Categoria: Intermedio

La storia di Italo, capitolo 5 – Finale – Principiante #10


Download

Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4

Ciao a tutti. Benvenuti o bentornati su Podcast Italiano. Questo è il quarto capitolo de “La Storia di Italo”, una storia di livello principiante per chi impara l’italiano. La storia è scritta e narrata da me, Davide Gemello, ed Erika Porreca. La musica è scritta da me. Se non avete sentito il primo, il secondo, il terzo ed il quarto episodio, ascoltateli prima di ascoltare questo. Leggete anche la trascrizione e la traduzione di questo episodio in inglese su podcastitaliano.com.
Buon ascolto!



Esco dal negozio di sartoria con la testa piena di pensieri e domande. La più importante è: troverò mai mio padre? Non so nemmeno se vive ancora a Torino. Non so nemmeno se è vivo. Forse ho sbagliato tutto.
I leave the tailor’s shop, with my mind full of thoughts and questions. The most important of all is: will I ever find my father? I don’t even know if he still lives in Turin. I don’t even know if he’s alive. Maybe I got it all wrong.
Ho perso un po’ del mio entusiasmo, ma non voglio mollare. Prima di uscire dalla sartoria, Marta mi ha consigliato di cercare il nome Carlo Rastrelli sulla “guida telefonica”.
I’ve lost some of my enthusiasm, but I don’t want to give up. Before going out of the tailor’s shop, Marta recommended looking up the name Carlo Rastrelli on the phone book.

Entro in un bar, ordino un cappuccino – “un cappuccino per favore” – e chiedo se hanno una guida telefonica. Mi danno un librone che contiene nomi, numeri e indirizzi di tutti gli abitanti di Torino in ordine alfabetico.
I enter a café, I ask for a cappuccino – “a cappuccino, please“ – and I ask if they have a phone book. They give a me big book that contains names, phone numbers and addresses of all the citizens of Turin, in alphabetical order.

Apro la pagina della lettera R, cerco il nome Rastrelli: ci sono tre persone di nome Carlo Rastrelli che vivono a Torino. Copio su un foglio i numeri e gli indirizzi.
I open it on the letter R (?), I look for “Rastrelli”: there are three people named Carlo Rastrelli who live in Turin.

Improvvisamente, mi sento molto stanco. Voglio chiamare questi numeri, ma lo farò domani. Un po’ per paura di ricevere altri no, un po’ perché la giornata di oggi è stata già molto difficile.
Suddenly, I feel very tired. I want to call these numbers, but I’ll do it tomorrow. Both because I’m afraid to get more no’s and because today was a hard day.

Torno in albergo e, senza cenare, mi sdraio sul letto, sfinito. Quando mi sveglio, il giorno dopo, piove.
I go back to my hotel and, without eating dinner, I lie down on my bed, exhausted.
When I wake up the next day, it’s raining.

Torino è coperta da un cielo grigio e cupo, e questo peggiora il mio umore. Guardo i numeri e gli indirizzi che ho copiato dalla guida telefonica. Coraggio, mi dico.
Turin is covered by a grey, gloomy sky which worsens my mood. I look at the numbers and the addresses I copied from the phone book. Let’s do this, I tell  myself.

Dal telefono dell’albergo chiamo il primo numero della lista. Squilla, il mio cuore batte forte. Squilla ancora e il mio cuore batte ancora più forte. Nessuna risposta. Impreco.
Using the hotel’s telephone, I call the first number on the list. It’s ringing, my heart starts beating fast (right?). There’s no answer. I curse.

Chiamo il secondo numero. Risponde una voce femminile: “Si, pronto?” “Pronto, buongiorno, sto cercando il signor Carlo Rastrelli”
I call the second number. A female voice answers: “Hello?”
“Hello, good morning, I’m looking for Mr. Carlo Rastrelli”.

La voce della donna cambia tono, sembra preoccupata.
“No… non c’è in questo momento. Mi spiace, arrivederci”
“No, aspetti!” la prego. “E’ importante”
The woman’s tone changes, she seems worried.
“No.. he’s not home right now. I’m sorry, bye”
“No, wait!” I beg her. “It’s important!”

Inizio a spiegare la mia storia, che ormai so dire a memoria.
“Si, effettivamente Carlo ha lavorato alla Fiat per molti anni” mi conferma.
“Allora potrebbe essere lui!” dico felicissimo. “Quando posso richiamarlo?”
I start telling her my story, which I know by heart by now.
“Yes, Carlo did indeed work at Fiat for many years” she confirms.
“Then it could be him!” I say ecstatically. “When can I call him back?”

“Guardi.. forse sarebbe meglio parlarne di persona. Venga a casa, le offro un tè” mi risponde la donna, che ha detto di essere la seconda moglie di Carlo, quindi non mia madre.
La sua voce è tremante.
“Posso venire anche subito” dico.
“Look.. maybe it’d be better to talk about this in person. Come to my house, I’ll offer you some tea” replies the woman, who said she was Carlo’s second wife, so not my mother.
Her voice is trembling.
“I can come right away” I say.

Un’ora dopo, arrivo all’indirizzo che avevo trovato sulla guida. A Torino piove fortissimo. Suono il campanello. Mi apre una donna bionda, di circa 60 anni.
“Claudia, piacere”, dalla sua voce capisco che è con lei che ho parlato al telefono prima.
“Piacere, Italo”.
One hour later, I arrive at the address I had found on the phone book. It’s raining heavily in Turin. I ring the doorbell. A blonde woman who looks around sixty years old opens the door.
“Claudia, nice to meet you.” From her voice it’s clear it was her I was talking to on the phone earlier.
“Italo, nice to meet you.”

Ci stringiamo la mano, mi siedo sul divano e la donna mi offre del tè.
Poi, con franchezza, mi dice: “Carlo è scomparso”
Non posso crederci, chiedo spiegazioni.
We shake hands, I sit down on the couch and the woman offers me some tea.
Then, she says bluntly: “Carlo has disappeared”
I can’t believe it, I ask for an explanations.

Mi porge un biglietto, dove leggo una scritta in corsivo: “Perdonami. Carlo”
Sono sconvolto. Come è possibile?
“Dobbiamo cercarlo” dico, e Claudia è d’accordo con me.
“C’è una persona che voglio avvisare e che può aiutarci” mi dice poi.
“Chi?”
She hands me a note, where I read in cursive: “Forgive me. Carlo”
I’m shocked. How can that be?’
“We have to look for him” I say, and Claudia agrees with me.
“There’s somebody who I want to warn. She might help us” she adds.
“Who is that?”

“L’ex moglie di Carlo. Siamo in buoni rapporti, ho il suo numero e il suo indirizzo.”
“Come… come si chiama?” subito penso che se si chiama Paola, potrebbe essere mia madre.
“Paola”
“Carlo’s ex-wife. We’re on good terms, I have her number and address.”
“What’s.. what’s her name?” I immediately think that if her name is Paola she could be my mother.
“Paola”

Il mio cuore inizia a battere fortissimo. Sono emozionatissimo. Non voglio illudermi, ma ci sono tanti indizi a mio favore.
Claudia chiama subito Paola, che ci invita a casa sua.
Abita poco lontano. Con la macchina di Claudia arriviamo in fretta davanti al suo palazzo.
Prima di suonare il campanello, faccio un bel respiro. Poi un altro.
My heart starts beating fast. I’m so excited. I don’t want to delude myself, but there are many clues on my side.
Claudia promptly phones Paola, who invites us to her place.
She lives nearby. With Claudia’s car we arrive in front of her building very quickly.
I take a deep breath before ringing the doorbell. Then I take another one.

Paola apre il portone, saliamo le scale fino al terzo piano. Paola ci sente arrivare, apre la porta e la vedo. Non so spiegare in che modo, ma mi somiglia, mi somiglia moltissimo. Mi somiglia troppo. Sarà il naso all’insù, saranno gli occhi azzurrissimi e così simili ai miei.
Paola opens the gate, we walk up the stairs to the third floor. Paola hears us coming, she opens the door and I see her. I can’t explain how, but she looks like me, she looks so much like me. Too much. It might be her upturned nose, it might her light blue eyes that look so much like mine.

Anche lei è colpita nel vedermi.
“Sono… sono Italo” le dico. Sente il mio accento straniero, sente il mio nome, vede il mio viso.
Scoppia in lacrime e mi abbraccia.
She is also shocked to see me.
“I’m.. I’m Italo” I say to her. She hears my foreign accent, she hears my name, she sees my face.
She bursts into tears and hugs me.

Non c’è bisogno di spiegazioni, non c’è bisogno di parole. Ci stringiamo fortissimo, anche io inizio a piangere.

“Non ci credo, non ci credo…” dice Paola, anzi mia madre, tra i singhiozzi. “Ti ho aspettato, ti ho aspettato per così tanti anni… mi sei mancato tanto, tanto!”
There’s no need for explanations, no need for words. We hold each other tight and I start to cry, too.
“I can’t believe it, I can’t believe it” sobs Paola, I mean, my mother.

Non ho mai provato così tanta felicità nella mia vita. Anche il sole fuori  è tornato a splendere Piango ancora e rido come un bambino.
Sono così contento di averla ritrovata, di aver ritrovato mia madre.
I’ve never experienced so much happiness in my life. Even the sun is shining again outside.
I keep crying and laughing like a child.
I’m so happy I found her, my mother.

“Ti ho trovata, mamma”
“Sei ritornato, figlio mio”
Sono così contento che lei sia altrettanto felice. Non ci sono dubbi: è lei. Ci siamo riconosciuti immediatamente, e io ho sentito qualcosa scaldarsi dentro il petto. Anche lei, scommetto. La gioia di questo istante non si può descrivere a parole.
“I found you, mom”
“You came back, my son”
I am so happy that she is as happy as I am. There’s no mistaking it: it’s her. We recognized each other immediately and I felt something warm up in my chest. I bet she did, too. The joy of this moment cannot be described in words.

