Categoria: Intermedio

Che cosa vuol dire “ospite” in italiano?

Benvenuti su Podcast Italiano. L’episodio di oggi sarà dedicato all’etimologia, un argomento che mi interessa molto. Infatti voglio parlarvi di una parola italiana interessante, la parola “ospite”.

“Ospite” in italiano ha due significati.

  1. La persona che ospita (in inglese “host”)
  2. La persona che viene ospitata. (in inglese “guest”)
    Vi dico subito che il secondo significato (quindi quello di persona ospitata) è molto più comune in italiano moderno.

Però esiste un grado di ambiguità (a degree of amibiguity). È possibile infatti trovare dei casi in cui l’ospite è la persona che ospita qualcuno (dunque “host”) in  espressioni come “famiglia ospite”, “paese ospite”, “ospiti premurosi(attentive, caring host). Facendo una ricerca su Google si nota come “famiglia ospitante” e “paese ospitante” siano decisamente più comuni di “famiglia ospite” e “paese ospite”, dunque questo è indicativo della tendenza (indicative of this trend, reflects this trend) della parola ospite a significare più che altrocolui che (he who – la persona che)  viene ospitato” (guest) e non “colui che ospita” (host). Però queste espressioni, in cui “ospite” significa “host”, sono comuni nella letteratura. Anche in biologia si parla di “organismo ospite” e “cellula ospite”, ovvero l’organismo al cui interno (inside of which) si sviluppa un altro organismo. Perché esiste dunque questa ambiguità?

È interessante andare a cercare l’etimologia della parola ospite. In latino esisteva la parola “hostis”, che inizialmente significava “straniero con diritti uguali a quelli dei cittadini romani“. C’era un rapporto reciproco (mutual relationship) tra il cittadino romano e il cosiddetto “hostis”, un rapporto di ospitalità. Io ospito il mio “hostis” e un giorno questo “hostis” ospiterà me. La parola “hostis” deriva  infatti dalla radice indoeuropea “Ghos-ti” (scusate per la mia pronuncia probabilmente sbagliata del proto-indoeuropeo), da cui deriva anche la parola inglese “guest“. E già nel proto-indoeuropeo, all’interno di “Ghos-ti” c’era questo rapporto reciproco.

Perfino la radice greca “xeno-” (che significa “straniero”) in parole come “xenofobia” è imparentata con “ghos-ti”.
In latino “hostis” però con il tempo venne a significare “nemico”. Uno straniero infatti poteva essere un nemico, pensate alle parole ostile (hostile), ostico (tough, difficult), osteggiare (oppose, thwart). O anche a un altro signficato delll’inglese “host”, il significato di “esercito” (anche in italiano tra l’altro c’è la parola arcaica “oste” che ha questo significato e deriva appunto da nemico, “hostis”). Si creò dunque un vuoto semantico (semantic void – non c’era più una parola che indicasse quella cosa).
 Il posto di “hostis” fu quindi occupato da una nuova parola “hostipotis“, composta da “hostis” (che in origine significava “straniero”, come abbiamo detto) e “potis” (signore, padrone – si pensi a “potere”, “potenza”, “despota”).  Dunque “hostipostis” era il “signore dello straniero”, “padrone dello straniero”. Per chi conosce il russo – so che ho molti ascoltatori russi gost’, ospite, persona ospitata) ha la stessa radice di hostis (ghos-ti) e Gospod’ (“Signore” in senso religioso, “Gesù Cristo”) e “gospodin” (“signore” come persona di sesso maschile) sono molto simili al latino “hostipotis”. “Hostipotis”, successivamente si riduce e diventa “hospes” e va a ricoprire il ruolo (fill the role) che aveva una volta “hostis”, prima che “hostis” assumesse il significato di “nemico”.”Hospes” era colui che dava ospitalità a uno straniero, a un forestiero (out-of-towner). Ma tra colui che  ospitava e colui che era ospitato si instaurava (si creava, was estabilished) un rapporto stretto: chi ospitava spesso ricambiava  in futuro l’ospitalità(returned the hospitality) Gli obblighi di ospitalità (hospitality duties) erano reciproci: e come abbiamo detto prima questa idea di reciprocità già esisteva nell’antica radice proto-indoeuropea “ghos-ti”. Di conseguenza anche in latino esisteva questa ambiguità e “hospes” indicava non solo il “padrone/signore dello straniero”, ma anche lo straniero stesso, perché lo straniero un giorno sarebbe diventato il padrone, colui che avrebbe a sua volta ospitato.

Dunque “ospite” deriva da “hospes”. Infatti nel passaggio dal latino alle lingue romanze i sostantivi entravano al caso accusativo, dunque per quanto riguarda “hospes”, prendiamo il caso accusativo “hospitem”. Si toglie la “m” finale e abbiamo “hospite”. L’h si perde, oppure rimane scritta ma di fatto non si pronuncia e abbiamo quindi l’italiano “ospite”, lo spagnolo “huesped” e il portoghese “hospede“. In francese invece si ha avuto una riduzione ulteriore e “hospite” è diventato prima hoste, oggi hôte. Vi ricorda qualcosa? Forse avete pensato a “host“, in inglese. Infatti “host” deriva proprio dal francese antico “hoste”, che derivava da “hospitem”, accusativo di “hospes”, che a sua volta aveva la radice “ghosti”. Dunque sia “guest” che “host” condividono la stessa lontana radice indoeuropea “Ghos-ti”, in cui era intrinseca questa idea di reciprocità ancora presente oggi in italiano e ancora di più in francese, dove questa ambiguità è molto forte. In spagnolo (huesped) e in portoghese (hospede) credo che questa ambiguità sia meno presente e che entrambe queste parole significhino principalmente colui che viene ospitato, come in italiano (ovvero “guest”).
Ma se ci sono ascoltatori di queste lingue potete lasciare un commento e dirmi come si usa questa parola.

