Però non è che facessi grandi progressi. Un bel giorno mi ricordo che di mia iniziativa (of my own accords), all’insaputa dei miei genitori (unbeknownst to my parents, senza che lo sapessero i miei genitori), entro in acqua senza braccioli e mi lascio scivolare provando due o tre bracciate a stile libero (two or three strokes swimming freestyle). Una grande conquista: sono riuscita a stare a galla da sola e man mano con il passare del tempo e il costante esercizio ho acquisito sempre più sicurezza in acqua, fino a raggiungere la meta più ambita (yearned for, coveted) da noi ragazzi, la boa (buoy), ossia in realtà la piattaforma galleggiante collocata a circa 50 metri dalla riva!
Ma veniamo ad un’altra conquista: come nuotare a faccia in giù, ossia con il viso immerso nell’acqua, e come imparare a respirare correttamente. Di fatto avevo imparato a muovermi in acqua, ma con la testa rigorosamente fuori, e quindi per acquisire uno stile più adeguato bisognava fare un ulteriore passo avanti. Un’estate, alla fine delle vacanze (avrò avuto 14 anni) trovo dal giornalaio un libriccino (un libro piccolo) intitolato “Saper nuotare”. Interessatissima,  decido di acquistarlo, ma ahimè (alas) era ora di tornare in città e pertanto non avrei avuto modo di mettere in pratica gli insegnamenti. Però non demordo (I don’t give in) e, una volta a Torino, decido di cimentarmi (try my hand at) ugualmente con il primo, fondamentale esercizio: come tenere aperti gli occhi sott’acqua. Si trattava di riempire una bacinella (bucket) o un lavandino di acqua, collocare sul fondo qualche oggettino, tipo un anello, un braccialetto o simili, immergere il volto fino alla fronte, aprire gli occhi e guardare gli oggettini prima posati. Insomma, mi sono armata di coraggio (I armed myself with courage) e ho seguito alla lettera le istruzioni: non è stato poi così difficile e la soddisfazione che ho provato è stata indescrivibile! Da quel momento la strada verso la conquista del nuoto è stata in discesa (downhill). L’anno successivo i miei genitori hanno acquistato un alloggio (=appartamento) in un’altra località della Liguria, in un condominio con piscina: a quel punto, tutte le occasioni erano buone per acquisire maggior sicurezza negli stili, soprattutto rana (breaststroke swimming) (il mio preferito) e stile libero. Poi più avanti ho anche seguito corsi di nuoto in città, però ricordo ancora con nostalgia il momento cruciale in cui, vincendo le paure, i miei occhi si sono aperti sott’acqua e hanno visto per la prima volta le bollicine d’aria soffiate fuori dalla bocca (air bubbles blew out from the mouth).


Ringrazio di nuovo mia madre, penso che scriva molto bene, che cosa ne pensate? Potete scrivermelo nei commenti a questo episodio sul sito e scrivetemi se volete altri episodi con mia madre. Mi hanno detto alcune persone che mia madre ha una bella voce, quindi mi fa piacere sentirlo. Penso anche… mi chiedo anche se questo significa che io ho una brutta voce, non lo so, ma potete scrivermelo. Anzi, potete rassicurarmi (reassure me) se volete, potete dirmi che vi piace anche la mia, non lo so, come volete, ma siate onesti, l’onestà è importante. E niente, vi consiglio di riascoltare questo episodio 3, 4, 5 volte per abituarvi e interiorizzare tutte queste parole. Andate su Italki e niente, lasciate anche una recensione a questo podcast su Apple Podcasts perché questo come sapete dovrebbe… almeno, non lo so per certo, ma dovrebbe essere utile. Almeno credo. Non lo so per certo, però così dicono tutti e così lo faccio anch’io.
Vi leggo per esempio l’ultima recensione. Tra l’altro se non lo sapevate su Apple Podcasts le recensioni sono divise per paesi (divided by country), quindi se uno va su, diciamo, sul sito americano legge le recensioni americane, sul sito tedesco solo le recensioni tedesche, però… per esempio il mercato americano che è quello più grande ha 87 recensioni, anzi 87 valutazioni, non tutti scrivono, però se scrivete è ancora meglio. Per esempio Armani Barboncino (bel nome) mi ha scritto:

Educational, entertaining, engaging!!!

I am subscribed to a dozen Italian language podcasts but this one is my “hands down” favorite. Davide and Erika are true professionals. Hats off to them!

Grazie Armani per le tue belle parole e… penso che una cosa che potrò fare è leggere le recensioni (sul podcast), penso sia simpatica come idea, anche in altre lingue magari. Ok, questo è tutto, grazie e ci risentiamo presto. Ciao!

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Cinque situazioni oggettivamente imbarazzanti (con Erika) – Avanzato #14


Scarica l’episodio

D. Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Sono in compagnia di Erika…

E. Ciao a tutti!

D:… che come forse sapete da qualche tempo si occupa di un progetto molto interessante, di cui ora ci parlerà.

E: Sì, è il mio blog, che si chiama “Di pare e altri disagi”, è un blog in cui tratto vari argomenti tra cui, diciamo, ansia sociale, timidezza, introversione, cose di cui io e Davide abbiamo parlato diverse volte anche qui nel podcast.

D: Sì, il blog di Erika è una pratica di livello molto molto avanzato, perché scrive molto molto bene e…

E: Grazie.

D: …in una maniera anche scorrevole, secondo me. E abbiamo deciso insieme quindi di portarvi… trasportare in versione audio, in versione Podcast Italiano uno dei suoi post, l’ultimo post. Di che cosa parla, Erika?

E: Parla di cinque situazioni imbarazzanti che succedono a tutti prima o poi nella vita, in cui tutti molto probabilmente ci siamo ritrovati.

D. Ok, allora sono curioso di sentirlo, Erika. Ti lascio il palco, i riflettori e ci sentiamo alla fine dell’episodio.



Salve amici! Se in passato avevo parlato di situazioni considerate normali e tranquille dai più, ma che a me generano ansia per motivi talvolta difficili da comprendere, oggi voglio prendere in considerazione situazioni sociali in cui, secondo me, tutti almeno una volta abbiamo provato imbarazzo. Facciamo un coming out di gruppo e ammettiamo candidamente (plainly, frankly, sincerely) che ci siamo passati tutti. Come sempre, si accettano consigli su come comportarsi per evitare di volersi scavare una fossa in cui sotterrarsi (digging a ditch in which to bury oneself) ogni volta che una di queste situazioni si verifica. Io provvederò ad elargirvi (hand out, bestow) i miei, ma siete avvisati: probabilmente non funzionano. Bando alle ciance, partiamo subito con questa impietosa (merciless, pitiless) hit parade!

  1.   Non sapere se dare del tu o del lei

In italiano, forse più che in altre lingue, questa questione è particolarmente spinosa (thorny, complicated / spina = thorn). Nella nostra lingua, infatti, è ancora viva la norma sociale di utilizzare le forme di rispetto, norma che però sembra non avere più regole sufficientemente rigide. Il tu sta allargando la propria sfera di utilizzo (expanding its sphere of use), creando talvolta incertezza su quale delle due forme usare e, nel mio caso, dando vita a situazioni imbarazzanti e scenette ridicole (ridiculous gags). Molto spesso, infatti, mi trovo nel bel mezzo dell’indecisione (lit. in the middle of indecision) tu o lei? lei o tu? quando non c’è affatto tempo per decidere. Come devo rivolgermi al segretario a cui tutti gli studenti danno del tu, ma con cui io non ho mai parlato in vita mia? Come saluto il commesso che avrà si e no (=circa, più o meno) 3 anni più di me, ma è vestito di tutto punto (dressed up, vestito elegante)? E i genitori dei miei amici? Sembrerò troppo fredda o gli starò mancando di rispetto? È una questione di ruoli, di età, di reciprocità? Le guide su internet non sembrano fugare i miei dubbi (dispel my doubts). Si sa, la necessità aguzza l’ingegno (necessity is the mother of invention/sharpen yout wits – lit.) e dunque, in caso di dubbio non mi resta che ingegnarmi (I just have to use my ingenuity) In questi casi infatti, ho sviluppato una non indifferente abilità nell’evitare con tutte le mie forze l’impiego di questi pronomi. Forzature (stretching the meaning) dell’italiano e frasi innaturali sono i miei più grandi alleati in questa tecnica a base di richieste indirette o impersonali “mi chiedevo se…”, “si potrebbe per caso…”, “sarebbe possibile…” e saluti anonimi “buon lavoro”, “buona giornata”, “a presto”. Una tecnica che rasenta il patetico (borders on thr pathetic), ma, amici ve lo confesso, alla fin fine tira fuori dai guai (it gets you out of trouble).