Dopo questo abbraccio, però, so che ci sarà un problema serio da affrontare: mio padre è scomparso, non sappiamo dove e non sappiamo perché.
After the hug, however, I know that there will be a serious problem to face: my father has disappeared, we don’t know where or why.

Ma per un attimo, nell’attimo di questo abbraccio, ogni problema smette di esistere. Mi sento solo felice e completamente al sicuro… il suo profumo e la sua pelle mi riportano improvvisamente alla mente abbracci dimenticati di quasi trent’anni fa. E, per un attimo, sembra che quel tempo non sia mai trascorso.
But for a moment, in the instant of this hug, all problems cease to exist. I just feel happy and completely safe… her smell and her skin suddenly bring back to my mind forgotten hugs of almost thirty years ago. And, for a moment, it seems as though all this time has never gone by.


 

D. Siamo dunque arrivati alla fine de ‘La storia di Italo’ e sono in compagnia di Erika. Se questo fosse un film questi sarebbero i titoli di coda, uno schermo nero con tutti i nomi che  hanno partecipato alla produzione. In realtà siamo solamente due (tre se aggiungiamo Elisa che ha partecipato e che voglio anche ringraziare). Voglio ringraziare voi ascoltatori che avete ci avete sostenuto nella creazione di questo progetto molto ambizioso, comunque creativo e originale per noi. Volevo ringraziare Erika che ha scritto la maggior parte della della storia. Volevo chiederti la tua esperienza, com’è stato per te cimentarsi in questo progetto?

E. Sicuramente molto divertente. Innanzitutto  scrivere la storia, che è una cosa che mi è piaciuto tantissimo fare, perché comunque bisognava inventarla da zero e bisognava creare i personaggi, bisognava scrivere in un italiano semplice (o almeno ci abbiamo provato).. insomma, bisognava fare tante cose che non avevo mai fatto, quindi è stato molto divertente. È stato anche divertente poi fare le varie voci, con più o meno successo, ma è stato è stato simpatico .

D. Scriveteci il vostro parere sulla storia, come vi è sembrata, sulla difficoltà dell’italiano, sulla nostra interpretazione, sulla musica, sugli effetti sonori, perché ci interessa per migliorare in futuro e adattarci alle vostre esigenze. Condividete questa storia con chi sta imparando l’italiano. Questo è molto importante per noi, perché personalmente questo il progetto di cui sono maggiormente orgoglioso. Vorrei anche chiedervi di lasciare delle recensioni su iTunes, perché queste ci aiutano molto. Menzionate ‘la storia di Italo’, scrivete che se volete imparare l’italiano e siete principianti potete farlo su Podcast Italiano.

E. E soprattutto ringraziate Davide per il lavoro enorme che ha fatto con la musica e gli effetti sonori. Ah, ragazzi ancora una cosa..

D. Ci stavamo dimenticando, Erika. Ci vediamo nella seconda stagione della storia di Italo. Ciao!

Intervista #15: Elissa, la canadese che ama l’Italia


DOWNLOAD

Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano. Io mi chiamo Davide e ho il sospetto (I suspectche ad ascoltare questa intervista non (ci) saranno solamente le persone che normalmente ascoltano questo podcast, ovvero persone che imparano l’italiano, ma probabilmente anche persone che sono effettivamente italiane. Dato che l’intervistata (the person being interview) di oggi, Elissa, è una ragazza canadese che vive in Italia da qualche mese, che impara l’italiano da qualche anno e che lo parla davvero davvero bene, e quindi ha impressionato molte persone (o sono una di queste) ed ha un pubblico prevalentemente italiano. Dunque se venite dal suo canale, ciao a tutti! Questo è un podcast per le persone che imparano italiano da stranieri. Se conoscete persone di questo tipo una cosa che potreste fare è mandargli questo podcast oppure questo canale Youtube, in base a dove state guardando o ascoltando questa intervista. Per tutte le persone che invece non hanno idea di chi sia Elissa: in due parole Elissa è una ragazza che si è innamorata dell’italia, che vive in italia, (più precisamente a Fano nelle Marche) con il suo ragazzo e ha molte cose interessanti da raccontare. Quindi io direi che taccio e lascio la parola a noi due del passato (I’ll let us from the past speak) e vi lascio ascoltare la nostra conversazione. Prima di fare questo però voglio ricordarvi che su podcastitaliano.com troverete la trascrizione intera di tutto ciò che abbiamo detto, quindi potete rileggere le nostre parole se non riuscite a capire qualcosa. Inoltre troverete anche la traduzione in inglese delle parole ed espressioni un po’ più ostiche, un po’ più difficili per voi. Ah e mi stavo dimenticando la cosa più importante, ovvero il canale di Elissa, che si chiama “It’s Elissa, not Alyssa”,  questo è il nome che usa anche sugli altri social. Ora taccio per davvero, bando alle ciance (without any further ado) e iniziamo.

Davide: Ciao Elissa, benvenuta su Podcast Italiano e grazie per aver accettato di prendere parte a questa intervista. Volevo chiederti per cominciare (soprattutto per far vedere o far sentire ai nostri ascoltatori il tuo italiano superlativo (excellent, superb)) di raccontarci la tua storia in breve, perché hai un video molto lungo in cui parli approfonditamente (in detail) della tua storia con l’italiano e di come di come adesso tu viva in Italia. Se puoi raccontarci in due minuti più o meno.. [questa storia]

Elissa: Ok. Praticamente.. vabbè, non parlavo l’italiano da piccola, poi sono andata all’università, quindi a 19 anni ho cominciato a studiarlo all’università e ho fatto tre anni di italiano e poi sono andata in Italia qualche volta. E niente, poi ho conosciuto* il mio ragazzo. Lui è italiano, quindi ovviamente mi  ha aiutato un sacco. E basta, adesso vivo in Italia. Questo era (meglio: erano) tipo 30 secondi, non due minuti. Ma vabbè, se no diventa troppo lunga la storia!

D: Mi è piaciuto molto il video in cui parli del fatto che tu sei ossessionata con l’italia (corretto: dall’Italia), del fatto che sei innamorata dell’italia e che questo può sembrare strano ad alcune persone perché soprattutto molti italiani… diciamo che a noi piace molto lamentarci di ciò che non va dell’italia, (e) spesso non ci rendiamo conto di ciò che invece è bello dell’italia. E non so, questo mi ha impressionato perché fa un certo effetto sentirlo da da uno straniero. Volevo chiederti appunto che cosa ti piace di più dell’Italia ma magari anche che cosa ti piace di meno.

E: Beh, quello che mi piace di meno forse è più facile.

D: Ok.

E: Forse è più facile rispondere a quella domanda solo perché è sempre quello… sempre che le cose… diciamo che non funzionano perfettamente, che…

D: I trasporti? (transport) La burocrazia?

E: Sì, la burocrazia. Tipo… non lo so, se devo… adesso devo prendere il permesso di  soggiorno (residence permit), perchè sono… ho il visto vacanza-lavoro (working-holiday visa), e quindi hanno detto che devo aspettare, non lo so, qualche mese prima di avere l’appuntamento. Invece in Canada è di solito una cosa più veloce. Quindi quello mi dà un po fastidio, che le cose non funzionano, che le persone possono essere più maleducatE*, invece in Canada diciamo sempre “scusa, scusa!”, “sorry, sorry” dappertutto. Questa è una cosa che, diciamo, che mi dà fastidio. A parte quello (meglio: questo) mi piace praticamente tutto. Poi per (meglio: per quanto riguarda) le cose che mi piacciono… mi piace il fatto che mi sento a casa, mi piace il fatto che l’Italia è piena di vita, mi piacciono le persone, perché le persone che ho incontrato (meglio: che ho conosciuto), che sono, come ho detto nel video, le persone, diciamo “brave”, le persone con cui vado d’accordo (get along well), per me è più facile (avere a che fare) con quelle persone. Tipo vado più d’accordo con quelle persone rispetto alle persone in Canada. Per me trovare una persona in Canada che mi piace molto, che con cui vado d’accordo non è facile. Quindi, diciamo, le persone… e tutto, ovviamente c’è la risposta tipica che è l’architettura, l’Italia è bella, c’è il mare, c’è tutto, c’è il sole, ci son le montagne, quindi ovviamente c’è anche quello (da tenere in considerazione), ma non è il motivo principale,  perché ci sono tanti paesi belli e non è solo perché è bella, perché c’è… come ho detto nel video, c’è qualcosa dentro di me che vuole stare in Italia, quindi perciò sono qua.

D: Quindi possiamo dire che è più una questione di mentalità, magari?

E. Forse.

D: Della mentalità delle persone o del modo in cui le persone, non so, parlano interagiscono tra di loro.

E. Sì sì sì, perché mi sento che io sono più così. (meglio: io mi sento più così / io mi sento di essere più così). Io sono più, diciamo, non so come dire… animata è una parola? Non lo so, drammatica.

D. Sì, ho capito.

E. Tipo… sono espressiva, insomma.

D. Beh, c’è la parola “solare” in italiano, una persona solare è una che lascia uscire tutte le sue emozioni.

E. Sì, quello. Quindi sono, diciamo, così. E in Canda dicono: “sei arrabbiata? C’è qualcosa che non va? Sei infastidita?”. E io dico: “No, sono così, sono solo espressiva”. E quindi in casa è sempre stata una cosa… diciamo sbagliata, quasi. Invece in Italia sono normale.

D. Sei normale [ride].

E. Posso star calma (I can calm down), sì. [ride].

D. Sì, sì. Invece tornando a una cosa che hai detto prima, mi interessa come argomento la differenza (tra) come vengono trattati i clienti in Italia e in America. Non solo i clienti, ma gli sconosciuti. Perché spesso si dice, appunto… e penso sia vero, io sono stato negli Stati Uniti solo una volta in vacanza, però penso che sia così in Nord America. Le persone sconosciute vengono trattate molto bene, no? Non si è parsimoniosi di (=ne usiamo tanti) sorrisi e di convenevoli (pleasantries). Com’è questo in Italia? Come hai visto (meglio: come hai trovato? come ti è sembrato?) l’atteggiamento…  tipo dei negozianti verso i clienti.