Come già detto, anche in italiano moderno “ospite” è principalmente la persona ospitata. Per parlare del “host”, di colui che ospita,  preferiamo dire “il padrone di casa“, “l’amico/la persona che mi ospita“. Nello sport si parla di “squadra ospitante” e “squadra ospite”.  Sappiate però che, soprattutto nella letteratura, questa accezione compare.
Come avrete notato, l’etimologia è un argomento che mi affascina e di cui magari parlerò ancora in futuro. Se volete rileggere la trascrizione di quanto ho detto in questo episodio la troverete sul sito podcastitaliano.com. Detto questo grazie per l’ascolto e alla prossima!

Ciao!

Come usare correttamente “infatti”?


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Ciao a tutti. Benvenuti su Podcast Italiano, mi chiamo Davide e oggi vi parlerò di come si usa la congiunzione “infatti”. Ho notato che molti stranieri non utilizzano “infatti” correttamente, dunque oggi cercherò di spiegarvi l’uso corretto.
Partiamo da una prima considerazione. La parola “infatti” NON traduce l’inglese “in fact”. O almeno, non lo traduce quasi mai. Questo magari non è sempre vero, ma di regola è meglio non tradurre “In fact” con “infatti”.  “In fact” in italiano corrisponde a “in realtà”, “a dire il vero”.
Vediamo come si usa “infatti” in italiano, con alcuni esempi.

“Ieri non stavo molto bene, infatti sono stato a casa”
“Oggi piove, infatti non c’è nessuno per strada”
“Oggi fa davvero molto caldo, infatti la neve si sta sciogliendo”

Notate come l’ho usato? “Infatti” conferma ciò che ho detto e aggiunge delle informazioni. Queste informazioni sono una conseguenza logica della prima affermazione (statement)
“Fa caldo, quindi/infatti la neve si sta sciogliendo (is melting)“. “La neve si sta sciogliendo” è un’informazione in più, extra, che fornisco (which I’m providing), ed è una conseguenza logica del caldo.

Vediamo altri esempi simili che ci possono aiutare a capire come si usa:

“Il museo era molto interessante, infatti siamo rimasti 5 ore a visitarlo”
“La lezione era di una noia mortale (incredibly boring), infatti molti studenti dopo un’ora hanno iniziato ad andarsene”
“Sentendo il suo accento pensavo fosse tedesca, infatti mi ha detto che è di Dusseldorf”

In tutte queste frasi facciamo un’affermazione e poi aggiungiamo delle informazioni che sono una conseguenza logica. Se vogliamo trovare una parola inglese per tradurre “infatti” userei “indeed”, e non “in fact”.
“Infatti”, però, spesso non si usa come congiunzione tra due frasi, ma come risposta.  Ho confermato questo facendo una ricerca nelle mie chat di Whatsapp. È un modo interessante di vedere come uso in modo reale le parole. Vi faccio alcuni esempi.

“Oggi piove?”
“Sì, infatti non penso andrò al mare”

“Fabio non è venuto alla festa”
“Eh, ma infatti aveva detto che non sarebbe venuto”

“Hai ascoltato il nuovo episodio di Podcast Italiano?”
“Sì, infatti adesso so come si usa la parola “infatti””

In alcuni casi la parola “infatti” può essere usata come esclamazione (exclamation, interjection). Se conoscete l’inglese in questo caso è simile alla parola “Indeed!”

“Oggi il tempo è bellissimo, sarebbe bello fare una gitta. Peccato dover rimanere chiusi in casa a studiare”
“Sì, infatti!”

“Mi hanno parlato di questo film come qualcosa di fantastico (something fantastic), ma io mi sono un po’ annoiato a dire il vero”
“No, infatti io l’ho trovato molto noioso. Mi sono addormentato a metà”

“È meglio iniziare a pensare ai regali di Natale presto quest’anno, se no ci  dimentichiamo e dobbiamo comprarli all’ultimo (at the last minute)
“Eh, infatti. Domani compro i regali per i miei parenti”

Ok, spero abbiate capito come si usa “infatti”. Ora vediamo invece come NON si usa “infatti”, ovvero gli errori più comuni.

“Pensavo fosse spagnolo, ma infatti era tedesco”
Molte persone (straniere) usano “infatti” in questo modo ma non è giusto, perché un italiano qua direbbe:
“Pensavo fosse spagnolo, ma in realtà/a dire il vero era tedesco”. “Infatti” non si può utilizzare in questo modo.

“Le persone pensano che i pomodori siano una verdura, infatti sono un frutto”
Anche questo frase non è corretta, perché in italiano si dice:
“Le persone pensano che i pomodori siano una verdura, (ma) in realtà/a dire il vero sono un frutto”

Spero abbiate capito come NON si usa infatti.

Utilizziamo l’inglese per capire la differenza tra “in fact” e “infatti”, che spesso confonde gli stranieri secondo me. Spero non vi dia fastidio che uso un po’ di inglese. Prendiamo un mini-dialogo  inglese.

– Italian cars are supposed to be great.
In fact, they aren’t. They are horrible!

In italiano diremmo:
In realtà/A dire il vero non lo sono. Sono pessime!
Non diciamo “infatti non lo sono”, ma “in realtà non lo sono”.

– Italian cars are supposed to be great.
Indeed, they are! / They are indeed!

