Episodi senza trascrizioni, Intermedio, Podcast

Guida alle forme di cortesia in italiano – Intermedio #22 – VIDEO


Prima di iniziare questo video voglio farvi vedere il setup per registrare questo video.
Sedia, sgabello (stool), microfono (il microfono è buono) e poi specchio per vedere quello che sto registrando. Professionalità fatta a persona (in human form).

Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano. Vi piace questo microfono di fronte a me? Spero di sì, è il mio nuovo microfono e oggi lo utilizzerò per fare un episodio-video. Quindi questo episodio potete sia vederlo che ascoltarlo. Prima di iniziare il video volevo ringraziare però Italki, che ne è lo sponsor.

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Italki è una piattaforma per poter imparare le lingue con dei tutor, degli insegnanti professionisti, ed è molto più comodo di qualsiasi scuola di lingue oppure qualsiasi insegnante privato da cui potete andare, perché è più comodo (economico), potete fare lezione da casa vostra e poi ha un terzo vantaggio che è… potete fare lezione pure con me. Insegno da un po’, da febbraio 2016 e… ho quasi 200 studenti. Quindi se volete potete diventare lo studente numero 200 seguendo il link in descrizione. Avrete inoltre 10 dollari in crediti Italki da poter utilizzare. E sì, ve lo consiglio molto, è davvero un ottimo modo di poter mettere in pratica tutte le skill che avete acquisito ascoltando Podcast Italiano, per esempio. Quindi grazie ad Italki e ci vediamo su Skype.

E ora vediamoci il video. Ho qui il mio tablet con pronte tutte le cose che voglio dirvi, quindi incominciamo. Si dà il caso che in italiano noi abbiamo tantissime forme di cortesia (polite forms) per rendere le nostre richieste e domande più cortesi, ma che non tutti usano correttamente. Non usano correttamente perché è difficile sapere come usarle, perché queste sono cose che si imparano vivendo, più che altro (your learn by living, mainly). Di solito queste cose si dicono quando uno va al bar, va al negozio, va al ristorante, ma magari voi non vivendo in Italia non potete fare tutte queste esperienze. Per questo c’è Podcast Italiano che vi spiega, così saprete nel prossimo viaggio in Italia come fare domande. Tra l’altro è molto importante utilizzare le forme di cortesia in italiano e mi vengono in mente i miei amici russi, che sono persone assolutamente gentili, ma dato che nella loro lingua non esistono, o meglio, non si usano tutte queste forme di cortesia, parlando in italiano – e loro parlano bene – in italiano non le usano. Ma in italiano alcune richieste senza queste forme possono sembrare decisamente troppo dirette. Innanzitutto in italiano non usate mai l’imperativo a meno che non vogliate dare un ordine (unless you want to give an order), quindi non dite “dammi due etti di prosciutto”,”dammi una pizza”. Mai, questo mai. “Dimmi come arrivare alla stazione”, “passami la maionese”. No, per favore, questo no, se no rischiate di prendervi uno schiaffo (slap) in faccia da un italiano.
Ho diviso l’episodio in tre parti.
– Le richieste di azioni – quindi vogliamo che una persona faccia qualcosa per noi.
– Le richieste di informazioni e
– Le ordinazioni – perché è importante anche sapere come ordinare qualcosa al bar.

Quindi voi potete trovare i timecode sotto nella descrizione, oppure tra i commenti, e potete ascoltare e ritornare a ciò che vi interessa personalmente, quindi utilizzatelo.

A) Richieste di azioni

1) Potresti (potrebbe)

Incominciamo con le richieste di azioni. Il primo modo che ho segnato è quello di dire “potresti” oppure “potrebbe”. Incominciamo con le richieste di azioni. Il primo modo che ho segnato è quello di dire “potresti” oppure “potrebbe”.

Quindi:
– potresti darmi un passaggio (ride) a casa?
– potresti prestarmi (lend me) 5 euro?
– potrebbe portarci del pane?

Quindi potresti tu, potrebbe lei (forma di rispetto). E fate attenzione, io non direi “puoi portarci del pane” da solo, secondo me non è abbastanza. Bisogna come minimo (at the very least) aggiungere “per favore”, poi vedremo dopo che a questi modi queste frasi si può aggiungere anche “per favore” e altre frasi. Quindi “puoi portarci” da solo no, meglio il condizionale, “potrebbe portarci del pane”, “potresti portarci del pane”.

2) Non è che potresti (potrebbe)…?

Secondo modo: la stessa cosa, ma una versione ancora più gentile, che è:

“non è che potresti…?
oppure
“non è che potrebbe…?”

Non pensate alla logica di questa frase, a cosa vuol dire. Imparatela. Imparatela così.

“Non è che potresti darmi un passaggio a casa?”
“Non è che potresti prestarmi 5 euro?”
“Non è che potrebbe portarci del pane?”

3) Posso chiederti/Le di…?

Infine abbiamo un terzo modo che è:
“posso chiederti di…?”
o
“posso chiederle di…?”.

Quindi:
“posso chiederle una firma? (signature)” o “…di firmare qui?”
posso chiederle di chiudere la finestra?”
” chiederti di parlare a voce più bassa?”

Sentite anche l’intonazione che uso. Vi consiglio di risentire tutto il video, magari prestando attenzione all’intonazione solo (paying attention to the intonation only ), perché è una componente fondamentale quando facciamo richieste cortesi.

+ le paroline magiche (per favore/per cortesia/per piacere/per caso)

A queste forme possiamo aggiungere le cosiddette “paroline magiche(magic little words). Non ho inventato io il nome, davvero gli adulti insegnano ai propri figli di (corretto: insegnano A) utilizzare la parolina magica, che è “per favore”, “per cortesia”. C’è anche un’altra, che ho aggiunto io, “per caso”, che usiamo. (Queste sono) le cosiddette paroline magiche per avere tutto in questo mondo.
Beh, no, tutto no.
I soldi magari no.
Comunque.

4) Mi faresti/farebbe il favore/la cortesia/il piacere di… (senza paroline magiche)

Inoltre c’è un altro tipo che non utilizzerei con “per favore”, “per cortesia”, “per caso” e adesso capite perché.

“Mi faresti il favore di passare in posta?”.
“Mi farebbe la cortesia di aprire la porta?”.
“Mi faresti il piacere di andare tu a prendere la bambina a scuola?”


Beh, adesso siamo cortesi ma dire “mi faresti il favore di passare in posta PER FAVORE” magari no. Magari lo evitiamo (maybe we should avoid that).

B) Richieste di informazioni

E ora passiamo al secondo gruppo di richieste, ovvero le richieste di informazioni.