E. Beh, secondo me… non lo so, deriva dal fatto che secondo me gli  italiani sono più sinceri. Quindi in Canada per esempio siamo più gentili (o “polite”), specialmente in Canada e sorridiamo sempre, diciamo “ciao”, “come stai”, che è una cosa strana in Italia dire “come stai?” a una persona che non conosci. Invece in Canada lo facciamo sempre, anche se non vogliamo sentire la risposta lo diciamo lo stesso perché per noi è una cosa…  non lo so, è educato fare così. Invece in Italia la gente non ti sorride sempre, però quando ti sorridono sei più felice perché senti che è una cosa, diciamo, sincerA*. Però in Canada è vero che ti senti meno, diciamo, stressato quando… vabbè, perché ti sorridono,  ti dicono “ciao” (meglio: ti salutano), ma l’altra cosa che ho notato – non so se sono solo io o se è una cosa italiana o canadese – che io ho sempre paura di chiedere informazionI* al supermercato per esempio. Tipo se io devo chiedere dove è una cosa ho paura di chiedere perché non voglio dar fastidio. Invece il mio ragazzo e gli italiani in generale dicono: “ma perché non vuoi chiedere? Chiedi, sono lì per quello”. Tipo… gli italiani nei supermercati ti dicono dove le cose sono (meglio: dove sono/si trovano le cose), invece in Canada mi sento che sono (meglio: ho l’impressione che siano / mi sembrano) più infastiditi (annoyed), tipo… perché non hai controllato prima? Tipo, è una cosa molto strana per me entrare in un supermercato e non controllare per 5-10 minuti prima di chiedere. Quindi, questa è una piccola cosa, ma comunque è sempre quello. Quindi non lo so, diciamo che questo  potrebbe essere una cosa positiva in Canada, che siamo più gentili con persone che non conosciamo. Però, non lo so, quando una persona è gentile in italia mi sento che è (meglio: mi sembra che sia, mi dà l’impressione di essere) più sincera. Non è una cosa che fanno solo per essere educati, è una cosa che fanno perché vogliono farlo, e quindi potrebbe essere anche una cosa positiva. Forse in Italia è meglio, non lo so. È solo diverso, quindi ho dovuto abituarmi un po’ a questo perché sono abituata ovviamente al modo canadese.

D. C’è stato qualcosa che quando sei venuta o, magari, soprattutto quando ti sei trasferita in Italia – perché appunto vive in Italia da sei mesi, se non sbaglio?

E. Neanche, tipo 4 mesi.

D. Ah, 4 mesi, ok. C’è stato qualcosa, non so… (de)i  cosiddetti shock culturali?

E. Non penso, non così tanto. Tipo piccole piccole cose che, perché… non lo so, diciamo che qualcosa di italianO* c’è dentro di me, tipo nella mia cultura, diciamo. Per esempio, a casa mia in Canada c’è il bidet. Che non è una cosa normale in Canada solo che, vabbè a casa mia c’è perché abbiamo una cultura diciamo mediterranea, perché mia madre non è nata in Canada, per esempio. Mio padre si ma, però, abbiamo un po’ di questa cultura. Quindi diciamo che siamo un po’ canadesi, un po’ mediterranei.


Il bidet, orgoglio italiano

D. -nei.

E. Sì, quello [ride]. E quindi non è una cosa così strana, tipo quella sarebbe stata una cosa strana per me, vedere il bidet. “Ah, ma cos’è questo? Perché…” ma per me è una cosa normale. Quindi probabilmente non è così strano per me perché sono già abituata a certe cose. Piccole cose, come ho detto. Quando vai a comprare qualcosa non ti danno i soldi nella mano (meglio: in mano), lo (li) mettono nel… come si chiama?

D. In quel piattino (little plate).

E. Sì quello,  per me era un po’… confusa (meglio: ero un po’ confusa / questa cosa mi confondeva: non esiste una traduzione di “confusing”), perché ho messo messo la mano tipo così (fa il gesto della mano tesa), aspettando e non so, ero un po’ confusa.

D. Ti posso dire che io dopo 23 anni che vivo non ho ancora capito come si fa. Perché a volte anch’io tendo la mano (extend my hand) e a volte alcune persone te lo danno nella mano (meglio: in mano). A volte te lo mettono lì. È sempre un po’ imbarazzante come momento, non ho ancora capito qual è la… diciamo, “l’etiquette”,  il modo giusto di comportarsi in questa situazione sociale, quindi se lo scopri dimmelo.


Resto in un piattino

E. Sì. Comunque, non lo so,  non c’era nulla di negativo, a parte come ho detto la burocrazia, ma non è una cosa che puoi notare subito.

D. Sì, non è uno shock culturale. È più una… inefficienza.

E. Sì, non lo so. Mi sento che (meglio: mi sembra che) gli italiani sono più naturali, quindi visto che sono molto aperta, diciamo molto… mi piace parlare, mi piace raccontare le cose anche con persone che non conosco. Parlo un po’ con loro, tipo anche nell’ (all)’aeroporto. È interessante quando sei all’aeroporto, perché vedi subito la differenza. Vedi come sono i canadesi, poi vai in Italia e vedi come sono gli italiani in un giorno. Quindi ho notato che ha in Canada a volte… specialmente a Toronto, a Toronto l’aeroporto è un disastro. Erano molto molto maleducati (impolite), molto arrabbiati, diciamo. Il che per me strano, perché io mi aspetto una cosa diversa (meglio: mi aspetto altro) dai canadesi, mi aspetto persone più gentili. Invece sono andata in Italia ed erano (e lì erano davvero) tutti gentili. Quando dico queste cose gli italiani dicono: “Ma come gli italiani sono gentili?! Gli italiani sono questo, questo, questo…”. Gli italiani dicono spesso, da quello che ho sentito, che la gente italiana… che, non sono gentili, insomma.

D. Non so dipende, dipende… dipende dalle situazioni. Secondo me per quanto riguarda il rapporto con la clientela possiamo migliorare, però non lo so, è difficile dire in generale (se) gli italiani sono gentili oppure no, secondo me. Dipende molto dalle persone.

E. Infatti è difficile perché l’italia del Nord, del sud, è un’altra cosa. Non c’è una cultura, ci sono delle piccole culture e tutte queste culture insieme… perché non riesco a parlare in italiano?

D. Parli benissimo, sono sicura che se anche si stanno ascoltando in questi quindici minuti circa si staranno chiedendo: “Ma Davide, perché ci hai portato un’italiana, spacciandola (passing her off as) per canadese?” [ride]

E. Dai non credo. [ride] C’è una persona che ha commentato sul mio video e ha detto: “Ma questo è uno scherzo (joke), non è vero, non è vero che sei canadese”. Ho detto: “Cosa devo fare, farti vedere il mio passaporto? Non so…

D. Tu quando ti presenti  a una persona o quando parli con una persona che non conosci dici che sei canadese oppure [no?]…

E. Dipende. Tipo se mi dimentico una parola e poi potrei sembrare stupida dico subito: “Scusami (o “scusi”), non sono italiana”. Quindi se non so dire una cosa chiedo scusa in anticipo. Dico quello.

D. Metti le mani avanti (=finding an excuse or explaining something in advance to justify sth), come si dice in italiano.

E. Esatto, esatto. Ma dipende dalla situazione, tipo, se sono con il mio ragazzo di solito non lo dico subito perché parla lui, ma se sono da sola e mi dimentico una parola potrei sembrare molto strana, perché il mio accento è abbastanza accurato, quindi potrei sembrare italiana. E infatti ci sono persone che mi chiedono di dove sono ma dicono: “Ah, non sei marchigiana (una persona che viene dalle Marche) di dove sei?”. Ma non per dire che sono straniera, ma per dire che vengo da un’altro posto in Italia. Quindi potrei, se non mi senti per tantissimo tempo, potrei sembrare italiana. Quindi devo stare attenta anche con (a) quello, perché potrei sembrare maleducata oppure stupida, perché non so dire una cosa e la dico in modo strano ma ho buon accento. Questo (questa) è forse la cosa negativa di avere un accento… non lo so, diciamo…

D. Molto simile…

E. Sì, sì,  molto simile [a quello di un madrelingua] che non si sente subito. Però non so, non ho vissuto vissuto anni in italia, sono qua da quattro mesi, quindi ci sono delle cose che non ho [mai/ancora] dovuto dire perché ho parlato solo con amici. O se devo andare a parlare con una persona che non conosco e devo usare il (linguaggio) formale e forse non sono abituata, quindi a volte dico “scusi”, poi la seconda volta dico “scusa” perché mi confondo.

D. Sì. Beh, in quel caso specifico poi capisco come puoi confonderti perché sempre più spesso in italia adesso diciamo “scusa” quando… riferendoci (intendevo dire: rivolgendoci) a sconosciuti.

E. Ah sì?

D. Il che… secondo me questa è una tendenza che non era così in passato, cioè adesso è normale entrare in un negozio, soprattutto se parli con una persona… diciamo fino ai 39 anni, entrare e dire “scusa” oppure “ciao” e ricevere in risposta un “ciao”. È diventato secondo me normale e quindi capisco che puoi confonderti, ma anch’io mi confondo. O meglio, non so mai quando devo dare del lei (parlare usando la forma di rispetto), quando devo dare del tu (parlare usando la forma informale),dato che ormai i confini tra “tu” e “lei” sono un po’ confusi.

E. Sì, infatti quella è una cosa difficile per me che ancora devo…  quando sono al supermercato non so cosa dire. Tipo, devo rispondere, dicono “ciao”, [e io penso] “ma aspetta, lei ha 40 anni, quindi io non devo rispondere “ciao””. Perché per me se una persona mi dice “ciao” mi viene da rispondere “ciao” ma non si deve sempre far così.  Quindi dico:  “Aspetta, che ore sono? Devo dire “buongiorno”,  “buon pomeriggio”, “buonasera”…”. Mi confonde tanto perché se sono tipo le quattro… ma aspetta, le 4 è sera o giorno?

