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Intervista #16: Elissa e l’italiano


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano. Questa è la seconda parte dell‘intervista che ho fatto ad Elissa nel ormai lontano luglio 2018. Ora probabilmente vi starete chiedendo: “ma perché esce adesso la seconda parte se la prima parte è uscita a luglio?”. Non lo so neanch’io. In realtà uno dei motivi è che sono partito in Erasmus e non avevo più il file sottomano (at hand). Quindi chiedo scusa, ma finalmente oggi esce la seconda parte. Nella prima parte se vi ricordate abbiamo parlato della vita in Italia, in generale dell’amore di Elissa verso l’Italia, mentre in questa seconda parte parliamo prima della lingua italiana per Elissa, delle difficoltà nell’apprendimento della lingua, e poi nella seconda parte le sottopongo un quiz, le faccio alcune domande trabocchetto (trick questions), come diciamo in italiano, cioè difficili (che sono difficili anche per persone italiane a dire il vero) e le chiedo anche il significato di alcune espressioni idiomatiche.
Come sempre potete trovare la trascrizione intera di questa intervista su podcastitaliano.com, quindi vi invito tutti ad utilizzarla. Detto questo vi auguro buon ascolto.

D. Adesso volevo parlare un po’ più nello specifico della lingua italiana – e anche di questo argomento hai parlato sul tuo canale YouTube -, quindi magari, non so, volevo chiederti qualcosa di diverso (però andate a vedere il video di Elissa su come hai imparato l’italiano) . Volevo chiederti: qual è stata la cosa più difficile da imparare a livello di, non so, qualsiasi cosa… grammatica, pronuncia, struttura della frase, intonazione.

E. Pronomi diretti e indiretti. Tipo “gli”, “e “lo”. Non lo so, ancora faccio fatica un po’ a sapere quando lo devo usare. Tipo adesso lo faccio un po’ in modo naturale (meglio: in modo abbastanza naturale) ma la cosa che… devo pensarci ancora. Il congiuntivo non è sempre difficile. Tipo: se dico che “sono contenta che” [serve il] congiuntivo, “penso che”, congiuntivo, “credo che” congiuntivo. Però ci sono delle altre cose, frasi* che non senti sempre forse o… non lo so, se devo dire “non so quanto” [devo pensare]: “aspetta, devo usare il congiuntivo o no?”. Quindi se sono cose che non sono tipo: “qualcosa + che” e poi è facile, capisci?

D. Non c’è una spia (here not meaning spy but indication, clue) chiara come il verbo “pensare” o il verbo “credere”.

E. O “non so se”. Tipo… aspetta, se dico “non so se” devo usare il congiuntivo o no? E una cosa difficile è che gli italiani non usano sempre il congiuntivo…

D. Eh, infatti.

E. … quindi cerco di parlare in modo corretto, ma è difficile se non lo sento dalle altre persone. Quindi è per quello che, non lo so, chiedo sempre al mio ragazzo, perché lui parla in modo perfetto, diciamo, è il più perfetto che si può trovare in una persona normale. Cerco di imparare da lui. Perché quando scrivono tipo commenti anch’io vedo che [gli italiani] fanno un sacco di errori e non sono neanche italiana, quindi…- perché l’ho studiato quindi so come devo scriverlo perché dovevo fare esami, dovevo… quindi diciamo che il congiuntivo e pronomi diretti e indiretti. [Le] preposizioni sono* sempre una cosa difficile perché anche in inglese sono* una cosa che devi più o meno memorizzare. A volte si può intuire quale devi usare, per dire se stai andando da un posto a un altro, ok in quel caso è uguale. Ma non è sempre uguale. Quindi questa è una cosa che è difficile, diciamo.

D. Volevo anche parlare nello specifico della pronuncia, perché questo è il tuo… uno dei tuoi punti forti (strong points, suits), secondo me. Nel senso, ci sono secondo me tante persone che parlano bene, però è difficile trovare persone che hanno una buona pronuncia, soprattutto una pronuncia che sia verosimile (credibile, realistic), no? Perché tu hai una pronuncia che, vabbè, probabilmente è influenzata dal marchigiano (dialetto delle Marche, regione italiana dove vive Elissa), però che in ogni caso può essere localizzato come centro-nord o centro-nordica, del centro-nord italiano. // Davide del futuro. La parola giusta è centro-settentrionale, ma non mi veniva durante l’intervista. Torniamo alla nostra chiacchierata // Questa è una cosa che non capita molto spesso, perché molte persone magari hanno un mix di accenti di varie regioni italiane. Volevo chiederti: quali sono gli elementi fondamentali per una buona pronuncia, secondo te? Il ruolo del talento? Qualche abilità innata? Quanto è importante la pratica? Quanto è importante vivere in un certo luogo? E soprattutto nel caso degli italiani, che è (meglio: sono) un caso molto particolare, perché secondo me, per esempio, l’inglese americano… diciamo, uno può imparare uno standard e avere un accento neutro, mentre imparare un accento neutro in italiano è un po’ …

E. Non ha senso, perché si sente solo nei film.

D. Esatto. Esattamente. Non so, ti ho fatto un po’ di domande, spero che [te le ricorderai]… [ride]

E. [ride] Sì, adesso devo concentrarmi un po’, ricordare quello che mi hai chiesto. Per [quanto riguarda] il talento è vero che ovviamente se hai un talento è più facile. Per esempio, se a una persona [viene] naturale cantare è più facile cantare. Ma solo perché non è naturale non vuol dire che non può essere (meglio: diventare) brava a cantare, devi solo fare tanta pratica, quindi dipende da quanto vuoi lavorare su questa cosa. Secondo me puoi raggiungere un livello alto se ti concentri, se fai tanta pratica e se cerchi di non rimanere la stessa persona. Nel senso che quando parli un’altra lingua la tua personalità cambia, leggermente ma cambia. Quindi io sono una persona leggermente diversa quando parlo italiano, e le persone hanno notato sul mio canale che sono, non lo so, forse più felice più… non lo so, che sono diversa, più solare (“sunny”, as in cheerful) forse quando parlo italiano. In inglese invece sono un po’ diversa, sono, diciamo, più tedesca. E quindi devi accettare questa cosa, che cambierei un po’. Devi cercare di entrare in (nella*) modalità dall’altra lingua. Quindi entro nella modalità italiana quando parlo l’italiano e non riesco facilmente a cambiare e a parlare in inglese. Se cerco di parlare in francese il mio cervello cerca di andare in modalità francese e così via. Quindi devi mentalmente cercare di non rimanere diciamo, te stessa o te stesso, perché quello che succede è [che] usi la stessa pronuncia che usi per la tua lingua madre e ti senti strano quando cerchi di cambiare il modo in cui usi la bocca e la lingua. Quindi [è] per quello che devi, diciamo, entrare in questo in questa mentalità, di non essere più la stessa persona.

D. Volevo chiederti, quindi, quando entri in questa modalità italiana: i gesti, che sono, appunto, uno degli aspetti più stereotipati (stereotypical) degli italiani, sono qualcosa che usi, che hai iniziato a usare di più? Oppure no?

E. Non uso gesti specifici, comunque uso le mani tanto. Ma mi sa che lo facevo anche prima, forse adesso li uso leggermente di più, ma può essere anche perché non è la mia prima… non è mia lingua madre, quindi forse sto cercando di farti capire con i gesti, con le mani. Può essere per quello. Lo faccio più spesso adesso.

D. Però non gesti specifici, come questo, che non vedono [i nostri ascoltatori]. Sto facendo il classico gesto per cui tutti gli italiani sono conosciuti, oppure non so tanti altri gesti che abbiamo. Quelli non li usi?

E. No, perché sinceramente non so come usarlo, diciamo. So come usarlo ma non vedo altre persone che lo usano con me, quindi non lo uso. Se è una cosa che vedo forse lo userò, ma visto che non lo vedo, non lo uso.

D. Ok. Volevo chiederti invece… stavamo parlando, prima di iniziare l’intervista, appunto, tu mi chiedevi una parola che… non mi ricordo quale, e io ti ho detto: “non esiste questa parola, usiamo un anglicismo”. Non so, ti sei imbattuta immagino, in questo uso di anglicismi che in italiano è sempre crescente, che per alcune persone, soprattutto magari dai puristi della lingua italiana, è visto come qualcosa di molto negativo, mentre da altre persone è visto come una naturale evoluzione della lingua. Non so, tu ti sei imbattuta (you stumbled upon / imbattersi), immagino, in questo, e che cosa ne pensi?

E. Per me è una cosa difficile. Anche se stiamo usando parole in inglese, perché prima di tutto devo dire una parola della mia lingua madre in un accento della mia terza lingua, quindi invece di dire, non lo so… “weekend”…

D. Fescion (con accento italiano).

E. Fashion, devo dire “fescion” (con accento italiano). Quindi è una cosa un po’…

D. Uichènd.

E. Uichènd. Ok, quindi è una cosa un po’…

D. Aifòn.

E. Aifòn.

D. Anche se alcuni dicono Àifon, altre persone [dicono] Aifòn.

E. Ci sono tantissime parole e per me è una cosa strana perché prima di tutto devo abituarmi a pronunciare queste cose con un accento italiano, anche se non è il mio accento. Quindi a volte ancora lo faccio con l’accento inglese perché non so bene come pronunciarlo in italiano e quindi non voglio imbarazzarmi (meglio: “mettermi in imbarazzo”), insomma. Comunque, non devo preoccuparmi. A volte è più naturale dirlo in inglese. E poi è difficile perché per certe cose si usano parole in inglese. Ma come faccio a sapere quando si usa parola inglese? Quando c’è una parola italiana? Quindi spesso devo chiedere: come si chiama questo? Si chiama “stand”, quindi come faccio?

D. Però non devi pronunciarlo così, devi pronunciarlo “stend”.

E. Ah, stend!

D. Se no magari rischi che non ti capiscano.

E. Sì sì.

D. No però, non so, la cosa che a me personalmente non piace è quando vengono utilizzate parole quando ci sono altre parole italiane perfettamente valide. E questo spesso viene fatto un po’ per darsi quest’aria di prestigio (literally “to give oneself an “air” of prestige -> to try to look cool), di essere esperti in qualcosa, sembrare più capaci in qualcosa.

E. Certo. Tipo dire “live stream” invece di “diretta”, anche se c’è la parola diretta ma ci sono delle persone che dicono “live stream”, quindi cose così.

D. Sì.

E. Io preferisco dire “diretta” perché preferisco non dire la parola della mia lingua madre con l’accento…

D. Pronunciata male.

E. Sì, perché poi non lo dico perfettamente all’italiana, perché ho un accento [a metà strada] tra quello canadese e quello italiano, quindi preferisco usare la parola italiana, se posso.

D. Sì sì, però… e a volte le pronunce sono davvero terribili, non solo adattate all’italiano, ma proprio sbagliate, anche come accento. Forse una delle parole più, tra virgolette, “stuprate” (stuprare = rape -> mangled) inglesi è la parola “management”, che viene pronunciata da alcuni “menègment”.

E. Oddio!

D. O “manàgment”.Qualcosa del genere. O il “no-au”.

E. “Know-how?”

D. Sì, l’h (acca) in italiano sparisce, quindi bisogna dire “no-au”, qualcosa di abbastanza terribile.

E. Sì sì.

D. Anche il tuo nome stesso, immagino che tu in italiano lo pronunci Elissa.

E. Elissa, sì.

D. Come si legge. Però in inglese immagino sia “Elissa” (con pronuncia inglese).

E. Elissa.

D. Quindi lo adatti, in quel caso. Lo italianizzi (you italianize it).

E. Sì certo, perché è facile. È lo stesso nome, non cambia per me, tipo cambia un po’. Perché le vocali sono più, diciamo, chiuse*, sono più precise*, e allo stesso tempo c’è la doppia s, che in inglese non c’è. Elissa. Quindi non c’è la doppia. Ma comunque per me è sempre lo stesso nome perché non lo so, se dici il mio nome in francese, tipo “Elissà”, o in inglese Elissa, o in italiano Elissa, per me è sempre uguale. Infatti mia madre mi ha chiamato così per quello. Perché è facile da pronunciare in tantissime lingue e non mi dà fastidio. Il problema è che quando ti chiami Giuseppe e vai in Canada come nel mio video, non so se l’hai visto, quello su come pronunciare i nomi in italiano, c’era Giovanni o Giuseppe.

D. Geeovàni o qualcosa del genere.

E. Geeovàni. Oppure Josepee. Quindi è una cosa che, non lo so, per me non è la stessa cosa, mentre per il mio nome è facile. Tipo Chiara: c’è… abbiamo il nome Kiara, scritto con la k, K-I-A-R-A. Se ti chiami così è molto facile, perché è quasi la stessa cosa, però se c’è la traduzione (tipo in inglese sarebbe “Joseph” forse), come fai? Perché per me (meglio: nel mio caso) non chiedo “devi chiamarmi Elissa (con pronuncia inglese)”, perché è difficile da pronunciare quando stai parlando una lingua…

D. Io mi sono sempre imbattuto nel problema che la pronuncia del mio nome è molto particolare in italiano, nel senso che è diversa da tutte le altre lingue in cui ci sono nomi equivalenti, nel senso che se pensi a “Davide” con l’accento sulla “a” … diciamo, non si trova… ok, in inglese “David”, l’accento è sulla prima sillaba, però c’è un suono completamente diverso.

E. Certo.

D. In francese e spagnolo è “David”, in altre lingue anche… non so, io sono stato in Russia, studio il russo e mi chiamano anche lì “David”, spesso. Allora a volte rinuncio e tipo se parlo con americani (ndr: in realtà spesso lo faccio anche con persone di altre nazionalità) dico “chiamami Dave”.

E. Direi che sono abbastanza brava a pronunciare i nomi di una lingua che non conosco solo perché ho l’inglese e [il] francese e [l’]italiano e [il] libanese so pronunciarlo, anche se non so parlarlo. Quindi sono abituata, riesco almeno a produrre tanti suoni. Quindi altre persone che non parlano un’altra lingua non so come fanno, mi sa che non provano neanche e lo pronunciano con l’accento inglese, perché è l’unica cosa che sanno fare.

D. E pensi che le tue origini (da parte di tua madre) libanesi abbiano influenzato la tua capacità di imitare suoni in altre lingue?

E. Certo, certo. Anche in libanese usano tanto il francese.Tipo  invece di dire la parola per dire “ciao”, che mi sa (meglio: credo sia) Mahaba, o qualcosa del genere, dicono sempre “Bonjour” o “bonsoir” o “merci”. Non dicono… vabbè “Chokran” penso che sia* la parola per dire “grazie”. Non so comunque, non usano quelle, usano quelle francesi, specialmente i cristiani libanesi*, visto che la mia famiglia è cristiana… mi sa che lo usano anche di più il francese, perché sono più… westernized?

D. Occidentalizzati.

E. Occ.. oddio.

D. Occidentalizzati.

E. Occidentalizzati. [ride] Ok, quello. Quindi dipende dalla persona in Libano, perché ci sono delle persone che non… a volte i non-cristiani, oppure le persone più anziane* non sanno pronunciare la “p” perché non c’è in arabo o in libanese, ma c’è solo in francese, quindi se parli francese sai pronunciare la “p”. Comunque è un casino (mess), comunque non era quella domanda. La domanda era se è più facile per me. Direi di sì, perché io imito sempre mia madre, lei dice sempre “ma perché mi prendi in giro?”. E io dico “no, non ti prendo in giro, è perché sei carina, sei adorabile”. Quindi io ogni volta che dice qualcosa io dico quello che… lo ripeto, lo ripeto nel suo accento perché… prima di tutto fa ridere un sacco (literally: she makes laugh a lot -> she’s very funny), perché lei, non lo so, fa ridere. E quindi per me (meglio: a me) questo mi ha aiutato, perché ho sempre sentito il libanese da piccola e sì, anche l’italiano un po’, un pochino, ho sentito l’ italiano. Beh, più siciliano vecchio (meglio: antico) del 1950, diciamo, mischiato con l’italiano. Quindi anche se non l’ho sentito tantissimo ho sentito (ho sentito il libanese molto di più) ho sempre sentito lingue diverse, e poi c’era il francese, quindi ci sono quattro lingue nella mia testa e mi aiuta, perché non sento solo l’accento inglese, sono più abituata a sentire cose diverse è per quello sono più abituata a pronunciare questi suoni.

D. Ok, adesso volevo farti, o sottoporti, un quiz di lingua italiana.

E. Oddio!

D. Allora, la prima parte è dedicata ad alcuni tempi verbali, forme verbali desuete (out-of-practice, archaic) o poco comuni che anche agli italiani causano molte difficoltà e la seconda parte è dedicata a delle espressioni idiomatiche.

E. Ho paura.

D. Iniziamo… come te la cavi con il passato remoto, innanzitutto?

E. Mai usato.

D. Mai usato. Immaginavo, perché immagino che non si usi nelle Marche, come anche qua.

E. Beh, a volte il mio ragazzo lo usa quando parla, non lo so, dei romani o qualcosa [del genere], però a scuola l’abbiamo imparato… era l’ultima cosa che abbiamo imparato, tipo al terzo anno di italiano dell’ultimo corso, tipo le ultime settimane, e non abbiamo fatto così tanto. Di solito non lo sento così tanto con i miei amici, con la persona con cui ho parlato (meglio: con le persone con cui parlo), non lo sento, non lo vedo, come faccio ad usarlo? Non vale la pena impararlo, perché praticamente non si usa quasi mai.

D. Allora potrebbe essere un po’ difficile questo quiz, però non importa.

E. Oddio, perché il passato remoto?! Qualsiasi cosa tranne quella*, dai.

D. Sono domande trabocchetto, cioè… sai cosa vuol dire? Che vengono fatte agli italiani. Allora, il passato remoto prima persona del verbo “cuocere”. Non ti preoccupare se non la sai perché anche gli italiani di solito non la sanno, quindi… anzi se tu, Elissa ma altre persone che state ascoltando questo podcast volete mettere in difficoltà un italiano fategli queste domande. Passato remoto di “cuocere”, per esempio.

E. È tipo… cos-? Aspetta. Cossi?

D. “Cossi”, giusto, giusto.

E. Sì? Sì!!!

D. Hai iniziato benissimo. Non so se sarei stato capace prima di sapere la risposta. Allora. Numero 2. Il passato remoto di “nuocere (harm). È già un verbo difficile.

E. “Nuocere”? Che cosa vuol dire?

D. Ok, nuocere è come “harm”, quindi nelle scatole di sigarette si legge “il fumo nuoce alla salute”, cioè fa male ma in modo più elevato, più formale.

E. Non ho mai sentito questo verbo, come faccio? Non so neanche come farlo al presente…

D. Nuocio, nuoci…

E. Nuocio, nuoci, nuoce? Non ne ho idea.

D.Ok, il passato remoto di nuocere è “nocqui”.

E. Nocqui! E infatti pensavo “nocqui”. Forse un suono tipo k… Non avevo idea, non sarei riuscita, comunque, ma vabbè, almeno il mio cervello andava in quella direzione.

D. Conosci il verbo “esigere(demand, require), immagino?

E. Cosa vuol dire ancora (meglio: di nuovo)? L’ho sentito, mi sa.

D. Esigere qualcosa vuol dire… non so, per esempio “esigo che tu arrivi in tempo”.

E. Tipo “ti aspetti”?

D. “Mi aspetto qualcosa”. Esigere qualcosa, pretendere, non in inglese ovviamente (pretend), pretendere qualcosa da qualcuno, è un falso amico.

E. No, lo conosco.

D. Qual è il participio passato di “esigere”?

E. Beh naturalmente mi viene da dire tipo “esito”, ma non penso.

D. Quasi, quasi.

E. Aspetta, cos’è? “Esigere”?

D. C’è una parola italiana che forse conosci che è uguale.

E. Esatto?

D. Esatto.

E. Sì!

E. Esatto?

D. Esatto! Infatti c’è una relazione etimologica tra “esatto” e “esigere”, non è casuale! In realtà non si usa mai, non si usa mai come parola, si usa solo nel linguaggio legale. Infatti noi italiani parliamo di “esattori delle tasse(tax collector), cioè le persone che chiedono le tasse. Si dice “esigere le tasse” e si può dire che quindi del denaro è stato esatto. Comunque non è importante, non si usa mai, sono tutte parole abbastanza inutili, però per questo te lo sto chiedendo, perché sono divertenti. Ok finisci questa frase: “Oggi il sole splende come non ha mai…?”

E. “…fatto prima”.

D. Aaah! Quest’ora sapevi!

E. Qualcuno mi ha chiesto nella mia diretta…

D. Questa la sapevi?

E. …due volte perché… non lo so… no, mi sa che anche il mio ragazzo mi ha fatto la stessa domanda e sapevo che non è tipo “spleso” o qualcosa del genere, quindi… no, che non che non c’è insomma.

D. Io ho trovato che c’è una forma molto rara che è “splenduto” ma è molto antica è praticamente… invece “oggi mi prude il naso (my nose itches) come non mi aveva mai…”

E. “Fatto prima” [ride].

D. Eh però “non mi aveva mai fatto prima” non si può dire come…

E. Dimmelo ancora, qual è il verbo?

D. Prudere. Cioè, nel senso, non puoi usare questa struttura, quindi devi dire “come non mi aveva mai… come non era mai successo prima” o “come non aveva mai”. È un po’ strano “come non aveva mai fatto prima”. Conosci il verbo soddisfare, ovviamente.

E. Certo.

D. Com’è il presente di soddisfare?

E. Soddisfo? No. Si?

D. Ok ok, poi ti do la spiegazione. E qual è invece l’ imperfetto di soddisfare?

E. Soddisfaceva, soddisfacevo.

D. Giusto, giusto, giusto. E anche questa è una cosa difficile perché ci sono entrambe le forme.

E. Ho sbagliato?

D. No, no. È giusto, è giusto. Al presente io direi che quasi tutti, praticamente tutti diciamo “soddisfo, soddisfi”, anche se se cerchi su dizionari trovi anche “soddisfaccio, soddisfai”, perché viene ovviamente da “fare”, soddisfare è un composto, però secondo me non si usa più. Mentre invece all’imperfetto direi che è molto più comune “soddisfaceva”, invece “soddisfava” sa un po’ di (it looks a bit) sbagliato, è un po’ strano. Ok, il participio passato di “espellere”.