In italiano diremmo:
Infatti lo sono!”, “Lo sono, infatti!”

E dunque questo è il modo in cui si usa infatti.
Come abbiamo detto “infatti” è più simile a “indeed”. Non sempre però corrispondono al 100 %.
Inoltre “infatti” corrisponde alla parola “difatti“. Se sentite “difatti” potete sostituirla con “infatti”. Sono praticamente sinonimi.
Poi c’è una serie di parole simili che potrebbero confondervi, che sono”effettivamente”, “in effetti”, “di fatto”.
Però  questo episodio non può durare in eterno, dunque non parlerò di queste parole.

Prima di concluderlo però volevo, come spesso faccio, creare un dialogo in cui utilizzo le parole “infatti” e “in realtà”.

“Oggi è una giornata bellissima e sono costretto (I have to, I’m forced to) a studiare. Che tristezza (that’s so sad)
“Eh, infatti. Ti capisco, anch’io devo studiare per un esame”
“Tu però sabato e domenica vai in montagna, no?”
“No, in realtà rimarrò a casa alla fine, devo studiare troppo”
“Ah, capito. Sì, infatti mi ricordo che mi dicevi che non eri sicuro di andare. Ma invece una delle prossime sere ti va di (do you want to) prendere una birra?”
Sì, ci può stare (sure/we could do it/why not?). Le prossime sere dovrei essere libero. Potremmo andare al nuovo pub che hanno aperto in via Roma”
“Sì sì, infatti volevo andarci. Mi hanno detto che è molto economico”
“Ma, insomma.. in realtà le birre costano abbastanza care. Ci sono andato lo scorso sabato e ho pagato una birra media 6.50€, mi sembra ”
“Ah sì? Vabè, comunque ci sono molti locali (pubs, bars, clubs) belli da quelle parti.
“Sì sì, infatti. Tu come sei messo giovedì sera? (what about Friday evening)
“In realtà giovedì sera forse non posso, è l’unica sera della settimana che sono occupato. Tutte le altre dovrei esserci”
“Va bene! Comunque ci sentiamo per messaggio (by text). Ciao, buono studio!”
“Ciao, ci sentiamo  ”

Con questo dialogo, che spero vi abbia ulteriormente chiarito le idee (shed some light), concludo l’episodio di oggi. Spero ora sappiate come si utilizza “infatti” e la differenza tra “infatti” e “in realtà”. Vi ricordo ancora una volta: “infatti” non è “in fact” (se non fosse chiaro dopo 8 minuti di episodio :D).
Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per capire meglio l’argomento. Detto questo, grazie davvero dell’ascolto e alla prossima!
Ciao!

Intermedio #9 – L’esperienza di non vedere


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Benvenuti su Podcast Italiano! Mi chiamo Davide e oggi voglio parlarvi di un’esperienza interessante che ho fatto recentemente. ma prima di incominciare vi ricordo  che su podcastitaliano.com troverete la trascrizione intera di questo episodio. Ok, incominciamo.

 
Qualche settimana fa sono andato a Genova con la mia ragazza. Dato che la giornata era nuvolosa, abbiamo deciso di guardare su TripAdvisor che cosa potevamo fare per passare il tempo. Ai primi posti abbiamo trovato qualcosa che sembrava interessante e che non avremmo mai trovato senza l’aiuto di TripAdvisor. Si chiama “dialogo nel buio” (conversation in the darkness). Per descrivere di che cosa si tratta vi do la descrizione che si danno loro stessi, ovvero “un percorso multisensoriale (che coinvolge i cinque sensi, multisensory) nell’oscurità che riproduce (simulates) situazioni e ambienti di vita quotidiana (daily life) che, in assenza della vista e della luce, dovranno essere riscoperti con gli altri sensi: olfatto (smell), tatto (touch) udito (hearing) e gusto (taste)“. Al leggere questa descrizione siamo rimasti piuttosto incuriositi (we were very intrigued) e abbiamo deciso di provarlo. D’altra parte se aveva così tante buone recensioni un motivo doveva pur esserci. Devo dire che non siamo rimasti delusi: è stata un’esperienza interessante e rivelatrice (eye-opening, pun not intended), in un certo senso. Infatti questo è proprio lo scopo di “Dialogo nel Buio”, far comprendere com’è la vita di una persona non-vedente, quali sono le sfide che devono affrontare quotidianamente e quali strategie possono utilizzare in un modo che è fatto per le persone che ci vedono.
La sede che ospita “Dialogo nel Buio” è una chiatta galleggiante (floating barge) che si trova all’estremo ovest del Porto Antico di Genova, dove si trova la Darsena (shipyard).