  1.   Lasciare il posto sui mezzi pubblici

Lasciare il posto sui mezzi è buona norma e segno di educazione e civiltà. O almeno così credevo, prima che nella mia vita si verificassero incidenti del tipo “Ma le sembro così vecchio?” seguiti da ostinati, irremovibili (firm) rifiuti. In pratica, alzarsi per offrire a qualcuno il proprio posto rischia di tradursi in un maleducatissimo “Lei è un vecchio, si sieda”. Così, ho imparato che un semplice atto di gentilezza può nascondere subdolamente (sneakily) in sé una lama molto affilata (a very sharp blade) Trovare un posto a sedere sull’autobus smette di essere un privilegio e diventa un compito: a ogni fermata grava sulle mie spalle (every stop is a burden on my shoulders) la responsabilità di monitorare attentamente le porte, fare una stima dell’età, delle condizioni di salute, dell’eventuale stato interessante (=incinta, pregnant) dei passeggeri in salita e valutare a quale sia il caso di rivolgersi per offrire il posto. Il rischio di chiedere a un uomo sovrappeso se vuole sedersi perché ci sembra gravido (=incinta as well) è sempre dietro l’angolo. Si può vivere così? Non si può. Ecco che allora le uniche brillanti soluzioni che, dopo anni di studi ed esperienza, ho trovato al problema, si rivelano insospettabilmente essere diametralmente opposte (=completamente diverse). La prima, e forse più saggia, consiste nell’alzarsi in silenzio. Fare un gesto caritatevole (=act of kindness), lasciare il proprio posto quando ci sembra opportuno, senza però rivolgersi direttamente a una persona specifica per offrirglielo, senza farle sapere che avete pensato direttamente a lei. Lasciare il posto, lì, vuoto, per il bene collettivo (for the common good), pensando che ci ha bisogno, vedendolo libero, ne approfitterà per sedersi. Fare del bene in silenzio, come le celebrities che donano milioni in beneficienza senza metterlo in pubblica piazza (make it public, lit. put it in the public square) tra le pagine di Chi. L’alternativa, un po’ più subdola ed egoistica, per quando non avete voglia di cedere il posto (=dare il posto) che vi siete conquistati con le unghie e con i denti, è quella di fingersi totalmente distratti e presi nei propri affari. Immergete la faccia in un libro (=iniziate a leggere in un libro) e isolatevi completamente dal mondo circostante. In questo modo, non dovrete preoccuparvi di nulla e, sebbene dentro di voi saprete la verità e dovrete conviverci, non verrete tacciati di insensibilità (=you won’t be accused of being indifferent), ma sembrerete semplicemente troppo distratti o troppo presi dalla cultura. Altrimenti, fate finta di dormire.

  1.   Non sapere come salutare

Che dire, penso tutti abbiate capito di che cosa sto parlando. Si, mi riferisco proprio a quegli imbarazzanti balletti che talvolta si innescano (=iniziano, lit. are triggered) quando non sappiamo bene in che modo salutare l’altra persona, perché comunque va detto che c’è un’ampia gamma di possibilità e gesti tra cui scegliere: stretta di mano formale, stretta di mano da macho (gli uomini sanno), stretta di mano con bacio, tre baci, due baci (in quale ordine? Quale guancia va baciata per prima?), un solo bacio, un abbraccio (quanto lungo?), saluto senza contatto fisico (il mio preferito, che ve lo dico a fare = I don’t even need to tell you). Anche in questo caso, il tipo di saluto dipende da numerose variabili quali l’occasione, il rapporto che intercorre tra i salutanti (the relationship that exists between the people who are greeting each other), il sesso (combinazioni uomo-uomo, uomo-donna, donna-donna), le abitudini legate al luogo di provenienza (gli stranieri hanno verosimilmente usanze diverse, ma anche da una regione italiana all’altra i costumi possono variare). E poi, i baci sulle guance sono dei baci veri? O sono un semplice contatto di guance seguito dalle labbra che schioccano a vuoto (lips smacking in the air)? Questi e molti altri interrogativi (=domande) rendono il saluto un gesto molto più complesso – e talvolta imbarazzante – di quanto si potrebbe sospettare. Evitare le incomprensioni, gli imbarazzi e i balletti non è semplice, ma il mio consiglio è quello di non tentennare (hesitate): decidete più o meno arbitrariamente il saluto che vi sembra opportuno e “imponetelo” all’altra persona, avvicinandovi con convinzione per i due baci o tendendo (reaching out) fermamente il braccio per una più sobria stretta di mano. E che Dio ve la mandi buona (may God be with you).

  1.   Tenere o non tenere la porta? Questo è il dilemma

Qualcuno, non so bene come né quando, a un certo punto della nostra vita ci ha insegnato che è buona educazione tenere aperta la porta a chi sta arrivando dietro di noi e, verosimilmente, intende uscire o entrare da quella stessa porta. Quello che non ci è stato precisato è oltre quale distanza dell’altra persona siamo legittimati a infischiarcene (we are entitled to not give a damn – infischiarsene = fregarsene = sbattersene = ecc.) e fare come se la suddetta persona non esistesse. Infatti, esiste un range di distanze intermedie tra lontano e vicino che causa inevitabile confusione. Non procedere nel nostro cammino e stare dieci secondi impalati a tenere la porta come il più servile degli uscieri (the most servile husher) può sembrare ridicolo, ma allo stesso tempo fare come nulla fosse quando evidentemente ci siamo accorti della persona che sta arrivando e abbiamo incrociato il suo sguardo, non è molto educato. Specialmente se si tratta di una persona che siamo destinati ad incontrare altre volte, come un collega, un vicino di casa, un insegnante. Quando poi il nostro stare impalati provoca senso di colpa nella persona che sta arrivando e la costringe a corricchiare (run slightly – the suffix “icchiare” makes an action less “strong” – canticchiare = sing softly) per non farci aspettare i suoi comodi troppo a lungo, ogni nostro tentativo di farle un favore fallisce miseramente. Insomma, sembra proprio il caso di dire che come fai sbagli (=qualunque cosa fai, sbagli), e così è.

  1.   Sbagliare strada

Ah, a proposito di sbagliare. Ammetto che questo è un problema che potrebbe riguardare la mia persona in maniera più particolare rispetto ad altri, essendo io un essere umano completamente deprivato del senso dell’orientamento (deprived of any sense of direction). Però, a tutti può capitare ogni tanto di accorgersi di stare camminando da dieci minuti nella direzione sbagliata, no? Ditemi di sì.

Quando capita a me, e si, purtroppo mi capita molto più spesso di quanto possiate immaginare, e si, anche quando sto seguendo – o credo di stare seguendo – il navigatore, non è facile decidere come comportarsi. Sento improvvisamente tutte le persone attorno a me puntarmi gli occhi addosso (fissarmi = staring at me), mi chiedo cosa pensino nel vedere una tizia fermarsi improvvisamente in mezzo alla via, senza che ci sia nulla di particolare, fare dietro front (turn around) e ripartire tutta convinta nella direzione opposta. Penseranno che ha sbagliato strada, direte voi, ed effettivamente è così, ma nella mia mente lo fanno con scherno e derisione (object of ridicule and derision), atteggiamenti dei quali non fa mai piacere essere oggetto. Per non parlare delle volte in cui sbaglio palesemente a scendere dall’autobus e mi ritrovo a camminare, parallelamente ad esso, nella direzione della fermata successiva, dove avrei dovuto scendere. Con i passeggeri che, sempre nella mia mente, mi guardano perplessi chiedendosi perché non sono rimasta sull’autobus invece di fare lo stesso tragitto (way) a piedi.

Solitamente in questi casi adotto strategie ridicole come quella di fermarmi, guardare accigliata il telefono (looking at the phone frowning) fingendo di aver ricevuto un messaggio che mi indica di andare da un’altra parte e voltarmi scuotendo la testa, quasi infastidita dal cambiamento di programma. O semplicemente, mi limito a portarmi la mano alla fronte con sorpresa, per fingere di essermi ricordata di qualcosa, per esempio di aver scordato un oggetto nella direzione da cui provenivo. Il ricorso a simili stratagemmi (tricks) è caldamente sconsigliato, dato che generalmente le persone pensano ai fatti propri, non notano neppure i vostri comportamenti e non hanno alcun interesse nei vostri movimenti. Però che dire, ognuno è libero di rendersi ridicolo come meglio crede (see fit).

Amici, spero che questo piccolo elenco di situazioni sociali imbarazzanti vi abbia strappato un sorriso (raised a smile) e che vi siate ritrovati in almeno uno dei punti elencati. Fatemi sapere quale di questi inconvenienti vi capita più spesso, o quali sono le situazioni sociali che più vi mettono in imbarazzo, siamo tutti molto curiosi!