E. Espulso?

D. Giusto!

E. Siiiii!

D. Sei troppo brava, non posso fregarti (I can’t fool you) in alcun modo!

E. No, col passato remoto si!

D. Ok, allora, sai che c’è il verbo succedere? Qual è la differenza tra “successo” e “succeduto”?

E. “Succeduto non (l’) ho mai sentito.

D. Ok.

E. “Successo” è succedere, tipo il participio passato… Cos’è l’altro?

D.“Succeduto”. Secondo me con l’inglese puoi arrivarci, perché è molto simile.

E. Succeduto? Boh… Tipo la prima cosa che mi viene in mente è “seduce”… ma non sembra abbastanza simile…

D. No, quello è “sedurre”.

E. Eh, ok, ecco.

D. Prova a pensare a un verbo simile in inglese!

E. Succeduto…

D. Ti arrendi (do you give up)?

E. Qual è la parola inglese, prima?

D. La parola è “succeed”, però non nel significato principale, ma in un altro significato.

E. Oh!

D. Nel significato… per esempio: “un re è succeduto ad un altro”, ovvero è venuto dopo.

E. Aaaaaa! Sono scema, dovevo saperlo!

D. E il verbo è lo stesso, “succedere”. Infatti c’è sempre questa idea di una sequenza, sia in “successo” che in “succeduto”. Ok, ultima parola. E questa era capitato a me di non sapere come dire!

E. E naturalmente lo chiedi a me!? [ride]

D. Ti chiedo l’infinito del verbo e ti do una frase: “La terra è imbevuta d’acqua”. Sai cosa vuol dire “imbevuta (soaked) d’acqua”?

E. Tipo… circondata?

D. No, “impregnata (same as soak “imbevuta”) d’acqua”, cioè… l’acqua…. tipo il fango (mud), puoi dire terra imbevuta d’acqua, no? Qual è il l’infinito di “imbevuta”?

E. “Imbevuta”? Imbevutere?

D. [ridacchiando] Pensa alla radice di “imbevuta”, no? Da cosa viene?

E. Imbere?

D. Imbevere! Anch’io pensavo fosse “imbere”, però bere viene in realtà da “imbebere” o “imbibere” in latino. Comunque, [bere] ha perso una parte nella sua storia e quindi è diventato “bere”, però “imbevere” è rimasto, è rimasta quella parte. Ok, invece adesso ti chiederò il significato di alcune espressioni idiomatiche, però ti ho chiesto solo espressioni idiomatiche che io userei perché ce ne sono tantissime, tante non le ho mai sentite, mentre queste le uso tutte. Quindi, se dico che “non ci piove”, non so ti parlo di qualcosa e poi dico: “su questo non ci piove”, che cosa vuol dire?

E. Mmm, non proviamo neanche? …qualcosa?

D. No… se vuoi ti posso fare un esempio: “È da un sacco di tempo che che voglio andare in vacanza negli Stati Uniti, ma non ci sono mai riuscito. Però il prossimo anno ci vado e su questo non ci piove!”

E. Tipo “non c’è dubbio?”

D. Esatto, qualcosa di sicuro, che non può essere messo in dubbio. Non so dirti perché si dica “non ci piove”, però si dice.

E. [ride] Non l’ho mai sentito!

D. Ok, che cosa vuol dire l’espressione “da che pulpito!”? L’espressione lunga è “da che pulpito viene la predica”. In quali casi si usa?

E. Non l’ho mai sentito e non ho la minima idea. Dimmelo ancora.

D. Ok: “da che pulpito!” o “da che pulpito viene la predica!”. Sai cos’è un pulpito?

E. No!

D. Un pulpito è… nelle chiese, c’è questo balcone dal quale il prete anticamente faceva la predica. Il prete non faceva la predica dove sta il resto del tempo durante la messa ma si spostava, saliva su questo balcone, un piccolo balcone che vedi ancora adesso in tante chiese c’è il pulpito, e faceva la predica (sermon) alle persone lì. Cioè, fare la predica sai cosa vuol dire? È quella parte della messa dove il prete da giudizi morali e dice cosa fare e cosa non fare…

E. Si, si, si.

D. Questo è il pulpito. Che cosa vuol dire invece “da che pulpito!” o “da che pulpito viene la predica!”?

E. Forse ho capito al 40%, tipo cosa ti permette a [di] dire una cosa, o qualcosa del genere. Tipo cosa…

D. Credo che tu abbia più o meno ho capito, vuol dire praticamente… quando una persona…

E. …ti dice di fare una cosa…

D. …e ma poi lei per prima non la fa, dici “da che pulpito!”. Cioè nel senso, se una persona ti dice…

E. Si, si… chi sei tu? Tu sei la prima persona a fare…

D. Chi sei tu per dirmi una cosa del genere, no? Tu fai sempre… se una persona ti dice: “Non devi fumare, fumare fa male” e poi dopo avertelo detto va a fumarsi un pacchetto di sigarette dici “da che pulpito!”.
Ok, sai cosa vuol dire “avere un chiodo fisso”?

E. No…

D. Sai cos’è un chiodo?

E. No…

D. Allora un chiodo è un “nail”, qualcosa che usi per appendere qualcosa è un chiodo. Quando dici avere un “chiodo fisso” …? Prova a tirare a indovinare (take a guess), anche se non lo sai magari riesci a capire, o se vuoi ti do un esempio.

E. Dammi un esempio.

D. Prova a indovinare, perché se no è troppo chiaro cosa vuol dire dall’esempio.

E. Non lo so, è troppo difficile, non sono brava con queste espressioni! Mi ha fatto a pensare a stare in un posto per tanto tempo, tipo avere una casa ma non so se c’entra.

D. Ahah, no, è un buon tentativo però no, pensa all’aggettivo “fisso”.

E. Non lo so, tipo fissare su qualcosa, tipo essere ossessionato?

D.Esatto, esatto, avere un pensiero ricorrente, una fissazione… se una persona pensa sempre alla stessa cosa si dice che ha “un chiodo fisso” e quel chiodo fisso è quella cosa lì.

E. Aaaah, capito!

D. Terminiamo questa nostra…

E. Oddio, università finita, esame…

D. Allora, te la sei cavata molto bene nella prima parte, puoi migliorare nella seconda parte delle espressioni idiomatiche…

E. No, sai perché? Anche in inglese non uso le espressioni… Quindi per me è una cosa difficile, perché visto che mia madre non è… è tipo la sua quarta lingua l’inglese, quindi mio padre non le usa con lei… e per quello non (le) sento quasi mai, i miei amici non le usano… quindi non sono abituata a usare espressioni, anche perché in inglese non è una cosa così… usata così spesso quanto l’italiano o altre lingue.

D. Vabbé, volevo concludere chiedendoti: se hai qualche consiglio generale, magari qualche strategia, qualcosa o qualche risorsa anche specifica che consiglieresti a chi sta imparando l’italiano, qualcosa che a te ha davvero aiutato tanto.

E. Parlare con madrelingua sinceramente è la cosa che mi ha aiutato, perché già quando ho cominciato a parlare con italiani, insomma, avevo già una base una base, insomma, ero già brava con la grammatica… non quanto sono brava adesso, diciamo, ma conoscevo la grammatica, però parlare con loro mi ha aiutato a capire come si usa tutto. Ma comunque devi trovare… il mio consiglio è di trovare un madrelingua che conosce bene la sua lingua madre, perché ci sono tante persone che non sanno scrivere, che non sanno parlare la loro (meglio: propria) lingua, o almeno in modo corretto. Quindi, non lo so, trovare una persona che parla bene, che scrive bene e ti corregge, ti corregge ogni volta che fai un errore, è per questo che sono brava anche nella pronuncia, perché ho chiesto al mio ragazzo di correggermi ogni “e” e “o” chiusa e aperta. È per quello che è un accento, diciamo, abbastanza accurato, che non è un casino, insomma, perché gli ho chiesto di correggermi. Quindi secondo me devi trovare una persona che può aiutarti, ovviamente puoi anche aiutare [tu] quella persona ad imparare la tua lingua. È così che ho fatto, perché possiamo tutti andare all’università e fare corsi e sì, riesci a parlare un po’ ma non così tanto. Invece se parli con una persona vera ovviamente riesci ad imparare tantissime cose. E anche di non parlare solo con una persona, ma se riesci a trovare anche una seconda persona che è anche brava [questo] aiuta, perché usano parole diverse, espressioni diversi. No… espressioni… diverse.

D. Diverse.

E. Eh sì, questo è il mio consiglio, perché è la cosa che mi ha fatto migliorare un sacco.

D. E prima di avere un ragazzo italiano, ché ovviamente quello aiuta, come facevi questa fase? Cioè, diciamo, come utilizzavi la lingua, come la parlavi con i madrelingua? Insomma, quali siti o risorse usavi per trovare parlanti madrelingua italiani?

E. Io ho usato l’applicazione che si chiama “Hello Talk”. Così ho potuto parlare con madrelingua inglesi… scusa, madrelingua italiani. Eh sì, la cosa difficile, come ho detto, è che ci sono… tipo la maggior parte delle persone non parlano bene italiano, tipo sbagliano, scrivono male usano espressioni [sbagliate], non dicono “tutto bene”, non dicono (scrivono), dicono “tt bn”, e devi capire. O “niente”, ti fanno “nnt” o qualcosa del genere.

D. Sì, è il linguaggio da sms che mandavamo alle scuole medie. Quando avevo dodici anni.

E. Esatto. E riesco a capirlo perché ovviamente sono al livello in cui lo posso capire. Ma per una persona principiante non è facile. Quindi ho usato quell’applicazione.

D. Va bene, direi che possiamo concludere questa intervista.

E. Dopo un’ora e venti minuti.

D. Sì, dai. Complimenti per l’italiano, credo che tu abbia impressionato molte persone oggi, me per primo.
E. Grazie.

D. Davvero, ci sono poche persone con cui ho la sensazione di star parlando con un altro italiano, persone straniere [intendo]…

E. Perfetto.

D. …che generano questa sensazione, però tu sei una di queste. Quindi complimenti ancora. Iscrivetevi tutti al canale di Elissa.

E. Grazie!

D. Va bene, grazie ancora.

E. Grazie, grazie a te.

D. Buona giornata.

E. Anche a te, ciao.

D. Ciao.

Sono di nuovo Davide del presente, ovvero del febbraio 2019. Volevo ringraziarvi per aver ascoltato l’intervista, se siete arrivati fino qua e soprattutto se avete anche ascoltato la prima parte. Ringrazio Elissa a qualche mese di distanza (a few months later) di nuovo per aver partecipato a questa intervista. Se vi è piaciuta questa intervista vi chiederei gentilmente di andare su Apple Podcast se utilizzate dispositivi Apple e di lasciare una recensione (positiva spero ) al podcast perché questo mi aiuterebbe ad essere trovato da altre persone. Condividete anche il podcast se conoscete altre persone a cui interessa imparare l’italiano o che lo stanno già facendo. Grazie ancora e ci risentiamo nel prossimo episodio. A presto. Ciao!

 

Interviste, Podcast

Intervista #14: Yulia da San Pietroburgo. Come organizzare uno scambio linguistico

 


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Ciao a tutti, benvenuti o bentornati su Podcast Italiano. Oggi abbiamo un’intervista, dopo un po’ di tempo ritornano le nostre interviste. Oggi l’intervista (ma potremmo anche in realtà chiamarla conversazione) è con la mia amica Yulia, russa, che vive a San Pietroburgo, ma è nata nella città di Yaroslavl. L’intervista in realtà l’abbiamo registrata per la mia pagina la pagina del podcast su VK. Se siete russi o se studiate il russo saprete che c’è  questo social network russo, che non è conosciuto praticamente da chi non abita nel mondo post-sovietico oppure non abbia una qualche familiarità con il mondo russo. Se per caso avete un profilo su questo social, iscrivetevi alla pagina di podcast italiano che si chiama “Podcast Italiano – Учи итальянский с итальянцем”, che tradotto dal russo significa “impara l’italiano con un italiano”, che sarei io. Abbiamo già fatto una video-intervista per questa pagina, e questa doveva essere una seconda video-intervista ,ma purtroppo ci sono stati dei problemi con la registrazione del video e dunque ho pensato: “l’intervista è interessante, perché non pubblicarla sotto forma di intervista per il podcast?”. Penso che sia molto interessante, abbiamo parlato degli scambi linguistici. Io e Yulia da più di un anno facciamo uno scambio linguistico (io l’aiuto con l’italiano e lei aiuta me con il russo) e devo dire che è lo scambio linguistico che è durato più di tutti nella mia, diciamo, storia di persona che ama le lingue e che ne impara un po’. Dunque volevamo parlare un po’ di  come riuscire a trovare una persona con cui fare uno scambio linguistico, di cosa si può parlare e quali piattaforme si possono usare.
Dato che la maggior parte di voi non segue Podcast Italiano su VK e non avrà quindi sentito la  nostra video-intervista, volevo giusto darvi un paio di informazioni su Yulia. Yulia studia giurisprudenza all’Università di San Pietroburgo, anche lei è appassionata di lingue, alle quali ha iniziato a interessarsi qualche anno fa, iniziando dall’inglese e passando poi per l”italiano, che impara da poco più di un anno. Per parlarlo da poco più di un anno sarete tutti d’accordo  che lo parla davvero bene. Se vi interessa l’argomento potete seguire la sua pagina su VK che si chiama “Language Routine“.
Un’ultima cosa. Essendo questa un’intervista, potete trovarne la trascrizione integrale sul sito podcastitaliano.com, così come la traduzione delle parole più difficili tra parentesi. Detto questo, smetto di blaterare, sentiamo l’intervista. Buon ascolto!

Davide: Ciao a tutti, carissimi followers della pagina di Podcast Italiano su VK! Questa è una esclusiva per voi. Abbiamo anche oggi insieme a noi Yulia.

Yulia: Ciao a tutti!

D.: E oggi abbiamo deciso di parlare di un tema che è molto rilevante per tutti quelli che come noi imparano le lingue, ovvero gli scambi linguistici.

Y.: Esatto.

D.: Abbiamo un po’ di cose di cui parlare su questo tema. La prima di queste è definire che cos’è uno scambio linguistico, no?

Y.:  Sì, abbiamo creato una scaletta (outline – letteralmente ” small ladder”) per sapere bene di cosa parlare, e quindi (ci) sarà un po’ di struttura questa volta. Allora Davide…

D.: Prima di iniziare volevo solo dire che faremo i sottotitoli di quello che diremo, dunque…

Y.:  Perché non siamo pigri!

D.: Esatto, perché può essere utile. E seconda cosa: io correggerò Yulia come abbiamo già fatto nel precedente video quando farà degli errori. Per dare l’idea di come…

Y.:  E ne farò!

D.: …di come davvero parliamo, di come davvero ci aiutiamo a vicenda (mutually) quando, appunto, facciamo questa cosa, questo tipo di scambio.

Y.:  Parliamo. È un meta-scambio: parliamo degli scambi in (nella) maniera in cui di solito facciamo il nostro scambio linguistico!

D.: Esatto, esatto, esatto, dunque… Che cosa è uno scambio linguistico, Yulia?

Y.:  Allora, uno scambio linguistico…

D.:  Senza leggere!

Y.:  No, no, no! Uno scambio linguistico è un (il) processo in cui due persone che imparano lingue straniere si aiutano con le sue (meglio: le loro/proprie) lingue “target”, come si dice in inglese. Una persona come Davide, per esempio, parla italiano da madrelingua e studia russo, un’altra persona come io (me), per esempio, parla russo da madrelingua e impara italiano. E per questo motivo si chiama scambio perché noi scambiamo le nostre lingue, noi ci aiutiamo…

D.:  Ci scambiamo.

Y.:  …ci scambiamo, sì, ci pensavo (meglio: “Sì, immaginavo”), ci scambiamo le nostre lingue, ci aiutiamo e così sviluppiamo le nostre conoscenze e le nostre abilità.

D.:  Sì. E questa è la cosa… è una delle cose più utili che si possono fare sia perché è interessante conoscere una persona di un’altra cultura, sia perché è economico, è più economico di parlare con un insegnante. Secondo me anche quello è utile, quello ha sui vantaggi, e io stesso sono insegnante su italki.

Y.:  A proposito!

D.: Però, indubbiamente, non dover pagare ha un suo vantaggio. Poi ci sono anche persone che dicono: “io voglio solo parlare lingua che studio, non voglio parlare la mia quindi piuttosto pago (I’d rather pay)…” e, però, nel senso, per me non è un problema parlare anche in italiano.

Y.:  Neanсhe per me. Anche perché un altro vantaggio degli scambi è che io — e penso che tu sia d’accordo — noi possiamo approfondire le nostre conoscenze delle proprie lingue, quindi… Quando cerco di spiegare qualcosa di russo, mi rendo conto che “aaah! ok, diciamo così perché funziona così!”

D.: Certo, certo, c’è quel vantaggio.

Y.:  È molto interessante… sì, allora, abbiamo stabiliato cos’era e cos’è uno scambio linguistico.

D.:  Stabilito.

Y.: Stabilito, grazie. E adesso dobbiamo parlare di come trovare una persona che è disponibile, che è pronta di parlare…

D.: Sì, che disposta (willing to) ad aiutarci.

Y.: …disposta, sì.

D.: Sì. Sì, ci sono diversi siti, e noi abbiamo segnato (we wrote it down) qua… appunto, abbiamo parlato di Italki. Se non sapete, su Italki oltre agli insegnanti ci sono anche altre persone che potete contattare per gli scambi e dunque questa è un’altra possibilità.

Y.: E che anche possono contattare voi, perché non è che dovete cercare di trovare qualcuno. A volte le persone vi trovano da sole, diciamo.

D.: E poi ci sono altri siti come… o servizi, o applicazioni come Tandem, Hello Talk, Conversation Exchange. Io di queste ho usato Hello Talk e Conversation Exchange, però Hello Talk molto poco perché… Non so la tua esperienza, io ho provato un po’, però la mia esperienza era quella che… era quella di… non so, facevo conversazioni abbastanza, come dire… superficiali, che duravano poco.

Y.: E brevi forse.

D.: Non andavano molto lontano, e quindi non so… non son mai riuscito a usarlo in maniera proficua (productive, fruitful).

Y.: Allora…

D.: Conversation Exchange… Finisco io e poi puoi dirmi la tua (esperienza).

Y.: Sì, sì, certo.

D.: Conversation Exchange, invece, lo usavo prima molto tempo fa, e grazie a Conversation Exchange ho migliorato molto l’inglese. Trovavo lì tutte le persone. È un po’ triste il fatto che praticamente ho smesso di parlare anche con le persone con cui avevo… ero riuscito a stabilire un contatto più duraturo (long-lasting), diciamo. Dopo un po’ ho perso i contatti con tutte queste persone e quindi non so… questo è un rischio che può succedere in queste, diciamo, questi rapporti a distanza…

Y.: Sì, rapporti coll’internet (attraverso internet)

D.: …long-distance, in un certo senso, nel mondo delle lingue. Però comunque è stato utile in ogni caso. E Tandem non l’ho mai usato.

Y.: Italki è qualcosa che uso sempre ma poi ho anche usato Conversation Exchange nel passato. E una cosa che non mi piaceva di questo sito è il fatto che non si vede… non si vedono le immagini. Cioè tu trovi una persona e vedi che parla lingua X, però non vedi chi è, non vedi la faccia, e secondo me può essere sia un vantaggio che no. Perché se non vedi una persona, non capisci se ti piace da… da… come si chiama? Dalla prima vista, non so.

D.: Dalla… non so… a prima vista, oppure a pelle, c’è anche questa espressione.

Y.: Ah sì! Abbiamo già discusso (stavo pensando che in italiano non si usa discusso così di frequente come in russo. io direi di solito (“abbiamo già parlato di”). in ogni caso, discutere di) questa espressione. Sì, Conversation Exchange per questo motivo l’ho usato poco, però io posso raccontarvi della mia esperienza col (con) Tandem, perché è, non so, tre settimane che lo uso, e mi è piaciuto. In realtà, è sempre un po’ come Tinder, non so, non ho mai usato Tinder, però mi sembra che funzioni nello stesso modo…

D.: Allo stesso modo.

Y.:  …allo stesso modo, perchè scrivi tutti i tuoi obiettivi, cosa vuoi fare con le tue lingue, descrivi chi sei e poi ci sono i profili che, secondo Tandem, sono interessanti per te, che ti possono aiutare… cioè i profili delle persone che, secondo Tandem, ti possono aiutare con i tuoi obiettivi. Io ho trovato due persone circa, con cui abbiamo (meglio: “con cui ho parlato”) parlato per diverse volte, e mi è piaciuta l’app perché comparandola con (ad) italki è più comodo, come una social. Tu puoi fare una chiamata col video direttamente…

D.: Dall’app… ah, ok ok.

Y.: Sì. Quindi, tu cerchi una persona, ti piace, avete una conversazione breve, e poi capisci che vuoi parlare con questa persona, e allora non dovete scambiarvi nessunaltra app, nessun Skype profilo (profilo Skype)

D.: “non vi dovete scambiare nessun…”

Y.: Non vi dovete scambiare nessun altro profilo, potete parlare là. Quindi se avete un’esperienza male, diciamo…

D.: Negativa.

Y.: …negativa su italki, potete usare Tandem. Io vi dico che è un’app molto utile.

D.: Interessante.

Y.:  Sì! Anche tu puoi cercare di usarlo.

D.: Non l’ho mai provato, quindi lo farò!

Y.: Provalo, provalo.

D.: Ah, volevo anche dire: non abbiamo scritto che c’è anche un’altra app che si chiama Amikumu. È una parola in esperanto, non so cosa vuole dire, però è un’applicazione che avevano creato… che hanno creato… non so, non da troppo tempo tramite un crowdfunding. È un’applicazione che praticamente serve a incontrare nella vita reale persone, appunto, con cui fare scambi linguistici in base alla tua geo-localizzazione, quindi dove ti trovi.

Y.: Che bello!

D.: L’idea mi sembra molto buona. Il problema è che non sono ancora riuscito a usarlo perché ci sono pochi utenti. Cioè ho provato anche a Parigi, ero di recente a Parigi, c’erano persone tipo un chilometro di distanza minimo, poi ho provato a scrivere a qualcuno, qualcuno nemmeno mi ha risposto, dunque mi sembra che sia ancora proprio poco usata, secondo me l’idea è buona, ma deve essere migliorata e soprattutto l’utenza (users) deve essere maggiore.

Y.: Ci vuole qualche (un po’ di) pubblicità perché io, per esempio, non sentivo mai (ho mai sentito) di quest’app prima di questa conversazione proprio.

