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Raffaele Terracciano parla di Napoli – Interviste


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Ciao a tutti! Bentornati su podcast italiano. Oggi siamo di nuovo in compagnia di Raffaele Terracciano. Abbiamo già fatto un’intervista con Raffaele, divisa in due parti (parte 1 e parte 2), sulle sue esperienze linguistiche. Raffaele è un poliglotta eccezionale, che ha una storia interessante che potete riascoltare oppure ascoltare per la prima volta, se non lo avete già fatto. Ma oggi parliamo di Napoli: infatti Raffaele è napoletano, ama la sua città, è orgoglioso della sua città e inoltre la conosce molto bene in quanto è una guida turistica, e dunque di lavoro porta i turisti stranieri in giro per la città facendo i Free Walking tours, che sono molto di moda adesso in molte città europee e forse del mondo. Dunque Raffaele fa questo di lavoro, oltre che collaborare con il sito di apprendimento linguistico Italki. Oggi ci parla di Napoli. Nella seconda parte che uscirà successivamente invece e Raffaele ci parla proprio della lingua napoletana, dato che questo è un podcast linguistico, soprattutto. Ma oggi invece parliamo di Napoli, dunque buon ascolto!

D: Ciao Raffaele Grazie per aver acconsentito a (agreed to) questa seconda intervista.

R: Ciao Davide, è sempre un piacere!

D: E oggi parleremo più nello specifico come avevamo promesso di Napoli, la tua città in cui ancora oggi vivi e del napoletano, che è la tua prima o seconda lingua madre. Parleremo anche di questo. Credo che siano entrambi argomenti di cui puoi parlare per ore. Cerchiamo di rimanere sintetici (brief) anche se sicuramente sono argomenti interessanti. Volevo entrare subito nel merito (go into the matter, start talking about) di Napoli, della città, chiedendoti che cosa ti fa venire in mente la parola Napoli, magari qualche aggettivo. Quali sensazioni, quali ricordi della tua infanzia.. non so, dimmi tu!

R: Domanda subito così.. Partiamo fortissimi. Napoli è casa, Napoli è identità, Napoli è quello che sono, in un’unica parola. Non riesco a pensare a me stesso nato e cresciuto in nessun altra città. Ho città preferite in giro per il mondo, naturalmente, ognuna con i con i suoi pro e contro. Napoli una città molto particolare con una storia unica, oggi con i suoi problemi, ma io non vorrei essere altro che napoletano.

D: Se dovessi chiederti proprio qualche qualche aggettivo, qualche immagine mentale, qualche ricordo..?

R: Io ho sempre vissuto a Napoli, tranne una breve esperienza a Londra e un’esperienza un po’ più lunga a Roma, quindi effettivamente la stragrande maggioranza dei miei ricordi, la quasi totalità (=quasi tutti) (dei miei ricordi) sono legati alla città di Napoli, soprattutto per quanto riguarda l’infanzia, l’adolescenza. Al di là delle vacanze estive tutti i miei ricordi sono legati alla città, quindi mi viene difficile estrapolare (extrapolate, tirare fuori) qualcuno che è particolarmente legato alla città di Napoli. Per me tutti i miei ricordi in un modo o nell’altro sono legati a Napoli. Ecco, ti posso dire quella sensazione di quando sei fuori per magari periodi un po’ più lunghi che non siano per vacanza.. è una sensazione che sicuramente provano in tanti emigrati che vanno in altre parti del mondo, in altre parti d’Italia, per magari lavorare, cercare una nuova carriera. Tu puoi lasciare Napoli ma Napoli non lascia te, nel senso che c’è sempre questo richiamo (call) fortissimo. È la città della famiglia, che inevitabilmente lasci. Noi abbiamo un concetto di famiglia molto Mediterraneo, molto, diciamo, Sud europeo. C’è sempre un legame molto forte con la famiglia e con Napoli, che in fondo può essere considerata come una enorme famiglia allargata (huge extended family).

D: Che cos’ha Napoli come città e il suo popolo che secondo te non puoi trovare da nessun’altra parte del mondo?

R: Direi che l’unicità (uniqueness) è quella di essere riuscita a mettere insieme una storia molto eterogenea (diverse), che ha dato come risultato poi una città che è unica e dei cittadini che hanno un carattere molto specifico: un napoletano è diverso da un siciliano o da un nord-italiano o da qualsiasi altro abitante del resto del mondo.

D: Puoi farci qualche esempio di questa specificità (special nature) dei napoletani? Che cosa li differenzia da tutti gli altri italiani o anche cittadini di altri paesi?

R: Guarda, si parla sempre.. quando si parla di Napoli nel bene o nel male si finisce anche col parlare dell’ arte di arrangiarsi (art of getting along) del napoletano. Anche, non so, tra i napoletani più famosi nella storia recente, Totò, attore comico, ha portato un po’ in giro per l’Italia questa arte di arrangiarsi del napoletano con i suoi film, con le sue commedie.


Totò

In realtà l’arte di arrangiarsi napoletana è un concetto molto più complesso che semplicemente “sbarcare il lunario” (making ends meet, making a living).  L’arte di arrangiarsi napoletana è quella di ottenere qualcosa che possa funzionare e che possa essere efficace, che possa essere utile o anche soltanto divertente anche con mezzi a disposizione molto ridotti (very limited means available). Chiaramente tutte le generalizzazioni sono sono sbagliate però puoi star sicuro che così in linea generale (as a general rule) un napoletano riuscirà a cavarti qualcosa (get something out of) anche se gli metti a disposizione soltanto poco. Uscirei un attimo dalla dicitura (=espressione, frase) “arte di arrangiarsi”, ma la tradurrei in una creatività che probabilmente non ha eguali in altre in altre zone del mondo dovuta alla diciamo al territorio fertile: non dal punto di vista geografico, ma dal punto di vista umano e da una storia molto eterogenea che ci ha di fatto plasmati (shaped) e ci ha reso più adatti al cambiamento, se vuoi.

D: Ed è sicuramente una qualità molto utile, penso per chiunque.

R: Così, per dirti subito una frase in napoletano che in un certo modo può spiegare quello che ho appena detto: “O napulitano se fa sicco, ma nun more”. Che vuol dire “il napoletano dimagrisce ma non muore”. Per dire che siamo talmente abituati a tutto, nel bene e nel male, che anche nella situazione più difficile riusciamo sempre a cavarcela (=arrangiarci, get along), a) con un sorriso, b) in maniera più o meno brillante.

D: Per usare un termine ”scientifico” potremmo dire che i napoletani sono resilienti.

R: Resilienti, stavo pensando alla stessa parola.

D: Tu Raffaele sei una guida di Napoli, lavori a Napoli e sei abituato, come abbiamo già detto, a portare turisti di ogni nazionalità in giro per la città. Volevo chiederti se puoi farci un riassunto della millenaria storia della città e poi anche magari (dirci) che cosa piace di più ai turisti che porti in visita.

R: Ti correggo subito perché.. faccio un attimo il professore, metto le vesti del professore. La storia di Napoli non è millenaria ma è trimillenaria, vuol dire che non ha soltanto mille anni.. è plurimillenaria.

D: Sì sì, intendevo plurimillenaria.

R: Ne ha quasi 3000 di anni di storia, per creare subito competizione tra Napoli e Roma in realtà, il primo nucleo della città di Napoli Partenope è stato fondato una quarantina d’anni prima della fondazione della città eterna. Quindi Napoli è più eterna della città eterna, per dirla con una battuta (with a joke). Sì, la storia di Napoli schematizzando (sketching, summing up) un po’ il tutto la si può riassumere in pochi minuti. Inizia tutto con con i Greci che fondano nell’ottavo secolo a.C. una città vicino vicino al mare, grosso modo di fronte all’Isolotto che oggi ospita Castel dell’Ovo, per chi è pratico di Napoli. Questa città prese il nome di Parthenope.

Prese il nome di Parthenope perché secondo la leggenda, la sirena (siren) Partenope, che abitava fondamentalmente nel Golfo di Napoli, dopo non essere riuscita a conquistare Ulisse e i suoi ai suoi compagni si lasciò morire insieme ad altre sirene e i loro corpi caddero nelle onde del Golfo di Napoli. Le onde del mare portarono il corpo della Sirena Partenope su questo isolotto, dove oggi sorge Castel dell’Ovo e che si richiama (rinomina) in realtà Megaride.


Isolotto di Megaride

Su questo isolotto i greci trovarono il corpo della sirena, lo presero tra le braccia, andarono sulla terraferma (mainland) e fondarono su una piccola collina, che viene chiamata Monte Echia, la Città di Partenope dandole quindi il nome della sirena più importante. Tutt’oggi si usa “partenopeo” per dire “napoletano”. Insomma, sono due aggettivi che fondamentalmente si equivalgono, anche se Parthenope era soltanto il primo piccolo nucleo della città di Napoli fondata nell’ VIII secolo a.C.

Duecento anni dopo arrivano degli altri Greci, decidono di installarsi (settle) in un’altra zona della città, fondando una nuova città: non riuscendo a trovare un nome che fosse originale chiamano semplicemente la città “la nuova città”. In greco Neapolis. Da lì il nome passerà ad essere Neapolis, a Napoli moderno. La città poi si è ingrandita fino ad inglobare (encompass) persino il primo nucleo, la Città di Partenope. Dopo i Greci abbiamo fatto parte dell’Impero Romano, ma nell’Impero Romano siamo rimasti la capitale greca dell’Impero Romano, chiaramente al di fuori della Grecia. Però sai che all’epoca non c’erano tutti questi voli low cost come ci sono oggi, quindi tutti i romani che volessero studiare la cultura greca – ne dico uno Virgilio, che adesso l’ho chiamato Romano ma sarebbe più corretto dire latino, visto che lui era di Cremona se non sbaglio – venivano tutti a studiare la cultura greca a Napoli. Fondamentalmente Napoli già all’epoca mostrava un carattere bilingue, perché Napoli è rimasta una città bilingue fino all’anno 1000. Si è parlato greco e latino, l’uno affianco all’altro. Proprio qualche anno fa hanno scoperto un tempio isolimpico nella zona del Corso Umberto, tra Corso Umberto e il Duomo, nel quale ci sono le iscrizioni in caratteri greci che riportano i nomi dei vincitori delle competizioni. Quindi Napoli è rimasta una città greca come come lingua e cultura fino all’anno 1000.

Dopo l’anno 1000 è iniziata la storia della Napoli reale con dinastie che sono venute un po’ da tutta Europa, cominciando con i normanni dalla Francia, poi gli Svevi dalla Germania, di nuovo i francesi con gli Angioini poi gli spagnoli, più specificamente gli aragonesi. Dopo gli Aragonesi siamo entrati a far parte del regno di Spagna, quindi Napoli è diventato un vice-regno. Dopo questa epoca del vice-regno, Napoli ha guadagnato la sua indipendenza con i re Borbone di Napoli, che hanno rappresentato la nostra epoca d’Oro. La nostra epoca d’oro purtroppo è terminata con l’Unità d’Italia (italian unification). L’Unità d’Italia nel 1861 con – insomma adesso non voglio trasformare (l’episodio) in una lezione di storia, però c’è stato Garibaldi con Vittorio Emanuele, hanno organizzato la spedizione dei Mille conquistando prima la Sicilia poi il resto del Sud Italia, mettendo insieme il tutto, chiamandolo Regno d’Italia qui e da qui in poi è Storia d’Italia, quindi il regno poi diventare repubblica dopo la Seconda Guerra Mondiale con il referendum. Ecco la storia di Napoli in pochi minuti.