Io per ora vi mando un saluto (con quanti baci? senza contatto? una stretta di mano?) e vi ringrazio per aver letto fino a qui!

Alla prossima!


 

D: Complimenti Erika! Secondo me è il tuo episodio più riuscito (=il migliore) finora.

E. Grazie, grazie mille.

D. Ed è anche molto molto difficile secondo, me ma proprio per questo noi veniamo in vostro aiuto e traduciamo in inglese tutte le parole ed espressioni più difficili, che potrete trovare nel post dell’episodio su podcastitaliano.com. Nella descrizione di questo episodio troverete anche il link al blog di Erika. Dunque Erika, l’unica cosa che devi fare è fare altri episodi, adesso!

E. Va bene, non mancherò!

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E. Ciao!

D. Ciao!

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Lo sci (con mia madre) – Avanzato #13


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Anche oggi, come nell’ultimo episodio, ho come ospite mia madre, che viracconterà la sua esperienza con uno sport, ovvero lo sci. Come al solito su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con anche la traduzione in inglese delle parole più difficili, e vi assicuro che in questo episodio ce ne saranno un po’! Il testo è abbastanza tecnico e sono inoltre presentimolte parole che descrivono movimenti fisici, che per mia esperienza sono un aspetto della lingua non così facile da apprendere.
Ora lascio la parola a mia madre. Buon ascolto!



In questo episodio vorrei parlarvi di un’attività sportiva invernale che
accomuna me e mio marito (my husband and I have in common), e in cui abbiamo trascinato (we dragged), quando erano ancora piccoli e finché ne hanno avuto voglia, i nostri due figli Marco e Davide: lo sci di fondo (cross-country skiing).

Alcune premesse. La regione in cui abitiamo, il Piemonte, dispone di (has/ has available) vaste zone montuose, le Alpi occidentali, e pertanto nel periodo invernale, neve permettendo (snow permitting), si possono praticare svariate attività sportive, quali ad esempio lo sci alpino (alpine skiing) (o da discesa), lo sci alpinismo (ski mountaineering), lo sci di fondo o nordico appunto, ecc.

Da ragazza mi sono cimentata (I tried my hand) un po’ nello sci da discesa, ovvero la varietà a cui immediatamente viene da pensare (that immediately comes to mind) sentendo parlare di sci. Tuttavia non sono mai diventata esperta: non andavo oltre la classica tecnica da principianti, lo spazzaneve (snowplough), per scendere, curvare e frenare, e oltretutto avevo appreso solamente i rudimenti (rudiments, basics) di base da qualche amica molto brava, che mi aveva fatto da maestra (had been my coach, had taught me); non avevo preso pertanto delle vere e proprie lezioni. Perciò ero molto insicura, cauta e soprattutto timorosa (afraid) di farmi male.

Lo sci di fondo, meno praticato rispetto a quello da discesa, l’ho conosciuto frequentando il mio futuro marito, che,a differenza mia (unlike me), non aveva mai praticato discesa. Anche lui era un autodidatta (self-taught). Perciò, non appena si è presentata l’occasione (as soon as the opportunity came up), abbiamo iniziato a frequentare dei corsi, per correggere l’impostazione (ovvero come stare sugli sci), imparare il passo base (quello alternato che prevede l’utilizzo di apposite tracce (tracks) sulla neve), imparare a curvare (turn, steer), a  frenare (slow down) a spazzaneve, ecc. Insomma grazie a questi corsi, pur rimanendo sempre a livello amatoriale, abbiamo acquisito una tecnica che utilizziamo ancora adesso, dopo oltre 35 anni.

Qualche precisazione tecnica. Nello sci di fondo si possono usare due differenti tipi di passi, che richiedono anche un’attrezzatura (equipment) differente: il passo alternato, ovvero la tecnica classica, e il passo pattinato.  Noi abbiamo imparato il passo alternato, il quale richiede, oltre a bastoncini (ski poles) e scarpette, sci stretti, lunghi (più di quelli da discesa) e soprattutto sprovvisti di lamine (metal edges), il che li rende molto instabili e più difficili da controllare in discesa. Il passo alternato si pratica, grazie alla spinta dei bastoncini, scivolando a passi alterni su apposite tracce sulla neve, dette anche binari. A volte si può uscire dai binari per affrontare discese a spazzaneve, ossia con le code degli  sci aperte dietro, le punte ravvicinate (the tips close to each other) e gli sci leggermente inclinati (tilted) verso l’interno per fare maggiormente attrito (for better grip) con la neve.

Il passo pattinato, invece, richiede sci più corti, scarpette che arrivano alle caviglie e bastoncini più lunghi.  Si pratica su pista battuta (smooth trail) senza tracce: tipicamente si pattina (you ski) a passi alterni sempre spingendosi con i bastoncini. In entrambi i casi le scarpette sono agganciate agli sci tramite gli attacchi (bindings) solo nella parte anteriore: il tacco (heel) è libero.

Tutte le piste prevedono i binari su uno o due lati per chi pratica il passo alternato e l’area compresa fra coppie di binari è riservata alla tecnica del passo pattinato: in questo modo le piste sono percorribili (possono essere percorse) da entrambe le tipologie di sciatori.

I percorsi variano e la difficoltà è indicata da colori diversi. Si va dalle piste facili, blu-verdi con pochissimi dislivelli, a quelle più difficili, rosse-nere che prevedono salite e discese più impegnative (demanding). Eh già, se ancora non fosse chiaro, lo sci di fondo non utilizza impianti di risalita (ski lifts): pertanto le salite si affrontano a forza di gambe e braccia (slopes are dealt with using the strength of your arms and legs)! A seconda di come lo si pratica, lo sci di fondo può essere dunque uno sport molto dispendioso per il fisico (demanding for the body); però con le dovute cautele (with all due caution) si può affrontare anche ad età più avanzata, moderando la velocità a vantaggio di un maggior apprezzamento del paesaggio in cui le piste si snodano (wind): pinete, lariceti (larch forests) e fondovalli (valley bottoms) attraversati da ruscelli e circondati da alte vette (peaks).

Infine, qualche parola va spesa (it’s worth saying a few words) sui costi. Lo sci di fondo è molto più economico di quello da discesa: attrezzatura a parte (peraltro poco dispendiosa), i costi si abbattono anche di un ordine di grandezza (costs get cut by an order of magnitude),  poiché non ci sono impianti (facilities) e l’unico onere (burden) è dovuto alla manutenzione delle piste. Purtroppo però la stagione del fondo è più breve rispetto a quella della discesa, poiché le piste sono collocate a quote (=altezze, heights) più basse dove la neve si scioglie più in fretta.

Detto questo, indipendentemente dalle vostre preferenze sportive invernali, venite a visitare le Alpi piemontesi: troverete paesaggi meravigliosi,  natura incontaminata e buon cibo!


Vi ringrazio nuovamente per aver ascoltato l’episodio. Come sempre vi chiedo di lasciare una recensione su Apple Podcasts se questo episodio vi è piaciuto, in tal modo altre persone scopriranno Podcast Italiano. Se avete idee per episodi di questo tipo (anche argomenti di cui potrebbe parlare mia madre, perché no) scrivetemi qui sotto nei commenti a questo episodio. Inoltre – è da un po’ che non lo dico – vi ricordo di seguirci su Instagram, dove ogni tanto carichiamo mini-video con spiegazioni sull’italiano. Ora è davvero tutto, grazie per l’ascolto e alla prossima! Ciao!

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Cantare in un coro (con mia madre!) – Avanzato #12


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello avanzato. Ho l’onore per la prima volta di presentarvi mia madre, che vi racconterà la sua lunga esperienza di cantante in un coro. Come al solito, su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con la traduzione in inglese delle parole più difficili.
Buon ascolto!