D.: Ma, per esempio, al Polyglot Gathering era uno sponsor, però…

Y.: Ah, ok.

D.:…il fatto che quello è una nicchia (niche) di persone che imparano le lingue. Cioè in realtà sono numero molto maggiore oltre alle persone che sono appassionati, diciamo, hardcore di lingue come quelle che vanno a quell’evento.

Y.: Ma anche appassionati… non tutti gli appassionati sono venuti all’evento. Per esempio, io non ci sono venuta, anche se mi piacerebbe.

D.: Certo.

Y.: E allora, a parte di le app, di internet e di tutto questo che sta succedendo online si può (possono) incontrare persone nella vostra città, soprattutto se vivete in una città grande come Mosca o San Pietroburgo. Per esempio, io quando cominciavo l’apprendimento dell’inglese, mi serviva pratica, però non usavo nessun’app, sono andata in discoteca degli studenti stranieri (ndr: Yulia intendeva in un dormitorio di studenti stranieri), ho trovato persone con cui parlare, là. Quindi, se avete questa opportunità, questa possibilità, considerando il posto in cui vivete, frequentate qualsiasi evento in cui possono esserci degli stranieri. Di solito sono molto amichevoli e sono disposti a parlare con voi, perché se gli stranieri sono nella vostra città, è molto probabile che vogliano imparare la vostra lingua, quindi può essere, come ho già detto, (una) discoteca, può essere qualche (meglio: un) bar, può essere, non so, un evento che ha a che fare con “board games”.. non mi ricordo la parola in italiano.

D.: Giochi di ruolo… non di ruolo, scusa, da tavolo.

Y.: Sì, giochi da tavolo, qualsiasi cosa. Cercate su internet, è molto utile. Fa piacere parlare con le persone… con persone nella vita reale. Anche se ok, Skype va bene, c’è il video e tutto questo, però sapete qual è la differenza.

D.: Certo, è meglio nella vita reale. Secondo me, è il 50 per cento di ciò che si, non so… dell’informazione che si ha in uno scambio nella vita reale perché ci sono tante cose, tante informazioni, gestualità… Perché, no, anche gli odori, non so… tante piccole cose che si perdono, e quindi…

Y.: Sì, anche noi ci siamo conosciuti nella vita reale, quindi non abbiamo usato italki o il Tandem per conoscerci. E guardate: continua, non so, da 10 mesi.

D.: Certo!

Y.: A Torino ci sono gli stranieri con cui si può parlare in russo, francese, spagnolo?

D.: Allora… meno, meno che a San Pietroburgo e Mosca perché Torino è più piccola come città, e poi è meno visitata di altre città in italia, però ci sono alcuni eventi. Uno… a uno ci andavo tempo fa. Andavo abbastanza regolarmente. Poi ho smesso.

Beh… altri eventi a cui in realtà non vado, non sono mai andato, sono le serate Erasmus, a cui vengono molti… partecipano molti studenti Erasmus, quindi in scambio…

Y.: Tra l’altro, se non sapete dove… da dove partire, potete cercare Weekly Meeting on CouchSurfing perché loro creano questi eventi in qualche città ogni settimana e quindi si può andare ad una caffetteria ed incontrare le persone… persone da tutto il mondo che sicuramente parlano inglese e poi forse parlano spagnolo, tedesco, qualsiasi lingua. E poi, un’altra cosa che vogliamo menzionare è che adesso che qui in Russia abbiamo questo mondiale non perdete l’opportunità di parlare con tutti queste… tutte queste persone che sono venute perché, secondo me, è un’ottima opportunità! Sono tutti pronti a fare…

D.: Disposti.

Y.: …disposti, ancora una volta, disposti a fare conoscenze nuove, a parlare, a cambiare… scambiarsi le idee, tutto questo, quindi non perdete questa opportunità perché non sempre abbiamo così tanti stranieri.

D.: Anche se purtroppo non ci sono italiani perché non c’è l’Italia nel mondiale… Però questa è un’altra storia.

Y.: Sì, sì.

D.: …storia triste. Volevo forse ancora… ah sì, volevo aggiungere anche che ci sono dei punti turistici in ogni città. Quello è un luogo in cui ci sono turisti stranieri e dunque, può essere utile andare a cercarli lì.

Y.: Che forse hanno bisogno di qualche aiuto, non so, di qualche persona che può raccontare (meglio: parlare) della città o far vedere i posti più belli, più importanti oppure i posti nascosti come qualcuno che vive nella città. Quindi sì, ci sono tante opportunità a parte di internet ed è sempre bello usarle perché, come ho già… abbiamo già detto, nella vita reale ci sono molto più, non so.. la conversazione è più viva.

D.: Qualitativamente migliore. Il nostro prossimo punto era come far sì che (make sure that) il… che lo scambio non si interrompa dopo poche chiamate. Allora la tua… queste sono — hai scritto tu delle risposte tue. Credo siano condivisibili in realtà, le cose che hai scritto.

Y.: Ci pensavo, sì. E’ necessario che voi abbiate lo stesso livello di motivazione, che entrambi volete vogliate migliorare le vostre lingue e, secondo me, non è necessario che abbiate lo stesso livello, perché quando abbiamo cominciato il nostro scambio, Davide parlava russo da tre anni ed io avevo appena cominciato a parlare. Era molto difficile per me. Сercavo di usare le frasi… o frasi che ho già usato, o avevo già usato nella conversazione scritta, però ero molto, ma molto motivata e quindi lo scambio continuava. Quindi se voi… tu, una persona e il tuo partner avete lo stesso livello di motivazione e siete disposti a parlare in entrambe lingue… cioè, non è che uno di voi non vuole parlare una lingua target… non è utile, non serve quando parlate sempre solo una lingua e non è uno scambio! Se siete… se volete condividere le vostre lingue, se avete questa motivazione, fatelo.

D.: Sì, e poi bisogna anche vedere… bisogna anche vedere, diciamo, lo stile di vita, lo stile di organizzazione di ogni persona,  perché ci sono alcune persone che in base ai loro impegni hanno alcune ore libere, ci sono persone magari come noi che siamo ancora studenti universitari che… che, invece, sono disponibili a parlare a, non so, a ore… a più ore durante una giornata. In base ai periodi anche, però, per esempio, per noi non è importante una particolare pianificazione. Possiamo…

Y.: Sì, nessun orario.

D.: Possiamo dirci: “Ci sei? Vuoi parlare un po’?” e basta quello. Con altre persone, invece, è decisamente più complicato. E poi, un altro fattore importante è quello del fuso orario. Per esempio, quando io parlo con il mio amico Artyom di Novosibirsk e ci sono, credo, sette ore di differenza, non potrei dire adesso, per esempio, “Ma vuoi parlare adesso?” perché lì è già ora di andare a dormire. E quindi bisogna capire queste cose, sapersi organizzare, ed è utile anche pianificare in anticipo ( plan in advance) le chiamate.

Y.: Quindi…

D.: Dipende, quindi. Capire un po’ ogni persona e i propri impegni.

Y.: Secondo me, è utile trovare qualcuno il cui orario è simile al tuo. Come hai detto tu, noi abbiamo orari più o meno simili perché siamo gli studenti e abbiamo più tempo libero che qualcuno che lavora l’intera settimana, e quindi se, per esempio, voi lavorate, cercate di trovare qualche persona… una persona che anche lavora (che lavora anche lei) e con cui potete condividere (condividere non è molto giusto. io direi magari “con cui avete in comune questa caratteristica”) questo “oh, non c’è ho tempo, voglio parlare ma non c’è ho tempo!” Create il vostro orario e parlate ogni volta alla stessa parte di giornata o qualcosa del genere.

D.: nello stesso momento della giornata.

Y.: Sì, nello stesso momento della giornata. Così, credo, lo scambio continui.

D.: E un’altra cosa. Secondo me, è importante provare tante volte perché è difficile trovare una persona con cui si può parlare, avere uno scambio duraturo e dunque non… dunque bisogna avere pazienza e provare più volte. Solo una piccola percentuale, molto piccola percentuale di questi scambi riesce poi a durare tanto tempo. Quindi non abbattetevi (don’t be discouraged) se non riuscite al primo tentativo. Bisogna essere… bisogna persistere.

Y.: Tipo “Oh, questa persona mi ha abbandonato… Non ci riesco proprio! Tutti gli scambi non servono… Non ci provo più!” No, è il modo peggiore per di fare gli scambi  perché davvero ci sono persone con… ci sono persone che scrivono che sono molto motivate e in realtà non sono molto motivate, poi ci sono persone di cui pensi “Ma, — non so — perché questa persona studia questa lingua?” ma poi si scopre che in realtà queste persone sono molto motivate, disposte a parlare ogni giorno ad ogni ora e quindi si, è importante provare, provare, provare, non pensare che “Oh, non ci siano… non ci sono persone con cui parlare”.
E qui abbiamo scritto una domanda: è necessario lo stesso livello di conoscenze nelle vostre lingue?

D. Ne abbiamo già parlato.  Di che cosa parlare era il nostro ultimo punto.

Y.: Noi possiamo dire di cosa parliamo noi, ovviamente.

D.:  Beh, io direi in una fase iniziale si parla come… come con chiunque (corretto: qualsiasi) nuova persona di cui si può fare conoscenza…la conoscenza… Anch’io sbaglio gli articoli forse ogni tanto. Si parla di… della propria vita, delle proprie cose (meglio: informazioni) di base.

Y.: Sì, dove abiti, chi sono… sei.

D.:  Questo può essere un po’ noioso all’inizio, soprattutto — come dicevamo prima — bisogna provare tante volte, quindi è normale che questa cosa, questi discorsi, queste risposte le darete tante tante volte e questo anche, per esempio, se andate in uno di questi eventi dal vivo…

Y.: Sì, sì.

D.: …dove dovrete probabilmente farlo dieci volte, se è  la prima volta che andate.

Y.: Tipo “ma perché, perché impari questa lingua, ma a cosa serve”, e tu “ma perché mi piace, perché ha a che fare, non so, con i miei hobby” Dovete abituarsi…

D.:  Abituarvi.

Y.: Dovete abituarvi a queste risposte simili (meglio: ripetitive).

D.:  Stock. Però… però detto questo è fondamentale, fondamentale farlo, è necessario superare questa fase e comunque è anche utile soprattutto se siete all’inizio perché sono cose che di cui in ogni caso parlerete sempre quindi riuscire a fabbricare un discorso coerente, che scorre, e che..

Y.: Una presentazione di sé stesso senza pause.

D.:  Un’autopresentazione... è utile quindi, può essere noioso ma è utile, soprattutto all’inizio.

Y.: Ma poi, quando…

D.: Superata quella fase ci sono ovviamente tante cose di cui potete parlare, quindi se siete persone che… a cui interessa ciò che l’altra persona ha da dire potete parlare di qualsiasi cosa.

Y.: Sì.

D.:  Possiamo dire nello specifico noi di che cosa parliamo.

Y.: Sì, è importante, come hai detto tu, superare questa fase, perché poi capisci se avete cose in comune, se avete gli argomenti, o argomenti di cui parlare. E noi abbiamo scoperto che ci avevamo un sacco, cioè che…

D.:  Ce ne avevamo… abbiamo scoperto che ne avevamo un sacco.

Y.: Sì, abbiamo scoperto che ne avevamo un sacco. Nei nostri scambi io ripeto tutto ciò che dice Davide quando mi corregge, quindi lo faccio anche qua. E per esempio sono i video, o video, film che guardiamo, podcast che ascoltiamo. Davide mi ha consigliato un sacco di podcast, quindi adesso ascoltiamo più o meno le stesse cose, poi le discutiamo ed è molto utile per le nostre lingue, perché capiamo di cosa si trattano ma al tempo stesso cerchiamo di esprimerlo in una nella lingua target. E poi se io, per esempio, vado a guardare un film in italiano, poi racconto la trama (plot) anche in italiano e serve.

D.:  Sì è tutto… e queste cose sono esempi di cose di cui è utile parlare, che ti portano fuori da quella “comfort zone” linguistica, perché uno può parlare sempre delle stesse cose o, per esempio, uno può sempre parlare di lingue, (il) che è utile – e sicuramente due appassionati di lingue inevitabilmente parleranno di lingue. Però è utile anche lasciare un po’ da parte quel tema e parlare di cose più difficili, anche di cose un po’ ostiche da discutere.

Y.: Un film surreale… la guerra…

D.: Anche temi di attualità o temi difficili, cose che magari… di cui… la cui discussione può anche portarci a, non so, avere delle emozioni, diciamo, magari negative. Tutte queste cose sono utili e miglioriamo molto quando discutiamo queste cose, impariamo tante nuove parole, quindi è utile.

Y.: E questo si può applicare a qualsiasi dialogo. Non solamente noi parliamo di film o di video perché tutti… per tutte le persone più o meno guardano qualcosa, ascoltano qualcosa quindi è sempre possibile discutere cose che guardate o ascoltate. Ma poi, visto che è uno scambio linguistico, discutiamo molto spesso qualche parola, qualche frase nello specifico. Per esempio ho sentito dire “per carità” e ho fatto una domanda: “Davide, ma perché ‘per carità’? Io non capisco proprio per quale motivo c’è questa frase” e poi c’è (meglio: e da lì inizia) questa conversazione per di un’ora in cui Davide mi spiega perchè c’è questo “per carità”. E viceversa, anch’io spiego qualcosa di russo. Per esempio, ho spiegato tutte le espressioni che avevano a che fare con il fuoco, poi le espressioni che avevano a che fare con l’acqua e così meglio di…

D.: Tipo versare l’acqua…

Y.: Sì, sì.

D.:  …accendere un fuoco, bruciare una foresta, per fare un esempio.

Y.: È qualcosa che è difficile trovare nei dizionari, perché è come una richiesta specifica. “Yulia, ma raccontami di questo in particolare, non ho trovato niente sul dizionario”, diciamo. E per questo… anche per questo i scambi servono e aiutano.

D.: Gli scambi.

Y.: Gli scambi. Gli articoli sono difficili.

D.: Sì, sono difficili per tutti, però te la sei cavata molto bene con gli articoli, devo dire.

Y.: Grazie.

D.: Direi che questo è tutto. Volevi aggiungere qualcos’altro?

Y.: Sì, volevo aggiungere che parliamo anche… cioè traduciamo anche qualcosa insieme se abbiamo voglia di farlo e poi abbiamo creato una tabella (table) in cui scriviamo tutti gli argomenti che vogliamo discutere nel futuro, perché a volte, soprattutto quando parlate per un periodo di tempo abbastanza lungo, possono esserci momenti in cui pensate ma…

D.: Possono esserci.

Y.: Ah sì. Possono esserci momenti in cui pensate: “Ma cosa discutiamo adesso ma… come va?” E per evitare questi momenti un po’ imbarazzanti abbiamo sempre qualcosa da discutere, perché è scritto nella nostra tabella e facciamo così: “Ok, non so cosa discutere con te oggi. Apriamo la nostra tabella. Oh, che bello!” Cioè, non so, ci sono 10 argomenti qua, partiamo dal primo. Quindi, così…

D.: Sì.

Y.: Anche questo aiuta a continuare lo scambio per il tempo così lungo (meglio: così a lungo).

D.:  Sì. Bene, direi che possiamo concludere qua. Prima di concludere volevo dire, andate sulla pagina di Yulia (“Language Routine”), andate a farle i complimenti per l’italiano al top, in grande spolvero (in great form), come dicono nel linguaggio sportivo, quindi… sì, complimenti per l’italiano. Quindi se avete cose di cui volete (corretto: di cui vorreste) che parlassimo, scriveteci. Se avete altre domande, saremo ben lieti di rispondervi.

Y.: Sì, esatto, nei commenti o futuri episodi.

D.: Detto questo, grazie per l’ascolto, a presto, ciao ciao!

Y.: Ciao!


 

Interviste, Podcast

#13: Vladimir Skultety. Lingua e personalità, choc culturali, apprendimento scolastico e molto altro!


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Ciao a tutti, ecco a voi la seconda parte dell’intervista a Vladimir Skultety. Se non avete ascoltato la prima parte e non sapete di chi sto parlando, Vladimir è un poliglotta slovacco che conosce la bellezza di 19 lingue. Benissimo, peraltro. L’italiano, come potrete notare, lo parla molto molto bene ed oltre a questo ha molte cose interessanti da raccontare. Abbiamo parlato di lingue e personalità, shock culturali, accenti quasi perfetti e tanto altro. Ascoltate la prima parte prima di questa, se non lo avete ancora fatto. Vi ricordo che siamo su instagram su podcast_italiano e su YouTube. E ora, torniamo alla nostra chiacchierata. Buon ascolto!
D. Se qualcuno ti dice: “ma Vlad, è inutile imparare altre lingue. Se sai l’inglese non serve”, che cosa gli dici?
V. Ma da un certo punto di vista ha ragione ma dipende da tantissimi fattori. Quindi, se lavori in un ambiente dove tutti parlano inglese o ti capiscono se lavori in un campo dove esprimersi ed essere capito esattamente così come vuoi essere capito non è così importante. Cioè voglio dire, ad esempio sei un businessman (in italiano: imprenditore, uomo d’affari) – ti bastano soltanto i numeri 10, 15, 100.000. Lì certo, l’inglese ti basta. Ma se ad esempio devi lavorare in Albania perché, non so, ti sei sposato, nessuno, veramente nessuno parla inglese, allora sì, devi imparare l’albanese. È logico. Quindi dipende da tantissimi fattori ma è anche vero che in tantissime circostanze l’inglese è assolutamente sufficiente.

D. Se potessi con uno schiocco delle dita imparare tutte le 6-7000 lingue del mondo, lo faresti? Accetteresti? O preferisci impararle tu?
V. Perché no? perché no. Il processo d’apprendimento di una lingua secondo me è soltanto un ostacolo tra me quando non parlo la lingua e me quando la parlo. È soltanto un ostacolo, a me non piace imparare le lingue, a me piace parlare le lingue. E quindi sì, perché no? 7000 lingue.. buono!
D. Quindi per te il processo in sé non è una cosa piacevole?

V. No, non tanto.
D. Questo è interessante, perché molti dicono che è importante che il processo sia… [interessante].
V. Certo, cerco di renderlo interessante e piacevole, ma come ho detto è soltanto un ostacolo, qualcosa come un male che deve essere accettato.
D. Conoscere 19 lingue ti ha cambiato in qualche modo, nel senso, come vedi il mondo? Perché c’è questo dibattito sul fatto che alcune persone dicono che una lingua ti fa vedere il mondo in un modo diverso, alcuni dicono “no, in realtà sei fondamentalmente la stessa persona che semplicemente usa un codice diverso. A me interessa sentire la tua risposta, perché tu hai vissuto anche a Taiwan dove penso che la mentalità sia completamente diversa da quella europea in cui sei cresciuto. Cosa ne pensi?”
V. Prima ero dell’opinione (meglio: dell’avviso) che con ogni lingua si cambia un po’. Però più conosco il mondo delle lingue, più sono sono su questa terra come uomo, più penso che la lingua è soltanto un mezzo di comunicazione. Anche se è molto diversa dalla lingua che bella lingua che già parli e viene da una cultura che è anche molto molto diversa come il cinese ad esempio. Se veramente parli la lingua bene il tuo personaggio (Vlad intendeva “il carattere” o “la personalità”) non cambia. Cioè tu hai un personaggio (vedi sopra) che rimane lo stesso, usi soltanto un altro mezzo di comunicazione per trasmetterlo, per comunicarlo. Perché penso che sia così? Parlando con le persone che sono assolutamente bilingue vedo che se parliamo in ungherese o se parliamo in slovacco è la stessa persona, con lo stesso personaggio (vedi sopra). Quindi secondo me se parli la lingua veramente veramente bene il personaggio (vedi sopra) non cambia, magari un pochino qui e là ma non è come se fosse un personaggio (vedi sopra) completamente diverso. Se è così hai fatto qualcosa di sbagliato secondo me, ma questo soltanto la mia opinione personale.

V. Come ti sei trovato in Asia, dato che hai vissuto, come dicevi, a Taiwan. Non so quanti anni, diversi anni immagino. 5 anni? Come ti sei integrato nella società? Avevi amici?
T. Sì, allora.. Taiwan ed io abbiamo un rapporto molto complicato. Da un lato mi è piaciuto molto perché sono cresciuto come persona, sono sono cresciuto come Vladimir. Ma dall’altro lato (questi) 5 anni erano (sono stati) i 5 anni più difficili della mia vita, perché la cultura è veramente molto molto differente Se sei uno come me che vorrebbe imparare la lingua locale come la parlano lì..- io ho dovuto completamente cambiare il mio atteggiamento e anche il personaggio (vedi sopra) da un certo punto di vista. Fare qualcosa di questo tipo è molto molto pericoloso perché sai, se cambi il tuo atteggiamento un po’, se cambi i tuoi, non so, magari valori anche, per capire la gente un po’ meglio e parlare la lingua un po’ meglio, dopo un po’ di tempo ti non ti ricordi più che l’hai fatto apposta. Semplicemente dimentichi che l’avevi fatto apposta e sei veramente cambiato, sei un uomo nuovo e questa è una cosa molto pericolosa. Quindi è soltanto un dettaglio di centinaia di dettagli che potrei spiegarti e di cui potrei raccontarti. Taiwan è un’isola molto molto isolata, culturalmente, politicamente, dal punto di vista della lingua. Conosco soltanto Taiwan, i taiwanesi. È molto difficile vivere in un ambiente così, soprattutto se hai una mente più aperta. L’aria non si può respirare così, come ad esempio, qui in Europa. C’è veramente tantissima gente, quindi hai una strana sensazione di essere sotto pressione tutto il tempo, di essere osservato, tutti ti guardano perché sei l’unico bianco, sei più alto del resto (meglio: degli altri). Io, come ti ho detto, non mi piace essere nel mezzo dell’attenzione (meglio: al centro dell’attenzione, quindi non mi sono trovato molto bene. Io ero veramente in un ambiente mandarino. Parlavo mandarino dal mattino alla sera, tutti i miei amici o la maggior parte dei miei amici erano taiwanesi, la mia fidanzata era taiwanese e ho lavorato in un’azienda taiwanese. Ho fatto del mio meglio per integrarmi nella società ma è stato molto molto difficile e dopo 5 anni, quando mi sono tornato a casa ero come “brain dead”. Non so come spiegare.