D: Ci sono dei libri che consiglieresti per chi vuole avvicinarsi alla storia alla cultura della città?

R: Guarda uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni è un libro molto completo di uno scrittore che si chiama Angelo Forgione e non è un libro di storia ma è un libro di cultura napoletana. Alcuni sono andati oltre, l’hanno definito la Bibbia del napoletano, non come lingua ma come cultura. Parla un po’ di tutto, parla un po’ di Napoli cos’era e cos’è e perché la sua storia è cambiata in maniera così repentina (=velocemente). Il libro si chiama “Made in Naples”, quindi un titolo straniero per un libro che parla del muro della cultura napoletana, così lo definisce lo stesso scrittore, quindi dalle canzoni al caffè, dalla pizza alla mozzarella, dalla lingua alla storia. Angelo Forgione, “Made in Naples”.

D: Se dovessi dare qualche consiglio a chi vuole visitare Napoli, “must-visit” o “must-do” a Napoli, e magari qualche consiglio più underground, qualcosa che molti magari non conoscono o, diciamo, non è ai primi posti di TripAdvisor. Che cosa potresti.. (consigliare?)

R: Comincio proprio col dirti l’attrazione numero uno tra le attrazioni di Napoli su TripAdvisor che è “Cappella San Severo”.Voglio menzionarla perché nonostante la sua posizione su TripAdvisor.. è vero che la sua popolarità sta crescendo con il tempo. Però ci sono ancora troppi turisti che vengono a Napoli (soprattutto stranieri, devo essere onesto) e non conoscono la Cappella San Severo, che è un piccolo gioiello nascosto tra i vicoli del centro antico di Napoli ed è assolutamente il posto più magico e alchemico (=che ha a che fare con l’alchimia), perché di fatto di questo si tratta: di un’enorme cappella massonica. Cappella San Severo è assolutamente un “must visit”.


Cappella San Severo

Il secondo è la galleria borbonica, che è sicuramente il luogo sotterraneo che io preferisco qui nella città di Napoli. Sotto la città di Napoli, sotto tutto il centro storico c’è un’enorme rete di tunnel che era utilizzata dai Greci in principio per scavare e prendere il tufo napoletano, questa pietra gialla facilmente malleabile che i Greci utilizzarono per costruire tutta la città. Dopo dai Romani furono utilizzati questi tunnel come l’acquedotto romano che è stato in funzione fondamentalmente fino al 1885 circa. Dopodiché i tunnel sono stati abbandonati e riutilizzati come rifugi antiaereo (bomb shelter) durante la Seconda Guerra Mondiale, visto che Napoli è stata la città più bombardata durante questa guerra. Quindi si trovano diverse attrazioni sotterranee a Napoli: la mia preferita è la galleria borbonica perché aggiunge un elemento extra. Ovvero, durante l’epoca borbonica i re di Napoli vollero costruire un tunnel che gli consentisse in caso di rivoluzione (stiamo parlando poco dopo del 1848) di lasciare Napoli in caso di rivoluzione, quindi un tunnel che consentisse a diverse carrozze (carriages) di partire dal palazzo reale, che oggi si trova in quella che chiamiamo Piazza del Plebiscito, ed uscire direttamente nel quartiere di Chiaia (verso la fine del lungomare di Napoli), quindi da lì puoi prendere prendere le distanze dalla città. Il problema è che durante questa costruzione loro hanno intercettato (=incontrato) i tunnel che erano stati scavati dai Greci e riempiti d’acqua dai Romani, quindi hanno dovuto fondamentalmente creare dei ponti sotterranei per consentire alle carrozze di uscire dall’altro lato. In realtà poi il tunnel non è mai stato completato del tutto e poi è venuto l’unità d’Italia a renderlo fondamentalmente superfluo (=non necessario) e la galleria borbonica resta tutt’oggi il rifugio antiaereo più grande e più utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale. Aggiungo probabilmente il miglior conservato (best preserved): anche l’ex presidente della repubblica Napolitano ci ha passato diverse decine di giorni, sicuramente. Tutt’oggi durante la visita ci sono alcuni sono alcuni momenti da pelle d’oca (goosebumps moments). A completare il tutto dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato utilizzato come deposito di auto e scooter confiscati nella maggior parte dei casi scooter “pezzottati” come diciamo qui in napoletano. Pezzo vuol dire, diciamo, “il piccolo pezzo” e fondamentalmente si riferisce ad un auto o ad una moto alla quale sono stati sostituiti i pezzi, generalmente per migliorarne le prestazioni (improve their performances). Chiaramente erano totalmente illegali, venivano sequestrate (=confiscate) e messe dentro questa galleria e soltanto qualche qualche anno fa si è deciso di recuperare questa..- che poi è diventata un’attrazione turistica grazie al lavoro dei fratelli Minin. Insomma, adesso è una delle attrazioni più interessanti che possiamo trovare a Napoli.


Galleria Borbonica e gli scooter “pezzottati”

D: Molto “tunate”, come “tuned”.

R: Esatto. “Pimped”.

D: “Pezzottate” però è più bello.

R: Innanzitutto è tipico napoletano come termine e poi rende forse meglio l’idea. La terza è un attrazione, diciamo, puramente archeologica. Parliamo sempre di tunnel ma soltanto in parte: è il Pausilypon.  È sicuramente un parco archeologico molto poco conosciuto, si trova nella zona di Posillipo a Napoli e fondamentalmente è una grotta (cave), la grotta di Seiano, che sbuca (ends up, pops up) in una villa imperiale romana. Molti pochi sono a conoscenza di questa Villa Imperiale nel quartiere di Posillipo. I resti sono interessanti ma anche la storia della villa, le visuali panoramiche che si possono ammirare da quella villa pagano da sole il costo del biglietto.

Pausilypon

D: Immagino che queste questi consigli che hai dato siano di luoghi abbastanza conosciuti. C’è qualcosa di un pochino più segreto che ti andrebbe di consigliare non necessariamente luoghi anche attività?

R: Stanno sorgendo sempre nel quartiere di Posillipo diverse attività portate avanti da ragazzi che prevedono di scoprire Napoli non dalla terra ma dal mare e quindi con Kayak  o con la tavola da surf in piedi con la pagaia (paddle), quello che si chiama “Stand-up paddle”, per vedere Napoli dal mare. Sono attività ancora poco conosciute, ancora poco popolari, ma molto interessanti, soprattutto alle quale molti giovani possono avvicinarsi perché sono davvero divertenti, oltre che molto interessanti. Per il resto le cose da fare a Napoli è cercare – come dicono “When in Rome do like the Romans”, quando sei a Roma fai come i romani – e la stessa cosa vale per Napoli: cercare di mimetizzarsi (blend in) e fare quello che fanno i napoletani, quindi mangiare la pizza a portafogli per strada, vivere i vicoli della città, magari farsi una delle scalinate (staircases) che connettono le colline della città come Capodimonte e il Vomero al centro antico. Facendo queste scale, salendo su e giù per le scale di Napoli, sono sicuro che i turisti si imbattono in diversi “Vasci”.  Una parola napoletana traducibile in italiano con “Bassi” ma in realtà ha molte più attinenze (=è più collegata al) con il catalano e lo spagnolo (in spagnolo “bajo” e in catalano “baix”). Sono queste case al piano terra, per la maggior parte senza finestre, l’unica apertura che hanno sulla strada è la porta d’ingresso. Quindi queste famiglie, molto spesso le donne o gli uomini anziani che vivono in questi vasci aprono la porta d’ingresso, prendono le loro sedie, si siedono all’esterno e guardano il mondo passare. Capita spesso che magari i turisti che si avvicinano per curiosare (look around, nose arond) vengano poi invitati da questi anziani signori a prendere il caffè. Ecco, consiglio di fare questo sicuramente a Napoli.


I “vasci” (o “bassi”) di Napoli

D: Uno che magari si è incuriosito e ammira le tue capacità oratorie (speaking skills) e volesse fare un tour di Napoli con te come può farlo?

R: Io gestisco insieme a dei colleghi e colleghe un’associazione culturale che si chiama “Napoli That’s Amore”. Offriamo dei tour di gruppo e dei tour privati. Nello specifico offriamo una tipologia di tour che è molto in voga tra i giovani viaggiatori in giro per il mondo e sono i “Free Walking Tours”, quindi dei tour completamente gratuiti alla fine dei quali i partecipanti possono lasciare una mancia a loro piacimento (tip at will). Il nostro sito è www.napolithatsamore.org  

D: Sì, anche io amo questo formato di visita e in ogni città in cui vado cerco come prima cosa da fare il primo giorno questi free tour perché secondo me è un modo interessante di farsi un’idea e di conoscere della città.

R: Di conoscere un locale (=una persona locale), innanzitutto, e di avere un’introduzione generale della città. Consiglio di fare queste tipologie di tour in ogni città che si possono visitare. Probabilmente al primo giorno è l’idea migliore per poi avere un’idea di cosa fare nei giorni successivi. Noi siamo tutti professionisti del settore e soprattutto dei locali, quindi scoprire la città insieme ad un ragazzo del posto non credo possa essere battuto da molte altre esperienze.

D: Sicuramente.

Finisce qui questa parte della nostra intervista su Napoli. La seconda parte come detto sarà sulla lingua napoletana e vi posso preannunciare che è molto interessante: anche io ho scoperto molte cose nuove che non sapevo. Quindi come si suol dire “Stay tuned” e ci vediamo molto presto.
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Il tempo presente usato al posto del futuro


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Ciao a tutti, benvenuti su Podcast Italiano, anche oggi sono in compagnia di (joined by) Erika. Oggi parleremo del presente utilizzato al posto del futuro, un fenomeno che succede molto spesso nella lingua colloquiale. Ma partiamo innanzitutto definendo questi due tempi verbali (verb tenses). Che cos’è il presente? Il presente è un tempo che si utilizza per descrivere un’azione che avviene (happens) nel momento in cui si parla.

Il futuro invece si utilizza per esprimere un’azione che avverrà in un momento successivo a quello in cui si parla.

Queste cose penso che tutti le sappiate, se state capendo quello che diciamo, perché sono cose molto di base (basic). Forse sapete (però forse no) che il presente viene utilizzato molto spesso al posto del futuro. Quindi il tempo presente viene utilizzato per indicare azioni che avverranno nel futuro. Queste avviene, come abbiamo detto, soprattutto nella lingua parlata. E avviene davvero spesso, così spesso che non si può considerare nemmeno un errore. Questo utilizzo viene chiamato “presente pro futuro”. Quando si utilizza il presente in questo modo di solito si accompagna a (is accompanied by) espressioni o avverbi di tempo che diano il senso (convey the meaning of) di azione futura.