Fin da piccola i miei (i miei genitori) mi dicevano che avevo una voce squillante (sharp, high-pitched voice). Muovevo appena i primi passi e già il macellaio di quartiere mi aveva soprannominato “la Callas” (famosa cantante lirica degli anni ’50-’60). All’asilo (in kindergarten) una delle suore (nuns) mi aveva notata come “la bambina che cantava con la voce fine” e così fui selezionata per partecipare al coretto dello spettacolo in onore dell’ispettore scolastico (school inspector), una figura importante all’interno della scuola. Alle scuole elementari non passava intervallo senza che cantassi (not a day went by that I didn’t sing) con le compagne i più recenti successi dello Zecchino d’oro (competizione canora italiana per bambini). Fu così che, visto il mio interesse per la musica e avendo un pianoforte in casa appartenuto a mia madrina (godmother), i miei genitori all’età di 9 anni mi fecero andare a lezione di pianoforte. Caso volle (as luck would have it) che la maestra di musica, oltre che pianista era pure, e soprattutto, cantante. Verso i 15 anni mi propose di cantare a prima vista (sight sing = cantare leggendo lo spartito [sheet music] senza preparazione) con lei un duetto dallo Stabat Mater di Pergolesi con lei, autore italiano del ‘700. Mi fece i complimenti! Da quel momento ripresi a cantare e non ho più smesso, salvo qualche periodo di interruzione.
Verso i 18 anni vengo coinvolta nel coro parrocchiale (church choir) della Messa delle 10 della mia parrocchia (parish), e in breve tempo passo a dirigerlo. E così conosco una ragazza che da lì a poco entrerà a far parte di un vero coro polifonico e vi trascinerà (“dragged” me into it) anche me! Mi si apre un mondo: quello della musica polifonica dal ‘500 agli autori contemporanei. Sono inserita nella sezione dei soprani 2, che, nel caso di pezzi a 5 voci, cantano note leggermente più basse rispetto ai soprani 1; per chi non sia esperto di musica corale, le altre tipiche sezioni di un coro polifonico comprendono i contralti ( voce femminile più bassa ), i tenori e i bassi (voci maschili rispettivamente più alta e più bassa).
Cantare in un coro è estremamente educativo: bisogna armonizzare la propria voce con le altre, non comportarsi da solisti, seguire attentamente le indicazioni del direttore, studiare a casa la propria parte quando richiesto, partecipare assiduamente (regularly) alle prove (rehearsal). E poi ci sono i concerti, in cui ci si mette alla prova, e lo spirito di gruppo acquisito con l’esercizio, unito all’abilità del direttore, ne determina in buona parte il successo (determines its success to a large extent).
Ma la sensazione più appagante (fulfilling) è sentire la propria voce sovrapposta armonicamente alle altre che eseguono parti differenti: per un corista alle prime armi (who is a beginner) l’effetto può essere insieme sconvolgente (shocking) (perché il rischio di confondersi e sbagliare è più che mai in agguato [lurking]) ed esaltante (perché se le note sono giuste il risultato di insieme (overall result) che ne deriva è stupefacente). Con l’esperienza il corista impara a prestare attenzione non solo alla propria voce ma anche a quelle altrui (other people’s), specialmente se cantano parti diverse: in questo modo la sua voce si immerge nell’armonia complessiva, le sue note non sono più isolate ma acquistano un senso in quanto unite ad altre note, il suo respiro si adegua al respiro altrui perché, come qualcuno sostiene, ” il respiro è già canto”.
Insomma, un’esperienza appagante valida per tutte le età, i livelli e generi musicali: se già cantate in un coro raccontate le vostre esperienze; altrimenti fateci un pensierino! (give it a thought)

Il pezzo in chiusura che avete sentito si chiama “Il bianco e dolce cigno” di Jacques Arcadelt ed è eseguito dall’Accademia corale Guido d’Arezzo, il coro dove canta mia madre. Se volete potete vederlo anche in versione video su YouTube. Vi lascio il link nella pagina dell’episodio sul sito. Ringrazio mia madre per la partecipazione e vi chiedo per favore di lasciare una recensione su Apple Podcasts se vi è piaciuto questo episodio. In questo modo altre persone scopriranno Podcast Italiano. In alternativa, potete fare quello che ho sentito da qualche parte, ovvero raccontare ad almeno una persona che impara l’italiano (se conoscete almeno una persona di questo tipo) dell’esistenza di Podcast Italiano. Almeno una. Questo mi aiuterebbe più di quanto immaginiate perché il passaparola (word of mouth) è molto, molto efficace. Grazie ancora e a presto!

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La bufala sulle lingue – Avanzato #11

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Benvenuti su Podcast Italiano. Questo è un episodio di livello avanzato. Vi ricordo che podcastitaliano.com troverete la trascrizione integrale dell’episodio con la traduzione delle parole e delle strutture più difficili. Buon ascolto!



In questo episodio di livello avanzato voglio affrontare una questione che nel mondo delle lingue e della linguistica è sempre di moda, ovvero: è vero che la nostra madrelingua influenza la nostra visione del mondo?
Ho deciso di scrivere questo episodio dopo aver letto il libro “The Language Hoax” di John McWhorther, il mio linguista in assoluto preferito, conduttore di un podcast eccezionale chiamato Lexicon Valley e autore di numerosi libri altrettanto interessanti. Come potete intuire dal titolo la posizione di McWhorther è molto netta: questa idea è una vera e propria bufala (hoax), che peraltro (besides, furthermore) circola da molto tempo e periodicamente si ripresenta (shows up again) sotto forma di articoli acchiappa-click (click-bait) su internet e sulle testate giornalistiche (news media, newspapers) online.
Questa teoria è conosciuta come “ipotesi di Sapir-Whorf”, dal nome dei due studiosi, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, che per primi ne hanno parlato negli anni venti, ma è anche nota come “ipotesi della relatività linguistica”. Secondo Whorf (e cito):”

Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all’interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua”

Da questa citazione si evince (we can deduce, infer) l’idea centrale di Whorf, ovvero che la nostra percezione della realtà varia a seconda della lingua che parliamo.
Whorf parlò, per esempio, degli Hopi, una popolazione nativa americana , la cui lingua, a sua detta (=secondo lui, according to him), non aveva modo di esprimere il tempo passato e futuro. La conclusione a cui giunse Whorf era che, a differenza delle lingue di matrice europea (of a european nature), gli Hopi avessero una percezione del tempo non lineare, ma ciclica. E questo era causato da questa peculiarità della loro lingua, che, appunto, influenzava la loro visione del mondo. Si dà il caso che Whorf non conoscesse bene la lingua Hopi, che, in realtà, è assolutamente in grado di esprimere il concetto di passato e di futuro. Ma anche se così non fosse (if that weren’t the case): è corretta l’idea secondo la quale le caratteristiche della grammatica di una lingua fanno sì che i suoi parlanti percepiscano il mondo in un modo completamente diverso? La risposta di McWhorther è, come avrete capito, no. È sicuramente un’idea attraente, molto “hippie” in un certo senso, ma… si tratta, ahimè, di una bufala.
Il fatto che, per esempio, la lingua russa abbia un sistema estremamente complicato per esprimere quello che in tante lingue europee sarebbe un verbo solo, ovvero “andare”, non significa che i russi percepiscano l’idea di movimento in una maniera più precisa. Semplicemente la loro lingua non lascia al contesto alcune informazioni ma, al contrario, obbliga i suoi parlanti ad esplicitarle (make them explicit). “Andare a piedi” e “andare con un mezzo di trasporto” sono due verbi diversi in russo, ma questo non significa che un parlante madrelingua italiano o francese che senta la frase “sono andato in Australia” ha dubbi sulla natura del movimento… ovviamente, chiunque abbia pronunciato questa frase in Australia non ci è andato a piedi, e il contesto ci aiuta a capirlo.
Per fare un altro esempio: esiste una lingua parlata in Amazzonia chiamata Tuyuka che possiede una caratteristica grammaticale nota come “evidential marker”. Un evidential marker è un indicatore che ci aiuta a capire la natura di una data informazione. Nella lingua Tuyuka funziona così: alla fine di ogni affermazione è necessario aggiungere un suffisso che indica come siamo venuti a conoscenza (how we became aware) di questa informazione e se siamo sicuri che sia vera o no. Esiste un suffisso che significa “ho sentito”, uno che significato “ho visto”, ce n’è uno per “apparentemente, ma non ne sono sicuro” e uno per “si dice che”. Se accettassimo l’ipotesi Sapir-Whorf potremmo concludere che i Tuyuka debbano essere un popolo per natura scettico, meno ingenuo (naive: ATTENZIONE! non “ingenious”! è un falso amico) di altri. Infatti la loro lingua li obbliga a esplicitare la fonte di qualsiasi informazione decidano di comunicare. Per quanto questa conclusione possa essere allettante (enticing), spiega McWhorther, pensiamo alle lingue europee. Nessuna lingua europea contiene gli evidential markers, tranne il bulgaro. I bulgari sono per caso un popolo più scettico degli altri popoli europei? Più scettici dei greci, inventori della filosofia in cui lo scetticismo è una qualità fondamentale? Un’affermazione del genere è evidentemente strampalata (outlandish, preposterous). I bulgari non sono in alcun modo più scettici dei Greci o di altri popoli europei.
Nel libro McWhorther apporta tantissimi esempi (provides many examples) che, a mio modo di vedere, dimostrano in maniera chiara e netta la veridicità (veracity, truthfulness) della sua posizione.
Tutti noi essere umani percepiamo il mondo essenzialmente allo stesso modo. È sì vero che (while indeed… – followed by “ma” later on) degli esperimenti hanno dimostrato qualche minima differenza riconducibile alle differenze linguistiche, ma si tratta di esperimenti estremamente artificiali che, per esempio, mostrano differenze di millisecondi nel premere un certo bottone. Minuscole differenze di questa natura non rappresentano certo una “visione del mondo” e non hanno ripercussioni al di là del laboratorio.
È innegabile (undeniable) che la cultura influenzi la lingua per quanto riguarda la terminologia. Lingue che possiedono vari pronomi da scegliere in base alla classe sociale del nostro interlocutore (come il coreano) lo dimostrano. Gli eschimesi hanno più parole per descrivere la neve (anche se, probabilmente non centinaia come secondo una famosa leggenda urbana) perché… beh, vivono circondati dalla neve. Nulla di così strano e inaspettato. Ma affermare che le caratteristiche di una lingua influenzano il modo in cui pensiamo e la nostra visione del mondo è un argomento molto pericoloso. Anche perché spesso è motivato da un sentimento di accondiscendenza (my bad – I was influenced by the English “condescending”, which would be “paternalistico in Italian. “accondiscendenza” means “compliance”): si vuole dimostrare che popoli o tribù in regioni remote del mondo non sono inferiori a noi europei o nord-americani e che, in realtà, hanno un modo completamente diverso di vedere il mondo che dobbiamo salvaguardare (preserve). Per quanto l’intento possa essere buono, il risultato è che eleviamo la lingua di questi popoli quando presenta caratteristiche interessanti che non esistono nelle lingue a noi più familiari, ma non pensiamo alle conseguenze pericolose che questa ipotesi logicamente implicherebbe. Prendiamo l’esempio del cinese, una lingua in cui non esiste né tempo futuro né passato, in cui non esiste il genere, in cui non esiste l’ipoteticità. Le seguenti frasi sono ben distinte in italiano (così come in inglese):