D. Anche perché poi “buon pomeriggio” non è che si usa così spesso, secondo me.

E. Esatto.

D. Sì usa spesso “buongiorno” al posto di “buon pomeriggio”.

E. Sì, sì.

D. Comunque queste sono le difficoltà dell’italiano, di cui magari parliamo un po’ dopo, perché volevo ancora chiederti se c’è qualcosa del Canada che ti manca in italia. Anche magari cose molto comuni, molto… diciamo “terra-terra”, cioè della vita quotidiana non so, cibo, bibite o non so… cose che non esistono qua.

E. Cibo no. A parte se voglio qualche schifezzA)* junk food.

D. Sciroppo d’acero? (maple syrup)

E. No, si può trovare, infatti l’ho comprato.

D. Ah, allora non è un problema. Forse c’è più diversità di prodotti in Canada visto che è un posto così multiculturale, che (dove) puoi trovare tantissime cose da ogni cultura. [Tutto] si trova. Ci sono anche negozi italiani, ovviamente, in cui puoi trovare prodotti italiani. Quindi la cosa che mi piace è che se un giorno voglio cucinare una cosa di un’altra cultura è molto facile trovarlA*, e invece qua non so quanto sia facile. E un’altra cosa… sì, prodotti, insomma, solo [i] prodotti, perché in Canada abbiamo tutti gli stessi prodotti… beh, quasi tutti gli stessi prodotti che ci sono negli Stati Uniti. Quindi se voglio una cosa lA* trovo subito, specialmente il trucco (make-up).  So che non ti interessa, ma comunque in italia non c’è nulla, veramente non c’è nulla. La cosa che mi confonde è che non  portano i prodotti migliori, tipo i prodotti che usano tutti e che dicono “questo è perfetto, questo è quello più buono”. Non portano quelli, portano quelli che fanno schifo (they suck). Questa è la cosa che non capisco. Quindi anche se non sono una persona che si si trucca ogni giorno, a volte quando esco lo uso. Quindi c’è quello (meglio: Quindi questo è uno dei problemi). di prodotti in generale… c’è più… posso trovare più cose anche se non lo trovo in (al) supermercato, non lo trovo di persona, online è molto più facile perché vabbè, vado su Amazon e basta. Invece qua devo… se non è sul negozio si può dire? Amazon store? Se non c’è sul (nel) negozio canadese sicuramente c’è su quello italiano. E invece in Italia se c’è su quello americano devo ordinarlo e poi quando arriva devo… tipo se voglio ordinare una cosa, anche se non è su Amazon ma su un altro sito, devo pagare per ricevere il prodotto. Questa una cosa che mi ha fatto molto confusione (che mi ha confuso molto/che mi ha mandato in confusione), perché io ho ordinato… vabè, ho ordinato qualcosa e ho speso 70 euro. Quando è arrivato m’han detto: “Devi spendere 60 euro per ricevere il prodotto”. Non vale la pena, l’ho mandato via. Perché non pago 60 euro solo per ricevere il prodotto che ho già pagato, per quello. Quindi, questa è una cosa che mi dà un po fastidio dell’Italia [ndr: a onor del vero si tratta di spese doganali quindi l’Italia non è colpevole], che se voglio trovare una cosa non è facile.

D: Ok. La domanda più importante forse di questo episodio. Pasta o pizza?

E. [ride] Questa è difficile! Non lo so… non posso decidere.

D. È la risposta giusta, questa! La risposta di una persona che…

E. Questo è troppo.

D. Questa è una risposta da vera italiana (“da” significa “che direbbe una, degna di una vera italiana), complimenti. Allora un tipo di pasta e un tipo di pizza, facciamo così, magari è più semplice.

E. Dico sempre qualcosa con il tartufo (truffle).

D. Ah sì? Allora devi venire qua in Piemonte, ad Alba che c’è il “Tartufo di Alba”.

E. Ah sì? Non lo so, ho provato… era un piatto di pasta col tartufo, non mi ricordo esattamente come si chiamava, ma l’ho mangiato qua a Fano e, oddio, era fantastico. Perché io faccio fatica a finire il mio piatto, ma [quella volta] ho finito tutto perché era così buono che anche se ero piena lo dovevo finire perché ero in paradiso. Quindi… e [per quanto riguarda la] pizzam non so se c’è una cosa (un tipo in particolare). Perché non mangio la pizza così spesso, mangio di più la pasta perché ovviamente posso far la pasta a casa….

D. Se mangi la pizza tutti i giorni diventi una mongolfiera! (hot-air balloon) [ride]

E. Esatto, quindi non ho provato tutto.

D. Volevo ancora chiederti, per quanto riguarda l’Italia – perché poi passiamo all’ italiano -, allora, tu hai girato l’italia, hai visitato molti posti in italia, avevi detto in un video che avevi visto molte città. C’è qualche consiglio di qualsiasi tipo, magari di posti o cose da fare, che esulano (fall outside of)... cioè, che non fanno parte dei tipici consigli per i turisti?

E. Sì… per me, non lo so, se ci sono canadesi, americani – non so chi sono le persone che stanno ascoltando in questo momento – se non sei italiano, insomma, cercate di non andare…  andate a Roma, andate a Firenze, andate a Venezia, ma non andate solo in quei posti, andate anche nei piccoli borghi (villages), andate nei posti piccoli, dove c’è l’Italia vera. Perché Roma è una cosa, un posto molto turistico, e anche altri posti come Venezia e Firenze. Ma la vera italia, anche,  si trova nei piccoli posti, nei piccoli borghi. Devi vedere le nonne…

D. Le nonne sedute sulle sedie al bordo della strada che sparlano (speak ill, speak behind somebody’s back) delle persone che passano.

E. Sì, perché non è una cosa che si trova in altri posti, specialmente in Canada. Quindi io dico, vai nei posti piccoli.

D. O gli anziani che giocano a bocce (boules), anche. Questa è una cosa molto italiana, credo.

E. Giocano a cosa?

D. A bocce.

E. Cos’è?

D. Non so come si dice in inglese, tra l’altro, e non so se esiste questo gioco [in Nord America]. Però gli anziani in italia amano andare in questi posti, non so, spesso nei parchi ci sono… questi luoghi che sono praticamente recintati (fenced – recinto = fence), questi rettangoli che praticamente contengono questi campi da bocce. Le bocce è questo gioco con queste palle che devi lanciare e devi far avvicinare ad altre palle, comunque non so se lo conosci. Se vedi anziani radunati a lanciare queste palle…

A. Aah! Come si chiama?! Non mi ricordo…

D. …sono le bocce questo.

Le bocce

Ci sono tanti stereotipi sugli anziani in Italia, uno è che giocano a bocce tutto il tempo. Secondo magari che guardano i lavori (construction), [sono] sempre lì a guardare il progresso, l’avanzamento dei lavori, e non so, magari che sparlano dei giovani appunto seduti al bordo, al ciglio della strada (side of the road), delle loro case.

E. Comunque niente, per me andare nei piccoli posti è la cosa più importante, è la cosa più bella che ho fatto, perché così si capisce l’Italia vera. Secondo me. Ovviamente Roma è una parte d’Italia, ma è una parte, non è tutto. Quindi se vuoi capire tutto, non lo so, andate un po’ al sud, un po’ al nord per vedere tutto, perché veramente è tutto diverso e in ogni piccola città trovi una cosa diversa, c’è un dialetto diverso, c’è un accento diverso. Ci sono tradizioni diversi… no… tradizioni diverse?

D. Giusto, giustissimo.

E. Sì!! Comunque quello.

D. Ok, e infine hai una… in inglese la chiamano “unpopular opinion”, non so, diciamo un’opinione che non corrisponde alla norma sull’Italia. C’è qualcosa che tutti dicono sull’Italia con cui tu non sei d’accordo?

E. Dipende, quello che dicono agli italiani o in generale?

D. Anche gli italiani. O in generale.

E. Non lo so. Ma non è una cosa così rara nel senso che è quello che sto per dire, che gli italiani dicono che tipo l’italia è…  non voglio usare parolacce ma… non so come dire ,tipo non c’è nulla qua.

D. [Non] è un paese per giovani?

E. Si, tipo dovete tutti andar via, non c’è nulla qua, non c’è un futuro qua, non c’è questo, non c’è l’altro… non lo so, è qualcosa che capisco, ma allo stesso tempo, se tutti andiamo, non andiamo, perché non sono italiana, ma se andate tutti via… tutti… cosa c’è? Ci sono (meglio: rimangono) solo stranieri, dopo. Quindi, questa è una cosa che mi dispiace, che ci sono tanti italiani che vanno via e se vanno via per sempre non ci sono più, non c’è nessuno qua, non c’è nessuno che è veramente italiano, quindi… questa è una cosa che mi dispiace perché non è il Canada, non è gli Stati Uniti, che sono posti multiculturali e sono sempre stati così diciamo, sono vabbè, sono così adesso e va bene così, perché siamo tutti diversi, siamo abituati, non abbiamo una cultura così profonda, si può dire… non lo so. Non abbiamo una cultura diciamo, quindi non c’è nulla da proteggere, dal punto di vista, se stiamo facendo un paragone all’Italia (meglio: con l’Italia), tipo la cultura italiana. L’Italia è un posto molto speciale, molto… non lo so, è difficile da vedere, non lo so, se sei deluso perché non trovi lavoro, non trovi questo, ci sono problemi, la politica… quindi capisco questa cosa, ma allo stesso tempo mi dispiace, perché… come facciamo a migliorare le cose se andiamo tutti via? Quindi…

D. Si, certo. Non so, io penso che da un lato sia comprensibile se un giovane vuole andarsene dall’Italia, perché, nel senso…

E. Certo!

D. Chi glielo fa fare (why on earth should they do it?) se ci sono tutti questi problemi? Dall’altro lato è apprezzabile (admirable) però anche la scelta di chi decide di rimanere, magari di, non so, sforzarsi di fare qualcosa per il proprio Paese che, non so, ha tanti problemi però tantissime potenzialità (potential), soprattutto in campo turistico, facciamo forse il 10% di ciò che potremmo fare, secondo me.