Facciamo alcuni esempi molto comuni, molto semplici:

Domani vado al mare
Giovedì ho il dentista (=ho un appuntamento con il dentista)
Ad agosto cambio casa
Quest’estate mi sposo
Tra tre mesi mi laureo (I’m graduating)

In tutti questi esempi possiamo sicuramente usare il futuro.
Domani andrò al mare
Giovedì chiamerò il dentista, ecc.

Se conoscete l’inglese (immagino che molti di voi, o quasi tutti, l’abbiano studiato), questo uso è molto simile al present continuous inglese quando viene utilizzato per azioni future, pianificate (planned) Quindi, per esempio, “This summer I’m getting married” (“mi sposo quest’estate”), “I’m moving next august” (“il prossimo agosto mi trasferisco”). Si usa il presente ma si intende un’azione futura.

Il presente pro futuro viene utilizzato quando si parla di azioni pianificate o che comunque si è certi che avverranno nel futuro.

Quindi NON possiamo dire per esempio:

“nel 2030 usiamo solo auto elettriche” – questa è un’ipotesi, non è una certezza né tantomeno (neither is it) un’azione pianificata. Dunque possiamo solo dire:
“nel 2030 useremo solo auto elettriche”

In alcuni casi si deve usare solo il futuro

Ci sono dei casi specifici però in cui il futuro non può essere sostituito (replaced by) dal presente:

1. Per azioni che nel futuro avranno una durata o una ripetizione, spesso per fare promesse e con gli avverbi sempre e mai:

– ti amerò per sempre
– ci sarà sempre posto per te
– non cambierà mai
– continueremo a vederci
– farà qualsiasi cosa per aiutarti

Il presente può naturalmente essere usato con gli avverbi “sempre” e “mai”, però ha un significato diverso. Quindi ad esempio:
“Non mi ascolta mai” che vuol dire: “tutte le volte che gli ho parlato non mi ha mai ascoltato, nel passato, e probabilmente continuerà a (non) farlo

Se invece dico:
“Non mi ascolterà mai” = suppongo che non vorrà mai ascoltarmi

2. Penso/non penso:

Un altro caso in cui bisogna necessariamente utilizzare il presente è quando utilizziamo il verbo “penso”, “non penso” oppure “penso che non”.
– penso usciremo verso le 5

– penso che non verrà alla festa

– penso arriveremo in ritardo

– non penso avremo tempo di fermarci (drop by) da Luca

3. Supposizioni

E infine quando il futuro ha funzione di fare delle supposizioni:

– Avrà 90 anni contati male (roughly – lit. “badly counted) – vuol dire penso che abbia, immagino che abbia 90 anni. Una supposizione.
– non sarà neanche italiano
– avremo sì e no (also roughly or barely) 50 euro in totale

Questo è un uso molto molto comune, che tra l’altro esiste anche in altre lingue come lo spagnolo. Ditemi anche se nella vostra lingua esiste questo uso. Molti (stranieri) non lo conoscono, ma è molto molto utilizzato nella lingua colloquiale.

Erika – Quindi quale tempo è meglio usare?
Davide – Ottima domanda, grazie per avermela posta! (Thanks for asking) Diciamo che il futuro è il registro standard e va sempre bene. Ma se volete “suonare più colloquiali” nel modo in cui parlate è assolutamente accettabile, anzi posso consigliarvi di usare il presente, perché noi italiani facciamo così.  Questo non vuol dire sembrare un po’ “da strada” (slangy) è assolutamente normale. Inoltre tenete conto (consider that) che questo uso è sempre più comune nella lingua, quindi vale la pena (it’s worth) utilizzarlo. Perché non utilizzarlo? Se usate il futuro quindi sicuramente non sbagliate ma se usate il presente riuscirete ad ottenere un registro più colloquiale, ma ricordatevi di usarlo per azioni pianificate o comunque che siete certi avverranno.

E ora come ormai da tradizione passiamo al nostro dialogo finale in cui utilizzeremo vari tipi di futuro e presente con funzione di futuro.

E. Ciao Davide, hai saputo la novità? A giugno Luigi e Rebecca si sposano
D. Sì, ho sentito. Beh, era ora. Staranno insieme da quindici anni.
E. Io comunque non penso andrò al matrimonio. D’estate non sono mai in Italia.
D. Ah, no? Rebecca sarà molto triste, immagino. Ma dove vai?
E. Vado in Finlandia. Starò lì due mesi a casa del mio ragazzo. Tu andrai al matrimonio, invece?
D. Farò di tutto per andarci (I’ll try my best to be there), anche se quella domenica in teoria lavoro.
E. Beh, allora se vai poi mi racconterai tutto!

Questo è tutto per oggi, vi ricordo di lasciare una recensione su iTunes, perché questo sarebbe molto importante per me. Iscrivetevi al canale di YouTube. Cercherò e cercheremo io ed Erika di fare più video, oltre ai podcast in formato audio. Non ho nient’altro da dirvi, grazie per l’ascolto e per la visione, ci rivedremo nel prossimo episodio.

Ciao!

 

 

 

Mi sa che, magari!, ci sta – Usi colloquiali #8

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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. In questo episodio di “usi colloquiali” parleremo di alcune espressioni colloquiali che sono “mi sa che”, “magari!” e “ci sta”.

Mi sa che..

Iniziamo da “mi sa che”, che come tutte le espressioni che vi propongo è molto usata nel linguaggio colloquiale e in questo caso è molto semplice. “Mi sa che” significa “credo che”. Facciamo subito alcuni esempi:

“Mi sa che Marco è andato a correre perché non è a casa”.
“Mi sa che non verrò stasera al cinema, ho troppe cose da fare”
“Mi sa che dovremo rinunciare alla nostra gita (give up on our trip, excursion), domani pioverà tutto il giorno”

“Mi sa che” quindi significa “credo che”, “penso che”, “probabilmente..”, ecc. Si usa davvero moltissimo ma per qualche motivo è una di quelle espressioni che gli stranieri non usano. Dato che è un’espressione molto comune potete usarla per sembrare più ‘italiani’ nel vostro modo di parlare.
“Mi sa che” si usa sempre alla prima persona e sempre al grado affermativo. Dunque NON possiamo dire “NON mi sa che”. Diciamo infatti “mi sa che” e dopo “non”, come nel secondo esempio che ho fatto: “Mi sa che non verrò al cinema”. Inoltre, il verbo che segue è all’indicativo. Può sembrare strano perché “mi sa che” esprime indeterminatezza (conveys uncertainty) e potremmo aspettarci al congiuntivo, però non è così.
Possiamo anche dire “Mi sa di sì“, che è come “credo/penso di sì” oppure “Mi sa di no”.
Inoltre, “Mi sa che” si usa solo alla prima persona. Non possiamo dire “Ti sa che”, “Ci sa che”, ecc. Solo “mi sa che”.

Magari!

Un’altra parola colloquiale molto comune – e fate attenzione all’intonazione – è “magari!”. L’intonazione è molto importante. Penso conosciate il significato principale di “magari”, che è simile a “forse”, “è probabile che”, “è possibile che”. “Magari domani andrò al cinema”, questo tipo di magari. Però oggi vi voglio parlare però di un uso molto particolare di “magari”, un uso sarcastico, per così dire. Come sempre preferisco partire da un esempio prima di spiegarvelo.

“Davide, me lo sento (I have a feeling), questa volta vincerai la lotteria e guadagnerai un sacco di soldi”
“Ma magari! Gioco sempre e non vinco mai..”

“Dicono che il concerto non si farà (won’t take place) se non smette di piovere entro mezz’ora. Speriamo che smetta”
“Se, magari! Il cielo è tutto grigio! Pioverà tutto il giorno!”

“Ti ho sentito cantare e sei davvero bravissimo. Dovresti andare a un talent (show), diventeresti famosissimo!”
“Magari!”

A proposito, talent è la versione accorciata di “talent show”. È un fenomeno comune in italiano, questo “accorciamento(shortening), e se volete scoprire come mai succede ascoltate l’episodio sugli anglicismi. 

Dunque, a parte questa “self-promotion”, torniamo a ‘magari’. Che cosa vorrà mai dire ‘magari’? ‘Magari’ è una contrazione di ‘magari fosse così’, ‘magari succedesse quello che dici tu’. In altre parole, speriamo che vada così, in una certa maniera, ma non nutriamo molte speranze (we don’t have high hopes). Non ci crediamo molto. Siamo un po’ pessimisti, magari. Oppure semplicemente non sappiamo. Ci sono diverse varianti: “Ma magari!”, “See, magari!”, “E magari!”. Ognuna ha una sfumatura (nuance) leggermente diversa. Vi consiglio di ascoltare come gli italiani usano queste espressioni per coglierle (catch/grasp/get them = capirle). Tra l’altro ripetendo la parola ‘magari’ così tante volte ha smesso di sembrarmi una parola reale (stopped sounding like a real word), succede anche a voi? ‘Magari’, sembra una parola finta, falsa.

Ci sta

Passiamo all’ultima espressione: “ci sta”. Questa è abbastanza colloquiale e probabilmente usata soprattutto dalle generazioni più giovani, ma è talmente comune che mi sembra giusto definirla un “uso colloquiale” e non etichettarla (label it) come “slang”. facciamo alcuni esempi:

“Potremmo mangiarci una pizza stasera, che ne dici? (what do you say?)
“Sì, ci sta!”

“Secondo voi ci sta fare un kg di pasta per 8 persone? O è troppo?”
“No no, ci sta un kg. Meglio troppa che troppo poca. “

“Io alla prima domanda dell’esame ho scritto tipo 10 righe. Secondo te basta?”
“Sì, io ne ho scritte un po’ di più ma direi che 10 ci stanno”.

Come avrete capito ‘ci sta’ significa ‘va bene’, ‘può andar bene’, ‘è sufficiente’, ‘basta. ‘Ci può stare’ è simile ma aggiunge un grado di maggiore incertezza. Attenzione, però, perché esiste un secondo significato di ‘starci’, ovvero ‘essere d’accordo a fare qualcosa’, ‘ci sto’.

“Ti va di venire in montagna con noi?”
“Sì, ci sto.”
Non è molto bello ma in linea puramente teorica (theoretically) potremmo dire “Sì, ci sta! Ci sto, domani vengo con voi”

Al contrario “Non ci sto” vuol dire “non sono d’accordo”, “non lo accetto”. È simile anche a “Non mi sta bene”, che vuol dire “Non mi va bene che le cose siano/stiano così”. A proposito di “non ci sto”, c’è un video famoso di un ex-presidente della repubblica

“A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere (I feel the need not) di non starci”

Che significa “Non accetto questo gioco al massacro”, che per aprire una brevissima parentesi storica, si riferisce alle accuse anche nei suoi confronti durante l’inchieste (investigation)mani pulite“, famosa inchiesta contro la corruzione in Italia all’inizio degli anni ’90. Lui non ci stava, non era d’accordo.