1) Sai/sa per caso mica?

“Per caso sa come si arriva alla stazione?”
“Sai per caso che ore sono?”
“Sa mica se l’ufficio oggi è aperto?”

2) Mi sai/sa sapresti (saprebbe) dire se…?

Passiamo al prossimo punto che è:
“mi sai dire se…?”
oppure
“mi saprebbe dire se…?”
O anche, ovviamente,
“mi sa dire se…?”
Quindi dipende dal grado di confidenza.

“Mi sa dire se il museo è ancora aperto?”
“Mi sai dire dove si trova il Colosseo?”
“Saprebbe dirmi se questo pullman arriva in via Roma?”

3) Non è che sapresti/sa (saprebbe) dirmi se…?

Infine abbiamo il terzo modo di richiedere informazioni che è:
“Non è che sapresti dirmi, oppure “
“(non è che) saprebbe dirmi…?”
“Non è che saprebbe dirmi dove si trova il Colosseo?”
“Non è che sapresti dirmi come si arriva alla stazione?”

+ paroline magiche

Come abbiamo già visto prima per le richieste di azioni, a queste tre strutture possiamo aggiungere le paroline magiche, ovvero “per caso”, “per favore”, “per cortesia”, “per piacere”. Quindi:
“Mi sa dire per caso se il museo è ancora aperto?”
Oppure:
“Non è che sapresti dirmi come si arriva alla stazione, per cortesia?”

Ok, forse (così) è un pochino gentile, un pochino troppo gentile questo, però si può dire.
Noi italiani siamo persone molto gentili, quindi utilizzatele.

Ordinazioni (orders)

E passiamo alla terza parte del video, ovvero le ordinazioni. Come fare ordinazioni in italiano. Abbiamo ben cinque modi. Scusate, sono tanti modi però sono cose utili da sapere.

1) per favore (ma anche “per piacere”/”per cortesia”)

Allora, il primo modo molto semplicemente è “per favore”.
“Un caffè macchiato, per favore”.
“Un cornetto (croissant) alla nutella, per favore”.
“Una margherita con la mozzarella di bufala, per favore”

2) Per me…

Possiamo inoltre dire “per me”. Quindi immaginatevi che ci sia un cameriere (waiter) qui, non ho un cameriere, però un cameriere può chiedermi:”Siete pronti per ordinare?” e io posso dire:

“Sì, per me una pizza margherita”
“Per me le tagliatelle ai funghi”.


Quindi semplicemente “per me”.

3) Posso avere…?

Abbiamo un terzo modo che è: “posso avere…?”
Quindi:
“possa avere un caffè macchiato?”
“Posso avere una pizza senza mozzarella?”

Tra l’altro questo è un modo per fare una richiesta magari più particolare, no? Perché voi magari volete una pizza fatta in un certo modo, con un ingrediente particolare.
Quindi:
“posso avere della mozzarella di bufala extra sulla mozzarella? (???)
Quindi questo è il modo di chiederlo.
“Posso avere l’antipasto della casa?”

4) Mi dà …, per favore? Mi potrebbe dare…?

Abbiamo un quarto modo che è:
“Mi dà per favore…?”
Quindi:

“Mi dà due etti di prosciutto, per favore?”
“Mi dà 5 pagnotte, per favore?”
Mi dà un metro di questo tessuto per favore?”

E io direi anche:
“mi potrebbe dare…?”.
Non l’avevo scritto ma mi sembra possibile.
“Mi potrebbe dare 5 pagnotte?”
“Mi potrebbe dare un metro di questo tessuto, per favore?”

E forse, forse è anche possibile dire “non è che…?”, ma adesso non voglio complicare. Però, “non è che mi darebbe 5 pagnotte?” È molto molto gentile.

Noi tutte queste cose possiamo combinarle, quindi adesso non voglio complicare troppo il video, però sì, potete sentire tante di queste forme combinate.

5) Volevo / vorrei

E infine abbiamo l’ultima, che è un’altra forma semplice, “volevo” o “vorrei”.
“Volevo un chilo di biscotti”,
“vorrei tre pizze d’asporto, per favore” che significa “pizze che ti porti a casa”, da asporto. “Volevamo prendere il menù del pranzo”.

Quindi sì, sono arrivato alla fine del video. Per fortuna ora il mio braccio può riposare. Beh, grazie per aver visto questo video, riguardatelo diverse volte e andate su podcastitaliano.com, link in descrizione, dove troverete tutte queste bellissime cose scritte e schematizzate, così quando siete in dubbio, non sapete come ordinare qualcosa, voi prendete podcastitaliano.com e andato a vedere e dite: “Non è che per cortesia potrei avere due litri di birra fresca, per favore?”. E non avrete nessun problema. Se vi è piaciuto questo episodio lasciate anche una recensione su itunes, e ricordatevi che potete ascoltarlo come solo podcast, quindi se adesso andate a farvi una passeggiata dopo aver visto questo video e volete risentirvi questo episodio, beh, potete risentirvelo e imparerete ancora di più. Io vi ringrazio per l’attenzione e ci vediamo nel prossimo video. Alla prossima. Ciao!


Intermedio, Podcast

La volta che persi il passaporto in Russia – Intermedio #20 – VIDEO

Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo video che registro per voi.
In questo video volevo raccontarvi una storia che forse ho già raccontato nel podcast, ma volevo anche ri-raccontarla in formato video. E perché una storia? Beh, perché ho visto questo format in un canale di una ragazza che insegna tedesco, questo formato… format, formato, storytime, quindi ho pensato: “Ma perché non fare una cosa simile anche su Podcast Italiano? Alla fine a tutti piacciono le storie, a tutti piace sentire storie.


Ok. Iniziamo la storia. Si dà il caso che mi trovavo in Russia (I happened to be in Russia). Come forse voi sapete io imparo il russo. Era due estati fa, credo estate 2017, e dopo un po’ di giorni in Russia, a San Pietroburgo e poi a Mosca, ero pronto per tornare in italia e prendere l’aereo di ritorno (the flight back). Ero da solo perché i miei genitori erano stati con me solo a San Pietroburgo. Io avevo proseguito (=continuato) il viaggio da solo e… e niente, il viaggio era arrivato alla sua conclusione. Dovevo tornare. Allora faccio per andare all’aeroporto e chiamo un Uber per… per andare all’aeroporto, no? E, salgo, arriva l’Uber, salgo sulla macchina (I get on the car) e l’autista mi fa (=dice): “Ma vuoi lasciare lo zaino (backpack) nel sedile posteriore (back seat) dell’auto? “Perché io avevo questo zaino. Allora sì, lo metto, lo prendo, lo metto nel sedile posteriore, dico: “Massì, ma tanto mi ricorderò, mi ricorderò!”