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All’ingresso abbiamo dovuto lasciare tutto ciò che avevamo con noi, telefono, portafoglio, persino gli occhiali. Tanto, se non vedi niente, gli occhiali non servono a molto. Dopo qualche minuto di attesa abbiamo iniziato questa avventura nel buio: eravamo in pochi (there were few of us), io e la mia ragazza, due ragazzi italiani, una ragazza brasiliana e la nostra guida non-vedente. Dopo una zona di semi-oscurità pensata per far abituare gli occhi al buio (get your eyes accostumed to the darkness), siamo entrati nella vera e propria oscurità totale. Buio pesto (pitch black), come diciamo in italiano, ovvero non si vedeva proprio niente. Completamente nero tutt’intorno. L’esperienza consisteva nel camminare, cercando di capire dove ci trovavamo toccando le pareti (walls), il suolo, gli oggetti attorno a noi, capendo di che materiale erano fatte le cose e utilizzando l’udito, per capire dove si trovavano gli altri compagni e la guida, nonché (but also) per sentire i rumori della città. Gli ambienti infatti ricreano alcune zone reali di Genova, persino un autobus, su cui siamo saliti e che vibra e fa i suoni di un autobus vero. Cercare di trovare un posto a sedere (seat) senza vedere assolutamente niente vi assicuro che non è facile.
Alla fine la nostra guida ha assunto il ruolo (took on the role of) di barman e tutti abbiamo ordinato qualcosa da bere o da mangiare, utilizzando delle monete che ci avevano detto di tenere in tasca. Capire quali monete stessimo tenendo in mano (per non parlare di banconote) senza poter utilizzare la vista è davvero difficile.
Che dire, “Dialogo nel Buio” mi è piaciuto moltissimo e merita tutte le recensioni positive che ha. è un’esperienza che ti fa capire davvero quanto sia difficile la vita di una persona che non ci vede. Se siete a Genova vi consiglio caldamente (I highly recommend) di andarci. Ma se siete a casa vostra, una cosa semplice che potete fare è cercare di muovervi da una stanza all’altra ad occhi chiusi (with your eyes closed), utilizzando il vostro tatto e la vostra memoria per orientarvi. Probabilmente proverete un senso di impotenza (helplessness) e di incapacità (clumsiness, ineptitude). Non vi dico come mi sentivo impacciato (clumsy) e assolutamente incapace (unable) di fare qualsiasi cosa nella piena oscurità di “Dialogo nel Buio”. Per fortuna la nostra guida ci aiutava prendendoci per mano e dicendoci che cosa fare. Sono stato decisamente contento di poter rivedere la luce all’uscita dal percorso!
Spero vi sia piaciuto questo episodio del podcast. Se è così, vi chiedo di lasciarmi una recensione positiva su iTunes. Questo aiuterebbe molto il podcast e non vi costa che 2 minuti del vostro tempo.
Inoltre sul sito troverete la trascrizione di tutto quanto ho detto.
Dunque questo è tutto, grazie dell’ascolto e alla prossima!

Caparezza, rapper italiano


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Bentornati su podcast italiano, il Podcast per imparare l’italiano in maniera naturale utilizzando contenuti autentici. Troverete la trascrizione di questo episodio sul sito podcastitaliano.com o nella descrizione di questo episodio, nell’applicazione che utilizzate per ascoltare podcast sul vostro telefono.

Mi chiamo Davide e nell’episodio di oggi ho deciso di parlare di musica, di un artista che mi sta molto a cuore (is close to my heart) che si chiama Caparezza. Caparezza è un rapper pugliese (viene dalla Puglia), di quasi 44 anni – tra l’altro tra pochi giorni, compirà 44 anni dunque non è più un giovanotto (he’s not a young boy anymore). È un rapper, ma un rapper atipico, nel senso che il suo stile è molto diverso dalla maggior parte degli altri rapper mainstream. Premetto che (Let me start by saying) io non sono un intenditore (connoisseur) di rap e a dire il vero non mi piace molto il rap come genere musicale. A me piacciono di più altri generi come il rock e il metal, diversi generi.. il rap non è esattamente il mio genere preferito, nonostante ci siano alcuni artisti italiani e stranieri che ascolto. Ed è proprio per il fatto che Caparezza è un rapper atipico, diverso dalla maggior parte degli altri rapper, che a me piace così tanto. Si distingue (he stands out) da tutti gli altri – o se non da tutti (perché, come ho detto, non me ne intendo molto di rap) dalla stragrande maggioranza (vast majority) di loro. In che cosa si distingue Caparezza dagli altri rapper?

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Beh, innanzitutto il genere musicale, perché Caparezza fa ampio uso (often uses) di chitarre elettriche, di diversi strumenti, diverse sonorità (sounds), diversi stili. Molto spesso, appunto, ci sono chitarre elettriche, dunque la musica ha contaminazioni rock (rock influences). Ma non solo rock, perché ci sono canzoni che hanno sonorità degli anni 80, 70, 60; Caparezza sperimenta (experiments) molto con lo stile della sua musica e questa è una cosa che io adoro, perché ogni volta che ascolto un suo nuovo disco non so cosa aspettarmi (I don’t know what to expect) dalle sue canzoni. Ogni canzone è una vera sorpresa dal punto di vista musicale.

La seconda ragione che lo distingue dalla maggior parte degli altri rapper sono i temi trattati (topics covered) nelle sue canzoni. Perché molto spesso nel Rap ci sono cliché, i tre cliché principali sono il sesso, la droga e soldi. Caparezza si distanzia (stays away) il più possibile da questi temi e tratta temi completamente diversi. È difficile dire di cosa parli, perché parla davvero di qualsiasi cosa. Nelle sue canzoni ci sono riferimenti (references) letterari, riferimenti culturali, musicali, cinematografici (relating to films), può parlare di politica, può parlare di mitologia, può parlare di tantissime cose. Pensate che il suo sesto e penultimo (second to last) album è un concept album basato sulle opere d’arte, su quadri (paintings). Ogni canzone è ispirata da un quadro da cui lui parte per parlare di qualcos’altro. Questo è qualcosa che non penso nessun altro rapper, almeno in Italia, abbia mai fatto. Qualcosa di molto innovativo. Infatti non è facile cogliere tutti i riferimenti (grasp all the references) presenti nelle sue canzoni, perché bisogna avere una grande cultura per poterlo fare. Al primo ascolto viene colta una piccola percentuale – almeno io colgo una piccola percentuale dei riferimenti che fa Caparezza nel testo della canzone. Solamente cercando su internet, oppure utilizzando per esempio il sito Genius.com, in cui una comunità di persone spiega ogni verso  della canzone (line of the song).. solo in questo modo (this is the only way) si possono cogliere tutti i riferimenti inseriti o nascosti nel testo di una canzone, che sono davvero tantissimi.