D. Esaurito, senza più energie mentali.

V. Anche di più, era una sensazione stranissima. Avevo uno choc culturale, (del tipo) sono tornato a casa e all’improvviso non c’era nessuno per la strada. Non era vero, era soltanto un’illusione paragonato..
D. Un apocalissi zombie aveva colpito la città. (come se […] avesse…)

V. Esatto, esatto. Pensavo che ci fosse.. come si dice “famine”?

D. Una carestia.
V. Una carestia o qualcosa del genere. Dove sono andati tutti?

D. Dove sono spariti? [ride]
V. Sì [ride]. È stata un’esperienza molto pesante ma ho sopravvissuto quindi sono qua e continuiamo, andiamo avanti.
D. Che cosa rappresenta la Slovacchia e lo slovacco per te? Perché questa è una cosa che mi interessa molto e (la) chiedo sempre ai poliglotti. C’è qualche differenza, parlando proprio della lingua, tra lo slovacco e tutte le altre lingue che hai imparato e magari parli benissimo? A livello emotivo, a livello primitivo?
V. Interessante sentire questa domanda perché anche se io sono sono nato in Slovacchia ma sono andato in un asilo ungherese, poi una gran parte della mia gioventù, posso dire così?
D. Dell’infanzia.
V. Dell’infanzia, sì ho passato (l’ho passata) negli Stati Uniti. Poi ho visto anche altri paesi quando ero ancora abbastanza giovane. La Slovacchia non è nel mio cuore come (lo) sarebbe se io fossi cresciuto soltanto in un posto senza muovermi così tanto. Nonostante che sia un paese abbastanza piccolo.. ma magari è esattamente per questo che ci sono tantissime tantissime culture locali, regionali, quindi nel nord sono più vicini ai polacchi, nell’oriente sono più vicini agli Ucraini. Ucràini?
D. Sì, qualcuno dice Ucràini, qualcuno Ucraìni.
V. Ucraìni. Poi nel sud dove sono io siamo più vicini agli ungheresi. Io non sono molto legato alla Slovacchia come paese e neanche alla Ungheria, (il) che è molto interessante. Se sono legato a qualcosa è la mia città natale. Qui direi che è (c’è) una sub-cultura locale, perché siamo veramente vicini, siamo a 20 chilometri dalla frontiera (più comune “confine”. Con “frontiera” di solito si intende la dogana, dove vengono effettuati controlli) con l’Ungheria e soltanto 70 chilometri dalla frontiera con l’Ucraina ed è una città abbastanza grande, con una bella storia. Quindi esiste una certa sub-cultura qua, abbiamo un dialetto che usiamo e sono più legato a questa città che alla Slovacchia. Quindi se parlo nel mio dialetto – e non è neanche un dialetto forte, soltanto un accento con parole dell’ungherese e del gitano qua e là – magari qualche suffisso cambia, ma non è veramente un dialetto diverso. Quando parlo questa lingua mi sento veramente a casa, a casa mia.
D. Interessante. Quindi se qualcuno ti urta mentre cammini per la strada e..- non sto parlando della Slovacchia, mettiamo che sei a Taiwan o in un altro paese – ti viene da imprecare in slovacco, nel tuo dialetto?
V. Mah! È interessante. ‘urtare’ in che senso? Vuol dire che..
D. Nel senso che [qualcuno] ti colpisce per sbaglio e non ti chiede scusa.
V. Secondo me questo è interessante, due anni fa una studentessa universitaria ha fatto una ricerca su questo tema, tipo, che lingua usi per contare, che lingua usi quando stai usando le parolacce, ecc. IO ci ho pensato un po’ e poi ho risposto dicendo che dipende da quale lingua stai usando quotidianamente e che lingua stai usando più spesso nella vita quotidiana. Quindi anche se lo slovacco è la mia lingua nativa insieme all’ungherese, e in un certo senso anche l’inglese, se uso il cinese ogni giorno, tutti i giorni (l’ho già fatto per 10 mesi) allora è ovvio che sto contando (corretto: conto) in cinese, sto usando (uso) parolacce in cinese. Quindi secondo me È soltanto una questione di pratica.
D. Interessante. Ti faccio questa domanda (che mi piace fare) perché Luca lampariello, che conosci molto bene, diceva che lui indipendentemente dal paese in cui si trova, se succede una situazione simile (qualcuno lo urta o qualcuno gli pesta un piede) la cosa che gli esce automaticamente non è nemmeno in italiano ma in romanesco, e la sua frase è “ma che sta affà?” (che cosa stai facendo). Quindi mi interessava sapere se c’era un legame emotivo speciale. Però secondo te nel tuo caso è una questione di…
V. Non lo so. Nel mio caso è una questione di pratica.
D. Che cos’è più importante per te nella vita?
V. Più importante.. la salute.
D. La salute. Cosa contribuisce secondo te all’accento di una persona? perché tu sei un esempio di una persona che ha un ottimo accento in tutte le lingue – poi io non conosco tutte le lingue, ma basandomi su quelle che conosco tra quelleo che parli direi che probabilmente hai un accento ottimo in tutte. Perché ci sono alcune persone che parlano conoscono perfettamente una lingua, conoscono perfettamente la.. magari sono esperti, russisti, ispanisti, conoscono alla perfezione una lingua, una letteratura e poi hanno un accento decisamente forte. Ed è strano perché hanno dedicato una vita a quella lingua. Secondo te è una questione, non so, di talento in quel caso? Una questione di orecchio o cos’è importante?
V. Tutte e due. Orecchio, talento. Imitare un accento per te deve essere un piacere. Il suono che esce dalla tua bocca deve sentirsi bene (un po’ strano in italiano, io direi “deve avere un suono piacevole”). Non so come spiegarlo. Ma quando sto parlando, ad esempio, inglese e sento che l’inglese è un inglese 100% americano la sensazione è molto gradevole.
D. Capisco, perché anch’io ho la stessa identica sensazione.

V. Secondo me il tuo accento russo è magnifico, sensazionale, quindi tu sai molto bene di che cosa sto parlando. Sì, deve essere qualcosa che.. deve essere rilassato. Naturalmente ci sono tantissime cose di cui magari adesso non c’è neanche tempo di parlare ma direi che in teoria c’è una cosa che si chiama talento per le lingue, per l’accento e anche un orecchio per le lingue. Io ad esempio sto suonando la chitarra da 14 anni e non conosco la notazione musicale. Se mi mostri la notazione non so cos’è.

D. Sì, questo è interessante, perché anche per me è la stessa cosa. Io suono il pianoforte e anche io ho sempre preferito suonare ad orecchio, non mi è mai piaciuto leggere la musica ed è sempre stato il mio punto debole, quindi probabilmente c’è un legame.
V. Poi osservando le persone che secondo me hanno un accento bello, diciamo ottimo nelle lingue che parlano, di solito sono “estroverti”? Si chiamano così?
D. [persone] estroverse.

V. Estroverse. Quindi ti deve piacere parlare, ti deve piacere la comunicazione ti deve piacere giocare i ruoli (forse Vlad intendeva “interpretare degli ruoli”, nel senso di imitare gli accenti di altre persone). Quindi sì, sono tantissimi fattori che lo influenzano, ma soprattutto talento e orecchio, direi io. Magari poi il talento è un concetto molto vago, perché poi alla fine il talento può essere soltanto un gruppo di predisposizioni, che poi a noi sembrano essere un talento. Però nonostante questo io penso che il talento reale o ce l’hai o non ce l’hai. Quindi io non sarei mai in grado di nuotare come “Micheal Phelps”, anche se nuotassi ogni giorno, non so, otto ore. Non sarei mai in grado di nuotare così. Perché lui è portato per lo sport della natazione (in italiano lo sport si chiama “nuoto”, natazione si usa in contesti particolari) e io no.
D. Mi sembra di ricordare che anche tu hai studiato lingue in un ambiente scolastico o accademico, lo spagnolo forse?
V. Cinese e poi spagnolo, russo e basta.
D. E cosa ne pensi? Perché diciamo che [l’insegnamento delle lingue in un ambiente accademico] è abbastanza criticato da tutti i fronti della comunità di poliglotti, sei d’accordo? Pensi che ci sia comunque qualcosa di positivo nell’insegnamento più, così, accademico, tradizionale, delle lingue o è tutto sbagliato? Non lo so.. guarda, sicuramente ci sono persone a cui piace molto studiare in un ambiente scolastico. Conosco persone che sono veramente appassionate per prendere appunti (io direi: appassionate della presa degli appunti). Cioè loro veramente non vedono l’ora di comprare un notebook (quaderno) per poter scrivere gli appunti in questo notebook. Per loro questo è un certo tipo di trigger, per creare una condizione della mente dove la mente è preparata ad accettare (meglio: ricevere, assorbire) la lingua meglio. Nel mio caso, no. Tutte le lingue che ho imparato ed ho cercato di pagare all’università non le ho imparate. Cinese: un fracasso (in italiano “fracasso” ha il significato di “forte rumore”, “chiasso”. Diremmo “disastro”). Io ho studiato cinese all’università a Praga per due anni ma non ho imparato tanto. Poi anche tenere in conto che il cinese è una lingua molto molto difficile, quindi di 2 anni all’università indipendentemente da come lo vedi non bastano. Però poi ho anche studiato lo spagnolo all’università e il russo ed era un fracasso lo stesso (corretto: ed è stato un disastro alla stessa maniera). Quindi no, per me non va bene. Penso che non c’è tanto che si può fare a questo riguardo, sai? Perché di solito all’università ci sono veramente tanti studenti in una classe. Diciamo.. non so, perlomeno 10 e già è troppo. Perché L’insegnante è soltanto uno e il tempo non basta per dedicarsi a ognuno di questi studenti. Quindi non penso che ci si può (possa) fare tanto. Poi una cosa che per me era devastante era che visto che dovevo imparare la lingua a scuola per me è diventato come qualsiasi altra materia, come, non so, biologia o storia o matematica. Quindi con tutte le negatività (meglio: gli aspetti negativi), come “homework” (i compiti), ecc. Quindi io all’improvviso dovevo studiare la lingua anche quando non avevo tempo, non volevo, ecc. e quindi ho sviluppato questo atteggiamento abbastanza negativo e passivo.

D. Una repulsione.

V. Una repulsione, sì, verso il cinese. Quindi perlomeno per me studiare in un ambiente scolastico non è andato molto bene. A parte un esempio, te lo faccio molto velocemente. Quando ero a Forlì studiando (meglio: “e studiavo” o “che studiavo”) relazioni internazionali avevamo la possibilità di frequentare i corsi di italiano ed era l’unico corso – e se mi ascolta adesso qualcuno che sta insegnando italiano a Forlì, siete veramente molto molto bravi). Abbiamo avuto soltanto 20 lezioni e le lezioni erano.. perché erano loro come insegnanti erano esperti di insegnare (nell’insegnamento) agli studenti Erasmus, quindi sapevano esattamente con quanta massima velocità possono (potevano) procedere, così che non sarebbe stato troppo. Quindi abbiamo imparato tutta la grammatica italiana in venti lezioni. Hai capito? Cioè, è una cosa pazzesca. Ma visto che noi siamo stati (meglio: eravamo) in Italia, usando la lingua ogni giorno, leggendo libri, parlando con i coinquilini, ecc. la lezione (due volte alla settimana o tre volte alla settimana) era veramente soltanto per spiegarci le cose un po’ più nel dettaglio dicendo che “quello che hai sentito a casa tua due giorni fa è un congiuntivo”, ecc. Si usa così. Quindi in questo senso, in questo ambiente sì. Il corso era magnifico e lo posso raccomandare (meglio: consigliare), ma gli altri corsi che ho preso (frequentato, fatto) per sfortuna no.

D. Molte persone che amano le lingue, che sanno tante lingue, dicono che non è necessario vivere in un paese per imparare una lingua. Qual è la tua opinione su su questo e c’è qualcosa che la vita in un paese tipo dare che non può darti in alcun modo lo studio, diciamo, “remoto”?

V. Mah! Certo che qualche verità c’è dentro questa opinione, ma in generale io penso che se vuoi imparare una lingua bene e velocemente devi assolutamente vivere nel paese dove la lingua si parla, oppure devi metterti in una situazione in un ambiente nel tuo paese dove sei circondato dalla lingua più dell’80% del giorno, che è una cosa molto difficile. Poi c’è anche l’opinione.. che succede spesso, che uno va in Cina però la maggior parte del suo tempo lo passa con i suoi amici stranieri, quando è a casa usa internet e usa l’inglese, lavora in un’azienda dove si parla soprattutto l’inglese e poi (e allora, e in quel caso) la differenza tra essere, non so, in Italia e Cina è piccolissima. Però questo è più un errore da parte della persona in questione, non l’errore di non essere in grado di imparare una lingua del paese dove sei, dove dove si parla meglio che [se la si dovesse] imparare nel paese da dove vieni. Quindi secondo me, assolutamente.. io non non sarei mai stato in grado di imparare il cinese così come lo parlo oggi se non fossi stato a Taiwan per 5 anni. Mai. Quindi io sono di questa opinione.

D. Ci sono paesi la cui lingua conosci dove non sei stato mai?

V. Sì, sì. Iran, non sono mai stato in Iran e parlo persiano. Non molto bene ma lo parlo. Poi l’olandese, non sono mai stato in Belgio e neanche in Olanda e il portoghese anche, non sono mai stato in Brasilee non sono mai stato in Portogallo. Quindi sì, ci sono alcune lingue che.. non le parlo bene, guarda.

D. Hai qualche consiglio pratico per chi impara l’italiano, magari proprio delle risorse che adori? Dei canali YouTube, dei podcast, dei libri? Qualcosa di pratico.

V. Allora, adesso non più, ma quando stavo mantenendo il livello del mio italiano prima stavo ascoltando (corretto: ascoltavo) uno show (meglio: trasmissione) che si chiama “Focus Economia“, Radio Sole 24 Ore di Sebastiano Barisoni, ed è podcast che esce ogni giorno, lungo due ore o qualcosa del genere e mi piace per varie ragioni. Mi piace la persona di Sebastiano Barisoni, che è molto carismatico e conosce l’economia, parla di tantissime cose diverse in queste due ore, quindi hai un ampio vocabolario che puoi in teoria imparare, se vuoi. Il servizio di questo podcast è molto professionale esce regolarmente e quindi.. non so, magari adesso ce ne sono di più ma 10 anni fa, o magari di più, 12 anni fa quando io ho iniziato a imparare l’italiano non c’erano così tanti podcast. Sfortunatamente non conosco nessuno youtuber italiano che mi piacerebbe (meglio: che potrebbe piacermi). C’era uno che si chiama Ernesto Cinquenove ma sfortunatamente non fa più video.

D. Ti posso consigliare Breaking Italy, è un ragazzo sardo che fa video di 10, 15, 20 minuti tutti i giorni settimanali sugli ultimi eventi diciamo e a volte dà anche l’opinione. Secondo me è interessante.

V. Grazie, grazie.

D. Volevo anche chiederti qualche consiglio sempre pratico in generale. Cosa puoi fare, qualcosa che magari non è non è consigliato molto spesso. Una cosa che io ho preso da te – cioè, in realtà facevo già però è interessante che l’hai detto – è quello di utilizzare i vloggers perché parlano in prima persona e dunque è un linguaggio [utile]. C’è qualcosa di questo tipo, che puoi consigliare? A parte le cose più classiche.

V. Allora a parte ascoltare e guardare i vlogger – perché come avevi detto loro parlano in prima personae dicono cose tipo “penso che sia”, “sono andato ieri”, “ho mangiato”, ecc., quindi dicono esattamente le cose che devi imparare tu – un’altra cosa che faccio, o facevo perlomeno, è di fare interpretazione simultanea nella mia mente.

D. Sì, volevo anche chiederti di questo, perché mi sembra una cosa che non fanno in molti. Secondo te può essere utile per tutti, anche per chi..

V. Non lo so Davide, io sono interprete quindi conosco la tecnica. Magari per chi non sa come farlo potrebbe essere molto difficile, ma c’è anche un’altra tecnica che si chiama traduzione consecutiva, cioè tu ascolti una frase nella lingua che stai imparando, metti una stop (meglio: fai stop) e la traduci e poi la registrazione va avanti con un’altra frase, metti uno stop (fai stop) e la traduci di nuovo. Quindi frase per frase, non è come nel caso della traduzione simultanea dove devi tradurre tutto. Non lo so Davide, a me questa cosa ha aiutato tantissimo perché a me piace fare più cose allo stesso tempo. Quindi stavo ascoltando (ascoltavo) Sebastiano Barisoni e la sua, non so, cronaca finanziaria. Quindi veramente ascoltando le notizie, imparando l’italiano, praticando l’interpretazione simultanea e mantenendo la lingua italiana (e magari anche inglese, se facevo la traduzione verso l’inglese). Secondo me quando stai facendo la traduzione simultanea, ma anche consecutiva 1) sei in grado di mantenere l’attenzione per tutta la registrazione – che è una cosa molto molto importante, perché spesso succede che dopo 5-10 minuti non sei grado di mantenere l’attenzione, invece se stai facendo (fai) la l’interpretazione simultanea logicamente se sei sempre focalizzato (meglio: concentrato). Poi magari se la velocità è troppo veloce su YouTube c’è la possibilità – e non soltanto YouTube – c’è di solito la possibilità di rallentare l’audio, rallentare il video, quindi dovrebbe in teoria perlomeno diventare più facile fare questa interpretazione simultanea.

D. Ultima domanda: quando vieni in Italia?

V. Mah! Domani se avrei (corretto: avessi) la possibilità. Non lo so, oramai sono 13 anni che non sono stato (meglio: che non vado) a Forlì, quindi mi piacerebbe veramente tanto tanto andarci.

D. Un viaggio della memoria dove hai imparato a fare la pasta col tonno.

V. Dove ho imparato a fare la pasta col tonno da Lorenzo, esatto. Mi piacerebbe magari anche quest’anno, ma si vedrà, si vedrà.

D. Ti aspettiamo a braccia aperte, lo dico a nome di tutto il paese, 60 milioni di italiani. [ride]

V. [ride].

D. Ti aspettiamo tutti. Ti ringrazio di nuovo, secondo me è stata un’intervista interessante, spero di averti posto qualche domanda che non ti abbiano (qui è meglio l’indicativo, che non ti hanno) [mai] posto prima.

V. Tantissime domande che non mi hanno [mai] posto prima. Grazie mille.

D. Va bene, grazie ancora, complimenti per l’italiano. Sicuramente hai stupito molte persone, me per primo, per la tua capacità di rispondere anche a domande non semplicissime.

V. Grazie mille, Davide.

D. Buona giornata.

V. Buona giornata a te, ciao.

D. Ciao ciao.

Se avete ascoltato entrambe le interviste con Vlad, quindi un’ora di materiale, per intero siete dei campioni. Se avete altre persone che vi piacerebbe che io intervistassi scrivetemi e posso provare a mettermi in contatto. Grazie per l’ascolto e vi auguro una buona giornata. Alla prossima!

Interviste, Podcast

#12: Vladimir Skultety. La motivazione per imparare 19 lingue, l’apprendimento linguistico nell’era di Google Translate e molto altro!


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Finalmente ritornano le interviste! Oggi abbiamo il grandissimo Vladimir Skultety, un poliglotta eccezionale, slovacco, che parla 19 lingue. È famoso per un video virale che ha superato le 3 milioni di visualizzazioni su YouTube. Se non sapete chi è vi preparo una clip per darvi un’idea di chi si tratta.

Vladimir è davvero uno dei membri della comunità di poliglotti, o di appassionati di lingue, più talentuoso. Avete sentito l’inglese, lo slovacco, l’ungherese, il ceco, il cinese mandarino, il russo, il tedesco, il francese e lo spagnolo. Ma ci sono diverse altre lingue, in totale 19 appunto. Quindi guardate questo video perché è davvero sorprendente. Ma una delle cose che mi ha sorpreso maggiormente di Vladimir è la sua modestia e la sua grande cordialità. Prima di passare all’intervista e sentirlo anche in italiano vi ricordo che su podcastitaliano.com troverete le trascrizioni integrali degli episodi, quindi anche di questa intervista, con la traduzione in inglese delle parole più difficili. Inoltre siamo su YouTube dove escono alcuni video e su Instagram. L’’intervista è stata divisa in due parti, quindi ora sentiremo la prima mezz’ora. Spero vi possa piacere, penso che abbiamo parlato di molte cose interessanti. Ora taccio (I will shut up) e do la parola a Vladimir. Buon ascolto!

D: Ciao Vladimir, è un onore per me averti su Podcast Italiano e ti ringrazio per aver acconsentito a questa intervista.

V: Ciao Davide, ciao. Grazie a te.

D: Allora, ho moltissime domande per te. Penso che questa intervista durerà circa 12 settimane, perché si può chiedere molto una persona che parla 19 lingue. Volevo chiederti, se tu incontri una persona a cui dici che parli 19 lingue, che faccia fa questa persona? (what’s the look on his/her face) Qual è la reazione?

V. Di solito, sai, io non lo dico. Cioè, non è una delle frasi che userei quando incontro una persona per la prima volta. No, non lo dico di solito. Sai, ultimamente quello che faccio è.. di solito dico che parlo soltanto inglese e poi la lingua la mia lingua natale, lo slovacco, e poi magari la lingua che stiamo utilizzando. Non dico di solito parlo 19 lingue, non è il mio stile.

D. “Piacere, io parlo 19 lingue” [ride]

V. [ride]

D. Però capita magari che alcune persone non sanno (meglio: ‘sappiano’) che tu sai la loro lingua e quindi puoi capire le loro conversazioni come una spia in incognito?

V. Sì, però visto che non è molto carino farlo di solito mi spiego all’inizio. Dico “guardate che io capisco quello che state dicendo, quindi state attenti”. Di solito [lo] dichiaro dall’inizio, dico che parlo anche questa lingua, così possiamo evitare tantissime.. come si chiamano, malintenzioni?

D. Fraintendimenti (misunderstandings) ?

V. Fraintendimenti, ecco. È meglio fare così, secondo me, perché capita spesso che possa capire quello che le persone stanno dicendo intorno a me. Ad esempio quando sei in un gruppo piccolo, con gente che hai appena incontrato, è meglio dire che parli la loro lingua, perché poi veramente diventa molto molto strano. A volte sai, quando dopo 15 minuti rispondi nella lingua che loro hanno usato tra di loro (non “tra di sé”) in una maniera molto..