Cosa succede? Beh, forse alcuni di voi conoscono (meglio: sanno) già che io ho avuto un po’ di sfortuna (bad luck) con gli zaini, perché non l’ho dimenticato solo una volta. Beh, come avrete capito l’ho dimenticato. Io sono una persona abbastanza smemorata (forgetful), abbastanza così, che non mi ricordo le cose che devo fare. In questo caso non mi sono ricordato che dovevo riprendere lo zaino, quindi arrivato a destinazione con molta tranquillità io esco dall’uber, me ne vado all’aeroporto senza pensare che forse mi serviva quello zaino, perché in quello zaino c’era il passaporto, e per volare dalla Russia all’Unione Europea mi serve il passaporto, se no… non so cosa mi può succedere ma probabilmente nulla di bello.

E quindi niente, dopo qualche minuto mi rendo conto che io non c’ho nulla, non c’ho nulla, cioè ho il telefono, sì, avevo il telefono, ma non avevo nemmeno la la power bank, quindi il mio telefono non aveva molta batteria (power [of a device]), si sarebbe scaricato (it would have died). Allora io ero nel panico totale (in utter panic) addirittura mi sono messo a piangere (I started to cry), cioè io piango abbastanza raramente, non è qualcosa che faccio spesso, ma quella volta mi sono messo a piangere perché ero in panico totale, cioè non sapevo cosa fare, non potevo nemmeno fare chiamare perché avevo sì internet (I did have the internet, BUT…), ma non potevo chiamare perché avevo questa strana situazione: praticamente io per stare in Russia qualche giorno avevo speso un sacco di soldi per comprarmi un router, un mini-router per avere internet. Vi chiederete: “Ma perché ti sei comprato un mini-router per stare in Russia, non puoi comprarti una sim?” Costano anche poco le sim in Russia. Sì, peccato che (the problem is/was) il mio telefono, il mio telefono che ho comprato con un piano telefonico – una cosa che non… penso non rifarò mai più – cioè, l’ho comprato con una agenzia, con un operatore telefonico in Italia per pagarlo un po’ meno, pagarlo a rate (in installments). Però questo ha fatto sì che (this meant that) io praticamente non possa (meglio: potessi) cambiare la sim. O meglio, forse c’è un modo ma non sapevo come fare all’epoca, e quindi avevo deciso di spendere tutti questi soldi e avere un router esterno per avere internet, ma il mio telefono aveva la sim mia, italiana. Quindi non potevo fare comunque chiamate, chiamate di emergenza, no? O meglio… magari potevo, però avrei speso tantissimi soldi, non so nemmeno come funzionano queste cose.

Ho dimenticato di dire anche una cosa importante, ovvero che io avevo provato a contattare Uber, cioè, avevo provato… – tramite l’applicazione si può praticamente provare a mettersi in contatto con l’autista (meglio: ci si può provare a mettere in contatto = you can try to get in touch with the driver) , perché non ti danno il numero di telefono dell’autista per questioni di privacy – però senza successo. Praticamente Uber prova a fare una chiamata e metterti in contatto con l’autista, ma l’autista non rispondeva e quindi non c’era nulla da fare (there was nothing I could do) per mettersi in contatto con lui.

Quindi non sapevo cosa fare, cioè mi guardo intorno (I look around), il taxi, l’Uber non c’è, se n’è andato via, che c… faccio? E allora niente, provo a scrivere ai miei genitori e mio fratello, chiedo consiglio (I ask for advice), non so assolutamente cosa fare, sono in panico totale, dico: “Beh, che ne so proviamo entrare aeroporto,magari… non lo so magari lì trovo qualcuno con cui parlare, trovo… che ne so, mi inventerò qualcosa (I’ll think of something), dovrò pur fare qualcosa”. Considerando che comunque, cioè, io ok parlo russo (come prima, “io parlo sì il russo, MA” oppure “il russo parlare lo parlo, MA”), però avere queste conversazioni in una lingua straniera non è mai molto bello, e poi il mio russo non è forte quanto il mio inglese, quindi sicuramente non era molto piacevole come situazione. Tra l’altro… magari in passato (intendevo: in futuro) poi parlo anche di quando ho perso la valigia e ho dovuto parlare in russo all’aeroporto. Io ho sempre queste bellissime avventure in Russia.

Comunque… quindi entro in aeroporto e mi si illumina il volto di felicità (my face lights up in happiness), sorrido di felicità e di gioia, un sorriso a 32 denti (in italiano “fare un sorriso a 32 denti” significa fare un sorriso grande), o forse anche a 64, mi spuntano altri denti (new teeth come out) per sorridere di più. Perché vedo che c’era l’autista all’interno dell’aeroporto che mi aspettava con lo zaino. E quindi io gli dico: “Grazie, grazie! Ti pago, ti do dei soldi, ti do una ricompensa per questo favore che mi hai fatto”, lui però (è stato) molto gentile, mi fa: “No no, non ti preoccupare, non ti preoccupare” E se n’è andato.

Così io ho tirato un sospiro di sollievo (I gave a sigh of relief) come diciamo in italiano, perché sono andato molto vicino a… non so bene cosa sarebbe successo, però non era sicuramente una situazione molto bella, quindi ho recuperato il mio zaino (I got my backpack back), ho recuperato il mio passaporto, la power bank e niente, tutto quello che mi serviva per poter tornare in italia.

E sì, non è stata una storia molto bella, ma come spesso capita le storie che sono poco belle da vivere sono le storie più belle da raccontare. Quindi se avete già sentito questa storia beh, l’avete risentita. E se è la prima volta che la sentite ditemi cosa ve ne pare di questo format, se volete più video “formato storia”… e niente, vi ringrazio per l’ascolto e ci vediamo nel prossimo video e nella prossima storia. Alla prossima! Ciao.


Intermedio, Podcast

Questioni di vita o di morte – Intermedio #19

Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano!
Io mi chiamo Davide e in questo episodio di livello intermedio – scritto da Erika ma letto da me – vi parlerò di due usanze italiane, una legata alla vita (o alla nascita) e una legata alla morte. Su podcastitaliano.com troverete come sempre la trascrizione dell’episodio con la traduzione delle parole più difficili in inglese. Cominciamo!