“Se vedi mia sorella capisci che è incinta”
“Se vedessi mia sorella capiresti che è incinta”
“Se avessi visto mia sorella avresti capito che è incinta”


Tuttavia, queste tre frasi si traducono allo stesso identico modo in cinese, ovvero:

“Se tu vedi io sorella tu sai lei incinta diventa”

Non esiste il condizionale, non esiste il passato.
Seguendo la logica dell’ipotesi Sapir-Whorf, potremmo pensare che i cinesi non siano in grado di percepire l’ipoteticità a livello teorico oppure che la percepiscano con maggiore difficoltà. Questa è chiaramente un’idea assurda e sbagliata che nemmeno i più ferventi sostenitori (fervent/warm supporters of) dell’ipotesi Sapir-Whorf avanzerebbero (would promote, propose). In altre parole: quando una lingua ha qualcosa che la nostra non ha (soprattutto se è una lingua parlata da una tribù di pochi elementi) ne siamo meravigliati, ma quando a una lingua manca una caratteristica che esiste nella nostra siamo molto più cauti (cautious) nel trarre conclusioni (draw conclusions) del tipo “i cinesi sono meno capaci di percepire aspetti della realtà” o, addirittura “i cinesi sono meno intelligenti”. Due pesi, due misure (double standards), insomma.
Le lingue non influenzano né il nostro modo di pensare, né sono influenzate dai nostri bisogni come popolo, per così dire. Non è che i Tuyuca posseggano un evidential marker perché gli serve nella loro vita di tutti i giorni, così come noi italiani non abbiamo il congiuntivo perché non possiamo stare senza (do without) a causa del nostro stile di vita molto… ipotetico? I nostri vicini francesi hanno un congiuntivo molto meno ricco del nostro e non sembrano aver problemi a percepire l’ipoteticità di una situazione. Le lingue semplicemente si evolvono in maniera casuale e imprevedibile. Come spiega McWhorther, le lingue sono come una zuppa, al cui interno inevitabilmente si formano delle bolle (bubbles). Non sappiamo dove, non sappiamo quante, non sappiamo quanto grandi, ma sappiamo che delle bolle da qualche parte spunteranno (they are going to pop up). Queste bolle sono le complicanze, le stranezze, le peculiarità della lingua: sono il congiuntivo in italiano, sono i numerosi tempi dell’inglese, sono i verbi di movimento in russo, sono i toni in cinese, ecc.
Questa teoria è conosciuta anche con il nome di teoria del caos.
In conclusione, la grammatica di una lingua non influenza il nostro modo di pensare o la nostra visione del mondo. Sicuramente la nostra cultura influenza il vocabolario della nostra lingua, ma questo è francamente come scoprire l’acqua calda (reinventing the wheel). È ovvio che se in arabo ci si saluta utilizzando una frase traducibile con “su di te la pace e la misericordia di Dio” questo dice qualcosa sulla loro religiosità, ma non è niente di sorprendente (it doesn’t come as a surprise). Le lingue sono interessanti più che altro perché sono tutte in grado di esprimere gli stessi concetti, e lo fanno adoperando le strategie più disparate (employing all kinds of strategies), a volte ingegnose (ingenious – this time!), a volte davvero stupefacenti. Magari per esprimere un concetto in una lingua non esiste una parola e abbiamo bisogno di più parole, ma non c’è nulla che non possa essere tradotto. Vi lascio con una citazione di McWhorther che mi sembra riassuma bene il suo libro:

“Se volete studiare la maniera in cui gli essere umani sono diversi, studiate le culture. Ma se volete capire meglio ciò che rende gli essere umani di tutto il mondo uguali, oltre alla genetica, ci sono ben pochi posti migliori da dove iniziare che non siano le lingue”.


 

Questo era tutto per oggi, vi ringrazio per averlo ascoltato questo episodio di livello avanzato, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per interiorizzare le strutture e le parole complicate che ho utilizzato in questo testo. Se vi è piaciuto questo episodio vi chiederei di lasciare una recensione su Apple Podcasts, questo aiuterebbe altre persone a trovare Podcast Italiano. Grazie ancora per l’ascolto, alla prossima! Ciao.

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Come essere infelici – Avanzato #10


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano.
Benvenuti in questo episodio di livello avanzato. Prima di cominciare vi voglio ricordare che potete trovare la trascrizione di questo episodio su podcastitaliano.com, dove troverete anche la traduzione in inglese delle parole ed espressioni più difficili. Incominciamo!
Come vi ho raccontato in passato in un episodio di riflessioni senza trascrizioni non sono un avido lettore (avid reader) di libri. Tuttavia, di tanto in tanto mi capita di leggere libri che hanno un forte impatto sul mio modo di pensare. Si da il caso che io  (I happen to) legga maggiormente letteratura non-fiction. Proprio in questi giorni ho riletto un libro che lessi qualche anno fa e mi piacque moltissimo. Il libro si chiama “How to be miserable: 40 strategies you already use” dello psicologo Randy J. Paterson. Proprio così: questo libro, breve ma ricco di idee illuminanti (eye-opening), ci spiega in maniera ironica NON  come essere felici ma, almeno apparentemente, come essere infelici. In questo rovesciamento (reversal) del tipico modello di libro self-help sta (in questo sta = in there lies) la geniale ironia del saggio. In generale il libro rappresenta una vera e propria parodia in chiave umoristica (=in maniera umoristica, con umorismo) dei libri che promettono la felicità. Ovviamente nessuno, per quanto perverso (as perverse as one may be), si prefiggerebbe mai come obiettivo (would never se the goal for him/herself)  quello di raggiungere l’infelicità nella vita. Tuttavia, leggendo questo libro è molto facile rendersi conto di tutti i comportamenti che adottiamo e che, di norma, sono altamente correlati a una vita infelice. Facendo il contrario di quanto ci consiglia l’autore  riusciremo a mitigare (ridurre / mitigate) l’infelicità nella nostra vita, che è un obiettivo decisamente più alla nostra portata (within our reach) rispetto alla ricerca della felicità, così fuggevole (fleeting) e irraggiungibile. Di libri che cercano di insegnarci semplici maniere di raggiungere la felicità, come detto, ne esistono a bizzeffe (=tanti). A giudicare dagli scaffali (shelves) della sezione “self-help” di molte librerie, dalla quantità di workshop sull’argomento, dal volume della ricerca scientifica in merito, la nostra società da molta importanza alla ricerca della felicità. Peccato che, ahimè, la felicità è una chimera, come afferma chiaramente Randy J. Paterson. Cercare in maniera ossessiva la felicità, afferma Paterson nel suo libro, è, al contrario, uno dei modi migliori di raggiungere l’infelicità. L’autore spiega che la felicità è un po’ come una scoiattolo (squirrel): se cerchi di acchiapparlo (catch) lui fuggirà, ma se stai fermo e non ti muovi è possibile che venga da te. La strada che conduce all’infelicità, invece, è delineata molto più chiaramente (much more clearly outlined) ed esistono numerose strategie per raggiungerla. Paterson spiega che l’infelicità può avere due cause, da lui divise in Colonna A e Colonna B. La  Colonna A è composta da eventi fuori dal nostro controllo (es. Un tumore, una tragedia naturale). La colonna B, invece, contiene comportamenti che sono sotto il nostro controllo e che, se attuati (if carried out), possono contribuire a renderci la vita peggiore. Paterson individua ben 40 strategie utilizzabili per massimizzare la tristezza nella nostra vita che, come afferma il sottotitolo (as the subheading states), utilizziamo già. Vi posso assicurare che, come successo anche a me, vi ritroverete in (you will identify with, see yourself in) almeno in un certo numero di queste strategie.
Il libro si compone di quattro parti, ognuna contenente 10 strategie.