D. Perché o mantieni la menzogna (lie -, più colloquiale: bugia) per tutto il tempo.. [ride]. Però forse è meglio dirlo subito.

V. Sì, sì.

D. Dopo due anni che vivi con un coinquilino (roommate) dici “ma sai, ho capito tutte le tue conversazioni al telefono”.

V Sì, non sarebbe molto carino.

D. Siamo penso tutti d’accordo (e anche tu) che la motivazione è fondamentale per l’apprendimento di qualsiasi lingua. Volevo chiederti qual è la tua motivazione dopo 19 lingue e, non so, penso 30 anni forse che le impari. Da quando eri piccolo, perché so che hai iniziato già con con tre lingue, se non sbaglio, fin da subito. So che a un certo punto recentemente, ti sei anche stancato un po’ di questo. Volevo chiederti, adesso ti è ritornata quella motivazione che hai avuto chiaramente per moltissimo tempo? E qual è questa motivazione per te? Perché continui a impararne altre, perché non ti bastano quelle che hai già?

V. Allora, questa domanda è molto interessante. Sono completamente d’accordo che la motivazione è assolutamente fondamentale quando vuoi imparare qualsiasi cosa, non soltanto una lingua. E soprattutto una lingua, perché per imparare una lingua ci vuole tantissimo tempo, quindi se sei soltanto affascinato (fascinated) e ti appassioni a [nota: non ‘ti appassioni per] una lingua questa passione durerà magari, non so due tre settimane, poi svanisce (fades away). Quindi non basta, devi essere veramente motivato per avere l’energia e la dedizione che ci vuole per imparare una lingua. Purtroppo come avevi detto per me questa motivazione, per quanto riguarda le lingue, è svanita (nota: non ‘svanuta’) per un certo periodo di tempo. Secondo me perlomeno 3-4 anni, era un periodo in cui ero stanco di tantissime cose, ma soprattutto poi le lingue perché ci ho dedicato tantissimo tempo a studiarle. Sapere di dove (oggi è più comune dire “da dove”, ma non è un errore) viene questa motivazione io non lo so. Probabilmente è una congiunzione di tantissimi fattori, l’interesse, l’umore, la stagione dell’anno magari, anche le persone che sono intorno a te. Ci sono tantissimi fattori che possono influenzare questo. Per fortuna in questo periodo anche se il tempo è brutto (fa veramente freddo adesso) sono abbastanza motivato. Non so perché. Piano piano ho ripreso l’apprendimento delle lingue, partendo da semplici monologhi nelle lingue che conosco, che è anche qualcosa che non ho fatto (corretto: che non facevo) da tantissimo tempo e piano piano inizio anche a studiare lingue nuove. Ho iniziato a studiare latino un po’. Non tanto, non voglio che diventi una cosa..

D. Vuoi intraprendere una carriera (start a career) nel Vaticano? Hai deciso di cambiare vita?

V. [ride] No ma sai, sarebbe molto interessante entrare negli archivi del Vaticano e leggere un po’. Ho studiato un po’ – studiare magari è un’esagerazione, ma ho letto un po’ – sulla storia in generale e soprattutto la storia dell’Impero romano, che mi piace tantissimo. Poi ho iniziato a leggere il libro di Giulio Cesare “De Bello Gallico”, mi è piaciuto tantissimo. Ho una traduzione ceca, nella lingua ceca, che è magnifica. Mi piace tanto.

D. Ma intendi anche parlare il latino? Fare dei monologhi come dicevi?

V. Sì, perché no. Ma soprattutto semplicemente capire parola per parola quello che ha scritto Cesare. Poi ci sono tantissimi documenti scritti in latino medievale, che anche potrebbe essere interessante [leggere]. La motivazione, perché quella era la domanda originale (meglio: originaria), è venuta di nuovo e non voglio spaventarla, quindi sto imparando latino veramente poco a poco.

D. Qual è la motivazione la motivazione per ogni lingua nuova? È diversa per ogni lingua? Hai magari l’obiettivo di andare in quel paese oppure, non so, puoi avere anche la motivazione di imparare la lingua di un paese che non hai intenzione di visitare e di cui non sai molto.

V. Direi c’è sempre perlomeno un’emozione che.. Non so come spiegarlo bene in italiano. Ad esempio, perché ho iniziato a studiare il persiano? Perché ho visto un film il cui c’era una piccola scena (meglio: breve scena) in cui un personaggio nel film ha usato il persiano ed era una scena molto molto carismatica e quindi ha svegliato questo interesse, non so se è un espressione anche in italiano (meglio: ha acceso l’interesse). Ed è partito di là. Poi mi sono reso conto che imparare il persiano sarebbe anche (stato) interessante da quel punto di vista, casomai (in the event that, in case) un giorno io – aspetta, il congiuntivo adesso – volessi imparare l’arabo. Il persiano servirebbe come un ponte perché  40% del vocabolario è di origine araba. Poi l’Iran è un paese interessante, con gente molto gentile, per lo meno quelli che ho incontrato io. Poi per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, se mi piacerebbe andare anche nel paese dove la lingua è parlata, sicuramente sì. Per me la lingua è soprattutto un mezzo di comunicazione, di entrare nella cultura e quindi imparare una lingua senza farlo secondo me non ha tanto senso, perlomeno per me.

D: Prima di iniziare questa nostra conversazione – ma in realtà già lo sapevo – mi hai confessato di essere perfezionista, di avere questo atteggiamento perfezionista nei confronti delle lingue e forse nella vita in generale. Ti chiedo quanto tempo dedichi ogni giorno alle tue lingue e hai magari qualche, non so come chiamarlo senso di colpa (guilt – sentirsi in colpa = feeling guilty), se le lasci, le trascuri (neglect) per molto tempo. Come gestisci questo, diciamo, questo apprendimento quotidiano.

V. Come ti ho detto negli ultimi anni ero molto stanco e non ho né imparato nuove lingue, né praticato e mantenuto le lingue che conosco ed ero molto triste per questo. Soltanto nelle ultime settimane ho ricominciato a praticare le lingue che conosco un po’ e poi imparare il latino. Quindi se vuoi posso dividere questa domanda in due parti, la prima che cosa ho fatto quando ero veramente veramente super interessato alle lingue e che cosa faccio adesso. Quando ero interessato alla lingue – in quel tempo (ne) parlavo magari, non so, 12/13 ho cercato (meglio: cercavo) di perlomeno ascoltare notizie in tutte le lingue che non usavo ogni giorno. Ho cercato (cercavo) di fare interpretazione simultanea nella mia testa verso lo slovacco o l’inglese. Perlomeno quello. Quindi 30 minuti di ogni lingua che non usavo ogni giorno poi, all’infuori (più comune: aldilà, oltre) di quello, imparavo anche una lingua nuova. Un’altra cosa che ho fatto (facevo) era di chiamare i miei amici su Skype e semplicemente parlare con loro per un po’ di tempo. Fino ad oggi penso che questo sia il modo più efficace e piacevole di praticare e mantenere una lingua. Per quanto riguarda quello che faccio adesso: non tanto, a dir la verità, ma in un certo senso mi sto risvegliando. Ad esempio ti ho detto prima di iniziare questa in questa intervista che ieri sera per la prima volta dopo tantissimo tempo ho parlato con me stesso in una lingua straniera, ed era il cinese, per tre ore. Che è una cosa pazzesca, se ti rendi conto (meglio: se ci pensi). Un tipo che parla con se stesso per tre ore in cinese sembra molto strano, però è veramente un modo incredibile per mantenere la lingua, per entrare nella lingua nelle strutture della lingua, per veramente rendersi conto di quello che sei capace di fare nella lingua e quello che non sei capace di fare, ecc., lavorare un po’ sulla tua pronuncia. Io lo faccio di solito nel bagno, dove c’è un’eco, quindi puoi sentire veramente, puoi sentire anche il tuo respiro ed aiuta tantissimo. Quindi quello che faccio adesso ogni tanto è sempre più e più (corretto: sempre più spesso) parlare con me stesso osservandosi(mi), correggendo una cosina qui e là nella pronuncia, nella struttura della lingua, ecc. Sì, sono un perfezionista ma per fortuna non così grave com’ero (rispetto a) prima e secondo me è un’abitudine un po’ che da un certo punto di vista ti aiuta tantissimo per migliorarti, ma ti frena (slow down) tantissimo e poi diventa un ostacolo grande. Quindi sì, sono un perfezionista e cerco di fare il mio meglio in tutto quello che faccio ma quando diventa un ostacolo, quando inizia a frenarmi poi dico basta. Facciamo il meglio che possiamo e se no va bene lo stesso.

D. E mediamente quante ore dedichi al giorno? Cioè per quante ore usi, ascolti, parli, scrivi in altre lingue?

V: Questo dipende perché.. anche vivendo in Slovacchia secondo me la maggior parte delle parte del giorno sotto sto leggendo (corretto: leggo) in inglese perché lavoro da casa e sto insegnando (insegno) inglese, sto insegnando (insegno) cinese ma in inglese e poi tedesco, ma anche (quello) in inglese, quindi è difficile dire quante ore. Ma se veramente guardiamo soltanto il tempo che che uso per praticare le lingue che non parlo ogni giorno ieri erano 4 ore ma non è ogni giorno così, quindi direi da un’ora a tre/quattro, magari, non lo so.

D. Capisco. Quindi tu come lavoro fai il “language coach”?

V. No, sono insegnante e interprete interprete di cinese, inglese e slovacco e poi a volte anche altre lingue se hanno un problema e gli manca un interprete, hanno bisogno di qualcuno subito allora posso essere un interprete sostituto (sostitutivo), ma di solito no, perché nelle altre lingue non mi fido così come mi fido in cinese, inglese e slovacco e poi faccio l’insegnante. (meglio: non mi sento a mio agio nelle altre lingue quanto mi sento in cinese, ecc.)

D. Sapevo infatti che eri – sei, anzi – un traduttore e interprete simultaneo. C’è qualche storia, qualche aneddoto, qualche episodio che ti è capitato magari durante l’interpretazione simultanea di qualcuno?

V. Fammi pensare. Non lo so, ma avevo un cliente molto molto interessante; era una cantante taiwanese molto famosa in Taiwan, in Cina, anche in Asia. Lei è venuta in Slovacchia per fare le foto per il suo nuovo album ed io ero il suo interprete personale per 4 giorni, ci siamo conosciuti abbastanza bene direi, siamo diventati amici. Poi non succede ogni giorno che una cantante così famosa ti accompagna o tu accompagni lei per 4 giorni e poi diventate amici, quindi questo ad esempio per me è stata un’esperienza molto molto bella.

D. Volevo invece chiederti a proposito dell’italiano, dato che alla fine è un podcast sull’italiano, il mio, e parliamo in italiano, (riguardo al)la tua esperienza. So che hai studiato a Forlì, il che è anche il motivo per cui hai questa accento che adoro ogni ogni volta che lo sento, questo accento Romagnolo. Ed è anche molto interessante perché è difficile trovare stranieri che abbiano un accento regionale italiano; ce n’è qualcuno però non è così facile. Volevo chiederti in qualche parola la tua esperienza qui in Italia con l’italiano.

V. Allora, io ho fatto l’Erasmus a Forlì, ho studiato in relazioni internazionali in Slovacchia è venuta (ho avuto) la possibilità di fare l’Erasmus in Italia quindi sono andato e mi sono trovato benissimo, veramente benissimo. Ho vissuto con tre ragazze italiane e un ragazzo italiano in un appartamento in centro della città (basta dire “in centro” o “in centro-città”). Sono stati loro a insegnarmi l’italiano, quindi veramente è grazie a loro che lo parlo così, anche se mi sono sforzato (I put the effort); però se non ci fossero (stati) loro non lo avrei mai imparato così bene. Cioè così, non direi bene, ma così. L’esperienza è stata fantastica. Io dico sempre che in Italia in quel periodo sono stato soltanto 5 mesi, ma neanche 5, 4 mesi e mezzo. Però l’Italia è sempre rimasta nel mio cuore, perché sono cresciuto  come persona. È stata la prima volta così lontano da casa mia da solo, imparando a cucinare ad esempio, questi dettagli della vita quotidiana.

D. Un’esperienza formativa, proprio come persona.

V. Sì, molto. Quindi per sempre, per me – io dico che il mio cuore ha quattro atri e uno rimarrà italiano. È così. Magari (dato che sono stati) soltanto quattro mesi e mezzo qualcuno direbbe “è niente”, paragonato a tutta la vita. Ma per me questi quattro mesi, cinque mesi erano (sono stati) veramente molto importanti. Sì, ho imparato tanto. Grazie Italia, grazie Forlì.

D. Quali associazioni mentali ti produce l’italiano o l’Italia?

V. Vacanza. Perché tantissime persone di Slovacchia (nota: questa struttura non è molto italiana. Vedi questo episodio – meglio dire “tanti slovacchi”) fanno vacanze in Italia,  soprattutto nella regione di Veneto (o: in Veneto), intorno a Venezia ci sono tantissimi camping sulla riviera adriatica. Quando ero ancora piccolo dopo il crollo (fall, collapse) del socialismo il primo paese in cui siamo andati era l’Italia. Quindi per me sempre quando (corretto: ogni volta che) sento la lingua faccio un’associazione con il mare, con il caldo, anche con il cibo. Ma io non sono un tipo che mangia tanto. Il cibo per me non è così importante. Poi la storia anche e poi naturalmente il tempo in cui sono stato a Forlì, a Bologna, la storia, ecc., la passione, l’energia, tutte queste cose.

D. È meglio la pasta o la pizza?

V. Difficile! Questa è una domanda molto difficile. Direi la pasta perché è più facile prepararla, la pizza.. Non so neanche fare la pizza.

D. Con quale condimento?

V. Pasta col tonno, questo è l’unico piatto che so fare bene, sai.

D. Questi quattro mesi e mezzo ti hanno lasciato la pasta col tonno.

V. Sì, il ragazzo che ha vissuto con me si chiama Lorenzo, lui viene di (è di) Sapri, che è un paesino sul confine di (tra la) Campania e la Calabria. Lui cucinava come un Dio (da Dio), veramente. Era la sua passione, il suo hobby. E il primo giorno, veramente il primo giorno io gli ho chiesto: “Lorenzo, senti, ma io vorrei imparare a cucinare qualcosa. Che cosa mi consiglieresti?”. E lui ha detto: “Ok,  facciamo una pasta con tonno perché è semplice” Quindi così ho imparato a fare la pasta col tonno, ma visto che io sono abbastanza pigro, per quanto riguarda la cucina, ecc., non volevo imparare di più, anche se Lorenzo ha fatto il suo meglio di (per) insegnarmi anche altre cose; e poi dal primo giorno fino all’ultimo giorno io ho cucinato soltanto la pasta col tonno quasi ogni giorno, quindi il povero Lorenzo, grande cuoco di Sapri, era molto triste, ma alla fine la pasta col tonno è l’unico piatto che so fare veramente bene.

D. Volevo invece chiederti hai fatto un video che è diventato virale, che – ho guardato prima – ha quasi tre milioni e mezzo di visualizzazioni. E questo ti ha anche portato, diciamo, una certa notorietà mediatica.Immagino ci siano stati articoli e interviste, sei anche andato in un programma televisivo in Russia in cui ti hanno fatto partecipare a un gioco dove ti mettevano alla prova nelle varie lingue. Cosa pensi di questo ruolo che sei arrivato a ricoprire, in un certo senso un ruolo, magari, di genio, no? Di persona speciale. Ti piace questo ruolo o sei un po’ a disagio?

V. Mah! Bella domanda. Sai, è interessante osservare cosa succede quando un giorno sei un nessuno (non sei nessuno / sei un signor nessuno) e il giorno seguente ti riconoscono per la strada, ti salutano, e non soltanto in Slovacchia ma anche in altri paesi. Come la gente ti vede. La cosa che ho notato, che è abbastanza interessante, è che la gente ti prende sul serio (takes you seriously) anche prima di dire una parola sola (corretto: prima che tu inizi a parlare / prima che tu apra la bocca – non possiamo usare “di dire” perché questa costruzione si può usare quando il soggetto delle due frasi è lo stesso). Non direi che tutti ti amano, tutti sono d’accordo con te, ma perlomeno ti ascoltano, che non è sempre il caso (meglio: non succede sempre – “non è il caso” in italiano significa “non è necessario”, “è meglio non..”) quando sei soltanto uno della folla. Si dice così? Uno della folla?

D. Direi “quando sei una persona qualunque”.

V. Una persona qualunque. Per il resto a me piace più essere un “underdog”, non so come si dice questo in italiano. Uno che non è..

D. Essere “sfavorito”, “svantaggiato”.

V.  Sì, essere sfavorito. A me piace più essere svantaggiato, anche se tante persone dicono che questo piace a tutti. Ma non è vero, non è così. Io ho tantissimi amici che si sentono molto bene (meglio: si sentono a loro agio) quando sono sotto i riflettori (in the spotlight), quando sono sotto pressione, ecc. Per me no, perché come ho detto io sono un perfezionista, ero un perfezionista. E la pressione è semplicemente molto pesante. Quando ad esempio ero nello (in quello show) televisivo in Russia, veramente, lo stress che ho provato era incredibile. Pensavo di svanire prima di andare..

D. Di svenire (pass out).

V. Di svenire, scusa.

D. Anche svanire, magari volevi scomparire e far finta di non esistere [ride]

V. [ride] Allora esiste anche “svanire”.Da un certo punto di vista era veramente una prova, direi, molto seria. Era lo show con più spettatori nella storia della TV russa, con 90 milioni di spettatori, quindi una cosa pazzesca. Io – non so quanto mi conosci – ma io non sono uno a cui piace vantarsi e mostrarsi davanti alle telecamere, quindi per me era molto difficile farlo. Anche prima (già prima) avevo paura di parlare in pubblico, anche se soltanto davanti a 5 amici. Quindi sapendo che ci sarebbe (stato) questo pubblico grande con 500 persone e poi queste telecamere, 90 milioni di persone.. in più dovevo fare una dimostrazione delle lingue che parlo in un modo interessante per la gente, ecc. Ma (comunque) un’esperienza bellissima.

D. Hai un paese preferito?

V. Dipende. Perché se parliamo della natura mi piace il sud della Francia, mi è piaciuta molto la Corsica e anche certi posti in Taiwan sono molto belli. Se parliamo della gente: Russia e Italia sono posti molto belli. Se parliamo di ricordi gli Stati Uniti, ecc. e poi la mia città preferita è Hong Kong e Venezia.

D. Cosa pensi del futuro delle lingue in relazione alla tecnologia, anche magari per quanto riguarda la traduzione e l’interpretazione simultanea. Pensi che sia sia una minaccia la tecnologia per questi lavori? Si parla di prodotti come i Google Pixel Buds o altre cose futuristiche. Diciamo, ci sono molte persone che sono sono scettiche e ritengono (believe, think) che sia difficile che la tecnologia sostituisca l’uomo, perché sostanzialmente si dice che la tecnologia non può capire, non è dotata di (fitted with) intelletto. Pensi che sia effettivamente così?


Google Pixel Buds

V. No, assolutamente. Io penso che sia una minaccia per il lavoro di interprete. Le persone che dicono che la tecnologia non ha intelletto e  pensano che magari non è (meglio: sia) una minaccia per noi come interpreti secondo me non capiscono molto bene come funziona la tecnologia. Si parla di una rete.. Neuronica?

D. .. neurale (rete neurale=neural network) grandissima che sta imparando ogni minuto in un modo pazzesco e sta migliorando le sue capacità giorno per giorno. Basta guardare come sta facendo le traduzioni Google Translate tra francese e spagnolo, italiano e spagnolo. Sono già traduzioni che sono accettabili a volte. Da una traduzione testuale.. – è veramente soltanto un piccolo passo verso la traduzione verso un’interpretazione perché praticamente ti basta avere un computer che riconosce la tua voce e quello che stai dicendo, trasformando le tue parole in un testo – e questo già succede, questo già (ce) l’abbiamo – e poi un’altra tecnologia che legge il testo, trasforma il testo in una voce che già esiste. E quindi queste tre tecnologie stanno migliorando giorno per giorno e magari non in un anno, due anni, ma in 10 anni sicuramente l’interprete – 15 anni, ok – l’interprete non sarà così importante. Perché la rete.. Come si chiama, neurale? La rete neurale è molto più intelligente come siamo (corretto: di noi / di quanto lo siamo) noi, perché considera molto di più. Cioè, considera anche l’aspetto culturale, ma in un modo che io non sarò mai in grado di capire. Perché una rete neurale funziona così, ha una capacità molto più grande..

D. Perché quello è ciò che viene detto che.. Diciamo, almeno al momento attuale non può capire. Cioè, non può capire riferimenti culturali, non può capire l’ironia, per esempio. Tu pensi che tutto questo verrà superato?

V. Certo, perché alla fine questa è una cosa che ha limiti. Cioè, tu non puoi dire una infinita combinazione di cose. Le cose che puoi dire hanno una fine (nota: “un fine” = obiettivo) e basta che la rete le senta tutte, magari varie volte e impari quali sono più importanti, quale sono meno importanti, quale usare quando – poi ci sono reali interpreti che stanno aggiustando la rete qua e là, dicendo che questa traduzione non era giusta, in questo momento avresti dovuto dire quello – e la rete impara. Impara ogni giorno e lo fa in una maniera incredibile. Quindi secondo me in 10 anni saremo sostituiti e possiamo poi, non so, giocare a scacchi (play chess), non so.

D. Che cosa vuol dire questo per le persone comuni che imparano lingue. Penso magari a persone che, non so, faccio un esempio – e non me ne vogliano gli americani – però, diciamo, persone come loro che non hanno un bisogno vitale di imparare altre lingue; possono tranquillamente vivere tutta la loro vita senza imparare altre lingue; (persone) che magari, non so, hanno sempre avuto quest’idea che gli bazzicava in testa, però magari non l’hanno mai fatto. Una tecnologia del genere potrebbe fargli perdere definitivamente quella minima idea. Pensi che sia così? Cosa vorrà dire questo per le persone che imparano lingue – come anche te?