La nascita di un bambino porta sempre con sé momenti di grande gioia e felicità. Si sa, quando si è felici si vorrebbe condividere il proprio stato d’animo con più persone possibile. Ed è proprio per rendere tutti partecipi di un evento lieto come la nascita di un figlio che esiste in Italia la tradizione del fiocco nascita. Il fiocco nascita è un fiocco di stoffa, una specie di coccarda che si usa appendere alla porta o al portone di casa per annunciare la nascita di un bambino. Il fiocco è tradizionalmente di colore rosa se si tratta della nascita di una femminuccia, azzurro se si tratta di un maschietto. Sul fiocco inoltre viene solitamente scritta una piccola frase come “è nato x”, “benvenuto x”, per rendere noto anche il nome del nuovo nato. La tradizione di appendere questo fiocco non ha però origini italiane e, sembrerebbe, nemmeno occidentali. Si pensa derivi da un’usanza orientale, che ha a che fare con la superstizione. Secondo questa usanza, alla nascita dei figli maschi, che erano ritenuti più importanti e degno di protezione, si appendeva alle porte un amuleto, il fiocco appunto, che aveva la funzione di proteggere il bambino. La tradizione del fiocco nascita è stata poi importata in Occidente ed oggi è molto diffusa non solo in Italia, ma anche in diversi altri Paesi.

Un fiocco nascita

Un’altra usanza italiana che spesso stupisce gli stranieri che non la conoscono ha a che fare con l’opposto della nascita: la morte. Passeggiando per qualsiasi città italiana è facile imbattersi in dei fogli, attaccati a un muro o ad una bacheca, in cui si possono leggere la data di nascita e di morte, nonché quella dei funerali, di individui deceduti di recente e residenti in quella città. Questi fogli, in cui spesso è presente anche la foto del defunto, si chiamano “manifesti funebri” e servono, un po’ come i fiocchi di nascita, a comunicare un evento, in questo caso la morte di un concittadino. In questo modo, chi legge il manifesto è informato anche sulla data e l’orario del funerale, così da potervi partecipare per dare conforto ai familiari.   Sul manifesto funebre molto spesso vengono anche scritte frasi, scelte dai cari o dall’agenzia di pompe funebri, per rendere onore al defunto. Alcuni annunci funebri sono anche presenti nei giornali locali, in una apposita sezione dedicata ai cosiddetti “necrologi”, piccoli articoli dove vengono indicate, come nei manifesti funebri, le date di nascita e morte e magari una piccola biografia per rendere omaggio al defunto.

Un manifesto funebre

Avete mai visto un fiocco nascita o un manifesto funebre in Italia? Questi modi di comunicare la nascita o la morte di una persona esistono anche nei vostri paesi? Come si chiamano? Fateci sapere!


Grazie ad Erika per aver scritto questo testo. Come al solito vi consiglio di ascoltarlo, 3, 4, 5 volte per interiorizzare tutte le parole sconosciute. Se vi è piaciuto l’episodio lasciate per favore una recensione su Apple Podcast. Questo aiuterebbe altre persone a trovare Podcast Italiano. Grazie ancora per l’ascolto. Alla prossima! Ciao!



Intermedio, Podcast

I parcheggiatori abusivi – Intermedio #18


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano!
Io mi chiamo Davide e in questo episodio di livello intermedio – scritto da Erika ma letto da me – vi parlerò di una figura italiana molto fokloristica, quella del parcheggiatore. Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio con la trascrizione delle parole più difficili in inglese. Cominciamo!


Parcheggiare nelle grandi città italiane è sempre un problema: non ci sono mai abbastanza parcheggi, tanti sono a pagamento, è difficilissimo trovare un posto libero. Cercare parcheggio, magari nel traffico, magari quando siamo in ritardo, è spesso un’operazione stressante. Come se tutto questo non bastasse (and on top of that), molte volte bisogna anche preoccuparsi dei parcheggiatori abusivi.
Chi sono i parcheggiatori abusivi, dite (here: you ask?)? Sono dei soggetti (individuals), solitamente uomini, che in maniera illegale hanno fatto dei parcheggi la loro fonte di guadagno (made a source of income out of car parks).
Queste persone “lavorano”, per così dire (so to speak), in parcheggi molto trafficati, vicino a luoghi molto frequentati, come il centro città, gli stadi, gli ospedali. In pratica sorvegliano” (watch) una determinata area di parcheggi e segnalano i posti liberi, facendo gesti agli autisti (drivers) per indicare i  parcheggi vuoti.
Insomma, il loro compito è quello di aiutare gli automobilisti a trovare parcheggio con più rapidità.
Dopodiché, chiedono una ricompensa” (reward) per l’aiuto fornito (= dato, offerto), di solito qualche moneta.
Chi parcheggia in un posto che gli è stato indicato da un parcheggiatore, si sente obbligato da una legge non scritta a dargli dei soldi. E questo non tanto per ringraziarlo (not so much to thank him) dell’aiuto, dato che molto spesso i parcheggiatori segnalano posti che sarebbero ben evidenti anche senza il loro intervento. Secondo la legge non scritta, o meglio, il ricatto (blackmail) non scritto, non pagare un parcheggiatore significa mettere a rischio (put at risk) la propria auto: una volta andati via, la macchina resta nelle grinfie (in the clutch, under the control) del parcheggiatore, che se è arrabbiato perché non ha ricevuto il denaro richiesto, può danneggiarla (damage) per vendicarsi.
Quindi, molto spesso, pur di parcheggiare (just to park) e di non rischiare danni alla propria auto, si da qualche moneta al parcheggiatore: meglio dare 50 centesimi a lui che dover pagare centinaia di euro per riparare l’auto.
Questa pratica, sebbene sia illegale, è veramente molto diffusa.
A Torino, per esempio, c’è un parcheggiatore che è diventato ormai una personalità e che lavora nella stessa piazza da più di vent’anni. Tutti lo conoscono e alcuni gli lasciano addirittura le chiavi della propria auto, fidandosi ciecamente di lui (blindly trusting him). Persino il giornale La Stampa, uno dei giornali italiani più diffusi, gli ha dedicato un articolo. Ovviamente la polizia sa della sua esistenza e gli ha anche fatto delle multe, ma lui continua imperterrito (=senza avere paura) la sua attività. Per fortuna però, non ricatta le persone e anzi, sorveglia le auto.
Ma aldilà della simpatia che può suscitare un personaggio come lui, l’attività dei parcheggiatori rimane un’attività abusiva (=illegale), quindi non prevista dalla legge. Queste persone riescono a guadagnare denaro tramite il ricatto,  e su questo denaro ovviamente non pagano alcun tipo di tassa.
È molto frustrante dover pagare una persona per un servizio di fatto inutile, solo per paura di subire la sua vendetta (to face, to suffer his revenge). Se dovete parcheggiare in Italia e vedete qualcuno che vi segnala con ampi gesti (sweeping gestures) dove andare, cercate di evitarlo: probabilmente è un parcheggiatore. Non pagandolo, rischierete di trovare la macchina rigata (scratched) o danneggiata, pagandolo finanzierete un’attività illegale.
In questi casi, la cosa migliore è, con un po’ di pazienza e un po’ di fortuna, trovare un altro parcheggio, senza parcheggiatori in vista e senza rischi.
Nel vostro paese esistono i parcheggiatori abusivi? Pensate che questa attività sia da punire o che tutto sommato non faccia male a nessuno, dato che si tratta di piccole somme di denaro? Fateci sapere il vostro parere!