Concludiamo con il super-dialogo riassuntivo classico in cui uso tutte queste parole ed espressioni.

“Ciao Fabio, allora domani tu e Stefania andate in montagna?”
“No, mi sa di no. Mi sa che domani il tempo non sarà buono. Tu invece che fai?”
“Io credo andrò alla mostra d’arte (art exhibit) che hanno aperto da poco. Magari trovo un quadro fatto da te.. non dipingi (paint) quadri?”
“Eh, magari! No, non sono abbastanza famoso e bravo da dipingere quadri che finiscono in mostre d’arte. Comunque potremmo venire anche io e Stefania alla mostra se non andiamo in montagna e dopo potremmo unirci a voi (join you). E dopo potremmo andare a mangiarci una pizza”
“Certo, ci sta! Stavo anche pensando, la prossima settimana ti ricordi? Ti andrebbe di andare allo stadio?”
“Mmm, sì dai, perché no, ci sto. Ci può stare. Però mi sa che sarà una partita dura! Non so se vinceremo”
“Sì, sì, mi sa di sì. Sarà una partita dura, però ci sta andare alla stadio ogni tanto, io non vado molto spesso”
“Nemmeno io. Però vorrei andare alla finale di Champions League quest’anno. Verresti con me?”
See, magari! No, la finale di Champions League costa troppo. Poi bisogna prendere l’aereo e trovare un albergo.. no, mi sa che costerebbe un po’ troppo per me”
“Però almeno la prossima settimana vieni con me allo stadio! Ok?”
“Sì sì dai, la prossima settimana ci sta. Allora compriamo i biglietti.

Questo era tutto per oggi. Ho una piccola richiesta da farvi: se vi piacciono i miei podcast (che sono completamente gratuiti!) vi chiedo gentilmente di lasciare una recensione su iTunes. Questo aiuterebbe il podcast ad essere scoperto da altre persone. Dunque aiutate il caro vecchio Davide che fa questi podcast così belli (o almeno spero lo siano). Inoltre iscrivetevi sul canale YouTube. Grazie per l’ascolto e alla prossima!

Qual è la differenza tra “scusa” e “mi dispiace”?


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Anche oggi in compagnia di Erika. Siamo qui per parlarvi di due espressioni molto comuni nella lingua italiana, che sono ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che possono causare alcuni problemi. Preparando questo episodio mi sono accorto che ci sono alcune sfumature che non sono così facili (da cogliere) probabilmente per uno straniero. Partiamo allora dalla differenza principale che esiste tra ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che può essere anche ‘scusi’ (forma di rispetto) o ‘mi scusi’, ‘scusatemi’. La differenza principale è che quando dico ‘mi dispiace’ semplicemente esprimo il mio dispiacere (I express my displeasure / sadness/ regret  /unhappiness/) per qualcosa che è successo, oppure esprimo compassione o empatia verso chi mi sta ascoltando, mentre quando dico scusa mi sto assumendo le responsabilità o la colpa di qualcosa che ho fatto io.

Mi dispiace/spiace

Facciamo allora degli esempi, che io ed Erika ci siamo scritti, di come si usano queste parole iniziando da ‘mi dispiace’.

– Erika Stamattina sono caduto e mi sono rotto il braccio
Mannaggia (damn!), mi dispiace!

-Mio fratello ha perso il portafoglio quando era in vacanza in Spagna e adesso deve rifare tutti i documenti.
– Cavolo, che sfortuna, mi spiace!

– Domani c’è la mia festa di compleanno, ti va di venire (do you want to come)?
– No, guarda, domani lavoro, mi dispiace.

In tutti questi casi non abbiamo colpe ma semplicemente proviamo dispiacere.

Scusa(mi)/(mi) scusi/scusate(mi)

Passiamo invece a ‘scusa’, facendo alcuni esempi:

– Scusami Erika, non volevo offenderti, farò più attenzione la prossima volta.

– Scusate per il ritardo, non ho sentito la sveglia.

– Mi sono comportata male con te, scusami.

– Scusi non volevo pestarle il piede (stepped on your foot).
Per esempio su un autobus può capitare di scusarsi, magari se spintoniamo (=spingere, to push) per sbaglio (non volontariamente, by mistake) un’altra persona.

Possiamo anche aggiungere ‘mi dispiace’ alle nostre scuse quindi dire sia ‘scusa’ sia ‘mi dispiace’ contemporaneamente per rafforzare le nostre scuse.

Quindi per esempio possiamo dire:

-Scusa, non volevo offenderti. Mi dispiace.

-Scusami mi sono comportata male con te, mi dispiace.

In alcuni casi quando non è chiaro di chi sia la colpa (it’s not clear who’s to blame), non è chiaro se io ho colpa oppure il mio comportamento dipende da circostanze esterne possiamo utilizzare sia ‘scusa’ che ‘mi dispiace’. In base a quale dei due scegliamo la nostra frase avrà una sfumatura leggermente diversa perché ‘scusa’ è un’assunzione (=ammissione) di colpe mentre ‘mi dispiace’ come abbiamo detto esprime il nostro dispiacere.

Quindi potremmo dire per esempio:

– Scusa se ti ho fatto aspettare c’era un sacco di traffico
ma anche
– Mi spiace per averti fatto aspettare, c’era un sacco di traffico

-Scusa, non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati (you broke up)
che è uguale a
-Mi spiace non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati

-Scusa non ho proprio avuto tempo di farlo
-Mi spiace, non ho proprio avuto tempo di farlo

Infine ci sono alcuni casi particolari in cui dobbiamo sempre utilizzare la parola ‘scusa’, non si può utilizzare ‘mi dispiace’ in questi casi. Io ed Erika abbiamo individuato alcuni casi (magari ce ne sono altri  però credo che questi siano i principali):

Casi particolari con ‘scusa’

– Richiesta di informazioni

Il primo è quando chiediamo informazioni, per esempio per la strada ad un passante (passerby, pedestrian) possiamo chiedere:

– Scusi, sa dirmi che ora è?

– Scusa, sai dirmi come si arriva in centro?

In questo modo siamo più gentili.

Quando facciamo un errore nel discorso. Quando stiamo parlando potrei per esempio raccontare le mie vacanze dire:

– Lo scorso luglio sono andato in Messico, è stato una vacanza davvero bella. No, scusa, lo scorso giugno
-Erika, ma noi dovevamo andare a un concerto, è questa settimana? Quand’è?
-Sì, è venerdì.. no, scusa, sabato.

– Domanda indignata o retorica

Un altro caso è quando esprimiamo una domanda indignata (outraged, angry) oppure arrabbiata o anche retorica in alcuni casi come per esempio:

-Scusa, Erika ma perché ti comporti in questo modo? Scusa ma ti sembra un comportamento consono (=appropriato)?
-Scusa ma che stai dicendo, sei impazzito?

Sentite proprio la furia che emaniamo (the fury we emanate) con tutto il nostro corpo.  Non siamo attori, scusate.

– Quando siamo contrariati

Un altro caso è quando siamo contrariati (bothered, not happy). Potremmo definirlo il “sorry not sorry” della lingua italiana, perché non siamo davvero dispiaciuti. Non vogliamo chiedere scusa perché non ci sentiamo in colpa però per “attutire il colpo(soften the blow) e anche qui – come nel caso delle informazioni per cui diciamo “scusi, che ora è?” – vogliamo essere più gentili, quindi diciamo.:

-Scusa, ma se ti comporti così con me io ti devo lasciare.
Ovviamente  non sono (mi sento) in colpa.

-Scusa, ma mi hai molto ferita (you hurt me) con le tue parole.
Scusa tu! Sono io che devo chiedere scusa, non Erika. Però lei userebbe ‘scusa’ per essere meno diretta e meno aggressiva magari nel dirmelo.

– Quando siamo confusi

Infine usiamo scusa quando siamo confusi, non capiamo qualcosa, abbiamo un dubbio. Quindi Erika potrebbe dirmi:

– Ciao Davide, allora vieni alla mia festa stasera?
– Scusa, ma.. la tua festa non era domani?
– No è stasera..
– Oh *****

Vi ricordo anche che ‘una scusa’ -il sostantivo ‘scusa’ – è anche una giustificazione inventata (a made-up excuse) (come in inglese ‘excuse’), una giustificazione non credibile, poco veritiera (true, sincere) o magari qualcosa che diciamo per non dover fare qualcos’altro. Quindi posso ‘inventare una scusa(come up with an excuse), oppure posso dire:
-Stefano non è venuto ieri alla mia festa, si è inventato una scusa, ha detto che doveva lavorare.

-Dai, dimmi la verità, non ti inventare sempre scuse!

– Stasera dovrei uscire con i miei amici, ma non ho voglia. Però ho una scusa perfetta, ovvero che la mia macchina si è rotta, quindi non devo andare.

Però non dite scuse, perché non sono belle da dire.

Ricapitolando (to sum up), quando diciamo ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ stiamo esprimendo il nostro dispiacere, oppure la nostra empatia o compassione per qualcosa che è successo ma che non dipende da noi, non abbiamo colpe; mentre se diciamo scusa (in tutte le sue possibili variazioni) stiamo invece dicendo che abbiamo colpa, che ci sentiamo in colpa e ci stiamo scusando perché vogliamo essere perdonati dall’altra persona.
Sono Davide del futuro, mi sono dimenticato di ripetere nel video che possiamo anche scegliere tra scusa e mi spiace nei casi in cui non siamo sicuri di avere colpa, quando non è chiaro. Infine ci sono dei casi particolari in cui si deve utilizzare solamente ‘scusa’.
Per concludere vi presentiamo il nostro solito dialogo poco realistico e abbastanza assurdo, ma penso che aiuti risentire tutti questi esempi e casi di cui vi abbiamo appena parlato.
E: Scusa Davide, sai dov’è la fermata del 56?
D: Scusa, ma perché devi prendere il 56?
E: Ma scusa, saranno anche affari miei (that’s my business)?
D: Scusami, non volevo essere invadente (intrusive, invasive), non ti arrabbiare!
E: No scusami tu, ti ho risposto male (snapped at you), mi dispiace. È che sono un po’ nervosa perché vado a un colloquio di lavoro.
D. Ma figurati, non ti preoccupare.
E. Comunque allora non sai dove passa il 56?
D. No, non lo so, mi dispiace, non conosco bene la zona.
E: Ma scusa… non ti sei trasferito qui (you moved here) già da qualche mese?
D: Si, però con la scusa che la mia ragazza vive vicino a dove lavoro, praticamente sto sempre da lei.
E: Beh, allora non hai scuse, domani sera siete invitati da me e Gianni per cena domani sera! No, scusa.. Dopodomani.
D: Dopodomani.. No, scusa non posso. Ho un impegno.