V. Allora, ci sono due punti, secondo me, che sono importanti. Il primo punto è che in questo periodo è sempre più favorevole imparare una lingua che aspettare che una rete neurale sia in grado di funzionare o lavorare come un interprete vero. Quindi se tu adesso inizi a imparare l’inglese ce la fai in un tempo più breve come una rete neurale sarà in grado di sostituirti (corretto: di quanto ce ne metta una rete neurale per essere in grado di sostituirti) come interprete. Perché secondo me ci vogliono 10 anni, 15 anni, magari. Però sì, hai ragione, quando la traduzione digitale sarà su un livello dove (meglio: per cui) non sarà più importante imparare una lingua – perché semplicemente non ci sarà bisogno per questo (meglio: di fare questo) – secondo me imparare le lingue diventerà qualcosa come imparare come disegnare (corretto: imparare A disegnare). Sai, oggi se vuoi hai un migliaia di foto di della Monnalisa (in italiano conosciuta come “La Gioconda”), non devi imparare come (a) disegnarla. Ma se vuoi lo puoi fare perché ti fa piacere ecc., quindi magari magari sarà qualcosa del genere.

D. Quindi più per piacere che per effettiva necessità.

Questa era la la prima parte della mia intervista a Vladimir Skultety, penso sia molto interessante. Stay tuned per la seconda parte che è altrettanto lunga; abbiamo parlato davvero tanto, quindi un’altra mezz’ora. Risentite quest’intervista utilizzando anche la trascrizione, se non capite alcune cose (la trascrizione la troverete su podcast italiano.com). Grazie per l’attenzione e ci sentiamo o vediamo magari anche su YouTube molto presto.

Ciao ciao!

Interviste, Podcast

#11: Raffaele Terracciano e la lingua napoletana


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Come promesso, ecco a voi l’ultima parte dell’intervista a Raffaele Terracciano. Per chi non avesse ascoltato (for those who haven’t listened to / may not have listened to) gli episodi con Raffaele, Raffaele è un poliglotta di Napoli, nato e cresciuto a Napoli, che vive ancora a Napoli e che oggi ci parlerà di un aspetto importante di Napoli e dell’essere napoletani – della “napoletanità”. Prima di incominciare vi voglio ricordare che Podcast Italiano è su Instagram (podcast_italiano) e su YouTube , in cui escono alcuni episodi in formato video. Vi chiederei anche di lasciare una recensione su iTunes perché questo aiuterebbe il podcast. Ho scoperto, tra l’altro, recentemente, che le recensioni di iTunes che lasciate si possono vedere solo se andate sullo store del vostro paese, quindi, non so, americano, britannico, tedesco ecc. Io questo non lo sapevo; pensavo non ci fossero recensioni perché io vedevo solo lo store italiano, ma in realtà ce ne sono. Quindi voglio ringraziare tutti voi che molto gentilmente avete scritto delle recensioni sul podcast e invito coloro che non l’avessero ancora fatto a lasciare delle recensioni, se apprezzate il mio lavoro. Ma non perdiamoci in chiacchiere (without further ado) e iniziamo la nostra intervista.

D: Passando invece alla seconda parte della nostra intervista, volevo parlare del napoletano della lingua napoletana più nello specifico. Prima di tutto volevo consigliare di vedere il video di Raffaele in napoletano sul suo canale che linkerò, perché dà alcune informazioni molto interessanti sulla lingua che io non conoscevo. Volevo innanzitutto iniziare proprio con qualche frase in napoletano, che magari ritieni possa dare un’idea delle peculiarità di questa lingua o anche del carattere del popolo, dando una traduzione in italiano per i nostri ascoltatori che non sanno il napoletano.

R:  Qui si fa davvero difficile (it’s going to be hard), perché sono talmente tante che, davvero, pescarne una (pick one – pescare letteralmente significa “to fish”) o alcune tra tante è una bella scelta. Comincio da un tema sempre che i napoletani hanno sempre a cuore (they care about, is dear to the heart), che è la fame, il cibo. Abbiamo una cultura del cibo infinita e, ad esempio, voglio fare un esempio di una costruzione di una semplice frase napoletana che è:
“ho fame”.
In napoletano è:
‘tengo famme’.

Da questa frase capiamo che, per esempio, per alcune costruzioni il napoletano non utilizza il verbo ‘avere’ come fa l’italiano, ma utilizza il verbo ‘tenere’ che è quello che fanno esattamente le lingue come lo spagnolo, il catalano e il portoghese, ad esempio. Questo è una spia (indication, clue), diciamo, che ci fa capire che il napoletano è una lingua ben distinta dall’italiano, non solo per i vocaboli o per la pronuncia delle parole, ma proprio perché ha delle forme grammaticali completamente diverse che magari sono più simili ad altre lingue. Voglio fare un altro esempio, questa volta di una parola.

“mò te dongo nu pacchero”

Che vuol dire ‘adesso ti do uno schiaffo (slap). Non ci piace la violenza, ma volevo parlare di questa parola’ pacchero’

D: Pacchero quindi vuol dire schiaffo?

R: Schiaffo.

D: Ok, perché qua vicino a dove abito io c’è un ristorante che si chiama “Il Pacchero”, non sapevo che cosa volesse dire. Quindi vuol dire “Lo Schiaffo”.

R: Se parli di ristorante probabilmente..- il pacchero oggi si intende anche un formato di pasta.


I paccheri

D: Sì, in realtà (si chiama così) perché c’è questa pasta, chiamata pacchero.

R: Non so se ci siano nessi (connections, links) con il vero e proprio ‘pacchero’ napoletano, che è lo schiaffo. Se sei un fan di Antonino Cannavacciuolo (cuoco italiano famoso per aver partecipato al programma MasterChef Italia), lui dà queste pacche sulle spalle a tutti: ecco quello è un gran bel pacchero.

D: Come “pacca” (pat – es. pacca sulla spalla), quindi.

R: In realtà io non conoscevo l’origine di questa parola usatissima a Napoli, l’ho scoperta quando poi ho studiato il greco. In realtà pacchero viene dal greco e vuol dire “παν χέρι”, tutta la mano. Ed è esattamente quello che è un pacchero uno schiaffo, tutta la mano. Quindi – è vero che anche l’italiano ha tante parole che derivano dal greco, soprattutto il vocabolario scientifico, ma nel napoletano ne abbiamo talmente tante che sono proprio nell’uso quotidiano (in daily usage). Un altro paio di queste particolarità che accomunano (=uniscono) il napoletano al Greco e che quindi tradiscono l’origine (betray the origins) della città è (sono) il raddoppiamento dell’aggettivo, quindi presto in napoletano si dice ambresso, che tra l’altro suona molto simile al portoghese ‘pressa’, che vuol dire ‘fretta’. Però in napoletano per dire ‘molto presto’ non diciamo ‘molto ambress’, ma diciamo ‘ambress ambresso. Ok? Quindi raddoppiamo l’aggettivo. Anche in questo caso è una cosa che fanno molto spesso.. devo dire la verità, i francesi, ma soprattutto i greci. Ad esempio i Greci ‘siga siga’ (Σιγά σιγά), ‘piano piano’ e così via. Lo utilizzano in diverse situazioni. E un’altra cosa che è molto comune, perché lo utilizziamo nel quotidiano (on a daily basis) qui a Napoli, è l’aggettivo possessivo, soprattutto per quanto riguarda i membri della famiglia, (dopo il sostantivo). In italiano è ‘mamma’ – ‘mia mamma’. In napoletano è “mammema”. Quindi aggiungiamo l’aggettivo possessivo dopo la parola, che esattamente quello che fanno i greci ancora oggi. Ad esempio ‘i mitera’ vuol dire ‘la mamma’, ‘la madre’, ‘i mitera mou’ (η μητέρα – η μητέρα μου) – quindi il ‘mou’ sarebbe ‘mia’) va alla fine, va dopo la parola, come facciamo ancora a Napoli.

D: Se non sbaglio anche il latino funzionava alla stessa maniera, cioè veniva posposto (postpone) l’aggettivo possessivo e attaccato al sostantivo.

R. Devo alzare le mani (Raffaele usa queste espressione per esprimere una sua lacuna. Attenzione però! “alzare le mani su qualcuno” significa “picchiare qualcuno”), ho questa piccola lacuna (gap [in my knowledge]). Non ricordo bene il latino come funzionava.

D: Sono quasi certo che sia così anche in latino.

R: Però in italiano non esiste praticamente più, si può invertire l’aggettivo possessivo in alcuni casi (‘la mia amica’, ‘l’amica mia’) ma in napoletano è una regola grammaticale per quanto riguarda ad esempio i membri della famiglia.

D: Certo. Però quando diciamo l’espressione ‘Mamma mia!’, secondo te può essere un calco dal napoletano? Oppure no?

R: Io credo proprio di sì e non è per presunzione, per voler dire che tutto viene da Napoli, ma perché è una è una frase tipicamente napoletana. Anche se pronunciata alla napoletana sarebbe ‘mammama’, o ancora più, forse, popolare è ‘mamma ro Carmine’. In realtà, l’errore che si commette quando si ascolta ‘mamma mia!’, soprattutto all’estero, è che si pensa alla madre. Tu stai pensando a mia mamma, quindi io faccio un’imprecazione a mia mamma. Non ha molto senso. In realtà per noi ‘mamma’ in questo caso si riferisce alla Madonna. Quindi quando un napoletano dice ‘mamma ro Carmine’ si riferisce alla ‘Madonna del Carmelo’, che è una che una statua della madonna bruna che si trova in una chiesa in piazza del Mercato, una delle piazze più importanti a livello storico della città di Napoli. Non è tanto un riferimento (reference) alla madre, ma è un riferimento alla “madre di tutte le madri”, se lo vogliamo chiamare così, quindi credo proprio di poter dire che ‘mamma mia!’ ha origini in un modo dell’altro napoletane.
Però vale anche per altre parole. In napoletano non diciamo ‘la mia macchina’. In italiano non diresti mai ‘la macchina mia’. In napoletano è obbligatorio dire “a machina mia”, non puoi mai dire napoletano “a mi machina”. In napoletano va dopo l’aggettivo possessivo.

D: Volevo chiederti, come usi tu (o come usano in generale i napoletani) il napoletano nella loro vita di tutti i giorni? E magari farei una distinzione generazionale (=distinguere tra giovani, anziani, ecc.) tra i più giovani e i meno giovani. Perché trovo sempre molto affascinante il fatto che a Napoli, per quanto posso capire io, il napoletano è ancora molto usato, anche dai giovani, mentre dove vivo io (quindi provincia di Torino, ma anche Torino) il piemontese praticamente è sparito dalla vita dei giovani, a parte qualche parola che ogni tanto può essere riportata in superficie ed essere utilizzata. Questo è molto diverso Napoli. Io per primo (I, for one) per varie ragioni non parlo il piemontese, non lo conosco. Quindi sì, come viene utilizzato praticamente. E poi, seconda parte della domanda: qual è il rapporto tra l’italiano e il napoletano? Luca Lampariello, con cui abbiamo fatto un’intervista un po’ di tempo fa, diceva che per lui il romano è la lingua delle emozioni, la lingua istintiva e se qualcuno lo urta (hits him) per esempio per strada, anche in un paese straniero, gli viene da imprecare in romano e dire “Ma che sta affà?” (“ma che stai facendo?”). Succede lo stesso con te?

R: Posso avallare la tesi (support the view) Luca che fondamentalmente i dialetti o comunque le lingue madri..- tu prima hai detto che il napoletano è stato la mia prima o seconda lingua. In realtà non ho dubbi su questo, il napoletano è la mia prima lingua. È vero..- forse non in ordine cronologico, ma sicuramente in ordine di forma mentis (in latino “forma mentale, ovvero modo di pensare”). Nel senso, il napoletano lo ascolti misto all’italiano quando sei un bambino, diciamo un neonato. Poi quando vai a scuola cominci ad ascoltare a scuola esclusivamente l’italiano. Quando sei a casa i genitori generalmente vogliono che il bambino parli esclusivamente italiano a casa. Al punto da redarguire (scold, tell off) i bambini nel momento in cui parlano napoletano a casa soprattutto in presenza di estranei. Gli viene detto ‘parla bbuono (‘parla bene’). ‘Parla bene’ in questo caso vuol dire ‘parla italiano’. C’è questa prima dicotomia che ti fa capire come c’è una forma mentale per la quale parlare italiano vuol dire parlare bene e parlare napoletano vuol dire parlare male, in un certo senso. È semplicemente perché l’italiano lo impari a casa.. scusami, il napoletano lo impari a casa, lo impari con gli amici a casa, a scuola o per strada, mentre l’italiano lo impari fondamentalmente con l’input dei genitori quando sei molto piccolo, ma soprattutto con la televisione e con la con la scuola. Però si cresce perfettamente bilingui in questo caso. Spesso c’è il problema per i bambini più piccoli (soprattutto se e parlano molto spesso napoletano a casa) di fare un po’ un mix delle due lingue, quindi parlare italiano ma utilizzare delle parole napoletane mentre si parla italiano, o fare il contrario, quindi parlare napoletano ma all’improvviso metterci una parola che in napoletano non esiste o una costruzione che in napoletano non esiste. Quindi io mi sento di dire che il napoletano è la mia lingua, è la mia prima lingua e quindi per rispondere più in concreto alla tua domanda, sì anche anche a me per strada se mi urtano con la macchina sicuramente la prima imprecazione (curse, swear) è in napoletano, proprio non ci sto nemmeno lì a pensare (I don’t even have to think about it). Ma proprio perché il napoletano, come il romano per i romani sicuramente o il siciliano per i siciliani (non sono sicuro sia lo stesso nel nord Italia) è la lingua dell’istinto, è la lingua dell’anima, mentre invece l’italiano è un po’ più la lingua della testa, la lingua con la quale ti devi un attimo mettere lì e ‘switchare’ il cervello sull’italiano perché sei in una determinata situazione. Questa determinata situazione può essere il lavoro, può essere la scuola, può essere il parlare con una persona che non è di Napoli.. diverse situazioni. Ma in tutte le altre situazioni di relax – a meno che non si voglia essere molto chiari o meno che non si voglia dimostrare una certa quantità di rispetto (show some amount of respect) – si parla napoletano.

D: Quindi con un tuo amico di Napoli tu parleresti napoletano?

R: C’è qualche caso in cui parlerei italiano, magari se non ci vediamo da molto tempo e il rapporto non è più quello che era una volta. Probabilmente cominceremmo a parlare italiano: “da quanto tempo non ti vedo”. Ma la seconda domanda sarebbe in napoletano. Ecco ti ho fatto un esempio proprio così, pensato sul momento (off the top of my head = su due piedi). La seconda domanda (sarebbe) “Che fine hê fatto”, “che fine hai fatto”. Quindi anche in questo caso il napoletano è sempre lì pronto a subentrare a seconda delle situazioni (take over, depending on the situation). Diverso è (It’s a different matter) se stai parlando in una situazione un po’ più ufficiale, in quel caso è richiesto, tra virgolette, l’italiano.

D: Questo è molto interessante perché è qualcosa che per me è estraneo (foreign, outside of my experience) , anche perché a Torino c’è stata una grande immigrazione dal sud Italia e quindi, diciamo, si sono un po’ persi tutti i dialetti, sia il torinese per chi viveva Torino sia i dialetti meridionali per chi viveva (intendevo: veniva) dal sud e si è formato una sorta di italiano misto, in cui ci sono sia parole..- la maggior parte delle parole dialettali sono ovviamente torinesi, ma ci sono anche parole più  meridionali. Ti posso fare l’esempio della parola ‘mo’ (“ora, adesso” in italiano) – che penso sia napoletana o comunque in generale meridionale – che io utilizzerei, che utilizzo senza problemi in un linguaggio più colloquiale e sicuramente non è una parola del Nord. Per dirti, come siamo arrivati a un italiano torinese molto particolare.

R: Confermo che ‘mo’ è una parola meridionale, non so se sono napoletana ma sicuramente meridionale, ed è una di quelle lì che se raddoppi gli dai un significato più immediato. Quindi ‘mo’ vuol dire adesso, ‘mo mo’ vuol dire ‘immediatamente’. Però si, è un fenomeno molto molto interessante quello che dicevi e anche da parte mia è estraneo, nel senso che per me sarebbe impensabile non parlare il napoletano. Quindi il fatto che tu mi dica che a Torino ci siano poche persone..- o che comunque il dialetto piemontese o la lingua piemontese non è così diffusa mi lascia un attimo basito (surprises me un attimo = un po’). Innanzitutto perché ogni volta che si perde una lingua è un peccato a livello internazionale e poi perché una delle ricchezze vere e proprie dell’Italia è la sua diversità linguistica. Una ventina di regioni, ognuna con la sua lingua (anzi, forse all’interno della stessa regione ci possono essere persino più più lingue o comunque più accenti della stessa lingua o più dialetti della stessa lingua).

D: Il fatto è che a Torino c’è stato appunto un grande misto di culture, di popoli. Quindi ci sono molte persone a Torino che hanno un genitore, se non entrambi i genitori meridionali. Dunque quando un genitore è piemontese (intendevo: quando entrambi i genitori sono piemontesi), magari il figlio sa il piemontese, quando invece magari c’è anche un solo genitore meridionale allora il piemontese tende a scomparire (scomparire=sparire). Quindi si perde, il che può essere triste. Nel mio caso, io sono 100% piemontese perché i miei genitori sono entrambi piemontesi, però i loro genitori (quindi i miei nonni), come hai detto anche tu, avevano questo atteggiamento di insegnare l’italiano perché quella era “la lingua buona”. Però diciamo che sono andati forse un po’ più oltre perché i miei genitori non usano mai il piemontese con nessuno, benché lo capiscano molto bene. Io essendo un gradino più sotto (a level downgradino = step) l’ho perso ancora di più e praticamente lo capisco un pochino ma non lo parlo assolutamente. Secondo me è vero per molti, soprattutto per chi ha genitori del Sud Italia, che sono davvero moltissimi. Anzi è più probabile avere un genitore su due del sud qua dove abito io (nella provincia di Torino) che avere entrambi i genitori piemontesi.

R: Capisco. È proprio così, come ti dicevo prima è un peccato. È un meccanismo fondamentalmente comprensibile e oggi stanno nascendo tante piccole associazioni o piccoli movimenti che cercano di proteggere le lingue regionali, perché sono uno dei patrimoni del mondo in genere e del nostro paese nello specifico.

D: Quali sono le origini del napoletano e perché il napoletano è una lingua così importante? Non so, immagino che tu possa magari fare qualche esempio anche della letteratura del napoletano, della poesia..

R: Allora, il napoletano è una lingua romanza, è una lingua neolatina come ce ne sono tante. Non sono soltanto le cinque o sei che si nominano (are named) sempre, ma ci sono poi tutte le piccole lingue – piccole più o meno – lingue regionali.

D: Anche perché come hai spiegato nel tuo video ci sono dai 6 ai 12 milioni di parlanti di napoletano, che è una cifra molto molto grande.

R: Eh sì, perché a tutti gli abitanti fondamentalmente della Campania vanno aggiunti tutti i napoletani o discendenti di napoletani che si trovano in giro per il mondo che hanno lasciato..- le cui famiglie, i cui avi (=antenati, ancestors) hanno lasciato Napoli dopo l’Unità d’Italia per cercare una nuova vita nel nuovo mondo e che quando poi sono arrivati dall’altro lato dell’oceano hanno cominciato a parlare l’inglese e il napoletano, perché loro non hanno mai effettivamente imparato l’italiano. E quindi adesso in alcuni quartieri di New York c’è questo mix di lingue tra l’inglese e il napoletano, ma magari in queste famiglie non si parla italiano. È un fenomeno molto interessante. Per farti solo un esempio che è lampante (striking, glaring example) a tutti, quando vedi un film doppiato in italiano, un film americano doppiato in italiano, la parte dell’italo-americano in originale ha un accento molto forte italiano, quando poi doppiano il film in italiano, la parte di quello che ha l’accento forte italiano viene spesso fatta da uno che ha un accento forte il napoletano o un accento forte siciliano.

D. Sì sì, anche celebri Simpson il.. non mi viene in mente il nome del poliziotto.

R. Il commissario Winchester.

D.Esatto. Lui viene doppiato con un accento napoletano.

 


Il commissario Winchester (Wiggum in lingua originale)

Sono Davide del futuro. Parlando di Simpson (serie che da piccolo guardavo sempre) e del commissario dei Simpson, ho fatto una scoperta: nella versione originale Winchester si chiama in realtà ‘Wiggum’. Questo forse perché in italiano ‘Wiggum’ avrebbe avuto un suono troppo strano. Volevo farvi sentire l’accento napoletano dato al personaggio nella versione italiana del cartone nella scena della macchina da scrivere invisibile (invisible typewriter), in cui il commissario fa appunto finta di scrivere ciò che Homer è venuto a denunciare (report, press charges) da lui. Notate anche come il riferimento a Steve Urkel, un personaggio della serie “Family matters”, in italiano “Otto sotto un tetto” viene completamente modificato nella versione italiana, probabilmente perché non sarebbe stato colto (=capito – get the reference = cogliere il riferimento) dal nostro pubblico.

In inglese
Homer: The alien has a sweet heavenly voice. Like Urkel. And he appears every Friday night, like Urkel.
Wiggum: Wow, your story is very compelling, Mr. Jackass. I mean, Simpson. So I’ll just type it up on my invisible typewriter.
Homer: You don’t have to humiliate me.

In italiano
Homer: L’alieno ha una voce dolce, celestiale, come Louis Armstrong e arriva sempre di venerdì, come il pesce fresco. Come il pesce fresco.
Winchester: Oh, la sua storia è irresistibile, signor Babbaleo, voglio dire Simpson. Allora batterò il tutto sulla mia macchina da scrivere invisibile.  
Homer: Non occorre umiliarmi.

R: Di esempi ce ne sono (tanti), si può prendere tutto il padrino, tutta la saga, per fare degli esempi. Ma ce ne sono tanti. I Soprano, per esempio. Quelli sono tutti italo-americani e quando dici italo-americani nel 90% dei casi stai parlando di italiani meridionali-americani, ecco. Italiani del Sud americani, napoletani o siciliani o calabresi o pugliesi, nella stragrande maggioranza dei casi. E quindi c’è questa trasposizione.

D: È anche interessante secondo me che questi italoamericani, (in) queste famiglie italo-americane la parte italiana della famiglia non parlava sicuramente italiano, perché era l’inizio 900 o la seconda metà dell’800 e quindi probabilmente le parole che ancora adesso vengono percepite come italiane in realtà erano parole probabilmente dialettali.