Grazie ad Erika per aver scritto questo testo. Se vi è piaciuto l’episodio lasciate per favore una recensione su Apple Podcast. Questo aiuterebbe altre persone a trovare Podcast Italiano. Sapete inoltre che siamo su Spotify? Se ascoltate podcast lì, beh, ci siamo anche noi. Grazie ancora per l’ascolto. Alla prossima!
Ciao

 

Intermedio, Podcast

Dal dottore in Italia – Intermedio #17


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di livello intermedio. Oggi non sarò io a leggervi l’episodio ma Erika, che ci parlerà di un luogo da cui tutti in Italia (e nel mondo) dobbiamo passare prima o poi, ovvero il dottore. Niente panico, non vi vogliamo propinare (=offrirvi qualcosa di poco piacevole, noioso, ecc.)  il classico dialogo “dal dottore”, ma raccontarvi le peculiarità (peculiarities)  italiane legate a questo luogo. Come al solito potete trovare la trascrizione e le parole ed espressioni più complicate tradotte in inglese su podcastitaliano.com. Incominciamo!


 

Con la primavera e il cambio di stagione, può capitare a tutti di prendersi un malanno (=ammalarsi, get sick). Che fare allora?

Beh, se siete in Italia la cosa più semplice da fare è rivolgersi (consult) al proprio medico di base.

In ogni città sono a disposizione numerosi medici di base (general practitioners): dottori che non sono specializzati in un campo particolare, ad esempio la chirurgia (surgery), l’ortopedia (orthopaedics), l’odontoiatria (dentistry), ma a cui ci si può rivolgere per questioni generali e piccoli problemi di salute. Prima di rivolgersi a uno specialista (specialist), quindi, andiamo dal medico di base, che ci consiglia quali medicinali prendere, ci dice quanto è grave il problema e ci suggerisce (suggest)  quali ulteriori (further) visite o esami fare, nel caso in cui sia necessario.
Ogni persona sceglie (o viene assegnato) a un certo medico della sua città e deve rivolgersi esclusivamente a lui in caso di bisogno: non può andare dagli altri medici di base, perché non è nella loro lista di pazienti. I membri di una famiglia di solito hanno tutti lo stesso medico di base, anche se possono esserci eccezioni.
Si va dal medico di base per farsi visitare, farsi fare le ricette (prescriptions) per dei medicinali o per degli esami, o per richiedere la “mutua(sick leave), ovvero giorni di assenza dal lavoro pagati in caso di malattia.
Andare dal medico di base è gratis: non si paga nulla per essere visitati.
Tuttavia, recarsi (going to, more formal than “andare”) dal dottore è spesso un’operazione noiosa, per via delle (=a causa delle) lunghe attese.
Infatti, in molti studi medici si viene visitati per ordine di numero, cioè si prende un bigliettino con un numero che determina l’ordine di passaggio, o comunque si segue l’ordine di arrivo.
Passare per primi è quasi impossibile: per quanto presto si cerchi di arrivare (no matter how soon (you may try to get there), ci sarà sempre un anziano (di solito più di uno) già lì ad aspettare. Come questo sia possibile, rimane ancora un mistero.
La cosa certa è che molti anziani vanno dal medico di base per diverse questioni, e sono anche molto mattinieri (morning people, early birds).
Alcune persone arrivano anche prima dell’orario di apertura per aggiudicarsi (win, grab) un posto ad un orario non troppo tardo.
Quindi, si attende il proprio turno nella sala d’aspetto (waiting room), dove di solito ci sono alcune sedie, un tavolino con delle riviste, dei quadri e musica soffusa (soft music). Gli anziani spesso chiacchierano tra di loro e a volte cercano di attaccare bottone (strike up a conversation) con i più giovani, che di solito guardano il cellulare. È anche molto comune trovare donne incinta (corretto: incintE – pregnant women) e magari qualche bambino con la tosse (coughing) accompagnato dai genitori o dai nonni.
L’attesa può durare anche alcune ore ed è quindi molto più lunga del tempo della visita in sé: le visite degli altri sembrano sempre eterne, mentre la propria sembra durare pochissimo.
Quindi, se dovete fare una visita dal medico di base, ricordatevi di portare con voi qualcosa per ingannare l’attesa (pass the time, literally “cheat the time”) il libro che state leggendo, il pc, un paio di cuffiette (earphones) per ascoltare il vostro podcast preferito. Non vi sto nemmeno a dire quale (I don’t even need to tell you which one).
E soprattutto, armatevi di tanta pazienza (arm yourself with a lot of patience)!
E voi? Siete mai stati dal dottore in Italia? Raccontateci come funziona nel vostro paese, se anche voi avete un medico di base e se anche a voi capita di aspettare ore ed ore prima di essere visitati.

A presto!


 

Ringrazio Erika per aver scritto e letto questo episodio e vi ricordo di riascoltarlo 3, 4, 5 volte per acquisire familiarità con tutte queste nuove parole ed espressioni. Vi consiglio anche di scrivervele da qualche parte oppure inserirle in un mazzo (deck) di flashcards. Poi quando ne avete la possibilità potete cercare di utilizzarle attivamente in una conversazione. In questo modo acquisirete padronanza attiva (active mastery) e non solo passiva di queste parole.
Io vi ringrazio ancora per l’ascolto e ci vediamo nel prossimo episodio. Ciao!

 

 

Intermedio, Podcast

Sei errori che gli stranieri spesso commettono – Intermedio #16


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano! Il video che voglio fare oggi riguarda alcuni degli errori più comuni, errori che sento più spesso quando faccio lezioni di italiano. Io nelle ultime lezioni ho cercato di segnarmi (make a note of, write down) su un documento tutti gli errori che gli stranieri fanno più spesso e oggi ve ne parlerò. Ho già fatto in passato un episodio solamente audio, senza video, che vi lascio in descrizione. Vi lascio il link in descrizione e potete andare a sentirlo. Oggi vi parlo di altri errori comuni.

 

1) Errori con la preposizione “per”

Il primo errore, in realtà una serie di errori che mi sono segnato, riguardano l’utilizzo della preposizione “per”. Molte persone per l’influenza dell’inglese dicono per esempio:

 “studio le lingue due ore per giorno” oppure “due ore per settimana”, “una volta per mese”, “una volta per anno”, cose di questo tipo.