  • Come adottare uno stile di vita infelice
  • Come pensare da persona infelice
  • Come fallire in tutte le relazioni inter-personali
  • Come vivere una vita senza significato

Le quattro parti del libro sono in ordine decrescente di importanza (in descending order of importance). Ovvero, le prime 10 strategie relative ad uno stile di vita infelice sono le più efficaci di tutte. Perché mai questa decisione atipica? Si tratta di uno dei modi in cui Paterson si prende gioco dei libri di self-help sulla ricerca della felicità, che iniziano in sordina (quietly) e culminano solamente nel finale, in cui è contenuta la lezione più importante del libro intero. Paterson, al contrario, da le informazioni più importanti all’inizio, il che è secondo me una scelta apprezzabile (admirabile choice).

Le prime 10 strategie, che si riferiscono allo stile di vita, le abbiamo messe in atto (attuare = implement, carry out) quasi tutti nella vita: evitare qualsiasi tipo di esercizio fisico, mangiare tutto ciò che vediamo nelle pubblicità, dormire il meno possibile, fare uso di droghe (alcol incluso), massimizzare il tempo passato davanti agli schermi, fare acquisti sfrenati (senza freni / uncontrolled, unrestrained) (soprattutto quando non ce li possiamo permettere), dare tutte le proprie energie al lavoro, ecc.
Ma anche le restanti trenta strategie ci offrono preziosi spunti di riflessione (food for thought). L’autore ci consiglia, tra le altre cose, di rimuginare (overthink, ruminate) sulle scelte sbagliate fatte in passato e pensare a tutti i modi in cui il futuro potrebbe andare male, pensare a come sarebbe fantastica la nostra vita se avessimo fatto scelte diverse, concentrarsi sugli aspetti negativi della propria vita e ignorare tutto ciò che c’è di positivo, ricercare la perfezione a tutti i costi, formare legami di amicizia o amore con la persona immaginaria che vediamo in un altro e non quella che è per davvero, non dire mai di no alle richieste degli altri, pensare di conoscere sempre le motivazioni profonde dietro alle parole delle altre persone, e, come detto, prefiggersi l’obiettivo di raggiungere la felicità con ogni mezzo.
Ovviamente non posso parlarvi di ognuna delle innumerevoli (numerous) idee contenute nel libro, ma vi parlerò di qualcuna che mi ha colpito particolarmente. Una di queste riguarda il concetto di autostima (self-esteem). L’autostima va separata dalla sicurezza dovuta al fatto di saper fare qualcosa bene, come, per esempio, saper cambiare l’olio della macchina. L’autostima è vista dalla società come un concetto vago e amorfo, che abbraccia ogni aspetto (covers every aspect) di una persona e che o si ha o non si ha (ma si può sviluppare, per esempio ripetendosi le magiche “affermazioni positive”). Secondo l’autore l’autostima semplicemente non esiste. Il self-loathing, il disprezzo di se stessi, invece, è molto reale.
Una persona insicura analizza in chiave critica cosa pensa di star facendo male, com’è vestita,  come cammina, come parla, le cose che dice, il suo aspetto fisico ecc. Una persona sicura di sé, al contrario, difficilmente pensa: “come son vestito bene, tutti mi ammireranno. Vogliamo parlare del mia camminata sicura? Della mia voce profonda e suadente (soothing, mellow)? Di come abbia raccolto in maniera sicura la penna che mi era caduta? Di come insacchetto la spesa (bag the groceries) con sicurezza?”. Una persona sicura di sé semplicemente non pensa a tante delle cose per cui una persona insicura si fa problemi. Cercare di creare e sviluppare l’autostima, questo concetto così illusorio (misleading, deceptive), è dunque una missione futile (un po’ come la ricerca della felicità) che, al contrario, ci porta ad essere infelici per la sua natura vaga. Molto più facile sarebbe cercare di identificare ed eliminare il disprezzo che proviamo verso noi stessi.
Un’altra lezione che ho apprezzato particolarmente è contenuta nel capitolo
measure up and measure down. Un metodo molto efficace di diventare infelici è di paragonarci in ogni ambito della nostra vita a persone che sono molto più brave, capaci, di successo, competenti di noi. Ad una festa, per esempio, dobbiamo cercare di paragonare il nostro modo di vestirci a quello della  persona vestita con costosissimi capi firmati (designer clothes), la nostra conoscenza della situazione in medio-oriente con il professore universitario che conosce ogni minimo dettaglio dell’argomento e le nostre abilità chitarristiche con l’Eric Clapton di turno presente alla festa, dimenticando che magari suoniamo la chitarra meglio del professore esperto di medio oriente, che sappiamo qualcosa in più della situazione medio-orientale della persona stilosa vestita con capi firmati e che siamo vestiti meglio di Eric Clapton. Dobbiamo sentirci delle nullità (a nobody) nei confronti di chi è molto meglio di noi in un ambito della vita senza pensare che, magari, ci sono tante cose che sappiamo fare meglio della maggior parte della persone.

Un’ultima lezione di cui voglio parlarvi riguarda la nostra capacità di saper resistere o meno agli impulsi. Prendiamo l’esercizio fisico. Prima di iniziare un allenamento difficilmente abbiamo voglia di farlo. La tentazione è infatti di NON farlo. Decidere di fare altro ci può effettivamente apportare felicità a breve termine (case short-term happiness). Guardare la tv magari è più allettante (tempting, enticing) sul momento. Ma, dopo poco, pensando che non stiamo facendo ciò che dovremmo fare (esercizio) iniziamo a sentirci infelici. Lo stesso si può dire per la fase successiva. “Anche oggi ho sprecato un’ora guardando la tv senza fare esercizio” è quello che possiamo pensare. Quindi questa è la sequenza delle nostre emozioni: POSITIVA-NEGATIVA-NEGATIVA.
Se invece non ascoltiamo il canto delle sirene (siren’s song) che ci tenta di guardare la tv e lasciar stare l’allenamento, una volta superata la barriera psicologica iniziale, ci sentiremo un po’ meglio durante l’attività in sé (alla fine non è così male) e decisamente meglio dopo. Quindi la sequenza è: NEGATIVA-NEUTRA-POSITIVA. Una combinazione decisamente più desiderabile.
Come dice Paterson: “La maggior parte delle cose che ci migliorano l’umore sono cose che non vogliamo fare prima di farle: l’esercizio fisico, mangiare sano, andare a dormire quando dovremmo, ecc.” Soprattutto nel lungo periodo, seguire gli impulsi e diventare  loro schiavi (becoming their slaves) è una strada che conduce direttamente all’infelicità. Gli impulsi sono pericolosi soprattutto quando siamo infelici. Nei momenti di tristezza tutto ciò che istintivamente faremmo peggiora solamente la situazione (per es. Abbuffarsi di gelato o di fast-food, non uscire di casa e non vedere nessuno, chiudersi in sé stessi (withdraw into oneself)). In questi momenti dovremmo adottare la strategia (questa volta vera e non ironica) dell’azione opposta, ovvero analizzare il nostro istinto e fare esattamente l’opposto.

Ma di lezioni illuminanti ce ne sono tante altre  . Insomma, non posso che consigliare questo libro. Come vi ho detto, ho rivisto in me (I saw in me, I noticed in me) e nei miei comportamenti molte delle strategie descritte nel libro. Capire che cosa facciamo male nelle nostra vita può aiutarci ad apportare dei correttivi (make some adjustments) e, magari, a minimizzare l’infelicità. La felicità, se vorrà, verrà da sé, come uno scoiattolo. L’importante è non inseguirla.

Vi ringrazio per aver ascoltato questo episodio, spero vi sia piaciuto e vi abbia fatto venir voglia di leggere il libro. Se vi piace podcast italiano parlatene ad altre persone che conoscete che imparano l’italiano. Inoltre, potreste lasciarmi una recensione su Apple Podcasts, che aiuterebbe il podcast ad essere trovato da altre persone come voi.  Ci sentiamo nel prossimo episodio.
Ciao!   