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Il terzo punto è il timbro, la voce che usa Caparezza quando canta, Il timbro vocale (voice, vocals), che per alcune persone è fastidioso e penso che quello fosse l’intento (intention) di Caparezza quando decise di cantare in questo modo. È un timbro unico che, appunto,  a molti non piace ma è il suo marchio di fabbrica (trademark), per così dire. A questo proposito penso sia più semplice farvi ascoltare un estratto di una sua canzone. Non preoccupatevi se capite poco o niente perché anche per noi italiani è difficile capire i testi, perché il linguaggio è complicato e ci sono molti riferimenti non immediati da capire. Vi riprodurrò un estratto (I will play an excerpt) dal pezzo “Mica Van Gogh” che appartiene al concept album di cui vi parlavo, basato su sull’arte, sui quadri. In questo pezzo Caparezza paragona Van Gogh, che era considerato pazzo, con un uomo o un ragazzo moderno, e mostra come quest’ultimo (the latter) sia più pazzo di quanto lo fosse Van Gogh.
Buon ascolto!

Prima di dare del pazzo  a Van Gogh (calling Van Gogh crazy) sappi che lui è terrazzo (terrace), tu ground floor
Prima di dire che era fuori di senno (out of his mind), fammi un disegno con fogli di carta e crayon
Van Gogh, mica quel tizio là, ma uno che alla tua età, libri di Emile Zola
Shakespeare nelle corde (familiar with, right up his alley)
Dickens nelle corde
Tu, leggi manuali (user’s guides) di DVD Recorder
Lui, trecento lettere, letteratura fine (fine literature)
Tu, centosessanta caratteri, due faccine (smileys), fine (that’s all)
Lui, London, Paris, Anvers
Tu, megastore, iper, multiplex
Lui, distante ma sa tutto del fratello Teo
Tu, convivi (live together) e non sai nulla del fratello Tuo
Lui a piedi per i campi, lo stimola
Tu, rinchiuso con i crampi (holed up with cramps) sul Tapis Roulant
Beh, da una prima stima (on a first estimation) mio caro ragazzo
Dovresti convenire (agree) che
Tu sei pazzo
Mica (Not) Van Gogh
Tu sei pazzo
Mica Van Gogh

Dunque questa era la prima strofa (verse) di “Mica Van Gogh”. Non intendo spiegarvi verso per verso (line by line) il significato di questa strofa, anche se è qualcosa che potrei fare in episodi successivi. Potrebbe essere un’idea interessante prendere una canzone e spiegare il significato di ogni verso della canzone, e magari spiegare alcune espressioni contenute nella canzone che possono essere complicate a livello di linguaggio per uno straniero che impara l’italiano.

Ma non è quello che voglio fare in questo episodio del podcast, perché verrebbe troppo lungo (It would be too long) Volevo solo darvi un’idea di chi è Caparezza, dello stile  (anche se è difficile parlare di stile perché ogni canzone ha un suo stile proprio) anche per farvi sentire come canta e per spiegarvi semplicemente chi sia Caparezza.

Ho deciso di parlarvi di lui, uno (meglio dire: prima di tutto, first of all) perché è uno dei pochi artisti italiani che ascolto; non ascolto molta musica italiana a dire il vero. A volte gli stranieri mi chiedono consigli (recommendations) di musica italiana e io non ne ho perché non ascolto molta musica italiana, non ascolto pop italiano praticamente. Caparezza è uno dei pochi artisti italiani che ascolto.

E il secondo motivo è perché è appena uscito il settimo disco che si chiama Prisoner Seven o Nine. Il titolo e le canzoni rientrano in (form part of) un Concept album molto interessante e come ho detto Caparezza osa (dares) fare cose che molti altri artisti non fanno e nella scena rap direi che è unico in questo. Inoltre Caparezza suonerà a Torino a inizio dicembre e andrò a vederlo. Sono andato a vederlo una volta nel passato qualche anno fa e mi è piaciuto davvero moltissimo.

In conclusione vi faccio sentire un altro estratto di un pezzo (song=canzone) che a me piace molto, un singolo che penso molti italiani abbiano sentito. Anche questo del 2014 dall’album “Museica”, quello che parla di quadri in sostanza. Questo pezzo si chiama “Non me lo posso permettere” e questo pezzo è stato passato alla radio (aired on the radio) per un certo periodo. Anche in questo caso troverete la trascrizione di questo estratto del pezzo. Non vi preoccupate, lo ripeto, non vi preoccupate se capite poco o non capite proprio niente perché è assolutamente normale. Il linguaggio non è affatto facile. Detto questo buon ascolto questa è la prima strofa di “Non me lo posso permettere” di Caparezza.

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Come medico non posso farmi un tattoo sulla faccia, non me lo posso permettere (I can’t afford it)
Come donna ho peli (hair) sulle gambe e le braccia e non me li posso permettere
Quando supero gli ‘anta (after 40 years of age, quarANTA, cinquANTA, ecc.) metto su panza (I get fatter), lascio i capelli sul pettine (on the comb) 
Vorrei provarci con te (hit on you), ma ho la faccia da rettile, non me lo posso permettere
Pensioni come i senatori non me le posso permettere
Stasera niente cena fuori, non me la posso permettere
E tra l’altro qui passano i mesi ma non ho riscosso (earned) per niente, man
Era meglio la Roma dei sette re, di un futuro che fa bubu settete (peekaboo!) 
Non me lo posso permettere, non me lo posso permettere
Non me lo posso permettere… Quindi ti dico di no!