E con questo dialogo ridicolo – ma spero utile -, concludiamo questo episodio di Podcast Italiano. Vi invito a riascoltarlo perché vi abbiamo dato molte informazioni. Vi chiederei anche gentilmente di lasciare una recensione su iTunes perché questo aiuta il podcast (e purtroppo non ce ne sono molte). Aiuterebbe persone come voi che state imparando l’italiano a trovare il podcast. Detto questo, grazie per l’ascolto o per la visione. Spero di rivedervi molto presto. Grazie ancora e al prossimo episodio!
Ciao!

 

#8: Raffaele Terracciano e la sua esperienza con le lingue, seconda parte

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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Oggi continuiamo l’intervista a Raffaele Terracciano, che ci racconta il resto delle sue esperienze linguistiche, per chiamarle così. Se non avete ascoltato la prima parte ascoltatela, se no non ha senso ascoltare la seconda. Come sempre la trascrizione intera della nostra chiacchierata la troverete su podcastitaliano.com. Ci siamo lasciati con il giapponese, da cui ripartirà il racconto di Raffaele. Dunque non perdiamoci in chiacchiere (without further ado) e iniziamo subito.
Buon ascolto!


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R. Il giapponese non ha fondamentalmente legami (ties, links), se non qualche parola presa in prestito dall’inglese o dal portoghese, o anche da altre lingue come il francese e l’Olandese, però è un sistema totalmente nuovo. Questa ulteriore scoperta dopo il tedesco, di sistemi linguistici totalmente diversi che ti costringono a pensare al rovescio (upside down, backwards), letteralmente – nel caso del giapponese – da un lato è stata una spinta. Anche perché chi riesce a parlare il giapponese viene poi visto agli occhi degli altri come una sorta di extraterrestre. Una cosa è dire a qualcuno “parlo lo spagnolo”. “Ah, bene, parli lo spagnolo, mi fa piacere”..

D. ..metti le esse alla fine delle parole (in Italia esiste lo stereotipo per cui lo spagnolo sarebbe una lingua così facile che per parlarla basterebbe aggiungere la esse alla fine delle parole).

R. La percezione grosso modo (roughly) è quella. Invece quando dici di poter parlare giapponese, diciamo che l’espressione di stupore (surprise, astonishment) si moltiplica sulla faccia delle persone che ti ascoltano. In realtà, ecco, come il tedesco mi ha insegnato una lezione, che è quella di approcciare le lingue diverse in modo diverso, il giapponese mi ha insegnato un’altra lezione molto importante: che non necessariamente devi puntare alla perfezione (aim at perfection) in una lingua straniera. Quindi magari se per lo spagnolo riusciva abbastanza facile arrivare ad un livello C2, quindi avanzato, in uno stretto arco di tempo (time frame), il giapponese mi ha insegnato esattamente che non è possibile fare questo per tutte le lingue. Ogni lingua ha il suo coefficiente di difficoltà correlato alle tue lingue native e bisogna prenderne atto (acknowledge, take not) e rispettare questo. Quindi ho smesso di cercare la perfezione nelle lingue che imparo e devo dire che questo mi ha aiutato poi con le lingue successive.

D. Hai seguito un po’ il principio di Kató Lomb, che diceva che la lingua è l’unica cosa che vale la pena conoscere anche male. Comunque male è meglio di niente.

R. Esatto. Anche perché quando aggiungi lingue su lingue, oltre ad imparare le nuove ti si pone il problema (you’re faced with the problem of) di mantenere quelle che hai già imparato. Quindi il tempo che devi dedicare alle lingue si moltiplica e nel caso di lingue molto complesse come il giapponese, visto che stiamo parlando giapponese, il “Foreign Service Institute” dice che ci vogliono all’incirca (=circa) 6600 ore (Raffaele si è sbagliato, in realtà sono 2200) per imparare il giapponese ad un livello avanzato che, ad un ritmo di un’ora di studio al giorno – che è grossomodo la mia media, per alcuni può essere poco, ma sono sicuro che per tantissimi sarà un bel po’ di tempo – sono all’incirca 18 anni (in realtà sono 6 anni), credo. Adesso non vorrei fare errori..

D. ..tanti.

R. .. però ti rendi conto che non puoi imparare tutte le lingue del mondo e che non puoi impararne nemmeno una piccola percentuale, diciamo 20, e tutte ad un livello avanzato. Quindi il giapponese mi ha posto davanti a un bivio (had me at a crossroad): o imparare tante lingue ad un livello medio-intermedio, o comunque principiante-intermedio, o pochissime lingue ad un livello molto avanzato.

D. Proseguendo dunque con la tua esperienza nel mondo delle lingue straniere, qualcosa mi dice che (something tells me, ironico) la prossima è il catalano. Non so cosa. Non ho guardato sul tuo sito quindi non so come mai mi venga in mente che possa essere il catalano. (ride)

R. (ride) Ben fatto, esattamente. L’ordine è quello. Il catalano fondamentalmente..- perché contestualmente al mio rientro in Italia (at the same time as I came back to Italy – rientro=return) ho cominciato a lavorare e.. stesso discorso (same as.. – è successa la stessa cosa, è andata allo stesso modo) della mia esperienza all’estero. Quando cominci a lavorare il tempo fondamentalmente diminuisce – il tempo a disposizione per imparare le lingue – e quindi dopo un po’ di tempo in cui avevo semplicemente bazzicato (meglio – mi ero cimentato con – I dabbled with), diciamo così, con il tedesco che dovevo recuperare e il giapponese che volevo imparare, sentivo la necessità di aggiungere altre lingue che non fossero troppo complicate da imparare; semplicemente per ridarmi quel “motivation boost”, quella fiducia in me stesso per poter riprendere attivamente ad imparare le lingue. E ho scelto il Catalano perché ho forti affinità (strong affinites) con la cultura catalana, come una buona parte dei napoletani oserei dire (I dare say), visto che – credo che se chiedi ai napoletani qual è la loro città preferita al mondo ti diranno tutti Napoli e come seconda probabilmente tra le straniere ti diranno Barcellona. Perché ci sono diversi punti di contatto storici e anche geografici. Poi parlando già italiano, francese, spagnolo e aggiungo napoletano, il Catalano è stato un compito interessante e non difficile; quindi ho semplicemente studiato le regole grammaticali, ma soprattutto ho letto i libri di diversi autori catalani. La semplice lettura di diversi di questi libri, quindi il piacere della lettura e il piacere di imparare una lingua – e in questo caso anche una lingua relativamente semplice – mi ha portato a poter parlare Catalano in tempi abbastanza brevi. Questo poi mi ha dato.. mi “ha rimesso in moto(put me back on track) dopo gli scogli (lett. rocks, cliff, qui significa “stumbling blocks“) del tedesco e del giapponese, mi ha rimesso in moto, in ritmo per per continuare ad imparare delle altre.
Proseguendo nella nella cavalcata linguistica la lingua successiva è stata l’Olandese L’Olandese perché.. stesso discorso: avendo avuto buoni riscontri (feedback, nel senso di risultati) con il catalano grazie alla base delle altre lingue che già parlavo mi sono reso conto che il l’olandese si trova piuttosto a metà strada tra il tedesco di cui già avevo nozioni e l’inglese e quindi assieme al fatto che avessi degli amici che vivono in Olanda questo mi ha spinto a fare una sorta di sfida con loro e dire loro “la prossima volta che tornate in Italia sarò in grado di parlare l’olandese”. Loro inizialmente non mi credevano però poi fortunatamente ce l’ho fatta, ho mantenuto la promessa e sono riuscito a raggiungere un livello di olandese abbastanza.. diciamo, per fare conversazione con loro.

D. E arriviamo quindi all’ultima, che – anche qui senza guardare da nessuna parte – credo sia il greco.

R. Complimenti, sei molto preparato. In tanti modi il greco torna sempre nella mia vita linguistica, se possiamo dire così. Innanzitutto perché Napoli è una città greca. Spesso anche tra il serio e il faceto (=a volte con tono scherzoso, jokingly) troviamo nella lingua napoletana dei modi di dire o delle parole specifiche che vengono dal greco.

D. Beh lo stesso nome della città comunque è greco. (Napoli viene da nea-polis, nuova città)

R. A partire dal nome della città. E poi sono stato in vacanza più volte in Grecia, ogni volta che ci vado mi innamoro sempre più. Quindi decisi qualche anno fa, credo 2 anni fa, di cominciare ad imparare il greco per avere una una sfida diversa, un alfabeto diverso, una lingua che fondamentalmente ha dei legami con le lingue romanze ma è una lingua che appartiene ad una famiglia diversa. Quindi ho abbracciato questa nuova avventura (embraced this new adventure), è stata un’avventura molto interessante e tuttora il greco, insieme all’olandese, al tedesco e al giapponese sono le lingue che costantemente rivedo ogni giorno oppure diverse volte a settimana per cercare di mantenerle.

D. A questo proposito volevo chiederti come fai a mantenere tutte le lingue che hai imparato, che – abbiamo detto – (sono) nove, non sono poche. Vuoi aggiungerne delle altre, abbiamo detto del cinese, probabilmente anche altre. Come fai, come dividi, come organizzi il tuo tempo ogni giorno?

R. Allora, innanzitutto è molto importante essere autocritici (self-critical), quindi riconoscere se una lingua la si riesce a parlare ad un livello fluente, avanzato, oppure no. Quindi sotto questo punto di vista non valebarare(it’s not fair to cheat), dire di poter parlare il tedesco ad un livello iper-avanzato e quindi non andarlo a studiare, a continuare a studiare tutti i giorni, salvo poi scoprire che lo hai riperso (perso di nuovo). La prima fase è proprio quella: capire quali sono le lingue che necessitano di migliorie (need improvements), di upgrade o semplicemente di mantenimento. Nel mio caso, come ti dicevo, sono il tedesco e l’olandese, il greco e il giapponese. Sono le lingue che io parlo “peggio” del mio bagaglio linguistico. Quindi fondamentalmente dedico circa un’ora o mezz’ora a seconda di quanto è stata impegnativa (busy, intense) la mia giornata, divido questo lasso di tempo per queste quattro lingue. Quindi se ho un’ora a disposizione – siccome il giapponese è la lingua che parlo peggio delle – se ho un’ora a disposizione dedicherò 30 minuti al giapponese e poi magari gli altri 30 minuti in parti uguali a tedesco, olandese e greco. Se ho soltanto mezz’ora ho due opzioni: dimezzare i tempi che dedico ad ognuna delle lingue – quindi in questo caso 15-5-5-5 – oppure sceglierne soltanto due e magari il giorno successivo scegliere le altre due, di modo che riesco sempre a ”tenere a galla(keep afloat), ad un certo livello, le lingue nel quale sono “meno bravo”.

D. Mi sembra anche interessante che comunque non disdegni (despise, scorn on) dedicare anche solo cinque minuti ad una lingua. Anche cinque minuti comunque “fa”.