Non si dice “per” in italiano, ma si dice “a” oppure “al”. Per esempio:

“faccio esercizio tre volte alla settimana”, “vado al mare 10 volte all’anno”, cose di questo tipo.

Quindi “per” (in inglese) si traduce “a”. Molte persone invece dicono un’altra cosa, ovvero:
“studio l’italiano per 5 mesi”, traducendo “I’ve been studying/learning Italian for 5 months”, ma in italiano “per 5 mesi” non ha questo significato. Dovremmo dire:

“studio l’italiano da 5 mesi” oppure “sono 5 mesi che studio l’italiano”, “registro/sto registrando un video da 5 minuti” oppure “sono 5 minuti che registro un video”,
ma non
“registro un video per 5 minuti”.
“Per” significa che qualcosa è finito, quindi “in passato ho imparato l’italiano per 5 mesi”, oppure “di solito imparo una lingua per due anni e poi inizio una nuova lingua”. Ricordatevi che noi in realtà possiamo anche omettere (omit) questo “per”, non è obbligatorio, quindi possiamo dire “ho studiato l’italiano da giovane 3 anni/per 3 anni”, “imparo una lingua 2 anni e poi passo a quella successiva”… non è obbligatorio il “per”. Tornando al primo errore, quello di “due ore per giorno, due ore per settimana”, in realtà se parliamo di ore e diciamo “due ore per giorno”, così non va bene, ma se diciamo “per due ore al giorno” in realtà diventa una frase giusta – quindi basta spostare (it’s enough to move) il “per” – che significa “for two hours a day” oppure “two hours a day”: “faccio esercizio per due ore al giorno”… che non è vero.


2) Viaggiare A un paese

Il secondo errore riguarda invece il verbo “viaggiare”. Molte persone dicono “viaggiare a Italia/viaggiare a un paese”, ma in italiano non diciamo “viaggiare” come “travel to a country”. Per noi viaggiare – innanzitutto è in un paese, “viaggiare in Italia” – ma noi intendiamo, con questo verbo, che viaggiamo all’interno dell’Italia, oppure viaggiamo per tutta l’Italia. “Ho viaggiato per il sud-est asiatico”. Non “viaggiamo a” nel senso “travel to”, perché diremmo semplicemente “andare in Italia”, oppure “voglio andare in Italia”,  “voglio andare in Spagna quest’estate”. Se diciamo “voglio viaggiare in Italia” si intende all’interno dell’Italia. Questa è la differenza: in spagnolo per esempio si dice “viajar a Italia”, in inglese “travel to”… Ricordatevi questa differenza!

3) Vado a imparare l’italiano!

Un altro errore che sento spessissimo, soprattutto dai parlanti di inglese, francese, spagnolo e portoghese è dire “vado a fare qualcosa”, nel senso “adesso vado a studiare” oppure “adesso vado… vado a uscire” o “vado a fare qualcosa”, nel senso “I’m going to study”, nel senso “studio tra poco”. “I’m going to go out tonight”, in italiano diremmo “stasera esco”, semplicemente. Non diciamo “stasera vado a uscire”. Quindi, per i piani che abbiamo tra qualche giorno, (come) “I’m going to go to the mountains”, noi non diciamo “vado ad andare in montagna”, ma diciamo “vado in montagna”. “Vado” in italiano quindi ha solo il significato di movimento, cioè ci spostiamo fisicamente. Quindi posso dire “vado a studiare” per esempio, se intendo che vado fisicamente, non so, in un caffè, oppure in un parco, oppure vado da qualche parte, mi sposto per studiare. Ma non significa che tra poco inizio.

4) Classe o lezione?

Un errore che sento spesso è utilizzare la parola “classe” per dire “class”. Allora, in italiano è un pochino diverso il significato di “classe”, rispetto all’inglese “class”, oppure in spagnolo “clase”. Molte persone dicono che fanno classi di italiano con me, ma io non direi mai “classi di italiano”, io direi “lezioni di italiano”, oppure “lezioni all’università/a scuola”, eccetera. Noi parliamo di “lezioni”. Ma che cos’è allora una classe? Beh, in Italia abbiamo un sistema scolastico in cui praticamente abbiamo le scuole elementari, le scuole medie, le scuole superiori: 3 gradi. In ognuno di questi gradi, noi siamo sempre con lo stesso gruppo di persone, quindi non è che abbiamo le lezioni di matematica con un certo gruppo, le lezioni di italiano con un altro gruppo, eccetera. Sono sempre le stesse persone, e questo è diverso in altri paesi. In italiano questo gruppo di persone si chiama “la classe”, quindi questo collettivo (group) è la classe. Quindi… se fate lezione con me state facendo lezione e non una classe.

5) Practice = praticare?

Un altro errore, che non è un errore brutto, un semi-errore, diciamo così, è l’utilizzo della parola “praticare” come “practice” in inglese… forse anche in spagnolo si dice, o in francese, ma in italiano noi non diciamo tanto “praticare” per dire “praticare una lingua”. Noi diciamo spesso “esercitarsi”, quindi questo è un po’ più difficile perché è un verbo riflessivo. Però, possiamo dire per esempio “quando si imparano le lingue bisogna esercitarsi”, oppure non so, “fare esercizio” anche si può dire: “bisogna fare molto molto esercizio”, oppure “fare pratica”. Quindi avete questi tre modi: “esercitarsi”, “fare esercizio”, “fare pratica”. “Fare esercizio” può essere anche esercizio fisico – è un’altra cosa – come “workout” o “exercise”, ma io non direi tanto “praticare”. “Praticare” si usa per altre cose, in altri contesti, come non so, “praticare la meditazione”, che si intende “svolgere una certa pratica”, no? Ma non significa “allenarsi, esercitarsi per migliorare”, sono due cose diverse. In inglese “practice” può essere sia praticare come “pratico la meditazione tutti i giorni”, ma può essere “practice” nel senso “lavoro duramente per diventare più bravo”. Quindi in italiano no, non si pratica la chitarra, ma ci si esercita a suonare la chitarra, oppure si fa pratica a suonare la chitarra, qualcosa del genere.