Non me lo posso permettere, non me lo posso permettere
E non ci devo riflettere (I don’t have to think about it), te lo dico a chiare lettere,
Non me lo posso permettere… Quindi ti dico di no!

Grazie di aver ascoltato Podcast Italiano. Troverete la trascrizione di quest’episodio nella descrizione dell’ episodio sull’applicazione di podcast che usate per ascoltarlo o sul sito podcastitaliano.com. Grazie di nuovo e alla prossima.

Ciao!

 

Intermedio #7 – Nuovo formato e nuovi incontri


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Bentornati su podcast italiano. Mi chiamo Davide ed è da molto tempo che non mi sentite. È da molto tempo che non registro podcast. Ci sono delle ragioni per questo: una delle quali è che mi sono laureato (I graduated) a luglio, mi sono laureato in Mediazione Linguistica (traduzione e interpretariato), dunque ho lavorato alla tesi. Ma mentirei (I would lie) se dicessi che quella è la ragione, l’unica ragione, la ragione principale. La vera ragione è che sono stato abbastanza pigro e che ho avuto anche un calo di motivazione (decrease in motivation) nel lavorare su questo podcast; ma la mia intenzione è di riprenderlo (get back on it) e di cambiare un pochino le cose per trovare un modo di far funzionare, per trovare un modo che che mi permetta di creare più episodi. E una cosa che voglio provare, che sto facendo in questo episodio, è parlare senza scrivere uno script e semplicemente dire ciò che mi passa per la testa(pops into my head) e quindi editarle. Ovviamente con un tema, parlare di qualcosa che voglio raccontare – e editare togliendo tutti gli “hmm” oppure le pause, che possono essere un po’ fastidiose per l’ascoltatore. La mia intenzione è questa perché a me non piace molto scrivere e mi sono reso conto che scrivere un episodio del podcast per me è un ostacolo, perché apro un file vuoto di Word e mi passa subito la voglia (I lose the will to) di lavorare, di scrivere qualcosa e a volte non ho nemmeno idee su cosa scrivere. Ovviamente quello che sto facendo adesso – questo formato in cui semplicemente parlo – è possibile se il tema non è un tema per il quale devo fare un lavoro di ricerca, non devo cercare informazioni, perché in quel caso dovrei scrivere un vero e proprio testo di ciò che voglio dire. Ma per quanto possibile (as far as possible) vorrei provare a fare episodi di questo tipo, in cui semplicemente parlo e dico ciò di cui voglio parlare e successivamente faccio la trascrizione. Una possibilità è quella di iniziare anche a fare dei video – questa è una cosa che magari proverò in seguito – per questo episodio intendo semplicemente parlare.

In questo episodio vorrei parlare di una cosa che ho fatto recentemente, ovvero ospitare un mio amico russo. Anzi due miei amici in realtà – io conoscevo solo uno di loro. Questo mio amico è Artem Nazarov, è russo, siberiano, viene dalla città di Novosibirsk. Grazie a lui ho avuto diverse visite al podcast. Artem è un poliglotta, ovvero parla molte lingue, tra queste l’italiano, e ci conosciamo da almeno tre anni. Lui mi ha aggiunto su Facebook, mi ricordo, e abbiamo iniziato a praticare le nostre lingue – soprattutto l’italiano e il russo – e finalmente abbiamo avuto l’opportunità di incontrarci dal vivo (in real life), che è una cosa molto particolare (false friend: peculiar). Vedere che una persona con cui parli da diverso tempo (ma solo attraverso Skype) esiste in carne ed ossa (in the flesh), è una persona che esiste davvero, è qualcosa di molto particolare. Sono stato molto contento di incontrare Artem e il suo amico Dima, anche lui di Novosibirsk, e abbiamo girato per Torino,  gli ho fatto vedere i luoghi più importanti della città. Artem e Dima sono in Italia per un mese e sono sicuro che impareranno moltissimo l’italiano. Ed è una cosa sicuramente bellissima se imparate l’italiano o qualsiasi lingua, è molto bello poter visitare il paese dove si parla e poter passare un periodo di tempo così lungo, come un mese, per poterne vedere molte città e luoghi. L’Italia un paese che ha luoghi molto diversi l’uno dall’altro: il nord è diverso dal centro che è diverso dal sud. Dunque sicuramente sarà molto interessante per loro e Artem che impara l’italiano sicuramente ne otterrà un grande vantaggio (will benefit a great deal from it). Tra l’altro se mi seguite proprio grazie a lui vi ringrazio; abbiamo registrato un video multilingue che credo uscirà sul suo canale di Youtube e probabilmente verrà postato anche sulla sua pagina di Vkontakte, che, se non sapete di cosa sto parlando, è il social network russo dove Artem ha una pagina chiamata Yaziki, che in russo vuol dire “lingue”. Ma se non siete russi e non vi interessa tutto questo non importa.