R. Sì. 5 minuti al giorno può essere la differenza tra, in assoluto non imparare una lingua e non impararla nell’arco degli anni; ma anche nell’arco di un solo anno – ma anche soltanto tre o sei mesi – leggere un articolo in una lingua straniera che magari non parli più così bene e farlo tutti i giorni per 3 mesi o sei mesi può essere la differenza tra aver mantenuto quella lingua o averla persa, non dico quasi del tutto, ma averla persa in una parte considerevole. Quindi, siccome io questo errore l’ho già fatto con il tedesco e in parte anche con il giapponese in passato, adesso mi guardo bene dal (I’m very careful not to) ripetere questo errore e mi assicuro che tutti i giorni, o comunque ogni due o tre giorni, sono lì a cercare di tenere attive le mie lingue meno fluenti, se vogliamo dire così. È un po’ come l’equilibrista che cerca di far girare i piatti al circo. Se hai soltanto un piatto è abbastanza semplice, se hai una decina di piatti sul palcoscenico (anche solo “palco”, stage) devi sempre assicurarti che ognuno dei singoli piatti non perda la velocità necessaria a continuare a girare.

D. So che lavori anche come guida turistica a Napoli. Inoltre da poco hai iniziato a collaborare con Italki. Quindi si può dire quindi che le lingue siano parte integrante del tuo lavoro. Volevo chiederti, appunto, come usi le lingue nel tuo lavoro, nei tuoi lavori.

R. Sì, per certi versi (in a way) possiamo dire che le lingue sono il mio lavoro, in un modo nell’altro. Faccio anche l’insegnante di lingue, il “language tutor” su Italki, quindi sì, fondamentalmente tutte le mie attività professionali sono correlate in un modo o nell’altro alle lingue, semplicemente perché le lingue in un modo o nell’altro sono quello che sono. Siccome porto avanti l’idea (=sostengo l’idea che) che non puoi svolgere un lavoro che non ti piaccia per troppo tempo, i lavori che svolgo utilizzano la mia passione principale, che sono le lingue. Questo di ritorno ti consegna un un bel dono, che è quello di continuare a farti praticare le lingue che già parli. Quindi in un certo modo l’investimento che fai per quella tipologia di lavoro, anche uscendo fuori dalla mia esperienza personale – se impari una lingua per avere un certo lavoro poi il fatto di poter praticare quella lingua durante il lavoro è un bel vantaggio.

D. Volevo ancora chiederti quali sono i tuoi piani linguistici futuri. Abbiamo detto del cinese. Hai già iniziato? Perché dicevi nel 2018.

R. Sì, in realtà il cinese, nella mia esperienza di due settimane a Shanghai ho cercato di imparar(n)e perlomeno le basi, non per avere una conversazione ma per per fare le richieste primordiali, se possiamo dire così. Quelle proprio.. il buongiorno, la buonasera, questo, quello. Perché, come ho scoperto, in Cina l’inglese è pressoché ignorato dalla stragrande maggioranza della popolazione e quindi torna molto utile (is useful, comes in handy) imparare pochissime parole o pochissime frasi in cinese. Si, fondamentalmente ho appena iniziato con il cinese. Sarà un lungo viaggio, però come ti dicevo prima non cerco la perfezione in questa lingua, né nel giapponese, né nelle successive che imparerò perché vorrebbe dire passare i prossimi 10 anni ad imparare il cinese, poi l’arabo, poi non so, il russo, e così via. Invece ho degli obiettivi molto più “modesti”, che sono quelli di riuscire ad avere delle conversazioni in queste lingue straniere.
Dopo il cinese avrò delle delle scelte da fare. In realtà ho una rosa (shortlist) di 5 lingue che ho sul tavolo. Devo soltanto decidere quando imparare ognuna di queste e in quale ordine. Ci sono due gruppi fondamentalmente.
Quello delle lingue difficili, che voglio assolutamente imparare – e tra queste oltre al cinese ci sono l’arabo e il russo; e poi ci sono un gruppetto di lingue che sono più semplici. Come ti ho spiegato prima ogni tanto a me piace andarmi a trovare delle lingue che possono essere facili per me come italiano, oppure facili perché ho già imparato delle lingue simili, anche semplicemente per tenermi in allenamento (keep my hand in) se possiamo dire così.

D. Per fare un respiro dopo una lingua.. (difficile).

R. Esatto, è proprio così, perché ti posso assicurare che dopo aver studiato per un bel po’ di tempo giapponese, andare a studiare il catalano è stata una bella boccata d’aria (getting some fresh air), perché le cose ti riescono in maniera così semplice che quasi non ci credi, e hai un entusiasmo rinnovato (renewed enthusiasm). Quindi ogni tanto.. non si può sempre scalare l’Everest, no? Ogni tanto bisogna fare anche una bella passeggiata in riva al mare e quindi ogni tanto credo sia una buona idea alternare lingue molto complicate a lingue molto semplici e tra queste, credo – in questa rosa di lingue papabili da imparare nei prossimi anni – ci sono il rumeno e l’afrikaans. L’afrikaans perché fondamentalmente.. magari adesso in Sudafrica mi insultano, ma è un dialetto dell’olandese o comunque è un olandese che si è..

D. Un creolo, no?

R. Sì, fondamentalmente è l’olandese trasferito e poi indigi-.. non mi verrà mai (I’ll never be able to say) questa parola, in-di-ge-niz-za-to e quindi che ha preso poi una sua strada. Però fondamentalmente resta come base olandese con delle modifiche, quindi se parli già olandese non è poi uno sforzo così grande imparare l’afrikaans. Il rumeno perché tra le maggiori delle lingue romanze è l’unica che mi manca e perché potenzialmente potrebbe essere un interessante ponte tra le lingue romanze e le lingue slave, quindi il russo e poi altre che potrebbero venire oltre questa rosa di lingue future da imparare a breve.

D. Se hai bisogno di aiuto con il russo o consigli per quanto riguarda il russo ti posso aiutare.

R. Sicuramente, sicuramente. Sarà un piacere contattarti per avere dei consigli su come è meglio imparare il russo. Me ne parlano tutti come di una lingua difficile ma non impossibile, ma che richiede una bella dose di attenzione e di rigore (precisione, accuratezza) linguistico.

D. Sicuramente, sicuramente. Allora grazie per il tuo tempo, per la tua passione – ti faccio i complimenti per quello che hai raggiunto e per quello che raggiungerai. Sono sicuro che imparerai tante altre lingue e non smetterai mai, perché di solito chi ha questo..

R. Virus? Chiamiamolo virus?

D. Sì, possiamo chiamarlo virus – solitamente non se lo toglie.

R. È vero, confermo, ti ringrazio per i complimenti. Non sono necessari perché io seguo soltanto la mia passione e lo faccio con piacere.

D. Allora grazie ancora. Il prossimo episodio che registreremo sarà invece incentrato (centered around) sul tuo rapporto con l’italiano e con il napoletano, le due lingue che parli dalla nascita e penso che sarà anch’esso molto interessante. Grazie di nuovo e ci vediamo nel prossimo episodio.

R. Grazie a te, è stato un piacere poter chiacchierare sulle mie lingue e non vedo l’ora di parlare dell’italiano del napoletano nel prossimo episodio.

D. Ciao, alla prossima!

R. Ciao, grazie.

 

Grazie per l’ascolto! Presto io e Raffaele registreremo un altro episodio in cui parleremo di Napoli, che è la sua città e del napoletano. Quindi come si suol dire “stay tuned”, penso sarà un episodio molto interessante. Se state ascoltando la mia voce vuol dire che siete arrivati fino alla fine e quindi che, presumo, l’episodio vi è piaciuto. Vi chiedo allora un piccolo favore: per favore scrivete una recensione sulla pagina iTunes di Podcast Italiano per aiutarmi a crescere. Mi fareste un grande favore e aiutereste questo progetto che conduco nel mio tempo libero. Detto questo grazie ancora e alla prossima!
Ciao!

#7: Raffaele Terracciano e la sua esperienza con le lingue, prima parte

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Benvenuti su Podcast Italiano! Oggi vi presento la prima parte di una nuova intervista con Raffaele Terracciano, un poliglotta di Napoli che conosce la bellezza di (as many as) 9 lingue straniere. Di professione fa la guida turistica, il coach linguistico e collabora con il sito di lingue Italki. Per me è stato davvero un piacere conoscere Raffaele, una persona davvero simpatica, modesta e che non può che sorprendere chi lo senta parlare tutte le lingue straniere che ha appreso nel corso degli anni.
Se già non state leggendo la trascrizione questa intervista, vi ricordo che è disponibile sul sito podcastitaliano.com
Ho diviso l’intervista in due parti perché durava ben cinquanta minuti. Nella prima parte parliamo della prime 5 lingue straniere che ha imparato. Proseguiremo il percorso linguistico di Raffaele nel prossimo episodio.

D.Ciao Raffaele!

R. Ciao Davide!

D. Volevo innanzitutto ringraziarti per aver acconsentito a questa intervista. È un onore averti qua su podcast italiano: avere un esponente (member) della comunità di poliglotti e uno come te che sa 9 lingue straniere, l’italiano e il napoletano, assolutamente considerabile come lingua, poi ne parleremo.  

R. Sei troppo gentile! Assolutamente un piacere mio poter fare due chiacchiere con te.

D. Volevo iniziare da una domanda abbastanza filosofica, ovvero: “Perché impari le lingue?”

R. Oddio, cominciamo subito col botto (with a bang)!

D. Partiamo col botto.

R. Partiamo forte. Perché imparo le lingue? Imparo le lingue per curiosità. Io credo che il motore di tutto, soprattutto all’inizio, per quel che mi riguarda (as far as I’m concerned) sia stata la curiosità: sin da piccolo sono stato molto curioso sotto diversi aspetti (in many ways), ma in particolare per quanto riguarda le lingue. Quindi, quando mi veniva a trovare mia zia che abitava in Inghilterra e parlava in inglese al telefono con con le amiche o con le colleghe, ero troppo curioso di sapere cosa stessero dicendo e ti di scoprire quei suoni così diversi.  Ricordo ad esempio che trovai un vocabolario di spagnolo in una libreria di una cugina e adesso posso confessarlo: rubai quel dizionario di spagnolo, lo portai a casa.

D. È passato abbastanza tempo. Non penso ci siano rancori.

R. Adesso lo possiamo dire. Credo si sia disintegrato (fell apart) quel dizionario dal tanto tempo che è passato (after all this time). Però sì, questo a dimostrazione che (to prove that, to show that) sono sempre stato molto curioso nei confronti delle lingue e poi con i primi viaggi che ho fatto ho scoperto l’utilità pratica del parlare le lingue, quindi andare in un posto in cui non parlano un’altra lingua che (= a parte) quella locale e trovarsi una situazione in cui non si capisce assolutamente nulla di quello che dicono. Quindi ho sempre voluto colmare questa lacuna (fix this weakness) e quando poi sono rientrato (=ritornato) dai primi viaggi da adolescente ho deciso di cominciare ad imparare le lingue una alla volta.