6) Preposizioni con sperare, volere e provare

E un altro errore che riguarda le preposizioni… in realtà non è un errore ma (sono) tre errori che riguardano i verbi “sperare”, “volere” e – qual è il terzo?? – “provare”. Quindi vi consiglio di memorizzar(li) e ditevi come un mantra “spero di, provo a, voglio (senza nulla)”. “Spero di vincere, provo a vincere, voglio vincere”. “Spero di mangiare, provo a mangiare – non so cosa voglia dire, ma… – voglio mangiare”. “Spero di arrivare in tempo, provo ad arrivare in tempo, voglio arrivare in tempo”. Prendete tanti verbi e dite, oppure scrivetevi magari da qualche parte, perché questo è un errore davvero che sento sempre… ed è normale, perché “hope to”, “want to”, eccetera, eccetera. Le lingue causano molta confusione per quanto riguarda le preposizioni. Ricordatevi queste tre preposizioni, esercitatevi con queste preposizioni… e noi ci vediamo nel prossimo video!



Ma prima di concludere questo, volevo dirvi che innanzitutto potete ascoltare quest’episodio come audio nel mio podcast, come sempre. Inoltre di recente ho pubblicato il mio podcast su Spotify, quindi se siete una persona che ascolta i podcast su Spotify, potete andare, cercare Podcast Italiano e lo troverete. Lasciate anche una recensione su Apple Podcast, cosìcché altre persone possano trovare questo podcast. Ah, vi ricordo che Podcast Italiano ha anche Instagram… è da un po’ che non parlo di Instagram, magari alcuni di voi non lo sanno, quindi podcast trattino basso (underscore in inglese) italiano (podcast_italiano) potete trovare alcuni video, brevi video che faccio, che magari vi possono piacere. Questo è davvero tutto per oggi, ci vediamo nel prossimo video! Ciao!

 

Intermedio, Podcast

I cinque errori più gravi nella lingua italiana – Intermedio #15 – VIDEO


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, oggi voglio parlarvi di cinque errori che in italiano sono considerati gravi, ovvero errori che a noi italiani fin dalla scuola ([ever] since primary school) elementare dicono che assolutamente non bisogna fare (meglio: “errori che a noi italiani dicono di non fare), che sono gravi e quindi sono molto stigmatizzati (stigmatized, condemned). Quegli errori che se sento io, oppure sente un altro italiano istintivamente penserà: “No, qualcosa non va bene, questo è un errore grave che non devi fare”. Quindi errori per cui c’è uno stigma molto forte.


1) A me mi

Il primo è “a me mi”.
Questa è una cosa che ci insegnano fino dalle elementari. “A me mi” in italiano non si dovrebbe dire. Perché non si deve dire? Perché” a me” e “mi” in teoria sono una ripetizione. Cioè, sono lo stesso pronome, uno in versione tonica e l’altro in versione atona, diciamo così. E quindi “a me mi” è un po’ come dire la stessa cosa due volte. In realtà questa è una cosa che molte persone fanno, ci sono esempi anche nella letteratura, ne “I promessi sposi” di Manzoni, uno dei libri più famosi della letteratura italiana. Inoltre vorrei anche dire che secondo me è soprattutto la prima persona che viene considerata sbagliata (which is considered to be wrong), perché per esempio “a lui gli” oppure “a noi ci”, “a voi vi” non sono così male.
È proprio “a me mi” e forse “a te ti” che vengono considerati errati e secondo me perché fin da piccoli ci dicono “a me mi” = (uguale) il male, non fate questo errore assolutamente.
Quindi… la cosa divertente è che in spagnolo “a mi me” è assolutamente corretto, quindi questa è l’arbitrarietà degli errori grammaticali.

2) Ma però

Il secondo errore sarebbe “ma però”, ovvero utilizzare sia “ma” sia “però” insieme, “ma però”. E la motivazione sostanzialmente è la medesima, la stessa, cioè “ma” e “però”
vogliono dire sostanzialmente la stessa cosa e quindi non si dovrebbero usare insieme.
Anche se molte persone usano “ma” e “però” insieme e io sinceramente non ci vedo nulla di male (I don’t see anything wrong with that), ma questa è una regola che qualcuno ha deciso.

3) Ho, hai, ha, hanno senza h

La terza regola è una regola in realtà più di ortografia (spelling), ovvero come scriviamo.
Quando abbiamo il verbo “avere” in italiano, come forse, immagino, saprete, le prime persone “ho”, “hai” e “ha”, così come anche la terza persona plurale “hanno” richiedono (require) l’acca (h). Ma l’infinito “avere” e la prima e seconda persona plurale “abbiamo” e “avete” non hanno nessuna “h”. Qual è il motivo di questa “h”?
Il motivo è che in latino h c’era. “Habere”. Si pronunciava anche, era “habere”, non come in italiano, “avere”, dove l’acca non esiste. In realtà potremmo anche non scriverla, però dato che la parola “o” senz’acca è una parola, la parola “ai” (preposizione articolata) è una parola, la parola “a” è una preposizione semplice e la parola “anno” è una parola (cioè, anno come “quanti anni hai?”), si è pensato, non so chi, ma in passato si è deciso (it was decided that) che bisogna lasciare l’h per distinguere il verbo da tutte queste altre parole.
In latino ovviamente “abbiamo” aveva l’acca (“habemus”), così come anche in spagnolo c’è l’acca nella parola hemos*. Però in italiano abbiamo deciso di tenerla solo in quei casi in cui potrebbe confonderci perché ci sono altre parole. Scrivere “io o”, oppure “lui a”, oppure, non so, “ce l’o” senza utilizzare l’acca è considerato un errore molto molto grave a scuola, ed è un errore molto stigmatizzato.

4) “è” senza accento

Stessa cosa per la terza persona singolare del verbo “essere”, “è”.
L’accento viene utilizzato solamente perché la parola “e” è una congiunzione. L’accento potrebbe anche indicare la pronuncia diversa in italiano standard, cioè “e” – “è”, ma in realtà questa pronuncia non è diversa in molti dialetti o in molti modi di parlare di italiano (intendo dire: in alcuni modi di parlare l’italiano i due suoni corrispondono) e quindi anche qui l’accento è soprattutto utilizzato per non confondere le due parole.