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Io e Artem a casa mia, dopo esserci incontrati per la prima volta

Volevo solo sottolineare quanto sia bello e quanto sia arricchente (enriching) poter incontrare.. avere innanzitutto un amico con cui poter praticare una lingua straniera anche se non tutti i giorni – perché io in realtà con Artyom parlavo non molto spesso, magari una volta al mese ma magari anche meno a volte. Però comunque ogni tanto ci parlavamo. Poter finalmente incontrare una persona dal vivo è qualcosa di molto bello e soprattutto una persona come lui, che davvero ti infonde motivazione (inspires, provides motivation) e mi ha dato volontariamente o involontariamente motivazione nel continuare a imparare il russo, che studio da tre anni, ma anche tutte le altre lingue che conosco. Dunque abbiamo passato due giorni e mezzo molto belli, abbiamo camminato molto, abbiamo visto molti luoghi a Torino che è la mia città natale (hometown) e spero che apprezzeranno il resto delle città e dei luoghi che visiteranno in Italia e le conoscenze che faranno (the acquaintances they will make) nel mio paese.

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Io, Artem e Dima che mangiamo focacce genovesi

Quindi gli auguro buona fortuna (I wish them good luck) e direi che concludo qui questo episodio, anche di prova, perché come vi ho detto voglio provare questo nuovo formato in cui parlo senza aver pensato a cosa dire. Penso che questo potrebbe essere un formato interessante nel futuro, appunto, perché come vi ho detto a me non piace molto scrivere ed è una barriera mentale dover pensare di scrivere un episodio.

Detto questo grazie per l’attenzione e ci vediamo nel prossimo episodio, che spero non sia tra 6 mesi. Spero di trovare maggiore continuità (be more regular), che mi è un po’ mancata. Grazie a tutte le persone che hanno detto che il mio podcast li aiuta con italiano. Intendo produrre più materiale, più contenuti, ma il primo passo è trovare una regolarità. Dunque questo è quello che intendo fare adesso.

Grazie di nuovo per l’attenzione e alla prossima. Ciao!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intermedio #6 – La pasta

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Benvenuti su Podcast Italiano, in questo episodio molto gustoso e molto “calorico” (high in calories), in cui parleremo di uno dei piatti più famosi d’Italia, la pasta.

Penso che una delle associazioni generate dalla parola “Italia” nella mente di molte persone (the association created by the word “Italy” in the mind of many people), anche di coloro che non sono interessati all’Italia e alla cultura italiana, sia il cibo, e dunque i  due piatti che sono conosciuti universalmente: la pasta e la pizza. Oggi parleremo della pasta, e magari andremo a scoprire qualcosa di nuovo.

La pasta, come detto, fa parte dei luoghi comuni (stereotypes) associati all’idea di “italianità” (italianness), come anche il nostro modo di gesticolare (the way we use hand gestures), la figura del mafioso, la carnagione abbronzata (tan skin color), il vino ecc. Spesso gli stereotipi sono falsi, o comunque non corrispondono esattamente alla realtà, ma bisogna dire che nel caso della pasta c’è molto di vero (a lot of is true). Noi italiani consumiamo pasta quasi quotidianamente, e secondo i dati che ho trovato mediamente un italiano consuma circa 25 kg di pasta ogni anno, (che mi sorprende perché pensavo fossero almeno il doppio!) e si mantiene  al primo posto della lista stabilmente (keeps its leading position in the chart) .

In Italia vengono prodotti 3,5 milioni di tonnellate di pasta ogni anno, di cui più della metà vengono esportati in altri paesi.
Ci sono davvero moltissime varietà: la pasta può essere lunga (come gli spaghetti), può essere corta (come le penne), può essere ripiena (stuffed/filled) (come i ravioli), può essere liscia, rigata (striped), spessa, sottile, ecc. Queste caratteristiche possono dare origine a diverse combinazioni. Inoltre i condimenti (toppings) possibili sono anch’essi innumerevoli, dunque le ricette della pasta sono infinite. La ricetta che però tutto il mondo conosce è quella della pasta al pomodoro. Solitamente la pasta si cuoce “al dente”, che letteralmente vuol dire “to the tooth”.

Solitamente si produce a partire dalla farina di grano duro (Durum wheat/pasta wheat), chiamata di solito semola. Si ottiene dunque la cosiddetta “pasta secca”, ovvero quella prodotta industrialmente. La “pasta fresca”, solitamente fatta in casa, si differenzia in (differs in) umidità e acidità. A proposito, queste cose sono stabilite dalla legge italiana!

La pasta è stata inventata  parallelamente (at the same time) in Italia e in Cina, ma con tecniche diverse. Infatti in Cina non era presente il grano, dunque si faceva uso del riso o di altri cereali, soprattutto il miglio (millet). Esiste una leggenda, soprattutto negli Stati Uniti, secondo la quale (according to which) Marco Polo avesse portato la pasta in Italia dopo il suo viaggio in Cina. Ciò non è assolutamente vero, è una leggenda appunto, anche perché Marco Polo ebbe a che fare (had to deal with) soprattutto con i Mongoli e non con i Cinesi, che erano consumatori di pasta. Inoltre le tracce storiche che testimoniano (testifying to)  un consumo di pasta sono molto antiche sia in Italia che in Cina.

Chiunque di voi abbia vissuto in Italia, o viaggerà in Italia, sicuramente si renderà conto (will realize) di quanto la pasta sia onnipresente (omnipresent, everywhere) nella dieta italiana. La pasta è anche un elemente culturale importantissimo, come non ricordare la celebre scena del film “Un Americano a Roma“, in cui il protagonista “Nando Mericoni” (interpretato dal leggendario Alberto Sordi), benché amante delle abitudini americane non riesce a resistere davanti a un piatto di spaghetti (da lui chiamati “macaroni”).

In questo caso, dunque, il luogo comune corrisponde alla realtà!