D. Quindi c’è sia un aspetto di curiosità verso un mondo che non conoscevi e un aspetto più pratico: poter usare le lingue in paesi stranieri.

R. Sì, credo che imparare le lingue sia il connubio (marriage, combination) di questi due aspetti. Devi avere la curiosità o comunque un motore personale che ti spinga ad  imparare le lingue. Per alcuni può essere semplicemente curiosità, per alcuni può essere – non so –  la ricerca di un lavoro all’estero, per alcuni può essere il fatto che magari la tua fidanzata è inglese e poi c’è il fattore pratico, ovvero puoi anche studiare per sempre ma se non metti in pratica prima o poi quello che hai imparato rimane… rimangono nozioni teoriche.

D. Sterili (useless, unproductive – metaforico).

R. Sì  e la lingua può essere tutto, le lingue possono essere tutto, ma non possono essere qualcosa di soltanto teorico: per definizione una lingua è un qualcosa di attivo, di pratico.

D. Certo. Ti ricordi qual è stato il primo momento, il tuo primo contatto con una lingua straniera, a quale età più o meno sarà avvenuto (il tempo futuro qui significa “probabilmente”)?

R. Oddio, credo che gli episodi che ho accennato (I’ve mentioned) siano tra i primissimi.  Ricordo che da piccolo ero un grande fan di una squadra di calcio spagnola – il Real Madrid – probabilmente la squadra più famosa del mondo. Compravo i giornali sportivi, i settimanali (weekly magazines) sportivi che parlavano dei campionati esteri e sono sempre stato incuriosito da quello che succedeva fuori dall’Italia, sono sempre stato definito esterofilo (xenophile = chi ama i paesi e le culture estere) sin da piccolo e quindi poi diciamo che la prima vera esperienza con le lingue straniere è stata cercare di imparare a pronunciare i nomi dei giocatori stranieri sia del nostro campionato italiano, sia dei campionati esteri. Da piccolissimo, parliamo di non so, 8 anni d’età no-… diciamo dagli 8 ai 10 anni d’età, più o meno, è stata l’età in cui compravo costantemente questi giornaletti sportivi.

D. Vorrei tracciare un po’ il tuo percorso e ripercorrere (retrace) la tua esperienza con le 9 lingue. Tu sei italiano, sei napoletano, quindi partivi da quelle due lingue.

R. Sì, partivo da quelle due lingue, anche se non credo di aver avuto cognizione del fatto (I was aware of the fact) che il napoletano e l’italiano sono in realtà due lingue distinte e separate fino poi ad un’età matura. Questo è un discorso di cui magari parliamo più nel dettaglio più avanti.

D. Sì, parleremo nel prossimo episodio di questo, del ruolo che hanno queste due lingue.

R. Parlando di lingue straniere, chiaramente è stata l’inglese, credo come la maggior parte dei ragazzi che si avvicinano alle (are approaching = iniziano ad imparare) lingue straniere.

D. Nel mio caso è stato il francese, il mio è un caso strano, però io alle elementari ho fatto francese, nonostante io abbia 22 anni.

R. Soltanto francese?

D. Ho fatto solamente francese, l’inglese l’ho iniziato le medie. Un caso abbastanza peculiare. Però io ho avuto…

R. Probabilmente fai parte di una di una minoranza (minority), magari non strettissima, ma sicuramente una minoranza, visto il fatto che l’inglese è ovunque ed era già ovunque quando io ho cominciato ad affacciarmici (getting to know it, being exposed to it), quindi sicuramente lo abbiamo studiato a scuola, ma a partire dalle scuole medie e quindi all’età di 10 anni. E io ricordo che già all’epoca ero abbastanza bravo in inglese, perché ero il punto di riferimento (=tutti chiedevano a lui) dei miei compagni di classe quando c’erano da fare delle traduzioni o dei compiti e anzi il professore di inglese -anzi vari professori di inglese che abbiamo avuto alle medie – mi incoraggiavano a fare dei compiti extra, quindi magari a scrivere dei piccoli articoli su argomenti a piacere (at will) per motivarmi. Quindi in realtà non posso dire di avere imparato l’inglese a scuola e credo che questa è una cosa che possiamo dire in pochissimi (few of us can say), in Italia. In realtà mi ci sono avvicinato già da prima. Probabilmente il mio primo vero avvicinamento (vedi sopra, “si avvicinano alle”) alla lingua inglese come tantissimi ragazzini è stata la musica. Io ho il vantaggio di avere una sorella più grande di 6 anni e un fratello più grande di 2 anni e soprattutto mia sorella era appassionata di musica. Quindi io già da piccolino, già dall’età di 8-9 anni, prendevo in prestito i suoi cd musicali che magari avevano il libretto (booklet) all’interno con con i testi delle canzoni e quindi mi divertivo a cercare di seguire quello che veniva detto nelle canzoni e facendo questo così un po’ per gioco (for fun), poi qualcosa ti resta (something sticks in your mind) e quindi quando siamo arrivati alle scuole medie e poi al liceo, dove si studia un po’ l’inglese, sono partito con un bel po’ di vantaggio rispetto ad altri ragazzi che non avevano questa curiosità.

D. Si,  anche la mia situazione è simile. Anch’io mi sono avvicinato l’inglese con la musica perché ho un fratello più grande che ascoltava soprattutto musica inglese, anzi io volevo studiare l’inglese probabilmente – adesso non mi ricordo  – ma probabilmente già alle elementari; invece dovevo studiare il francese, che odiavo.

R. Faccio io a te una piccola domanda: ma lo odiavi perché lo studiavi o lo studiavi e quindi lo odiavi?

D. Non so, probabilmente entrambe le cose, probabilmente era un circolo vizioso (vicious cycle), non so. Non mi piaceva il suono – questo è un elemento importante – non capivo perché dovevo studiarlo.

R. Ti ho fatto questa domanda proprio perché credo che il fatto che tanti, soprattutto italiani, percepiscano l’Imparare le lingue straniere come un obbligo, perché è una delle materie che si studia a scuola (devo studiare l’inglese così come devo studiare la matematica) sia uno dei motivi per cui poi gli italiani non siano esattamente tra i migliori al mondo nel parlare l’inglese o le lingue straniere.

D. Dunque l’inglese è stata quindi la prima lingua. Volevo chiederti, a parte le carenze (=lacuna, shortcomings) del sistema italiano, comunque sei stato incoraggiato dai tuoi insegnanti?

R. Sì, devo dire la verità, ho sempre avuto buoni professori di inglese sia alle medie che poi al liceo e in un modo o nell’altro hanno sempre cercato di spronarmi (encourage, spur) a non accontentarmi di (settle for, be happy with) quello che conoscevo già, ma ad andare oltre… quindi magari, se era necessario, fare qualcosa in più rispetto a quello che facevano i miei compagni di classe per tenere alta la mia motivazione. Questo devo riconoscerlo.

D. Sì, questo penso sia importante e penso che non tutti abbiano questa fortuna, perché ci sono insegnanti decisamente disinteressati che non sono capaci a motivare i propri allievi. Forse in questo caso ti è andata meglio di molti.

R. Sì sì, devo dire la verità, mi ritengo fortunato (I consider myself lucky) sotto questo punto di vista. Chiaramente non tutti i professori, ne ho avuti diversi tra le medie e il liceo. Purtroppo ne cambiavamo spesso e non tutti sono stati così comprensivi (meglio: disponibili) o così lungimiranti (forward-looking), ma io ho cercato sempre di non perdere quello che era il mio interesse per la lingua, indipendentemente da come andasse a scuola.

D. Dopo l’inglese cosa c’è stato?

R. Dopo l’inglese ci sono stati piccoli flirt con tantissime lingue, per un motivo o per l’altro. Sempre in base agli interessi della mia vita personale, degli hobby e quant’altro. Quindi mi sono avvicinato un poco al giapponese, mi sono avvicinato allo spagnolo, al portoghese, però una vera e propria decisione l’ho presa dopo il liceo, quando mi sono iscritto all’università. Volevo studiare lingue straniere all’università e poi ho desistito (I gave up [on that idea] – Non l’ho fatto) perché i corsi previsti qui all’università delle lingue di Napoli (che è l’Orientale) prevedevano lo studio di due lingue, di cui una l’inglese, per i primi 3 anni e poi l’aggiunta di una terza lingua per il biennio successivo. E quindi io dopo 5 anni sarei uscito laureato dall’università parlando l’inglese, che già parlavo, e altre due lingue straniere. Siccome questo non mi sembrava un obiettivo interessante, ho deciso di iscrivermi a un’università totalmente diversa (mi sono iscritto a quella che prima si chiamava “beni culturali”) e ho deciso di – contestualmente – imparare le lingue da solo al ritmo di una all’anno. Questo è stato il vero e proprio punto di svolta (turning point) della mia carriera linguistica, se vogliamo dire così. Quindi ho cominciato con quella che reputavo essere (I considered to be) la più semplice all’epoca, ho cominciato con lo spagnolo, e devo dire che mettendo insieme la semplicità della lingua per un italiano e il fatto che lo utilizzavo fondamentalmente per leggere notizie sportive e quindi abbinandola ai (combining it with) miei hobby, ai miei interessi, mi è riuscito abbastanza semplice come compito. Al punto che l’anno successivo ho deciso di raddoppiare e fare un altro  salto un po’ più in là e di imparare il portoghese. Ho iniziato con il portoghese “puro”, quello del Portogallo, però poi ho scoperto che mi affascinava di più la pronuncia del portoghese del Brasile e quindi ho fatto il salto “oltre oceano”. Anche qui venendo già dall’ italiano e dallo spagnolo il portoghese si è rivelato un compito affascinante ma non proibitivo (impossible).

D. Non così probante (meglio: impegnativo), anche.

R. Esatto. E questo, devo essere onesto, probabilmente ha accresciuto (increased) anche la fiducia nei miei mezzi nell’apprendere le lingue straniere.

D. Tra l’altro è una cosa interessante che ho notato, apro questa parentesi, il fatto che tu parli lo spagnolo della Spagna ma il portoghese brasiliano. Perché mi sembra che molte persone facciano così, non so se è solo la mia impressione. Mi sembra che si preferisca generalmente l’accento e, diciamo, il tipo di spagnolo che si parla in Spagna, ma per il portoghese sì preferisca quello brasiliano – o almeno molti poliglotti mi sembra facciano così.