5) Errori con la “q”, “cq”, “qq”

Un altro tipo di errore in italiano o di errori sono tutti quelli che hanno a che vedere con (have to do with) l’utilizzo della “q” della “cq” o della “qq” perché se… forse non sapete, c’è una parola almeno in italiano che ha 2 “q” di fila. Ma a cosa serve la lettera q? Perché, per esempio, non possiamo scrivere “cuando” con la c in italiano? (come in spagnolo alla fine)
Beh, questo perché in latino quando avevamo il suono “k”, come quando, seguito dalla semi-consonante “w”, come “kwando”, “kwesto”, questo “w”, questo suono qua, che in italiano è una “ua”, oppure “ue”, “ui,” uo”… non so, per qualche motivo si decise in latino che questo suono doveva essere preceduto da una “q” (e non da una “c”), mentre la “c” veniva utilizzata per le altre parole, non so, per esempio “cantare”.
La “q” in realtà è abbastanza ridondante, potremmo tranquillamente non avere (we could just as easily not have) la “q” e nessuno morirebbe.
In italiano però ci sono delle parole in cui c’è questo suono, “kwa”, uno di questi suoni, “kwa”, “kwi”, “kwe”, “kwo”, però vediamo una “c”, come la parola “scuola”, oppure anche la parola “cuoco”.
Perché questa cosa? Beh, in latino queste parole non erano né scuola, né cuoco, ma erano “schola” e “cocus”, non c’era la “w”, “wo”, in nessuna di queste due parole e quindi in italiano per omaggiare (to pay homage to, to honor) in qualche modo il latino si è deciso di tenere (it was decided to keep) la lettera “c”.
Diverso è il caso di “acqua”. In “acqua”, che deriva dal latino “aqua”
in italiano è comparsa (appeared) una lettera… una consonante doppia, no? “Akkwa”.
E si è deciso per qualche motivo che per raddoppiare (to double) la “q” bisogna mettere una “c”, quindi “acqua” oppure “acquistare”. Sentite la differenza? Acquistare, non “aquistare”.
“Acquistare”. C’è una parola molto rara in italiano che sarebbe “soqquadro“, (che significa sostanzialmente disordine, “mettere a soqquadro” è come mettere in disordine) in cui c’è una doppia “q”. Ora non vi spiego l’origine, vi dico solo che
“soqquadro” deriva da “sotto quadro” e quindi quando ci sono queste parole, questi composti, queste parole che si fondono (they merge) come, non so, per esempio, “abbastanza”,
da “a” e “bastanza”, oppure “ebbene”, “siccome”, “seppure”, “soprattutto”, la consonante raddoppia in italiano, quindi per utilizzare la stessa regola di raddoppiamento, (raDDoppiamento) si è deciso di scrivere “soqquadro” con 2 “q”. È un’eccezione.

6) Errori con il congiuntivo

E infine l’ultimo errore che fa accapponare la pelle (that makes somebody’s skin crawl) agli italiani è l’utilizzo sbagliato del congiuntivo.
Allora il congiuntivo, sapete, è molto difficile, anche molti italiani lo sbagliano.
Ed è molto stigmatizzato, ci sono molti “grammar-nazi” che muoiono internamente quando sentono un congiuntivo sbagliato. Per loro un congiuntivo sbagliato rende un intero discorso invalido, cioè, uno può dire qualsiasi cosa ma se sbaglia un congiuntivo è un idiota, uno stupido.
Vi faccio un esempio, non so, l’errore forse considerato peggiore è quando abbiamo un verbo che regge (nella grammatica significa “è seguito da”), che necessita di un congiuntivo. Quindi, per esempio, “penso che sia”, “credo che sia”.
Se diciamo “penso che è”, oppure “credo che è”, molte persone che ci ascoltano – se siete stranieri non è un problema, vi capiranno, ma un italiano che dice una cosa del genere fa l’impressione di un idiota (comes across/looks like an idiot)

Un altro tipo di errore con il congiuntivo è utilizzare (intendo: quando utilizziamo) quello che sarebbe il terzo periodo ipotetico, ovvero “se io l’avessi visto glielo avrei detto”, non utilizzare tutte queste forme difficili ma usare l’imperfetto: “se lo vedevo glielo dicevo”. Questa è una cosa, in realtà, secondo me, percepita come meno grave, perché noi italiani la usiamo, forse più di quanto ce ne rendiamo conto e quindi è comune dire “se lo vedevo glielo dicevo”. È un modo molto più veloce per dire la stessa cosa ed è molto più facile . Quindi è comune, però viene considerato un errore. E un altro errore considerato molto grave, che riguarda il congiuntivo è l’utilizzo del condizionale al posto del congiuntivo, quindi dire per esempio “se avrei tempo” lo farei, al posto di “se avessi tempo lo farei”.
Tra l’altro devo ammettere che io ho fatto lo stesso errore. Nella descrizione di molti video c’è un punto in cui c’è la possibilità di farmi delle donazioni su PayPal e ho scritto “se avresti voglia potresti”, qualcosa del genere. Quindi anche a me succede. Adesso l’ho corretto, però in video vecchi c’è ancora questa cosa, quindi anche a me succede. Succede a tutti, è normale, non siamo delle macchine.


Tutti questi errori come vi ho detto sono molto stigmatizzati e sono sicuro che anche nelle vostre lingue ci sono errori così, stigmatizzati, che quando sentite una persona a dire una di queste cose pensate :O, è impazzito, oppure “è un ignorantone (boor, ignorant person), non sa parlare la propria lingua.
Ma vi voglio lasciare con questo pensiero, cioè: tutte le lingue evolvono.
Noi non parliamo il latino, cioè, se un latino ci sente (ci sentisse) parlare pensano (penserebbe*) che la nostra lingua sia un abominio (abomination).
L’italiano (di oggi) è diverso dall’italiano di duecento anni fa, così come lo è l’inglese, il francese, il giapponese, lo swahili.
La scrittura un pochino rallenta (slows down) questa evoluzione perché fa sì che ci sia un “bello stile” che è più lento a cambiare, ma in ogni caso la lingua è prima di tutto una cosa parlata ed è destinata a cambiare, e lo farà. È inevitabile. Come le nuvole cambiano nel cielo. E non migliorano né peggiorano, ma cambiano. È nella natura delle lingue.
Quindi da un lato penso che è (sia*) giusto che ci sia un bello stile, così come c’è una moda, c’è uno stile a cui dobbiamo adeguarci (that we have to conform to) quando andiamo a un colloquio di lavoro o quando parliamo in pubblico. È giusto che ci sia un bello stile, ma non dobbiamo dimenticarci* che gli stili, le mode cambiano e allo stesso modo le lingue cambiano, è nella loro natura. Quindi i nostri figli, i nostri nipoti parleranno in un modo diverso, che non è peggiore del nostro, così come il nostro modo di parlare non è peggiore di quello dei nostri genitori, dei nostri nonni, o di Dante Alighieri o di Shakespeare. Checché ne dicano i grammar-nazi (despite what grammar-nazis say)

Mi sono accorto nell’editing che il telefono aveva smesso di registrare.
Volevo solo dirvi che ringrazio per aver visto questo video. Vi chiedo di mettere “mi piace” o di iscrivervi se vi è piaciuto, se lo avete trovato utile. E ci vediamo nel prossimo video, che spero sarà molto presto. Grazie ancora e alla prossima. Ciao!