E. Sì, sì. Comunque non dico che è una cosa negativa andar via, perché io sono la prima che sono andata via, sono andata in Italia, quindi, forse perché in Canada non c’è una cultura, quindi non è che devo migliorare le cose in Canada, perché il Canada non avrà una cultura solo perché sto là. Invece se sono qua sono nel mio posto, diciamo. E comunque il mio ragazzo è andato in Australia, anche io sono andata in Australia con lui, quindi anche noi, diciamo, siamo andati via. E non è una cosa negativa, secondo me dovresti provare ad andare in posti diversi per vedere cosa ti piace, cosa non ti piace, se stai meglio in un altro posto… questa è una cosa positiva. Ma comunque non devi andar via solo perché la gente dice che l’Italia fa schifo, è quello il punto, che non devi vergognarti, perché, non lo so, mi chiedono spesso come vediamo l’Italia dall’estero e noi diciamo che prima di tutto è molto difficile trovare una persona che non è andata in Italia per (meglio: in) vacanza, perché è il primo posto. Come turismo andiamo sempre in Italia, dicono sempre che gli italiani sono gentili, sono, non lo so, è un posto bellissimo, c’è la moda, c’è questo, c’è l’altro… praticamente solo cose positive, ovviamente perché non sanno come è qua, non sanno quali sono i problemi… forse sanno un po’ della politica, ma comunque non sono stati qua, quindi è molto facile dire che le cose sono più belle. Ma è la stessa cosa con gli Italiani che vogliono andare negli Stati Uniti e dicono che è tutto bello, è tutto meglio, tutto funziona perfettamente… che non è vero.

D. Certo, poi è una visione idealizzata, ogni Paese ha i suoi pro e i suoi contro. Comunque, in ogni caso fa piacere da italiano sentire quello che dici, perché noi italiani spesso secondo me abbiamo un po’ un complesso di inferiorità (inferiority complex) e ci piace tanto criticarci…

E. Si

D. E criticare ciò che non va bene, però… non so, ci sono tante cose che vanno bene. Appunto il cibo, in un tuo video dicevi, sottolineavi l’importanza del cibo e di quanto sia importante e dicevi “magari per alcune persone può sembrare una stupidaggine (a stupid thing, nonsense), però in realtà non è una stupidaggine” e sono d’accordo su questo.

E. No, perché se mangi una cosa che non ti piace ogni giorno, tre volte al giorno, mangi una cosa che ti fa schifo…

D. O anche non salutare.

E. Comunque, cosa ti fa sentire in generale? Tipo se tu non mangi bene, e non sto dicendo mangiare tanto, ma sto dicendo mangiare, non lo so… roba fresca, ti senti anche male, ti senti… non lo so, ti senti che hai (meglio: senti di avere) meno energia e comunque il cibo ti può rendere un po’ felice, ovviamente non è l’unica cosa che ti rende felice, ma è una cosa che fai tre volte al giorno, anche forse (meglio: magari anche) di più. Quindi, se mangi una cosa che ti rende un po’ felice ogni giorno, in generale sei più felice, no? Quindi, anche se può sembrare una cosa stupida, cos’è la vita? Tipo il cibo è una parte della vita, è una parte della cultura… quindi secondo me non è una cosa stupida, solo una parte delle cose che possono renderti felice.

 


 

E su queste felici note culinarie (on those culinary notes) concludiamo la prima parte dell’intervista, dato che l’intervista è venuta molto, molto lunga, praticamente quasi un’ora e venti, ho deciso come ho già fatto in passato di dividerla in due parti e, appunto, la seconda parte sarà incentrata attorno (centered around) alla lingua italiana e come Elissa l’ha imparata, e faremo anche un quiz per vedere come se la cava con qualche domanda un po’ difficile, qualche “trabocchetto(trick questions), come si dice in italiano. Detto questo grazie per l’ascolto, ascoltate anche le altre interviste che ho fatto in passato, le trovate tutte su podcastitaliano.com, dove troverete, come ho già detto, l’intera trascrizione di questo episodio con la traduzione delle parole ed espressioni più difficili. Seguiteci su Instagram (podcast_italiano), su Facebook (Podcast Italiano) e su VK, se siete russi o parlate russo o utilizzate questo social, su Podcast Italiano – учи итальянский с итальянцем, ovvero “impara l’italiano con un italiano”, che spero sia quello che siete riusciti a fare ascoltando questa intervista e tutti gli altri materiali che preparo per voi. Questo per oggi è davvero tutto e ci vediamo nella seconda parte dell’intervista. Ciao!

 

 

Che cosa vuol dire “ospite” in italiano? – Intermedio #12

Benvenuti su Podcast Italiano. L’episodio di oggi sarà dedicato all’etimologia, un argomento che mi interessa molto. Infatti voglio parlarvi di una parola italiana interessante, la parola “ospite”.

“Ospite” in italiano ha due significati.

  1. La persona che ospita (in inglese “host”)
  2. La persona che viene ospitata. (in inglese “guest”)
    Vi dico subito che il secondo significato (quindi quello di persona ospitata) è molto più comune in italiano moderno.

Però esiste un grado di ambiguità (a degree of amibiguity). È possibile infatti trovare dei casi in cui l’ospite è la persona che ospita qualcuno (dunque “host”) in  espressioni come “famiglia ospite”, “paese ospite”, “ospiti premurosi(attentive, caring host). Facendo una ricerca su Google si nota come “famiglia ospitante” e “paese ospitante” siano decisamente più comuni di “famiglia ospite” e “paese ospite”, dunque questo è indicativo della tendenza (indicative of this trend, reflects this trend) della parola ospite a significare più che altrocolui che (he who – la persona che)  viene ospitato” (guest) e non “colui che ospita” (host). Però queste espressioni, in cui “ospite” significa “host”, sono comuni nella letteratura. Anche in biologia si parla di “organismo ospite” e “cellula ospite”, ovvero l’organismo al cui interno (inside of which) si sviluppa un altro organismo. Perché esiste dunque questa ambiguità?

È interessante andare a cercare l’etimologia della parola ospite. In latino esisteva la parola “hostis”, che inizialmente significava “straniero con diritti uguali a quelli dei cittadini romani“. C’era un rapporto reciproco (mutual relationship) tra il cittadino romano e il cosiddetto “hostis”, un rapporto di ospitalità. Io ospito il mio “hostis” e un giorno questo “hostis” ospiterà me. La parola “hostis” deriva  infatti dalla radice indoeuropea “Ghos-ti” (scusate per la mia pronuncia probabilmente sbagliata del proto-indoeuropeo), da cui deriva anche la parola inglese “guest“. E già nel proto-indoeuropeo, all’interno di “Ghos-ti” c’era questo rapporto reciproco.

Perfino la radice greca “xeno-” (che significa “straniero”) in parole come “xenofobia” è imparentata con “ghos-ti”.
In latino “hostis” però con il tempo venne a significare “nemico”. Uno straniero infatti poteva essere un nemico, pensate alle parole ostile (hostile), ostico (tough, difficult), osteggiare (oppose, thwart). O anche a un altro signficato delll’inglese “host”, il significato di “esercito” (anche in italiano tra l’altro c’è la parola arcaica “oste” che ha questo significato e deriva appunto da nemico, “hostis”). Si creò dunque un vuoto semantico (semantic void – non c’era più una parola che indicasse quella cosa).
 Il posto di “hostis” fu quindi occupato da una nuova parola “hostipotis“, composta da “hostis” (che in origine significava “straniero”, come abbiamo detto) e “potis” (signore, padrone – si pensi a “potere”, “potenza”, “despota”).  Dunque “hostipostis” era il “signore dello straniero”, “padrone dello straniero”. Per chi conosce il russo – so che ho molti ascoltatori russi gost’, ospite, persona ospitata) ha la stessa radice di hostis (ghos-ti) e Gospod’ (“Signore” in senso religioso, “Gesù Cristo”) e “gospodin” (“signore” come persona di sesso maschile) sono molto simili al latino “hostipotis”. “Hostipotis”, successivamente si riduce e diventa “hospes” e va a ricoprire il ruolo (fill the role) che aveva una volta “hostis”, prima che “hostis” assumesse il significato di “nemico”.”Hospes” era colui che dava ospitalità a uno straniero, a un forestiero (out-of-towner). Ma tra colui che  ospitava e colui che era ospitato si instaurava (si creava, was estabilished) un rapporto stretto: chi ospitava spesso ricambiava  in futuro l’ospitalità(returned the hospitality) Gli obblighi di ospitalità (hospitality duties) erano reciproci: e come abbiamo detto prima questa idea di reciprocità già esisteva nell’antica radice proto-indoeuropea “ghos-ti”. Di conseguenza anche in latino esisteva questa ambiguità e “hospes” indicava non solo il “padrone/signore dello straniero”, ma anche lo straniero stesso, perché lo straniero un giorno sarebbe diventato il padrone, colui che avrebbe a sua volta ospitato.