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Avanzato #9 – Che cosa succede nella politica italiana? – VIDEO


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Nota: l’episodio audio ha un aggiornamento che il video non ha.

Ciao a tutti! Io mi chiamo Davide, bentornati su Podcast Italiano, il podcast/canale YouTube per imparare l’italiano attraverso contenuti autentici e interessanti.
Qualcuno di voi mi ha chiesto di parlare della situazione politica italiana dopo le elezioni dello scorso 4 marzo 2018. Immagino che da stranieri questa situazione possa sembrarvi decisamente confusa e bizzarra e dunque cercherò di chiarirvi un po’ le idee (shed some light). Innanzitutto un disclaimer: io non sono esperto di politica e dunque non farò un episodio dettagliato e complicato (spero), anche perché sospetto che molti di voi non siato al corrente (aware, in the loop) di come funziona la democrazia italiana. Dunque direi di iniziare proprio da qua.


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La forma di governo dell’Italia è una repubblica parlamentare, che significa che abbiamo un parlamento, che ha (meglio: esercita) la funzione legislativa (ovvero, fa le leggi). Il Parlamento è composto da due camere: la Camera dei deputati e il Senato.
Inoltre ci sono due cariche (office, post) molto importanti, che sono quella del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei ministri, anche noto come Presidente del Consiglio, Primo Ministro o Premier. Il Presidente del Consiglio è a capo del Governo, che detiene (holds) il potere esecutivo (ovvero attua le leggi [enforces the laws]). Presiede il – quindi è a capo del – Consiglio dei ministri ed è la più importante figura politica in Italia.
Il Presidente della Repubblica, che per le sue funzioni potrebbe essere paragonato un po’ alla Regina d’Inghilterra o al Re di Spagna – diciamo a monarchi di altri paesi – ha tra queste funzioni una che è molto importante in questa fase in cui ci troviamo adesso. Il Presidente della Repubblica si consulta con  (consults) le forze politiche – soprattutto quelle che hanno ottenuto molti voti o che hanno vinto le elezioni per numero di voti – (questa fase si chiama “consultazioni”) e nomina il Presidente del Consiglio. Gli dà quindi l’incarico (task, assignment) di formare un governo, una squadra di governo composta da ministri. Questo è molto molto importante, perché in Italia dunque il Presidente del Consiglio, il Primo Ministro, non viene eletto dai cittadini. Per questo non si parla di repubblica presidenziale come negli Stati Uniti o in Francia, ma viene viene eletto (corretto: nominato) dal Presidente della Repubblica, che gli dà l’incarico. I cittadini invece votano i parlamentari (members of parliament), la composizione del Parlamento, ed è per questo motivo che si parla di Repubblica parlamentare.
I parlamentari a loro volta ogni sette anni eleggono un Presidente della Repubblica (quello attuale si chiama Sergio Mattarella) che, come abbiamo detto, dà l’incarico di formazione del governo, e questo è il ciclo di pesi e contrappesi (checks and balances) del sistema democratico italiano.


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Dunque, il 4 marzo 2018 si sono svolte le elezioni parlamentari. La situazione che si è venuta a creare – e che è in realtà esiste già da qualche anno – è quella di un vero e proprio tripolarismo, ovvero tre poli (=forze, attori), tre forze politiche principali. Il Partito Democratico, principale partito di sinistra e pilastro del governo precedente, ha ottenuto un risultato pressoché (nearly, pretty much) disastroso (18,72 %), il suo minimo storico (all-time low). A livello di singolo partito ha vinto il cosiddetto Movimento 5 Stelle, con il 32,6 %. Il M5S è un partito di stampo populista (populist in nature), che intende superare i partiti di sinistra e di destra e posizionarsi come un partito anti-estabilishment. I suoi membri spesso vengono chiamati pentastellati (da penta = cinque in greco) e a volte anche grillini dal nome del suo fondatore Beppe Grillo, comico che ha fondato di fatto il Movimento e che adesso è una figura di secondo piano e comunque non è mai entrato in parlamento per precedenti giudiziari, ma che per molto tempo ne è stato la figura principale. Quindi “grillini”, spesso con tono ironico o dispregiativo (derogatory).

Beppe Grillo in comizio a Torino nel 2014:
Uno arriva qua e dice che io sono Stalin. Schulz, un tedesco. Che se non era per Sta-.. i tedeschi dovrebbero ringraziarlo Stalin, perché Stalin ha vinto.. l’ultima guerra contro i nazisti l’hanno i vinta i russi con Stalin. E se non vinceva Stalin, Schulz era (corretto: sarebbe) dentro il parlamento con una svastica sulla fronte. E se non è successo è grazie a Stalin. E mi danno dello stalinista a me. Tu offendi me e offendi 10 milioni di italiani. Schulz, vedi di andare a*****lo. Perché.. ecco..

Ad oggi la figura più importante del Movimento – ed è una figura centrale in questa fase della politica italiana è Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento. Il Movimento 5 stelle, come dimostra questo risultato esorbitante (=estremamente alto), in quasi 10 anni è cresciuto tantissimo. Dal 2009, quando è nato, ad oggi è passato da essere un nuovo partito al partito più votato. Il primo partito d’Italia.

Luigi Di Maio in comizio il 2 marzo a Roma:
E inizia l’epoca di una politica che lavora per le persone fuori dalle istituzioni, per i cittadini. […]  Ogni sei mesi ci dicevano state per morire, è finita. Siete un fuoco di paglia (flash in the pan, qualcosa destinato a morire in fretta), è finita. E oggi siamo qui con un consenso ancora maggiore rispetto al 2013. E se nel 2013 siamo entrati in parlamento come opposizione, stasera finisce l’era dell’opposizione ed inizia quello del governo del Movimento 5 Stelle. […] A quelli là, che ci hanno governato per 20 anni ed hanno ancora il coraggio di dire che vogliono cambiare le cose, perché non le avete cambiate quando stavate governando?! Perché?! Perché?!
In Italia si possono anche formare le coalizioni. E alle ultime elezioni si sono presentate due coalizioni, una di centro-sinistra – abbiamo già parlato del Partito Democratico, che di fatto era l’unica forza davvero consistente di questa coalizione – e poi la coalizione di centro-destra, formata da da 3 partiti principali (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), che insieme hanno ottenuto il 37 % dei voti. La figura più importante della Coalizione di centro-destra è quella di Matteo Salvini, leader della Lega. La Lega in passato si chiamava Lega Nord, che era un partito per molti aspetti xenofobo che si proponeva (aimed at) di mettere al primo posto il Nord Italia. E come potrete capire non era molto apprezzato al Sud Italia, per questo misteriosamente è scomparsa la dicitura Nord ed è rimasta solamente Lega. E questa tattica ha funzionato perché adesso la Lega, che non si occupa più del Nord Italia, ma si occupa della lotta all’immigrazione clandestina (illegal immigration) principalmente ha vinto moltissimi voti, raggiungendo il 17 %.

Matteo Salvini in comizio a Pontida nel 2016:
Ebbene se qualcuno oggi, ieri o domani pensa che il futuro della Lega sia ancora quello di un partitino servo di qualcun’altro, di Berlusconi o di Forza Italia ha sbagliato a capire. Noi non saremo più schiavi di nessuno! Non voglio tornare al 4% per portarmi a casa 20 parlamentari di cui non me ne faccio un c***o. Voglio cambiare questo paese! Voglio cambiarlo! Ma alle nostre condizioni!

Ma della coalizione di centro-destra fa anche parte un personaggio che immagino molti di voi abbiano visto e di cui abbiano sentito parlare, ovvero Silvio Berlusconi, noto anche per le sue frequenti e infelici battute e gaffe (frequent and bad jokes and gaffes), anche in campo internazionale.

Silvio Berlusconi a Camp David (inizio anni 2000) che parla in inglese pessimo e viene preso in giro da Bush.
Berlusconi in comizio: Continuano a dire “Berlusconi a casa” creandomi un certo disagio, perché disponendo (=possedendo) di 20 case non saprei in quale andare.

E benché non possa essere eletto in Parlamento (UPDATE: ora può) perché è stato condannato per frode fiscale (tax fraud), quindi secondo una legge anti-corruzione è ineleggibile (unelectable), rimane comunque al capo del suo partito, Forza Italia, ed è una pedina fondamentale, importantissima, nello scacchiere (metaforico: chessboard) (anche: scacchiera) della politica italiana.
Dunque, M5s da solo ha ottenuto il 32%. Tre partiti di centro-destra insieme hanno ottenuto il 37% ma nessuna di queste due forze politiche da solo più governare e ottenere la maggioranza.