R: Sì, è proprio così. Io faccio.. Parlando proprio di numeri si dice che 12 milioni di napoletani abbiano lasciato Napoli dopo l’Unità d’Italia nel corso di quasi un secolo per andarsi a cercare una nuova vita altrove (=da un’altra parte). Oggi a Napoli includendo l’area metropolitana siamo tre milioni, quindi ci sono più napoletani sparsi per il mondo (scattered around the world) che nella città di Napoli stessa. I napoletani all’epoca, ma anche i siciliani quando lasciavano le loro terre fondamentalmente non parlavano italiano, quindi quando sono andati nel nuovo mondo parlavano la loro lingua (quindi siciliano e il napoletano) e poi hanno dovuto imparare l’inglese. Ma l’italiano in questa equazione entrava soltanto nel momento in cui si doveva cercare di comunicare tra un siciliano e un napoletano, tra un calabrese e un pugliese si cercava come lingua comune l’italiano.

D: Nonostante i parlanti di napoletano siano nell’ordine dei milioni, l’Unesco ritiene Il napoletano una lingua a rischio di estinzione (endangered, at risk of extinction). Perché è così e che cosa si può fare secondo te? È inevitabile che prima o poi accada questa eventualità (evento possibile)?

R: È assolutamente evitabile. Il problema della lingua napoletana è che è un paradosso: è così tanto diffusa è così tanto parlata, però non è per niente codificata, nel senso che non viene utilizzata, non viene insegnata, non viene imparata, non c’è una scuola di napoletano, neanche nella scuola dell’obbligo italiana non vengono previste le ore extracurriculari per studiare la lingua, la cultura napoletana. Il napoletano è una lingua soltanto parlata, è una lingua che sopravvive nel parlato quotidiano tra i genitori e che sopravvive tra la (nella) parlata (modo di parlare) degli amici ma non esistono giornali in napoletano, non esistono trasmissioni in napoletano, reti televisive in napoletano, la radio in napoletano e così via.

D: Non esistono nemmeno podcast come questo per imparare il napoletano, qualcuno dovrebbe farlo.

R: Se mi stai chiedendo se esiste “Podcast Napoletano”, non esiste. Forse mi hai dato un’idea per il futuro. Scherzi a parte, non c’è adesso questo “mettere nero su bianco” il napoletano e far sì che i ragazzi studino e apprezzino questa loro lingua. Allo stato delle cose attualmente la lingua è l’italiano, punto. Il napoletano è una parlata – viene vista come una parlata che si tramanda di padre in figlio (is passed down from father to child), fondamentalmente, senza una codificazione vera e propria. In realtà il napoletano ha le sue regole, ha la sua grammatica, ha un suo modo di essere scritto, ha un suo essere il suo modo di essere pronunciato. È semplicemente che non viene insegnato, non viene scritto, non viene utilizzato in maniera così formale. Quando succede questo ci sono obbrobri (abominations) quali.. non so, i ragazzi di oggi – ma non solo i ragazzi, tutti i napoletani, dai 10 agli 80 anni. Se gli chiedi di scrivere in napoletano faranno più errori che lettere, perché nessuno sa esattamente..- o meglio, una piccola percentuale sa esattamente come si scrive in napoletano e come si pronuncia. Questo è un pessimo segnale per la sopravvivenza della lingua, che non è in pericolo in quanto lingua parlata, ma è in pericolo in quanto lingua non codificata, lingua non protetta.

D: Questo credo sia un problema comune a tutti i dialetti o lingue – insomma, come si vuole chiamarli – italiani, perché anche il piemontese ha lo stesso identico problema, ovvero che non è ben codificato. Forse c’è una codificazione almeno del Torinese, però ci sono tante varietà e quindi è difficile trovare un modo unico di di scrivere il piemontese, e il napoletano è lo stesso.

R: Questo è inevitabile per qualsiasi lingua. La differenza è che quando poi una lingua viene selezionata (=scelta, picked), perché le lingue..- cioè, non esiste una lingua ufficiale di un paese che non sia stata selezionata; la lingua non assurge (=non si eleva allo stato di) da sola a lingua ufficiale, c’è qualcuno che la seleziona, la modifica, perché c’è un’accademia, c’è un’istituzione che se ne prende cura. Per l’italiano è la Crusca. Decide la Crusca se una cosa può essere detta oppure no o se una parola viene inserita nel vocabolario oppure no. Una lingua ufficiale è sempre una lingua che fondamentalmente esiste ma non esiste, perché non è altro che il mettere insieme lingue che si parlano una scelta zona geografica più o meno ampia. Poi si fa del lavoro di taglio e cucito (o “taglia e cuci”, prendere un pezzo di qua e uno di là), quindi si prendono alcune cose che si dicono una regione, alcune cose che si dicono un’altra regione. Esattamente quello che ha fatto Dante nel XIII secolo, il padre della lingua italiana. La sua lingua fondamentalmente, la lingua con cui ha scritto la Divina Commedia, non esisteva. Fondamentalmente è stata una sua creazione, o quella dei poeti del tempo come lui. Si è utilizzato il fiorentino aulico dell’epoca ma con l’inserimento di alcune parole o modi di dire che venivano magari dal siciliano. Quella poi è diventata la lingua italiana. La stessa cosa succede in Spagna con il Castigliano, in Cina con il mandarino. Sono lingue che vengono codificate, vengono selezionate come lingue ufficiali – e tutte le altre che vivono e continuano a svilupparsi sul territorio, che non hanno poi questo stato ufficiale, vengono viste un po’ come lingue secondarie, lingue minoritarie, lingue regionali o persino dialetto. Spesso soprattutto in Italia si usa il termine dialetto come.. quasi a voler essere essere dispregiativo (derogatory). In realtà vuol dire semplicemente “un’altra parlata”. Però sì, fondamentalmente dietro tutto questo ragionamento si nasconde sempre o quasi sempre un ragionamento politico (political reasons), ovvero si vuole cercare di non dare troppa importanza alle lingue regionali per darla invece alla lingua unica, alla lingua unitaria. Quindi per tenere unito livello culturale il paese si difende la lingua nazionale e si bistrattano un po’ le lingue invece regionali.

D: Quindi abbiamo detto che il napoletano non è codificato e immagino che anche per questo motivo ci siano diverse varietà di napoletano. Volevo chiederti quanto è vera questa affermazione e quanto siano diverse le diverse varietà. Puoi capire un napoletano di un’altra città della Campania oppure potresti avere delle difficoltà?

R: Ci sono alcuni dialetti del napoletano, nella regione della Campania, che sono più difficili da capire rispetto ad altri. Non so, mi viene in mente il dialetto di Pozzuoli, quello di Torre del Greco o in alcuni casi anche delle zone di Avellino. Persino nel nel sud della Campania c’è.. adesso non ricordo esattamente la località, ma c’è una località del Cilento in cui si parla una versione del napoletano che è molto più vicina al siciliano, che non al napoletano. Come ti dicevo prima, le le lingue sono organismi viventi (living organisms), quindi si sviluppano in maniera simbiotica con il territorio. È impensabile pensare che senza l’intervento umano in due parti differenti del mondo si parli esattamente la stessa lingua. Quindi nel napoletano..- diciamo, quello che dà poi vita alla cultura napoletana, alla musica, alla canzone, al teatro napoletano è generalmente quello che si parla a Napoli, ma ogni singola città, ogni singola zona della regione della Campania avrà una sua versione del napoletano, con modi dire specifici, con pronunce specifiche. Addirittura alcuni vanno più in là (go beyond) e dicono che il napoletano in realtà è un insieme di lingue, ovvero tutto l’insieme delle lingue che si parlano nel sud Italia fatta esclusione per la Sicilia e il sud della Puglia e il sud della Calabria. Quindi c’è qualcuno che dice nel sud Italia si parlano due lingue: il napoletano e i suoi dialetti e il siciliano i suoi dialetti. Io adesso non sono esattamente convinto di questo perché credo che se diciamo a un pugliese che parla napoletano sono sicuro che in tanti storceranno il naso (frown, turn up their nose = non apprezzare, essere infastiditi). Però fondamentalmente c’è un fondo di verità (kernel of truth) in questo, è fondamentalmente una questione storica e geografica.


La Campania e le sue lingue

D: Se qualcuno che ci sta ascoltando volesse imparare un pochino, magari qualche base di napoletano, magari per addentrarsi (explore, study) nella cultura di Napoli, da dove può iniziare? So che hai consigliato 4 libri nel tuo video, di cui abbiamo parlato.

R: Sì, adesso non ricordo esattamente quanti e quali, ma diciamo che i miei punti di riferimento, anche da napoletano..- insomma, io sono stato il primo ad aver acquistato questi libri proprio perché non c’è un altro modo per capire come si scrive il napoletano o come funziona il napoletano. Chiaramente lo parliamo tutti a Napoli il napoletano, però possiamo dire che la (nella) stragrande maggioranza siamo analfabeti di napoletano. Ovvero lo parliamo ma non sappiamo né scriverlo, né leggerlo. Quindi io non ho resistito e sono andato ad informarmi sulla materia per uscire da questo “analfabetismo regionale”. I libri che sono stati più d’aiuto sono stati fondamentalmente due, uno proprio per le spiegazioni grammaticali, e questo libro si chiama “Vall’a capì: storia e grammatica della lingua napoletana”, “Vallo a capire” – che è un modo di dire qui a Napoli molto comune per dire “come fai a capire quello che vuole dire questa persona?” – di Maria d’acunto. E un altro libro,  invece, uno dei miei preferiti – spesso lo do il regalo ad amici non napoletani appassionati di Lingue – ed è la traduzione in napoletano del Piccolo Principe. Quindi in napoletano “O princepe Piccerillo” e il traduttore è Roberto D’Ajello, che ha tradotto anche altre opere, quindi per chi poi trova interessante questa lettura D’Ajello ha fatto altre traduzioni di opere famose a livello internazionale, sempre tradotte in napoletano.

D. Va bene, ci hai dato molte informazioni, tutte interessanti, a me in primis perché ho scoperto molte cose che non sapevo, dunque ti ringrazio di cuore.

R. Ringrazio te per avermi ospitato e per me è sempre un piacere parlare di lingue. Quando parliamo di lingue, di napoletano e di Napoli il piacere è moltiplicato all’ennesima potenza  (to the nth power).

D.Se dovessimo salutare i nostri ascoltatori in napoletano che cosa potremmo dire?

R: Senza dubbio “Stateve buono” (“statevi bene”) che è un po’ il nostro arrivederci. A Napoli usiamo molto spesso arrivederci, ma arrivederci non è una parola napoletana, è un italianismo. Ma è molto più comune sentire dire “Statte buono” o “Stateve buono”.

D. E ti chiedo ancora di tradurre in napoletano la frase che dico sempre alla fine dei miei episodi, ovvero che si può ascoltare (intendevo: leggere) la trascrizione di questo episodio sul sito podcastitaliano.com se non l’avete già fatto.

R: “Putite sentì (leggere) ‘a trascrizione ‘e chistu episodio ncoppa a podcastitaliano.com se nun l’avite fatto già. 

D. Grazie mille, grazie ancora e magari ci rivedremo in altri episodi.

R. Grazie Davide, grazie a te per avermi ospitato. Sicuramente hai la mia disponibilità per futuri episodi.

D. Alla prossima, ciao!

R. Ciao, un abbraccio!

Se siete arrivati fin qua innanzitutto vi faccio i complimenti perché era un’intervista decisamente lunga, la più lunga che sia uscita finora sul podcast. Dunque complimenti. Grazie ancora per l’ascolto e ci rivedremo nei prossimi episodi.
Alla prossima!

Interviste, Podcast

Come ho imparato quattro lingue straniere? – Intervista a Davide


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E. Ciao a tutti! Bentornati su Podcast italiano. Oggi come vedete Davide non c’è, ma sarò in compagnia di un ospite di eccezione (special guest) per un’intervista sicuramente molto interessante.

D. Scusate, sono arrivato un po’ in ritardo. Piacere!

E. Piacere, ospite d’eccezione.

D. Scusate, non siamo attori, ve lo abbiamo già detto. Comunque sì, oggi Erika intervisterà me. Ha avuto questa idea (non so se buona o cattiva): in ogni caso, dato che intervisto spesso altre persone, oggi abbiamo detto perché non posso raccontare qualcosa io e annoiare io i nostri ascoltatori?
In ogni caso prima di iniziare volevo pubblicizzare il nostro Instagram, che abbiamo appena aperto; ci sono alcune foto carine che riguardano i temi di cui parliamo nel podcast e che gestisce la qui presente Erika. Dunque, iscrivetevi subito: Podcast_italiano e aspettatevi diverse immagini, diversi video.

E. OK, direi che possiamo cominciare. Come dicevi tu, hai già intervistato diverse persone che parlano numerose lingue e sono quindi dei poliglotti, ma anche tu conosci diverse lingue. Vuoi raccontarci le lingue che sai? Vuoi raccontarci come le hai imparate?

D. Sì, io non sono al livello di queste persone che parlano un sacco di lingue, 10, 15, però vediamo.. io conosco, oltre all’italiano, l’inglese, lo spagnolo, il francese, il russo e ho iniziato da un mese circa a studiare il tedesco.

E. Quindi la prima lingua che hai imparato è stata l’inglese.

D. Sì, l’inglese l’ho iniziato a imparare alle scuole medie, che è una stranezza (= è strano) perché di solito si inizia alle scuole elementari, quindi a 6 anni, ma io ho iniziato a 11. L’inglese mi è sempre piaciuto, mi piaceva già da prima e ho iniziato a immergermi nel mondo di questa lingua soprattutto grazie alla musica e grazie a un gruppo in particolare, di cui sono ancora fan, perché mi piaceva molto cercare le interviste o andare sui forum di questo gruppo e vedere di cosa discutevano le persone, i fan di questo gruppo, anche se capivo ben poco (very little) di quello che dicevano. Poi sono migliorato, diciamo, ho migliorato il mio livello e ho aumentato le mie conoscenze guardando serie, diciamo le cose tipiche che si fanno; ho iniziato a parlare la lingua, soprattutto su Skype, ed è sicuramente la lingua che, al giorno d’oggi, parlo meglio ed è l’unica per cui ho una certificazione linguistica, il C2 di Cambridge Proficiency exam. La seconda è stata lo spagnolo che ho iniziato da autodidatta (=da solo, self-taught), quindi quando avevo circa 15-16 anni credo, adesso ne ho 22 per informazione vostra. Sì, ho iniziato da autodidatta ed è stata la prima lingua che ho iniziato ad imparare da solo, e quindi non sapevo che metodo utilizzare, come approcciarmi (approcciarsi a qualcosa = approach sth), perché l’inglese come ho detto è vero che lo studiavo a scuola, ma la scuola è responsabile per una piccola parte di ciò che uno impara, secondo me. Quindi dovevo capire da solo, perché con l’inglese era stato tutto molto casuale (random – not casual!), in un certo senso. L’ho anche abbandonato per qualche mese, però poi sono riuscito a riprenderlo. Lo spagnolo non è così difficile per un italiano e dunque adesso lo parlo abbastanza bene. La lingua dopo lo spagnolo è stata il francese, che a onor del vero (truth be told) avevo già imparato molto male alle scuole elementari, anche perché non si può imparare molto di una lingua alle elementari. E lo odiavo alle scuole elementari, poi è cambiato il mio rapporto con questa lingua e l’ho iniziata ad imparare anche questa da solo, ed è stato un po’ più difficile dello spagnolo per me, però direi che, soprattutto passivamente, la conosco abbastanza bene, non la parlo moltissimo quindi se c’è qualche francese fra di voi che vuole praticare il suo italiano e fare uno scambio, che mi scriva. Dopo il francese c’è stato il russo, che è la lingua a cui dedico ancora adesso la maggior parte dei miei sforzi d’apprendimento, che ho iniziato a studiare in concomitanza con (contemporaneamente a) l’inizio dell’Università, che è un’università di traduzione ed interpretariato. Sì, il russo l’ho iniziato da zero, però ho fatto fatto moltissimo da solo, anche qui credo che questo sia la fonte della maggior parte delle mie conoscenze e sono contento di aver studiato il russo. Molti mi chiedono: perché hai iniziato a studiare il russo? Diciamo, io non conoscevo niente della Russia, della sua cultura, però è stato comunque un percorso interessante, ho conosciuto molte persone, ho imparato molte cose, dunque non mi pento (I don’t regret it), ma penso che ogni lingua alla fine (after all) ti porti a scoprire un universo sia umano sia culturale. Come ultima lingua che ho iniziato, come detto, un mese fa circa o poco più di un mese fa, è il tedesco. Non posso dire di conoscerlo, però sto facendo i primi passi, vedremo dove mi porterà. Anche qui, se c’è qualche tedesco tra voi, che mi scriva. Magari possiamo parlare su Skype.

E. Quindi ci stavi dicendo che nel tuo percorso di studi hai comunque scelto degli indirizzi (=area di studi – indirizzi universitari) che avessero a che fare con le lingue. Quello che volevamo chiederti è: secondo te, qual è la situazione dell’insegnamento delle lingue nella scuola italiana e perché gli italiani fanno così tanta difficoltà ad imparare le lingue?

D. Ma, diciamo che è un argomento che è già stato sviscerato in molti luoghi e anche dallo stesso Luca Lampariello, nella nostra intervista. La situazione secondo me non è buona e – diciamo – ci sono molte persone che si chiedono se le lingue sono qualcosa che può essere insegnato a scuola o no. Diciamo, io non ho una posizione; penso che sicuramente si possa fare molto meglio di quanto si faccia adesso in Italia, perché l’approccio è sbagliato, l’approccio secondo me non è motivante per per gli studenti. Questo è un problema molto grande e secondo me molti insegnanti sono poco preparati, magari sono un po’ un po’ troppo anziani e hanno un po’ troppo poca voglia di motivare gli studenti ad apprendere una lingua – la lingua che insegnano. Oltre a questo, il problema di cui si parla sempre è che in italiano tutti i film e le cose che vengono mostrate in televisione sono doppiate, e questo è abbastanza sorprendente. Sorprendente quando vedi che se vuoi vedere un film come Star Wars devi andare in un cinema specifico, almeno qua nella zona di Torino, ad un orario (time – es. 8:30) specifico (o forse c’erano tre sessioni e basta). Questo secondo me è abbastanza significativo (telling) se uno pensa che un film così importante – si è parlato di quello per per un mese –In altri paesi non è così la situazione però questo influenza molto i nostri successi – o insuccessi.

E. OK. Un’altra cosa che volevo chiederti sempre per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue è secondo te quanto è importante essere come si dice, portati (=dotati – gifted), per imparare una lingua e quanto invece è possibile farlo per chiunque?

D. Ma, guarda, secondo me non è così importante il talento. Secondo me è più importante l’interesse e la motivazione. E questo interesse può avere diverse cause: può essere un interesse verso un paese, verso una cultura, verso magari una persona particolare, può essere un interesse al suono della lingua. Però secondo me è quello che è importante. Magari all’inizio non c’è un vero e proprio interesse, come nel mio caso con il russo: non è che ci fosse un interesse originario, però poi si è sviluppato. Però dev’esserci quello. Se non c’è quello, secondo me non si avrà mai successo nell’imparare una lingua. Non credo che il talento sia importante, perché si può imparare una lingua anche a 60 anni, se uno ha una determinazione sufficiente. Ovvio che quando uno è più giovane gli riuscirà meglio perché ha un cervello più plastico, però non ci sono ostacoli che impediscono (prevent) in maniera assoluta l’apprendimento di una lingua. Quindi: motivazione e interesse.

E. Sì, anche perché come dicevi tu, è difficile che a scuola si faccia la quantità di lavoro sufficiente per imparare effettivamente una lingua, quindi è importante essere motivati per continuare a fare cose da soli.

D. Sì, sì, sicuramente! Io faccio sempre l’analogia con l’imparare uno strumento. Io ho studiato pianoforte per diversi anni e se io avessi sperato di imparare a suonare lo strumento andando alla lezione e cercando di leggere gli spartiti (sheet music) e di provare a strimpellare (=suonare male, strum) qualcosa nell’ora alla settimana che facevo non avrei imparato niente, perchè è un lavoro che dev’essere quotidiano (day-to-day) – poi spesso io lo facevo non tutti i giorni perché non ero il migliore allievo, comunque, diciamo, dovrebbe essere un lavoro quotidiano.

E. Parliamo invece un po’ dell’italiano. Dato che tu sei insegnante di italiano su Italki. Volevo chiederti: qual è la ragione principale per cui le persone studiano l’italiano, che comunque non è una lingua così diffusa (widespread) come potrebbe essere lo spagnolo o l’inglese. Perché le persone studiano l’italiano e quindi per quale motivo hai deciso di creare il podcast?

D. È una domanda che anch’io pongo spesso alle persone che fanno lezione con me, anzi direi che forse è la prima o una delle prime. La risposta assolutamente più comune che sento è per interesse. (Per esempio:) sono interessato alla cultura italiana, sono attratto anche da qualcosa di magari un po’ magico dell’Italia, dal suono dell’italiano, da questa idea che si ha dell’Italia di un paese solare, di un paese accogliente (welcoming), di un paese in cui a uno straniero può piacere molto passare del tempo. Quindi sì, principalmente per ragioni culturali e per viaggiare, direi. Io ho creato questo podcast perché questo è quello che vorrei da un podcast di lingua e non sempre ne ho trovati in altre lingue. Alcuni sì, ce ne sono di ottimi (there are a few that are great), però ho pensato: perché non fare qualcosa che corrisponde a quello che io vorrei , quindi un podcast che parla di..- innanzitutto per persone che hanno superato il livello principiante, quindi dal livello intermedio in su, e che poi fosse abbastanza naturale: io non parlo di grammatica, parliamo di usi colloquiali, però sono spiegazioni della lingua come viene usata tutti i giorni, che magari non si trovano da nessun’altra parte. Però non mi piace parlare, non so, del verbo essere o del verbo avere o di come si usano le preposizioni articolate; non è escluso che magari poi lo possa fare, però in questo momento secondo me è più interessante utilizzare questa risorsa come una fonte di lingua un po’ più, diciamo, naturale e autentica, come dice lo slogan di questo podcast.

E. D’accordo. Quindi cosa consiglieresti a persone che vogliono imparare l’italiano come risorse oltre ovviamente al tuo podcast?