Dunque “ospite” deriva da “hospes”. Infatti nel passaggio dal latino alle lingue romanze i sostantivi entravano al caso accusativo, dunque per quanto riguarda “hospes”, prendiamo il caso accusativo “hospitem”. Si toglie la “m” finale e abbiamo “hospite”. L’h si perde, oppure rimane scritta ma di fatto non si pronuncia e abbiamo quindi l’italiano “ospite”, lo spagnolo “huesped” e il portoghese “hospede“. In francese invece si ha avuto una riduzione ulteriore e “hospite” è diventato prima hoste, oggi hôte. Vi ricorda qualcosa? Forse avete pensato a “host“, in inglese. Infatti “host” deriva proprio dal francese antico “hoste”, che derivava da “hospitem”, accusativo di “hospes”, che a sua volta aveva la radice “ghosti”. Dunque sia “guest” che “host” condividono la stessa lontana radice indoeuropea “Ghos-ti”, in cui era intrinseca questa idea di reciprocità ancora presente oggi in italiano e ancora di più in francese, dove questa ambiguità è molto forte. In spagnolo (huesped) e in portoghese (hospede) credo che questa ambiguità sia meno presente e che entrambe queste parole significhino principalmente colui che viene ospitato, come in italiano (ovvero “guest”).
Ma se ci sono ascoltatori di queste lingue potete lasciare un commento e dirmi come si usa questa parola.

Come già detto, anche in italiano moderno “ospite” è principalmente la persona ospitata. Per parlare del “host”, di colui che ospita,  preferiamo dire “il padrone di casa“, “l’amico/la persona che mi ospita“. Nello sport si parla di “squadra ospitante” e “squadra ospite”.  Sappiate però che, soprattutto nella letteratura, questa accezione compare.
Come avrete notato, l’etimologia è un argomento che mi affascina e di cui magari parlerò ancora in futuro. Se volete rileggere la trascrizione di quanto ho detto in questo episodio la troverete sul sito podcastitaliano.com. Detto questo grazie per l’ascolto e alla prossima!

Ciao!

Come usare correttamente “infatti”? -Intermedio #11


DOWNLOAD

Ciao a tutti. Benvenuti su Podcast Italiano, mi chiamo Davide e oggi vi parlerò di come si usa la congiunzione “infatti”. Ho notato che molti stranieri non utilizzano “infatti” correttamente, dunque oggi cercherò di spiegarvi l’uso corretto.
Partiamo da una prima considerazione. La parola “infatti” NON traduce l’inglese “in fact”. O almeno, non lo traduce quasi mai. Questo magari non è sempre vero, ma di regola è meglio non tradurre “In fact” con “infatti”.  “In fact” in italiano corrisponde a “in realtà”, “a dire il vero”.
Vediamo come si usa “infatti” in italiano, con alcuni esempi.

“Ieri non stavo molto bene, infatti sono stato a casa”
“Oggi piove, infatti non c’è nessuno per strada”
“Oggi fa davvero molto caldo, infatti la neve si sta sciogliendo”

Notate come l’ho usato? “Infatti” conferma ciò che ho detto e aggiunge delle informazioni. Queste informazioni sono una conseguenza logica della prima affermazione (statement)
“Fa caldo, quindi/infatti la neve si sta sciogliendo (is melting)“. “La neve si sta sciogliendo” è un’informazione in più, extra, che fornisco (which I’m providing), ed è una conseguenza logica del caldo.

Vediamo altri esempi simili che ci possono aiutare a capire come si usa:

“Il museo era molto interessante, infatti siamo rimasti 5 ore a visitarlo”
“La lezione era di una noia mortale (incredibly boring), infatti molti studenti dopo un’ora hanno iniziato ad andarsene”
“Sentendo il suo accento pensavo fosse tedesca, infatti mi ha detto che è di Dusseldorf”

In tutte queste frasi facciamo un’affermazione e poi aggiungiamo delle informazioni che sono una conseguenza logica. Se vogliamo trovare una parola inglese per tradurre “infatti” userei “indeed”, e non “in fact”.
“Infatti”, però, spesso non si usa come congiunzione tra due frasi, ma come risposta.  Ho confermato questo facendo una ricerca nelle mie chat di Whatsapp. È un modo interessante di vedere come uso in modo reale le parole. Vi faccio alcuni esempi.

“Oggi piove?”
“Sì, infatti non penso andrò al mare”

“Fabio non è venuto alla festa”
“Eh, ma infatti aveva detto che non sarebbe venuto”

“Hai ascoltato il nuovo episodio di Podcast Italiano?”
“Sì, infatti adesso so come si usa la parola “infatti””

In alcuni casi la parola “infatti” può essere usata come esclamazione (exclamation, interjection). Se conoscete l’inglese in questo caso è simile alla parola “Indeed!”

“Oggi il tempo è bellissimo, sarebbe bello fare una gitta. Peccato dover rimanere chiusi in casa a studiare”
“Sì, infatti!”

“Mi hanno parlato di questo film come qualcosa di fantastico (something fantastic), ma io mi sono un po’ annoiato a dire il vero”
“No, infatti io l’ho trovato molto noioso. Mi sono addormentato a metà”

“È meglio iniziare a pensare ai regali di Natale presto quest’anno, se no ci  dimentichiamo e dobbiamo comprarli all’ultimo (at the last minute)
“Eh, infatti. Domani compro i regali per i miei parenti”

Ok, spero abbiate capito come si usa “infatti”. Ora vediamo invece come NON si usa “infatti”, ovvero gli errori più comuni.

“Pensavo fosse spagnolo, ma infatti era tedesco”
Molte persone (straniere) usano “infatti” in questo modo ma non è giusto, perché un italiano qua direbbe:
“Pensavo fosse spagnolo, ma in realtà/a dire il vero era tedesco”. “Infatti” non si può utilizzare in questo modo.

“Le persone pensano che i pomodori siano una verdura, infatti sono un frutto”
Anche questo frase non è corretta, perché in italiano si dice:
“Le persone pensano che i pomodori siano una verdura, (ma) in realtà/a dire il vero sono un frutto”

Spero abbiate capito come NON si usa infatti.

Utilizziamo l’inglese per capire la differenza tra “in fact” e “infatti”, che spesso confonde gli stranieri secondo me. Spero non vi dia fastidio che uso un po’ di inglese. Prendiamo un mini-dialogo  inglese.

– Italian cars are supposed to be great.
In fact, they aren’t. They are horrible!

In italiano diremmo:
In realtà/A dire il vero non lo sono. Sono pessime!
Non diciamo “infatti non lo sono”, ma “in realtà non lo sono”.

– Italian cars are supposed to be great.
Indeed, they are! / They are indeed!

In italiano diremmo:
Infatti lo sono!”, “Lo sono, infatti!”

E dunque questo è il modo in cui si usa infatti.
Come abbiamo detto “infatti” è più simile a “indeed”. Non sempre però corrispondono al 100 %.
Inoltre “infatti” corrisponde alla parola “difatti“. Se sentite “difatti” potete sostituirla con “infatti”. Sono praticamente sinonimi.
Poi c’è una serie di parole simili che potrebbero confondervi, che sono”effettivamente”, “in effetti”, “di fatto”.
Però  questo episodio non può durare in eterno, dunque non parlerò di queste parole.

Prima di concluderlo però volevo, come spesso faccio, creare un dialogo in cui utilizzo le parole “infatti” e “in realtà”.

“Oggi è una giornata bellissima e sono costretto (I have to, I’m forced to) a studiare. Che tristezza (that’s so sad)
“Eh, infatti. Ti capisco, anch’io devo studiare per un esame”
“Tu però sabato e domenica vai in montagna, no?”
“No, in realtà rimarrò a casa alla fine, devo studiare troppo”
“Ah, capito. Sì, infatti mi ricordo che mi dicevi che non eri sicuro di andare. Ma invece una delle prossime sere ti va di (do you want to) prendere una birra?”
Sì, ci può stare (sure/we could do it/why not?). Le prossime sere dovrei essere libero. Potremmo andare al nuovo pub che hanno aperto in via Roma”
“Sì sì, infatti volevo andarci. Mi hanno detto che è molto economico”
“Ma, insomma.. in realtà le birre costano abbastanza care. Ci sono andato lo scorso sabato e ho pagato una birra media 6.50€, mi sembra ”
“Ah sì? Vabè, comunque ci sono molti locali (pubs, bars, clubs) belli da quelle parti.
“Sì sì, infatti. Tu come sei messo giovedì sera? (what about Friday evening)
“In realtà giovedì sera forse non posso, è l’unica sera della settimana che sono occupato. Tutte le altre dovrei esserci”
“Va bene! Comunque ci sentiamo per messaggio (by text). Ciao, buono studio!”
“Ciao, ci sentiamo  ”

Con questo dialogo, che spero vi abbia ulteriormente chiarito le idee (shed some light), concludo l’episodio di oggi. Spero ora sappiate come si utilizza “infatti” e la differenza tra “infatti” e “in realtà”. Vi ricordo ancora una volta: “infatti” non è “in fact” (se non fosse chiaro dopo 8 minuti di episodio :D).
Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per capire meglio l’argomento. Detto questo, grazie davvero dell’ascolto e alla prossima!
Ciao!