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Per formare un governare è necessario formare un’alleanza, ma questa alleanza non è stata ancora trovata e a questo punto, dopo due mesi, non si sa se verrà trovata. In questi due mesi ci sono stati molti colloqui, molti dialoghi tra le forze. Sostanzialmente, il M5S sarebbe disponibile ad un accordo con la Lega, ma non sarebbe disponibile ad accettare Silvio Berlusconi (Forza Italia) all’interno governo, mentre Forza Italia pretende di far parte di questo governo, così come la lega vuole mantenere questo patto, questa coalizione di centro-destra e non vuole “tradire” Berlusconi. Dall’altro lato (a sinistra) Luigi Di Maio (M5S) ha provato ad allearsi con il Partito Democratico, ma senza successo perché il PD, nonostante alcuni all’interno del partito siano più aperti al dialogo (open to dialogue), sostanzialmente si è rifiutato di accettare un ruolo collaborativo e sostenere un governo, anche perché durante questi anni il M5S è stato molto duro a parole nei confronti del Partito Democratico; poi, nel 2013, praticamente c’era la stessa situazione e il M5S all’epoca non accettò di formare un governo con il PD. Matteo Renzi, ex-premier ed ex-segretario (=capo) del PD, si è espresso negativamente rispetto a un possibile accordo. Nonostante lui non sia più né Presidente del Consiglio né capo del partito – segretario del partito – rimane comunque una voce molto influente – probabilmente la voce più influente del partito. Ed è per questo che l’accordo sostanzialmente non è andato a buon fine. (didn’t end well, was not successful)

Come abbiamo detto sono passati ormai più di 2 mesi e tre tornate di consultazioni (three rounds of consultation), ovvero dialoghi intavolati (dialogues held, initiated) dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con le varie forze politiche, che non hanno portato a nulla. Sergio Mattarella non ha potuto dare l’incarico a nessuno perché nessuna forza ha la maggioranza.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: nel corso dei colloqui di oggi ho chiesto alle varie forze politiche, particolarmente a quelle più consistenti, se vi fossero delle possibilità di intesa, se ne fossero emerse (whether they had emerged). Registrando che non ve ne sono, come è evidente non vi è alcuna possibilità di formare un governo sorretto (=sostenuto) da una maggioranza nata da un accordo politico


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A meno che improvvisamente nelle prossime ore, nei prossimi giorni Lega e M5S non trovino un accordo – il che sembra difficile, perché la lega non vuole abbandonare Silvio Berlusconi – c’è la seria possibilità che si vada di nuovo alle urne (we might go to the polls), ovvero che si vada di nuovo a votare.

Quando non si sa, perché Lega e Movimento 5 Stelle spingono per votare a luglio, però il presidente Mattarella non vorrebbe, non è molto favorevole a questa a questa eventualità, perché luglio vorrebbe probabilmente dire forte astensionismo (low turnout) (ovvero molte persone che sarebbero in vacanza non andrebbero a votare). Seconda cosa: luglio è relativamente vicino e quindi, probabilmente, non ci sono i tempi tecnici, ovvero non c’è tempo per preparare una delle nuove elezioni.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: Non vi sono i tempi per un voto entro giugno. Sarebbe possibile svolgerle in piena estate, ma sinora si è sempre evitato di farlo ,perché questo renderebbe difficile l’esercizio del voto agli elettori. Si potrebbe quindi fissarle per l’inizio di autunno.

Sergio Mattarella ha ipotizzato dunque la formazione di un governo neutrale, temporaneo tecnico – chiamatelo come come volete, può avere vari nomi – che sostanzialmente non sarebbe un governo politico, né di destra né di sinistra, ma che sarebbe semplicemente avrebbe la funzione il compito di traghettare (lead, lett. “to ferry across”), di portare il paese fino a probabilmente nuove elezioni o fino al raggiungimento di un accordo tra le forze politiche che si sono dimostrate le più forti in queste elezioni.

Sergio Mattarella in conferenza stampa: Ma nel frattempo, in mancanza di accordi, consentano attraverso il voto di fiducia che nasca un governo neutrale, di servizio, un governo neutrale rispetto alle forze politiche

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Un gran casino (mess). Che è esattamente come si potrebbe riassumere la politica italiana in tre parole. Pensate solo: dopo più di due mesi dalle elezioni siamo senza governo, che è davvero una situazione paradossale e anomala (unusual). Si potrebbero dire tante cose sulla politica italiana, ma non che i suoi governi siano caratterizzati da stabilità e solidità. Basti pensare a questa cifra: dal 1948, quando entrata in vigore l’attuale Costituzione (che ci ha reso una repubblica parlamentare) ci sono stati ben 64 governi. Quindi: 70 anni e 64 governi. Un mandato di un governo dovrebbe durare in teoria 5 anni ma in realtà la media per governo è di circa poco più di un anno. Adesso addirittura il governo nemmeno c’è. Abbiamo appena fatto le lezioni e il risultato è un vero e proprio nulla di fatto (=no decision made). Vedremo come andrà a finire. Ci sono sviluppi continuamente, anche se in realtà è uno stallo: ci sono molte parole ma molti pochi fatti. Dunque vedremo se per caso le cose cambieranno nei prossimi giorni..

AGGIORNAMENTO:
Le cose effettivamente sono cambiate: ci sono degli sviluppi, proprio delle ultime ore, di cui è importante parlare, se no questo video non ha alcun senso.

Dunque, proprio nelle ultime ore sembra che si sia trovato un accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle. Io nel video dicevo che era (meglio: sarebbe stato) difficile, però improvvisamente questo accordo sembra essere stato trovato, tra Di Maio e Salvini. Il ruolo di Berlusconi in questo governo sarebbe [quello di] alleato della Lega, che però non impedisce (prevents) alle due forze di formare un partito. Quindi non darebbe non darebbe la cosiddetta fiducia al Governo – perché in Parlamento bisogna votare la fiducia al Governo, è un modo di dire “sì, ci fidiamo, diamo la fiducia a questo governo” e il governo quindi può lavorare. È una fase che deve essere superata all’inizio di ogni nuova legislatura (parliamentary term)

Quindi, questo sarebbe lo sviluppo delle cose. Non si sa ancora chi sarà il premier, probabilmente né Di Maio, né Salvini, ma una persona terza (a third person). Però non si sanno altri dettagli, per esempio chi saranno i ministri In ogni caso mi sembrava importante fare questo aggiornamento. Seguite anche voi la situazione perché in queste ore stan mutando gli scenari che si erano venuti a creare, quindi non ci sarà nessun voto apparentemente. Dunque è cambiato tutto molto molto in fretta .Quindi continuiamo a seguire la situazione, però a quanto sembra con grande probabilità ci sarà un governo Lega-Movimento 5 Stelle, come era in realtà auspicato (called for, desired) da molti dopo le votazioni del 4 marzo. Torniamo al video.

AGGIORNAMENTO EPISODIO AUDIO:
È passato qualche giorno dall’upload del video e ci sono ulteriori aggiornamenti. Il dialogo tra Lega e M5S continua e dunque sembrerebbe effettivamente che si vada verso un governo “giallo-verde” (questi sono i colori rispettivamente del Movimento e della Lega). Un’altra notizia di oggi (12 maggio) è che il Tribunale di Milano ha dichiarato Berlusconi nuovamente candidabile. Ho detto nel video che era stato reso incandidabile per una legge anti-corruzione. Berlusconi era stato condannato per frode fiscale relativamente alla sua rete televisiva Mediaset. Vedremo cosa cambierà questa decisione negli scenari politici, in ogni caso Berlusconi non è più incandidabile (=non può essere candidato) e quindi teoricamente potrà ripresentarsi (show up again) a nuove elezioni e tornare a sedere in parlamento. Fine aggiornamento.

 

Vi consiglio di seguire la situazione, magari ora che sapete qualcosa in più potrete comprendere meglio cosa sta succedendo. In ogni caso la politica italiana non annoia mai, è sempre frizzante (lett. sparkling – lively) e mai banale. Spero di avervi chiarito le idee.

Se avete visto questo episodio YouTube potete riascoltarlo come episodio audio. Potete cercare su iTunes o sulla vostra applicazione di podcast preferita Podcast Italiano. Vi ricordo che ho anche una nuova serie di episodi chiamati “riflessioni senza trascrizioni”, che non hanno trascrizioni – mentre questo episodio ha l’intera trascrizione di tutte le cose che ho appena detto. Ho usato parole complicate, ma potete rileggere tutto e dunque potrete capire tutto ciò che ho appena detto.

Questo per oggi è tutto. Spero vi sia piaciuto e ci vediamo. Alla prossima!