D. Ma, innanzitutto c’è un post che ho fatto in cui ho fatto una collezione di risorse per imparare l’italiano. Se state capendo quello che diciamo probabilmente avete già superato la fase iniziale, quindi non vi do consigli per principianti. Però se siete a un livello intermedio e volete migliorare il vostro italiano posso consigliarvi di leggere molto, secondo me è molto utile leggere e ascoltare contemporaneamente. Io utilizzo molto un sito che si chiama readlang.com, in passato utilizzavo anche un altro sito, lingq.com, che semplificano la lettura dei testi: quindi tu puoi schiacciare (=cliccare, click on) su una parola e ottenere la traduzione di questa parola, risparmiandoti  tutta la fatica (saving yourself the effort of) di doverla cercare sul dizionario. Oltre a questo sito, secondo me YouTube è una risorsa immensa (=enorme, huge), c’è qualsiasi cosa. Per le lingue più grandi ancora di più, però sono sicuro che per l’italiano ci sono tantissime cose. Se siete qualcuno di più giovane a cui può interessare la cultura degli YouTuber, questo tipo di contenuti, cioè ci sono moltissime cose anche in italiano, ma se non vi interessa questo comunque ci sono altri tipi di contenuti su youtube, film, documentari, qualsiasi cosa, dunque sfruttate questa risorsa enorme. E voglio ancora menzionare il diciamo il grande Alberto Arrighini, che ha fatto un sacco di video e di materiali per chi vuole imparare l’italiano, con Italiano Automatico, dunque andatevelo a vedere se non lo conoscete.

E. Va bene. Per oggi non ho altre domande per te.

D. Come al solito, la trascrizione di tutte le cose che abbiamo detto si trova sul sito podcastitaliano.com

E. Ricordatevi di seguire la pagina Instagram.

D. Sì. Ricordatevi di lasciare una recensione su iTunes, perché sarebbe molto utile avere recensioni. Se avete idee di argomenti di cui potremmo parlare scrivetecele, ci farebbe molto piacere. Detto questo, grazie ancora per la visione o per l’ascolto e ci vediamo nel prossimo video/episodio.

E. Ciao!

D. Ciao!

 

Interviste, Podcast

Raffaele Terracciano parla di Napoli – Interviste


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Ciao a tutti! Bentornati su podcast italiano. Oggi siamo di nuovo in compagnia di Raffaele Terracciano. Abbiamo già fatto un’intervista con Raffaele, divisa in due parti (parte 1 e parte 2), sulle sue esperienze linguistiche. Raffaele è un poliglotta eccezionale, che ha una storia interessante che potete riascoltare oppure ascoltare per la prima volta, se non lo avete già fatto. Ma oggi parliamo di Napoli: infatti Raffaele è napoletano, ama la sua città, è orgoglioso della sua città e inoltre la conosce molto bene in quanto è una guida turistica, e dunque di lavoro porta i turisti stranieri in giro per la città facendo i Free Walking tours, che sono molto di moda adesso in molte città europee e forse del mondo. Dunque Raffaele fa questo di lavoro, oltre che collaborare con il sito di apprendimento linguistico Italki. Oggi ci parla di Napoli. Nella seconda parte che uscirà successivamente invece e Raffaele ci parla proprio della lingua napoletana, dato che questo è un podcast linguistico, soprattutto. Ma oggi invece parliamo di Napoli, dunque buon ascolto!

D: Ciao Raffaele Grazie per aver acconsentito a (agreed to) questa seconda intervista.

R: Ciao Davide, è sempre un piacere!

D: E oggi parleremo più nello specifico come avevamo promesso di Napoli, la tua città in cui ancora oggi vivi e del napoletano, che è la tua prima o seconda lingua madre. Parleremo anche di questo. Credo che siano entrambi argomenti di cui puoi parlare per ore. Cerchiamo di rimanere sintetici (brief) anche se sicuramente sono argomenti interessanti. Volevo entrare subito nel merito (go into the matter, start talking about) di Napoli, della città, chiedendoti che cosa ti fa venire in mente la parola Napoli, magari qualche aggettivo. Quali sensazioni, quali ricordi della tua infanzia.. non so, dimmi tu!

R: Domanda subito così.. Partiamo fortissimi. Napoli è casa, Napoli è identità, Napoli è quello che sono, in un’unica parola. Non riesco a pensare a me stesso nato e cresciuto in nessun altra città. Ho città preferite in giro per il mondo, naturalmente, ognuna con i con i suoi pro e contro. Napoli una città molto particolare con una storia unica, oggi con i suoi problemi, ma io non vorrei essere altro che napoletano.

D: Se dovessi chiederti proprio qualche qualche aggettivo, qualche immagine mentale, qualche ricordo..?

R: Io ho sempre vissuto a Napoli, tranne una breve esperienza a Londra e un’esperienza un po’ più lunga a Roma, quindi effettivamente la stragrande maggioranza dei miei ricordi, la quasi totalità (=quasi tutti) (dei miei ricordi) sono legati alla città di Napoli, soprattutto per quanto riguarda l’infanzia, l’adolescenza. Al di là delle vacanze estive tutti i miei ricordi sono legati alla città, quindi mi viene difficile estrapolare (extrapolate, tirare fuori) qualcuno che è particolarmente legato alla città di Napoli. Per me tutti i miei ricordi in un modo o nell’altro sono legati a Napoli. Ecco, ti posso dire quella sensazione di quando sei fuori per magari periodi un po’ più lunghi che non siano per vacanza.. è una sensazione che sicuramente provano in tanti emigrati che vanno in altre parti del mondo, in altre parti d’Italia, per magari lavorare, cercare una nuova carriera. Tu puoi lasciare Napoli ma Napoli non lascia te, nel senso che c’è sempre questo richiamo (call) fortissimo. È la città della famiglia, che inevitabilmente lasci. Noi abbiamo un concetto di famiglia molto Mediterraneo, molto, diciamo, Sud europeo. C’è sempre un legame molto forte con la famiglia e con Napoli, che in fondo può essere considerata come una enorme famiglia allargata (huge extended family).

D: Che cos’ha Napoli come città e il suo popolo che secondo te non puoi trovare da nessun’altra parte del mondo?

R: Direi che l’unicità (uniqueness) è quella di essere riuscita a mettere insieme una storia molto eterogenea (diverse), che ha dato come risultato poi una città che è unica e dei cittadini che hanno un carattere molto specifico: un napoletano è diverso da un siciliano o da un nord-italiano o da qualsiasi altro abitante del resto del mondo.

D: Puoi farci qualche esempio di questa specificità (special nature) dei napoletani? Che cosa li differenzia da tutti gli altri italiani o anche cittadini di altri paesi?

R: Guarda, si parla sempre.. quando si parla di Napoli nel bene o nel male si finisce anche col parlare dell’ arte di arrangiarsi (art of getting along) del napoletano. Anche, non so, tra i napoletani più famosi nella storia recente, Totò, attore comico, ha portato un po’ in giro per l’Italia questa arte di arrangiarsi del napoletano con i suoi film, con le sue commedie.


Totò

In realtà l’arte di arrangiarsi napoletana è un concetto molto più complesso che semplicemente “sbarcare il lunario” (making ends meet, making a living).  L’arte di arrangiarsi napoletana è quella di ottenere qualcosa che possa funzionare e che possa essere efficace, che possa essere utile o anche soltanto divertente anche con mezzi a disposizione molto ridotti (very limited means available). Chiaramente tutte le generalizzazioni sono sono sbagliate però puoi star sicuro che così in linea generale (as a general rule) un napoletano riuscirà a cavarti qualcosa (get something out of) anche se gli metti a disposizione soltanto poco. Uscirei un attimo dalla dicitura (=espressione, frase) “arte di arrangiarsi”, ma la tradurrei in una creatività che probabilmente non ha eguali in altre in altre zone del mondo dovuta alla diciamo al territorio fertile: non dal punto di vista geografico, ma dal punto di vista umano e da una storia molto eterogenea che ci ha di fatto plasmati (shaped) e ci ha reso più adatti al cambiamento, se vuoi.

D: Ed è sicuramente una qualità molto utile, penso per chiunque.

R: Così, per dirti subito una frase in napoletano che in un certo modo può spiegare quello che ho appena detto: “O napulitano se fa sicco, ma nun more”. Che vuol dire “il napoletano dimagrisce ma non muore”. Per dire che siamo talmente abituati a tutto, nel bene e nel male, che anche nella situazione più difficile riusciamo sempre a cavarcela (=arrangiarci, get along), a) con un sorriso, b) in maniera più o meno brillante.

D: Per usare un termine ”scientifico” potremmo dire che i napoletani sono resilienti.

R: Resilienti, stavo pensando alla stessa parola.

D: Tu Raffaele sei una guida di Napoli, lavori a Napoli e sei abituato, come abbiamo già detto, a portare turisti di ogni nazionalità in giro per la città. Volevo chiederti se puoi farci un riassunto della millenaria storia della città e poi anche magari (dirci) che cosa piace di più ai turisti che porti in visita.

R: Ti correggo subito perché.. faccio un attimo il professore, metto le vesti del professore. La storia di Napoli non è millenaria ma è trimillenaria, vuol dire che non ha soltanto mille anni.. è plurimillenaria.

D: Sì sì, intendevo plurimillenaria.

R: Ne ha quasi 3000 di anni di storia, per creare subito competizione tra Napoli e Roma in realtà, il primo nucleo della città di Napoli Partenope è stato fondato una quarantina d’anni prima della fondazione della città eterna. Quindi Napoli è più eterna della città eterna, per dirla con una battuta (with a joke). Sì, la storia di Napoli schematizzando (sketching, summing up) un po’ il tutto la si può riassumere in pochi minuti. Inizia tutto con con i Greci che fondano nell’ottavo secolo a.C. una città vicino vicino al mare, grosso modo di fronte all’Isolotto che oggi ospita Castel dell’Ovo, per chi è pratico di Napoli. Questa città prese il nome di Parthenope.

Prese il nome di Parthenope perché secondo la leggenda, la sirena (siren) Partenope, che abitava fondamentalmente nel Golfo di Napoli, dopo non essere riuscita a conquistare Ulisse e i suoi ai suoi compagni si lasciò morire insieme ad altre sirene e i loro corpi caddero nelle onde del Golfo di Napoli. Le onde del mare portarono il corpo della Sirena Partenope su questo isolotto, dove oggi sorge Castel dell’Ovo e che si richiama (rinomina) in realtà Megaride.


Isolotto di Megaride

Su questo isolotto i greci trovarono il corpo della sirena, lo presero tra le braccia, andarono sulla terraferma (mainland) e fondarono su una piccola collina, che viene chiamata Monte Echia, la Città di Partenope dandole quindi il nome della sirena più importante. Tutt’oggi si usa “partenopeo” per dire “napoletano”. Insomma, sono due aggettivi che fondamentalmente si equivalgono, anche se Parthenope era soltanto il primo piccolo nucleo della città di Napoli fondata nell’ VIII secolo a.C.

Duecento anni dopo arrivano degli altri Greci, decidono di installarsi (settle) in un’altra zona della città, fondando una nuova città: non riuscendo a trovare un nome che fosse originale chiamano semplicemente la città “la nuova città”. In greco Neapolis. Da lì il nome passerà ad essere Neapolis, a Napoli moderno. La città poi si è ingrandita fino ad inglobare (encompass) persino il primo nucleo, la Città di Partenope. Dopo i Greci abbiamo fatto parte dell’Impero Romano, ma nell’Impero Romano siamo rimasti la capitale greca dell’Impero Romano, chiaramente al di fuori della Grecia. Però sai che all’epoca non c’erano tutti questi voli low cost come ci sono oggi, quindi tutti i romani che volessero studiare la cultura greca – ne dico uno Virgilio, che adesso l’ho chiamato Romano ma sarebbe più corretto dire latino, visto che lui era di Cremona se non sbaglio – venivano tutti a studiare la cultura greca a Napoli. Fondamentalmente Napoli già all’epoca mostrava un carattere bilingue, perché Napoli è rimasta una città bilingue fino all’anno 1000. Si è parlato greco e latino, l’uno affianco all’altro. Proprio qualche anno fa hanno scoperto un tempio isolimpico nella zona del Corso Umberto, tra Corso Umberto e il Duomo, nel quale ci sono le iscrizioni in caratteri greci che riportano i nomi dei vincitori delle competizioni. Quindi Napoli è rimasta una città greca come come lingua e cultura fino all’anno 1000.

Dopo l’anno 1000 è iniziata la storia della Napoli reale con dinastie che sono venute un po’ da tutta Europa, cominciando con i normanni dalla Francia, poi gli Svevi dalla Germania, di nuovo i francesi con gli Angioini poi gli spagnoli, più specificamente gli aragonesi. Dopo gli Aragonesi siamo entrati a far parte del regno di Spagna, quindi Napoli è diventato un vice-regno. Dopo questa epoca del vice-regno, Napoli ha guadagnato la sua indipendenza con i re Borbone di Napoli, che hanno rappresentato la nostra epoca d’Oro. La nostra epoca d’oro purtroppo è terminata con l’Unità d’Italia (italian unification). L’Unità d’Italia nel 1861 con – insomma adesso non voglio trasformare (l’episodio) in una lezione di storia, però c’è stato Garibaldi con Vittorio Emanuele, hanno organizzato la spedizione dei Mille conquistando prima la Sicilia poi il resto del Sud Italia, mettendo insieme il tutto, chiamandolo Regno d’Italia qui e da qui in poi è Storia d’Italia, quindi il regno poi diventare repubblica dopo la Seconda Guerra Mondiale con il referendum. Ecco la storia di Napoli in pochi minuti.

D: Ci sono dei libri che consiglieresti per chi vuole avvicinarsi alla storia alla cultura della città?

R: Guarda uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni è un libro molto completo di uno scrittore che si chiama Angelo Forgione e non è un libro di storia ma è un libro di cultura napoletana. Alcuni sono andati oltre, l’hanno definito la Bibbia del napoletano, non come lingua ma come cultura. Parla un po’ di tutto, parla un po’ di Napoli cos’era e cos’è e perché la sua storia è cambiata in maniera così repentina (=velocemente). Il libro si chiama “Made in Naples”, quindi un titolo straniero per un libro che parla del muro della cultura napoletana, così lo definisce lo stesso scrittore, quindi dalle canzoni al caffè, dalla pizza alla mozzarella, dalla lingua alla storia. Angelo Forgione, “Made in Naples”.

D: Se dovessi dare qualche consiglio a chi vuole visitare Napoli, “must-visit” o “must-do” a Napoli, e magari qualche consiglio più underground, qualcosa che molti magari non conoscono o, diciamo, non è ai primi posti di TripAdvisor. Che cosa potresti.. (consigliare?)

R: Comincio proprio col dirti l’attrazione numero uno tra le attrazioni di Napoli su TripAdvisor che è “Cappella San Severo”.Voglio menzionarla perché nonostante la sua posizione su TripAdvisor.. è vero che la sua popolarità sta crescendo con il tempo. Però ci sono ancora troppi turisti che vengono a Napoli (soprattutto stranieri, devo essere onesto) e non conoscono la Cappella San Severo, che è un piccolo gioiello nascosto tra i vicoli del centro antico di Napoli ed è assolutamente il posto più magico e alchemico (=che ha a che fare con l’alchimia), perché di fatto di questo si tratta: di un’enorme cappella massonica. Cappella San Severo è assolutamente un “must visit”.


Cappella San Severo

Il secondo è la galleria borbonica, che è sicuramente il luogo sotterraneo che io preferisco qui nella città di Napoli. Sotto la città di Napoli, sotto tutto il centro storico c’è un’enorme rete di tunnel che era utilizzata dai Greci in principio per scavare e prendere il tufo napoletano, questa pietra gialla facilmente malleabile che i Greci utilizzarono per costruire tutta la città. Dopo dai Romani furono utilizzati questi tunnel come l’acquedotto romano che è stato in funzione fondamentalmente fino al 1885 circa. Dopodiché i tunnel sono stati abbandonati e riutilizzati come rifugi antiaereo (bomb shelter) durante la Seconda Guerra Mondiale, visto che Napoli è stata la città più bombardata durante questa guerra. Quindi si trovano diverse attrazioni sotterranee a Napoli: la mia preferita è la galleria borbonica perché aggiunge un elemento extra. Ovvero, durante l’epoca borbonica i re di Napoli vollero costruire un tunnel che gli consentisse in caso di rivoluzione (stiamo parlando poco dopo del 1848) di lasciare Napoli in caso di rivoluzione, quindi un tunnel che consentisse a diverse carrozze (carriages) di partire dal palazzo reale, che oggi si trova in quella che chiamiamo Piazza del Plebiscito, ed uscire direttamente nel quartiere di Chiaia (verso la fine del lungomare di Napoli), quindi da lì puoi prendere prendere le distanze dalla città. Il problema è che durante questa costruzione loro hanno intercettato (=incontrato) i tunnel che erano stati scavati dai Greci e riempiti d’acqua dai Romani, quindi hanno dovuto fondamentalmente creare dei ponti sotterranei per consentire alle carrozze di uscire dall’altro lato. In realtà poi il tunnel non è mai stato completato del tutto e poi è venuto l’unità d’Italia a renderlo fondamentalmente superfluo (=non necessario) e la galleria borbonica resta tutt’oggi il rifugio antiaereo più grande e più utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale. Aggiungo probabilmente il miglior conservato (best preserved): anche l’ex presidente della repubblica Napolitano ci ha passato diverse decine di giorni, sicuramente. Tutt’oggi durante la visita ci sono alcuni sono alcuni momenti da pelle d’oca (goosebumps moments). A completare il tutto dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato utilizzato come deposito di auto e scooter confiscati nella maggior parte dei casi scooter “pezzottati” come diciamo qui in napoletano. Pezzo vuol dire, diciamo, “il piccolo pezzo” e fondamentalmente si riferisce ad un auto o ad una moto alla quale sono stati sostituiti i pezzi, generalmente per migliorarne le prestazioni (improve their performances). Chiaramente erano totalmente illegali, venivano sequestrate (=confiscate) e messe dentro questa galleria e soltanto qualche qualche anno fa si è deciso di recuperare questa..- che poi è diventata un’attrazione turistica grazie al lavoro dei fratelli Minin. Insomma, adesso è una delle attrazioni più interessanti che possiamo trovare a Napoli.


Galleria Borbonica e gli scooter “pezzottati”

D: Molto “tunate”, come “tuned”.

R: Esatto. “Pimped”.

D: “Pezzottate” però è più bello.

R: Innanzitutto è tipico napoletano come termine e poi rende forse meglio l’idea. La terza è un attrazione, diciamo, puramente archeologica. Parliamo sempre di tunnel ma soltanto in parte: è il Pausilypon.  È sicuramente un parco archeologico molto poco conosciuto, si trova nella zona di Posillipo a Napoli e fondamentalmente è una grotta (cave), la grotta di Seiano, che sbuca (ends up, pops up) in una villa imperiale romana. Molti pochi sono a conoscenza di questa Villa Imperiale nel quartiere di Posillipo. I resti sono interessanti ma anche la storia della villa, le visuali panoramiche che si possono ammirare da quella villa pagano da sole il costo del biglietto.

Pausilypon

D: Immagino che queste questi consigli che hai dato siano di luoghi abbastanza conosciuti. C’è qualcosa di un pochino più segreto che ti andrebbe di consigliare non necessariamente luoghi anche attività?

R: Stanno sorgendo sempre nel quartiere di Posillipo diverse attività portate avanti da ragazzi che prevedono di scoprire Napoli non dalla terra ma dal mare e quindi con Kayak  o con la tavola da surf in piedi con la pagaia (paddle), quello che si chiama “Stand-up paddle”, per vedere Napoli dal mare. Sono attività ancora poco conosciute, ancora poco popolari, ma molto interessanti, soprattutto alle quale molti giovani possono avvicinarsi perché sono davvero divertenti, oltre che molto interessanti. Per il resto le cose da fare a Napoli è cercare – come dicono “When in Rome do like the Romans”, quando sei a Roma fai come i romani – e la stessa cosa vale per Napoli: cercare di mimetizzarsi (blend in) e fare quello che fanno i napoletani, quindi mangiare la pizza a portafogli per strada, vivere i vicoli della città, magari farsi una delle scalinate (staircases) che connettono le colline della città come Capodimonte e il Vomero al centro antico. Facendo queste scale, salendo su e giù per le scale di Napoli, sono sicuro che i turisti si imbattono in diversi “Vasci”.  Una parola napoletana traducibile in italiano con “Bassi” ma in realtà ha molte più attinenze (=è più collegata al) con il catalano e lo spagnolo (in spagnolo “bajo” e in catalano “baix”). Sono queste case al piano terra, per la maggior parte senza finestre, l’unica apertura che hanno sulla strada è la porta d’ingresso. Quindi queste famiglie, molto spesso le donne o gli uomini anziani che vivono in questi vasci aprono la porta d’ingresso, prendono le loro sedie, si siedono all’esterno e guardano il mondo passare. Capita spesso che magari i turisti che si avvicinano per curiosare (look around, nose arond) vengano poi invitati da questi anziani signori a prendere il caffè. Ecco, consiglio di fare questo sicuramente a Napoli.


I “vasci” (o “bassi”) di Napoli

D: Uno che magari si è incuriosito e ammira le tue capacità oratorie (speaking skills) e volesse fare un tour di Napoli con te come può farlo?

R: Io gestisco insieme a dei colleghi e colleghe un’associazione culturale che si chiama “Napoli That’s Amore”. Offriamo dei tour di gruppo e dei tour privati. Nello specifico offriamo una tipologia di tour che è molto in voga tra i giovani viaggiatori in giro per il mondo e sono i “Free Walking Tours”, quindi dei tour completamente gratuiti alla fine dei quali i partecipanti possono lasciare una mancia a loro piacimento (tip at will). Il nostro sito è www.napolithatsamore.org  

D: Sì, anche io amo questo formato di visita e in ogni città in cui vado cerco come prima cosa da fare il primo giorno questi free tour perché secondo me è un modo interessante di farsi un’idea e di conoscere della città.

R: Di conoscere un locale (=una persona locale), innanzitutto, e di avere un’introduzione generale della città. Consiglio di fare queste tipologie di tour in ogni città che si possono visitare. Probabilmente al primo giorno è l’idea migliore per poi avere un’idea di cosa fare nei giorni successivi. Noi siamo tutti professionisti del settore e soprattutto dei locali, quindi scoprire la città insieme ad un ragazzo del posto non credo possa essere battuto da molte altre esperienze.

D: Sicuramente.

Finisce qui questa parte della nostra intervista su Napoli. La seconda parte come detto sarà sulla lingua napoletana e vi posso preannunciare che è molto interessante: anche io ho scoperto molte cose nuove che non sapevo. Quindi come si suol dire “Stay tuned” e ci vediamo molto presto.
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