L’esperienza di non vedere – Intermedio #9


DOWNLOAD

Benvenuti su Podcast Italiano! Mi chiamo Davide e oggi voglio parlarvi di un’esperienza interessante che ho fatto recentemente. ma prima di incominciare vi ricordo  che su podcastitaliano.com troverete la trascrizione intera di questo episodio. Ok, incominciamo.
Qualche settimana fa sono andato a Genova con la mia ragazza. Dato che la giornata era nuvolosa, abbiamo deciso di guardare su TripAdvisor che cosa potevamo fare per passare il tempo. Ai primi posti abbiamo trovato qualcosa che sembrava interessante e che non avremmo mai trovato senza l’aiuto di TripAdvisor. Si chiama “dialogo nel buio” (conversation in the darkness). Per descrivere di che cosa si tratta vi do la descrizione che si danno loro stessi, ovvero “un percorso multisensoriale (che coinvolge i cinque sensi, multisensory) nell’oscurità che riproduce (simulates) situazioni e ambienti di vita quotidiana (daily life) che, in assenza della vista e della luce, dovranno essere riscoperti con gli altri sensi: olfatto (smell), tatto (touch) udito (hearing) e gusto (taste)“. Al leggere questa descrizione siamo rimasti piuttosto incuriositi (we were very intrigued) e abbiamo deciso di provarlo. D’altra parte se aveva così tante buone recensioni un motivo doveva pur esserci. Devo dire che non siamo rimasti delusi: è stata un’esperienza interessante e rivelatrice (eye-opening, pun not intended), in un certo senso. Infatti questo è proprio lo scopo di “Dialogo nel Buio”, far comprendere com’è la vita di una persona non-vedente, quali sono le sfide che devono affrontare quotidianamente e quali strategie possono utilizzare in un modo che è fatto per le persone che ci vedono.
La sede che ospita “Dialogo nel Buio” è una chiatta galleggiante (floating barge) che si trova all’estremo ovest del Porto Antico di Genova, dove si trova la Darsena (shipyard).

ce-dialogo-nel-buio-ph-merlofotografia-130514-9883

All’ingresso abbiamo dovuto lasciare tutto ciò che avevamo con noi, telefono, portafoglio, persino gli occhiali. Tanto, se non vedi niente, gli occhiali non servono a molto. Dopo qualche minuto di attesa abbiamo iniziato questa avventura nel buio: eravamo in pochi (there were few of us), io e la mia ragazza, due ragazzi italiani, una ragazza brasiliana e la nostra guida non-vedente. Dopo una zona di semi-oscurità pensata per far abituare gli occhi al buio (get your eyes accostumed to the darkness), siamo entrati nella vera e propria oscurità totale. Buio pesto (pitch black), come diciamo in italiano, ovvero non si vedeva proprio niente. Completamente nero tutt’intorno. L’esperienza consisteva nel camminare, cercando di capire dove ci trovavamo toccando le pareti (walls), il suolo, gli oggetti attorno a noi, capendo di che materiale erano fatte le cose e utilizzando l’udito, per capire dove si trovavano gli altri compagni e la guida, nonché (but also) per sentire i rumori della città. Gli ambienti infatti ricreano alcune zone reali di Genova, persino un autobus, su cui siamo saliti e che vibra e fa i suoni di un autobus vero. Cercare di trovare un posto a sedere (seat) senza vedere assolutamente niente vi assicuro che non è facile.
Alla fine la nostra guida ha assunto il ruolo (took on the role of) di barman e tutti abbiamo ordinato qualcosa da bere o da mangiare, utilizzando delle monete che ci avevano detto di tenere in tasca. Capire quali monete stessimo tenendo in mano (per non parlare di banconote) senza poter utilizzare la vista è davvero difficile.
Che dire, “Dialogo nel Buio” mi è piaciuto moltissimo e merita tutte le recensioni positive che ha. è un’esperienza che ti fa capire davvero quanto sia difficile la vita di una persona che non ci vede. Se siete a Genova vi consiglio caldamente (I highly recommend) di andarci. Ma se siete a casa vostra, una cosa semplice che potete fare è cercare di muovervi da una stanza all’altra ad occhi chiusi (with your eyes closed), utilizzando il vostro tatto e la vostra memoria per orientarvi. Probabilmente proverete un senso di impotenza (helplessness) e di incapacità (clumsiness, ineptitude). Non vi dico come mi sentivo impacciato (clumsy) e assolutamente incapace (unable) di fare qualsiasi cosa nella piena oscurità di “Dialogo nel Buio”. Per fortuna la nostra guida ci aiutava prendendoci per mano e dicendoci che cosa fare. Sono stato decisamente contento di poter rivedere la luce all’uscita dal percorso!
Spero vi sia piaciuto questo episodio del podcast. Se è così, vi chiedo di lasciarmi una recensione positiva su iTunes. Questo aiuterebbe molto il podcast e non vi costa che 2 minuti del vostro tempo.
Inoltre sul sito troverete la trascrizione di tutto quanto ho detto.
Dunque questo è tutto, grazie dell’ascolto e alla prossima!

Caparezza, rapper italiano – Intermedio #8


DOWNLOAD

Bentornati su podcast italiano, il Podcast per imparare l’italiano in maniera naturale utilizzando contenuti autentici. Troverete la trascrizione di questo episodio sul sito podcastitaliano.com o nella descrizione di questo episodio, nell’applicazione che utilizzate per ascoltare podcast sul vostro telefono.

Mi chiamo Davide e nell’episodio di oggi ho deciso di parlare di musica, di un artista che mi sta molto a cuore (is close to my heart) che si chiama Caparezza. Caparezza è un rapper pugliese (viene dalla Puglia), di quasi 44 anni – tra l’altro tra pochi giorni, compirà 44 anni dunque non è più un giovanotto (he’s not a young boy anymore). È un rapper, ma un rapper atipico, nel senso che il suo stile è molto diverso dalla maggior parte degli altri rapper mainstream. Premetto che (Let me start by saying) io non sono un intenditore (connoisseur) di rap e a dire il vero non mi piace molto il rap come genere musicale. A me piacciono di più altri generi come il rock e il metal, diversi generi.. il rap non è esattamente il mio genere preferito, nonostante ci siano alcuni artisti italiani e stranieri che ascolto. Ed è proprio per il fatto che Caparezza è un rapper atipico, diverso dalla maggior parte degli altri rapper, che a me piace così tanto. Si distingue (he stands out) da tutti gli altri – o se non da tutti (perché, come ho detto, non me ne intendo molto di rap) dalla stragrande maggioranza (vast majority) di loro. In che cosa si distingue Caparezza dagli altri rapper?

covercapaev

Beh, innanzitutto il genere musicale, perché Caparezza fa ampio uso (often uses) di chitarre elettriche, di diversi strumenti, diverse sonorità (sounds), diversi stili. Molto spesso, appunto, ci sono chitarre elettriche, dunque la musica ha contaminazioni rock (rock influences). Ma non solo rock, perché ci sono canzoni che hanno sonorità degli anni 80, 70, 60; Caparezza sperimenta (experiments) molto con lo stile della sua musica e questa è una cosa che io adoro, perché ogni volta che ascolto un suo nuovo disco non so cosa aspettarmi (I don’t know what to expect) dalle sue canzoni. Ogni canzone è una vera sorpresa dal punto di vista musicale.

La seconda ragione che lo distingue dalla maggior parte degli altri rapper sono i temi trattati (topics covered) nelle sue canzoni. Perché molto spesso nel Rap ci sono cliché, i tre cliché principali sono il sesso, la droga e soldi. Caparezza si distanzia (stays away) il più possibile da questi temi e tratta temi completamente diversi. È difficile dire di cosa parli, perché parla davvero di qualsiasi cosa. Nelle sue canzoni ci sono riferimenti (references) letterari, riferimenti culturali, musicali, cinematografici (relating to films), può parlare di politica, può parlare di mitologia, può parlare di tantissime cose. Pensate che il suo sesto e penultimo (second to last) album è un concept album basato sulle opere d’arte, su quadri (paintings). Ogni canzone è ispirata da un quadro da cui lui parte per parlare di qualcos’altro. Questo è qualcosa che non penso nessun altro rapper, almeno in Italia, abbia mai fatto. Qualcosa di molto innovativo. Infatti non è facile cogliere tutti i riferimenti (grasp all the references) presenti nelle sue canzoni, perché bisogna avere una grande cultura per poterlo fare. Al primo ascolto viene colta una piccola percentuale – almeno io colgo una piccola percentuale dei riferimenti che fa Caparezza nel testo della canzone. Solamente cercando su internet, oppure utilizzando per esempio il sito Genius.com, in cui una comunità di persone spiega ogni verso  della canzone (line of the song).. solo in questo modo (this is the only way) si possono cogliere tutti i riferimenti inseriti o nascosti nel testo di una canzone, che sono davvero tantissimi.

c_2_articolo_3094407_upiimagepp

Il terzo punto è il timbro, la voce che usa Caparezza quando canta, Il timbro vocale (voice, vocals), che per alcune persone è fastidioso e penso che quello fosse l’intento (intention) di Caparezza quando decise di cantare in questo modo. È un timbro unico che, appunto,  a molti non piace ma è il suo marchio di fabbrica (trademark), per così dire. A questo proposito penso sia più semplice farvi ascoltare un estratto di una sua canzone. Non preoccupatevi se capite poco o niente perché anche per noi italiani è difficile capire i testi, perché il linguaggio è complicato e ci sono molti riferimenti non immediati da capire. Vi riprodurrò un estratto (I will play an excerpt) dal pezzo “Mica Van Gogh” che appartiene al concept album di cui vi parlavo, basato su sull’arte, sui quadri. In questo pezzo Caparezza paragona Van Gogh, che era considerato pazzo, con un uomo o un ragazzo moderno, e mostra come quest’ultimo (the latter) sia più pazzo di quanto lo fosse Van Gogh.
Buon ascolto!

Prima di dare del pazzo  a Van Gogh (calling Van Gogh crazy) sappi che lui è terrazzo (terrace), tu ground floor
Prima di dire che era fuori di senno (out of his mind), fammi un disegno con fogli di carta e crayon
Van Gogh, mica quel tizio là, ma uno che alla tua età, libri di Emile Zola
Shakespeare nelle corde (familiar with, right up his alley)
Dickens nelle corde
Tu, leggi manuali (user’s guides) di DVD Recorder
Lui, trecento lettere, letteratura fine (fine literature)
Tu, centosessanta caratteri, due faccine (smileys), fine (that’s all)
Lui, London, Paris, Anvers
Tu, megastore, iper, multiplex
Lui, distante ma sa tutto del fratello Teo
Tu, convivi (live together) e non sai nulla del fratello Tuo
Lui a piedi per i campi, lo stimola
Tu, rinchiuso con i crampi (holed up with cramps) sul Tapis Roulant
Beh, da una prima stima (on a first estimation) mio caro ragazzo
Dovresti convenire (agree) che
Tu sei pazzo
Mica (Not) Van Gogh
Tu sei pazzo
Mica Van Gogh

Dunque questa era la prima strofa (verse) di “Mica Van Gogh”. Non intendo spiegarvi verso per verso (line by line) il significato di questa strofa, anche se è qualcosa che potrei fare in episodi successivi. Potrebbe essere un’idea interessante prendere una canzone e spiegare il significato di ogni verso della canzone, e magari spiegare alcune espressioni contenute nella canzone che possono essere complicate a livello di linguaggio per uno straniero che impara l’italiano.