Ci sono alcune espressioni collegate con la pasta di cui vi voglio parlare:
“Avere le mani in pasta”, significa essere coinvolto in qualcosa, solitamente un’attività illegale. Si può dire per esempio – rimanendo in tema di stereotipi che a volte non sono neanche stereotipi –
“Il mafioso aveva le mani in pasta in tutti gli affari del comune!
Un’altra espressione è “Essere fatti della stessa pasta”, ovvero avere la stessa natura caratteriale, che può essere positiva o negativa. “Loro due sono fatti della stessa pasta”. Si può anche dire “Vediamo di che pasta sei fatto”, “let’s see what you’re made of” si può dire in inglese.

Queste sono le espressioni che mi vengono in mente relative alla pasta. Spero che vi sia piaciuto questo episodio e non vi sia venuta troppa fame. Se vi è venuta, soddisfatela con un bel piatto di pasta, e noi ci vediamo nel prossimo episodio. Alla prossima!

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Intermedio #5 – Black Mirror, una serie tv fantastica

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Versione con traduzioni

Benvenuti su Podcast Italiano! In questo episodio di livello intermedio vi parlerò di Black Mirror, una delle mie serie tv preferite negli ultimi tempi. Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione di questo episodio con la traduzione delle parole più difficili. Incominciamo!

Come, penso, molti di voi, adoro le serie tv. Se dovessi dire cosa preferisco tra serie e film, credo che sceglierei le serie. Soprattutto da quando Netflix è arrivato in Italia, guardo decisamente più serie che film. Penso che tutti sappiate cos’è Netflix, ma per chi non lo sapesse (for those who don’t) Netflix è un servizio online che permette di guardare film, serie tv, documentari, cartoni animati (cartoons) a un prezzo mensile che si aggira intorno ai 10 euro. Con mia grande gioia (much to my delight) è arrivato in Italia circa un anno fa, e personalmente sono molto soddisfatto! Per chi impara le lingue poi è molto utile, dato che quasi sempre sono presenti sottotitoli, almeno in inglese, quindi è davvero un servizio ottimo.  Oggi vi volevo parlare di una serie tv che mi è piaciuta davvero tanto, che c’è su Netflix, e che considero una delle migliori degli ultimi anni. La serie si chiama Black Mirror, traducibile (translatable as) come specchio nero in italiano, che a quanto ho capito (from what I understand) sarebbe lo schermo spento di uno smartphone o di un qualsiasi dispositivo elettronico (electronic device). Dato il mio interesse (given my interest) per la tecnologia, era naturale che mi piacesse una serie di questo tipo. Riassumendo (to sum up) il contenuto della serie in poche parole, gli episodi, che contengono tutti storie a sé stanti (separate, stand-alone), narrano  avvenimenti ambientati in futuri non troppo lontani da noi, che si possono definire per molti aspetti “distopici”.  La tecnologia è vista in una luce decisamente negativa (in a negative light) e vengono mostrate le potenziali conseguenze negative che può avere sulla società. E’ una serie non facile da guardare, nel senso che ogni episodio è molto impattante (with a great impact) e serve un po’ di tempo per “digerirlo(digest it, process it); non è una serie in cui si può fare “binge-watching”, non si possono dunque guardare tutti gli episodi di getto (really fast, right away), uno dopo l’altro. O meglio, si può ma non lo consiglierei a nessuno! 🙂
Ogni episodio infatti porta lo spettatore a riflettere su come la tecnologia può prendere una piega (take a turn / ha preso una brutta piega = it took a turn for the worseinquietante nel futuro a noi prossimo. Per quanto a me la tecnologia interessi molto, sono consapevole che ci sono molti modi in cui le cose potrebbero non andare per il verso giusto (go wrong), come ho parlato anche nel mio episodio sull’automazione. Se vi interessa l’argomento, leggete il libro “Superintelligence” di Nick Bostrom, che parla dei pericoli enormi che potrebbe rappresentare la creazione dell’intelligenza artificiale, un libro che a volte sembra quasi scritto da un pazzo furioso (lunatic, total psycho) ma che in realtà contiene osservazioni lucide, scientifiche. Inoltre vi consiglio anche il film Ex Machina, uscito nel 2015, che ricorda Black Mirror in molti aspetti ed  anch’esso molto bello e profondo.  Non vi dico altro.

Tornando però a Black Mirror: è difficile rimanere indifferenti a una serie di questo tipo! Black Mirror ci fa pensare e magari avrà una sua utilità nel sensibilizzare il suo pubblico (increase awareness among its audience) il suo pubblico a questioni  importanti; solo il tempo saprà dirci (only time will tell) poi se le questioni sollevate saranno rilevanti nel futuro, ma, come si dice in italiano, “meglio prevenire che curare(prevention is better than a cure).
Non voglio entrare nel dettaglio delle trame di ogni episodio perché sono dell’idea che ogni serie, film, romanzo, sia più godibile (enjoyable) quando si conosce il meno possibile della storia; dunque non farò nessuno spoiler e non vi rovinerò la sorpresa (spoil the surprise). In totale ci sono 12 episodi divisi in tre stagioni più uno speciale natalizio (che forse è il mio episodio preferito), e la durata è solitamente di un’ora. Se, come me siete interessati alla tecnologia e alle tematiche ad essa correlate (issues related to it), dovete assolutamente guardare Black Mirror. Non ci sono scuse 🙂 A mio parere, da amante di serie TV, è una delle serie più geniali e innovative degli ultimi tempi. Detto questo, non mi resta molto altro da dirvi. Spero possa piacervi la serie, che potete trovare su Netflix se siete abbonati. Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione di questo episodio con la traduzione delle parole più difficili. Vi auguro una buona giornata e alla prossima!

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