Ma non è quello che voglio fare in questo episodio del podcast, perché verrebbe troppo lungo (It would be too long) Volevo solo darvi un’idea di chi è Caparezza, dello stile  (anche se è difficile parlare di stile perché ogni canzone ha un suo stile proprio) anche per farvi sentire come canta e per spiegarvi semplicemente chi sia Caparezza.

Ho deciso di parlarvi di lui, uno (meglio dire: prima di tutto, first of all) perché è uno dei pochi artisti italiani che ascolto; non ascolto molta musica italiana a dire il vero. A volte gli stranieri mi chiedono consigli (recommendations) di musica italiana e io non ne ho perché non ascolto molta musica italiana, non ascolto pop italiano praticamente. Caparezza è uno dei pochi artisti italiani che ascolto.

E il secondo motivo è perché è appena uscito il settimo disco che si chiama Prisoner Seven o Nine. Il titolo e le canzoni rientrano in (form part of) un Concept album molto interessante e come ho detto Caparezza osa (dares) fare cose che molti altri artisti non fanno e nella scena rap direi che è unico in questo. Inoltre Caparezza suonerà a Torino a inizio dicembre e andrò a vederlo. Sono andato a vederlo una volta nel passato qualche anno fa e mi è piaciuto davvero moltissimo.

In conclusione vi faccio sentire un altro estratto di un pezzo (song=canzone) che a me piace molto, un singolo che penso molti italiani abbiano sentito. Anche questo del 2014 dall’album “Museica”, quello che parla di quadri in sostanza. Questo pezzo si chiama “Non me lo posso permettere” e questo pezzo è stato passato alla radio (aired on the radio) per un certo periodo. Anche in questo caso troverete la trascrizione di questo estratto del pezzo. Non vi preoccupate, lo ripeto, non vi preoccupate se capite poco o non capite proprio niente perché è assolutamente normale. Il linguaggio non è affatto facile. Detto questo buon ascolto questa è la prima strofa di “Non me lo posso permettere” di Caparezza.

4d7bc136b464a015aa6df5268228ec87-420x420x1

Come medico non posso farmi un tattoo sulla faccia, non me lo posso permettere (I can’t afford it)
Come donna ho peli (hair) sulle gambe e le braccia e non me li posso permettere
Quando supero gli ‘anta (after 40 years of age, quarANTA, cinquANTA, ecc.) metto su panza (I get fatter), lascio i capelli sul pettine (on the comb) 
Vorrei provarci con te (hit on you), ma ho la faccia da rettile, non me lo posso permettere
Pensioni come i senatori non me le posso permettere
Stasera niente cena fuori, non me la posso permettere
E tra l’altro qui passano i mesi ma non ho riscosso (earned) per niente, man
Era meglio la Roma dei sette re, di un futuro che fa bubu settete (peekaboo!) 
Non me lo posso permettere, non me lo posso permettere
Non me lo posso permettere… Quindi ti dico di no!

Non me lo posso permettere, non me lo posso permettere
E non ci devo riflettere (I don’t have to think about it), te lo dico a chiare lettere,
Non me lo posso permettere… Quindi ti dico di no!

Grazie di aver ascoltato Podcast Italiano. Troverete la trascrizione di quest’episodio nella descrizione dell’ episodio sull’applicazione di podcast che usate per ascoltarlo o sul sito podcastitaliano.com. Grazie di nuovo e alla prossima.

Ciao!

 

Nuovo formato e nuovi incontri – Intermedio #7


DOWNLOAD

Bentornati su podcast italiano. Mi chiamo Davide ed è da molto tempo che non mi sentite. È da molto tempo che non registro podcast. Ci sono delle ragioni per questo: una delle quali è che mi sono laureato (I graduated) a luglio, mi sono laureato in Mediazione Linguistica (traduzione e interpretariato), dunque ho lavorato alla tesi. Ma mentirei (I would lie) se dicessi che quella è la ragione, l’unica ragione, la ragione principale. La vera ragione è che sono stato abbastanza pigro e che ho avuto anche un calo di motivazione (decrease in motivation) nel lavorare su questo podcast; ma la mia intenzione è di riprenderlo (get back on it) e di cambiare un pochino le cose per trovare un modo di far funzionare, per trovare un modo che che mi permetta di creare più episodi. E una cosa che voglio provare, che sto facendo in questo episodio, è parlare senza scrivere uno script e semplicemente dire ciò che mi passa per la testa(pops into my head) e quindi editarle. Ovviamente con un tema, parlare di qualcosa che voglio raccontare – e editare togliendo tutti gli “hmm” oppure le pause, che possono essere un po’ fastidiose per l’ascoltatore. La mia intenzione è questa perché a me non piace molto scrivere e mi sono reso conto che scrivere un episodio del podcast per me è un ostacolo, perché apro un file vuoto di Word e mi passa subito la voglia (I lose the will to) di lavorare, di scrivere qualcosa e a volte non ho nemmeno idee su cosa scrivere. Ovviamente quello che sto facendo adesso – questo formato in cui semplicemente parlo – è possibile se il tema non è un tema per il quale devo fare un lavoro di ricerca, non devo cercare informazioni, perché in quel caso dovrei scrivere un vero e proprio testo di ciò che voglio dire. Ma per quanto possibile (as far as possible) vorrei provare a fare episodi di questo tipo, in cui semplicemente parlo e dico ciò di cui voglio parlare e successivamente faccio la trascrizione. Una possibilità è quella di iniziare anche a fare dei video – questa è una cosa che magari proverò in seguito – per questo episodio intendo semplicemente parlare.

In questo episodio vorrei parlare di una cosa che ho fatto recentemente, ovvero ospitare un mio amico russo. Anzi due miei amici in realtà – io conoscevo solo uno di loro. Questo mio amico è Artem Nazarov, è russo, siberiano, viene dalla città di Novosibirsk. Grazie a lui ho avuto diverse visite al podcast. Artem è un poliglotta, ovvero parla molte lingue, tra queste l’italiano, e ci conosciamo da almeno tre anni. Lui mi ha aggiunto su Facebook, mi ricordo, e abbiamo iniziato a praticare le nostre lingue – soprattutto l’italiano e il russo – e finalmente abbiamo avuto l’opportunità di incontrarci dal vivo (in real life), che è una cosa molto particolare (false friend: peculiar). Vedere che una persona con cui parli da diverso tempo (ma solo attraverso Skype) esiste in carne ed ossa (in the flesh), è una persona che esiste davvero, è qualcosa di molto particolare. Sono stato molto contento di incontrare Artem e il suo amico Dima, anche lui di Novosibirsk, e abbiamo girato per Torino,  gli ho fatto vedere i luoghi più importanti della città. Artem e Dima sono in Italia per un mese e sono sicuro che impareranno moltissimo l’italiano. Ed è una cosa sicuramente bellissima se imparate l’italiano o qualsiasi lingua, è molto bello poter visitare il paese dove si parla e poter passare un periodo di tempo così lungo, come un mese, per poterne vedere molte città e luoghi. L’Italia un paese che ha luoghi molto diversi l’uno dall’altro: il nord è diverso dal centro che è diverso dal sud. Dunque sicuramente sarà molto interessante per loro e Artem che impara l’italiano sicuramente ne otterrà un grande vantaggio (will benefit a great deal from it). Tra l’altro se mi seguite proprio grazie a lui vi ringrazio; abbiamo registrato un video multilingue che credo uscirà sul suo canale di Youtube e probabilmente verrà postato anche sulla sua pagina di Vkontakte, che, se non sapete di cosa sto parlando, è il social network russo dove Artem ha una pagina chiamata Yaziki, che in russo vuol dire “lingue”. Ma se non siete russi e non vi interessa tutto questo non importa.

1lk-geoqdms
Io e Artem a casa mia, dopo esserci incontrati per la prima volta

Volevo solo sottolineare quanto sia bello e quanto sia arricchente (enriching) poter incontrare.. avere innanzitutto un amico con cui poter praticare una lingua straniera anche se non tutti i giorni – perché io in realtà con Artyom parlavo non molto spesso, magari una volta al mese ma magari anche meno a volte. Però comunque ogni tanto ci parlavamo. Poter finalmente incontrare una persona dal vivo è qualcosa di molto bello e soprattutto una persona come lui, che davvero ti infonde motivazione (inspires, provides motivation) e mi ha dato volontariamente o involontariamente motivazione nel continuare a imparare il russo, che studio da tre anni, ma anche tutte le altre lingue che conosco. Dunque abbiamo passato due giorni e mezzo molto belli, abbiamo camminato molto, abbiamo visto molti luoghi a Torino che è la mia città natale (hometown) e spero che apprezzeranno il resto delle città e dei luoghi che visiteranno in Italia e le conoscenze che faranno (the acquaintances they will make) nel mio paese.

Artem.jpg
Io, Artem e Dima che mangiamo focacce genovesi

Quindi gli auguro buona fortuna (I wish them good luck) e direi che concludo qui questo episodio, anche di prova, perché come vi ho detto voglio provare questo nuovo formato in cui parlo senza aver pensato a cosa dire. Penso che questo potrebbe essere un formato interessante nel futuro, appunto, perché come vi ho detto a me non piace molto scrivere ed è una barriera mentale dover pensare di scrivere un episodio.

Detto questo grazie per l’attenzione e ci vediamo nel prossimo episodio, che spero non sia tra 6 mesi. Spero di trovare maggiore continuità (be more regular), che mi è un po’ mancata. Grazie a tutte le persone che hanno detto che il mio podcast li aiuta con italiano. Intendo produrre più materiale, più contenuti, ma il primo passo è trovare una regolarità. Dunque questo è quello che intendo fare adesso.

Grazie di nuovo per l’attenzione e alla prossima. Ciao!