R. Allora, probabilmente per lo spagnolo sì. Lo spagnolo, diciamo il Castigliano, è probabilmente più..  come dire, si legifera di più sullo spagnolo della Spagna quindi è più.. la parola che cercavo è “istituzionalizzato”. È lo spagnolo standard fondamentalmente. Mentre per l’inglese c’è l’inglese americano e l’inglese britannico (anche se poi ci sarebbero altre versioni), per lo spagnolo – generalmente se studi spagnolo in una scuola di lingua ti insegneranno lo spagnolo di Cervantes, no? Per il portoghese invece credo sia semplicemente una questione di numeri. Il Portogallo, anche come numero di parlanti, rispetto al Brasile è una minoranza e questo dà adito (gives rise to) poi a delle piccole controversie. Spesso ci sono dei siti che per il Portoghese, invece di utilizzare la bandiera del Portogallo, utilizzano la bandiera del Brasile, che è qualcosa che per molti può sembrare assurdo, che però si spiega semplicemente con il numero di utenti. Se un sito ha 10 a 1 come rapporto (di) utenti brasiliani rispetto a quelli Portoghesi, può avere senso che si interfaccino con loro (interface/interact with them) ,mostrando la bandiera del Brasile, piuttosto che quella del Portogallo. La mia scelta è stata più che altro di musicalità, quindi semplicemente una preferenza basata sul gusto personale. Credo che la variante brasiliana del portoghese sia probabilmente la lingua più affascinante o comunque, come musicalità sia quella che più mi ha attirato (drew me) rispetto a tutte le altre che ho imparato. In tanti dicono che il francese è la lingua più romantica del mondo.

D. O anche l’italiano.

R. O anche l’italiano. Io dissento (disagree) e dico che il portoghese brasiliano forse non ha rivali in quanto a (is unrivaled in terms of) musicalità.

D. Sì, poi quelle sono questioni soggettive. A una persona può non piacere come suona una lingua. Non sa dire perché è così, però sono gusti come mi può piacere il cioccolato…

R. … fondente piuttosto che al latte. È proprio così, è una questione di attitudini personali (nel senso di “gusti/preferenze personali).

D. Dopo spagnolo e portoghese…

R. Dopo spagnolo e portoghese la tabella di marcia prevedeva che dovessi imparare le altre lingue europee che vanno per la maggiore. Quelle che mi mancavano erano il francese ed il tedesco. Quindi il francese al terzo anno di università ho cominciato a studiarlo e credo che abbia riscontrato (found, encountered, experience) delle difficoltà leggermente superiori rispetto allo spagnolo e al portoghese, ma anche in questo caso con la passione e con il giusto metodo non si è rivelato un compito troppo arduo (difficult, hard). Sicuramente più arduo rispetto alle lingue precedenti, ma nulla di proibitivo. Invece i problemi sono cominciati a nascere con il tedesco, che è stata la mia quinta lingua straniera. Non so se è correlato al fatto che il quarto anno di università è stato l’anno in cui mi sono laureato quindi ero già molto impegnato di mio. Credo piuttosto che il tedesco… ho commesso l’errore di affrontarlo (tackle it) nello stesso identico modo in cui ho affrontato le altre lingue, no? Che erano tutte lingue romanze, neolatine, e questo è stato un errore abbastanza grave di cui mi sono reso conto poi più avanti e di cui mi sono pentito, perché credo di aver dato via un sacco di tempo inutilmente cercando l’approccio sbagliato con una lingua che invece doveva essere -come dire – decodificata in una forma differente.

D. Per il semplice fatto di avere così tante parole in comune – dico la nostra lingua con tutte queste altre lingue romanze – c’è già… abbiamo una quantità di parole che riceviamo quasi gratuitamente.

R. Esatto. Il punto di partenza (the starting point) per le lingue neolatine è sicuramente molto più avanti rispetto allo stesso passaggio con una lingua germanica. E al di là del semplice vocabolario, i problemi credo siano stati due fondamentalmente: il primo è quello della costruzione della frase. In spagnolo o in italiano puoi sostituire, puoi tradurre parola per parola e nella stragrande maggioranza (in the vast majority) dei casi quello che dici ha perfettamente senso. (Tra) italiano e tedesco – o inglese e tedesco, perché ho cominciato poi ad utilizzare l’inglese come passaggio per imparare il tedesco (perché è più simile al tedesco) – nonostante tutto la struttura della frase tedesca è abbastanza diversa quindi non non è sufficiente tradurre parola per parola, ma bisogna pensare prima esattamente a cosa vuoi dire nell’intera frase e poi metterla nell’ordine corretto. Questo è stato un impatto (impact, confrontation) abbastanza duro, soprattutto se non si è preparati, se si approccia la lingua nello stesso modo in cui ho approcciato ad esempio lo spagnolo. L’altro problema è stato che per un italiano i generi delle delle parole tedesche sono totalmente “random” e quindi ho commesso l’errore di imparare le parole tedesche senza associare il genere, necessariamente, mentre invece ad oggi consiglierei di fare qualcosa di totalmente diverso, ovvero imparare la parola tedesca con l’articolo, perché l’articolo ti dice se è maschile, femminile o neutro. Di lì in poi sarà più facile per te capire poi quando vai a declinare nei vari casi quale articolo dovrai utilizzare. Non avendo fatto questo, il mio tedesco da subito è stato piuttosto lacunoso (deficient, faulty). E nulla, il tedesco in realtà poi si è rivelato la lingua su cui ho commesso la maggior parte dei miei errori come come poliglotta, perché poi dopo la laurea ho fatto un’esperienza all’estero, sono andato a lavorare in Inghilterra per qualche mese, e fondamentalmente non avevo più il tempo che avevo prima per praticare le mie lingue. Il mio tedesco non era un granché e l’ho lasciato un attimo lì in un angolino (=l’ho messo da parte, in secondo piano sth like “I’ve put it on the backburner for a while”). Quando lo sono andato a rinfrescare, a riprendere, in realtà ne avevo perso quasi la totalità e avevo soprattutto perso anche l’entusiasmo nell’ imparare il tedesco. Quindi l’ho lasciato un attimo lì e sono riuscito a riprenderlo soltanto molti anni dopo.

D. Sei arrivato a diciamo 5 lingue, quattro più una che hai abbandonato, di fatto. Però immagino che tu già ricevessi (e sicuramente la ricevi molto di più adesso) la classica domanda: “ma perché fai tutto questo, perché non ti accontenti dell’inglese, perché vai oltre?”. In parte abbiamo risposto (alla domanda) “perché impari le lingue?”. Per curiosità, ma anche per motivazioni pratiche. Però perché c’è questa voglia, che molte persone che imparano tante lingue hanno, di continuare a “collezionare” altre lingue.

R. Sì, come dicevi tu nasce tutto dalla curiosità. Io dico sempre che la mia passione per le lingue è nata come passione, ma poi in realtà si è trasformata in ossessione. La realtà è che.. sì, hai usato il termine esatto, “collezionare” le lingue. È esattamente lo spirito che io, e credo anche altri ragazzi che parlano diverse lingue, hanno nei confronti delle lingue. Io personalmente non riesco a capacitarmi del fatto che (get over the fact, accept the fact, wrap my head around the fact), ad esempio, non parlo ancora cinese. Quando sento qualcuno parlare cinese o quando magari i miei colleghi parlano cinese tra di loro c’è dentro di me una voce che dice “prima o poi dovrai imparare anche tu il cinese”. Non è possibile che non puoi avere (meglio: che tu non possa sostenere) una conversazione con loro. Infatti ho deciso di aggiungere il cinese proprio nel 2018 come “New Year’s resolution”, come proposito dell’anno nuovo. Le prime lingue che impari tendono ad essere le più difficili perché non sai assolutamente come approcciarti all’apprendimento di una lingua straniera. Quando invece sei già passato per quel processo una, due, tre, quattro volte, sai già più o meno cosa fare per raggiungere quel risultato. Quindi questo, insieme al fatto che fondamentalmente il vocabolario o le regole grammaticali che hai imparato nelle altre lingue possono aiutarti nell’apprendimento di una nuova lingua straniera – io parlo sempre delle lingue, soprattutto se sono correlate tra loro, come dei salti dall’una all’altra: un salto tra lo spagnolo e portoghese è un salto breve, un salto magari, non so, dall’italiano al rumeno è un po’ più lungo (nonostante facciano parte della stessa famiglia) e ci sono poi lingue che sono totalmente non correlate tra di loro perché fanno parte di famiglie differenti. Questa mia curiosità e questa mia voglia di aggiungere altre lingue e la mia passione per l’Oriente che ho sviluppato in età adolescenziale, poi in realtà mi ha portato dopo il tedesco, piuttosto che a riprendere il tedesco che zoppicava (literally “that was limping” = che aveva problemi), mi ha portato al mio rientro in Italia a cercare una nuova strada e quindi ho cominciato ad imparare il giapponese.

Ci fermiamo qua per oggi. Nel prossimo episodio riprenderemo a parlare delle avventure linguistiche di Raffaele.
Grazie per aver ascoltato questo episodio e a presto.
Ciao!

 

Mica – Usi colloquiali


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Ciao a tutti, benvenuti su Podcast Italiano. Questa è la rubrica “usi colloquiali” e oggi parleremo di una parola che usiamo nel linguaggio colloquiale abbastanza di frequente (often). Questa parola è ‘mica’. Avete mai sentito frasi come “Puoi mica farmi un favore?” o “Non parla mica l’inglese Gianni “? Può darsi (=forse, maybe)che le abbiate già sentite. Ma che cosa vuol dire questa strana parola ‘mica’?

“Mica” viene definito dal dizionario Treccani come “un “avverbio di negazione” che ha la funzione di rafforzare (intensify) la negazione della frase.

Prendiamo come esempio la frase di prima: “Non parla mica inglese il tuo amico”.
Normalmente in italiano diremmo “Non parla l’inglese il tuo amico”. La funzione di “mica” è quella di rafforzare la negazione, un po’ come lo fanno anche altre parole come ‘affatto’ (“Non parla affatto l’inglese”), ‘assolutamente’ (“non parla assolutamente l’inglese”), ‘per niente/nulla’ (“non parla per niente inglese”).
Se per caso (by any chance) avete studiato il francese, saprete che nel francese scritto (nel parlato non si usa quasi mai) si usa una doppia negazione: ne e pas. Solitamente nel parlato si usa solo “pas” che corrisponde al nostro ‘mica’, ma nello scritto c’è una doppia negazione.
“Il ne parle pas anglais” – “Non parla mica inglese”. La struttura è la stessa: ‘ne’ corrisponde a ‘non’, mentre ‘pas’ corrisponde a ‘mica’.
Ma torniamo all’italiano, perché questo è Podcast Italiano e non Podcast Français e vediamo come continua il dizionario Treccani.
“È tipico dell’uso parlato e informale ed è quindi sconsigliabile nello scritto”
Dunque sconsiglia (advises against) di usarlo quando si scrive. Va benissimo usarlo quando parliamo ma è meglio evitarlo quando scriviamo con un linguaggio formale; si può usare invece quando cerchiamo di essere ironici. Ma qual è l’origine di “mica”?

‘Mica’ è  la briciola (crumb). La briciola (o le briciole) è ciò che rimane quando mangiamo per esempio il pane. I resti di ciò che mangiamo, qualcosa di piccolissimo, minuscolo, che col suo significato praticamente annulla (cancels) il verbo che affianca (a cui è vicino); ‘mica’ è qualcosa di insignificante, simile in un certo senso a ‘(per) niente’. “Non mi piace per niente” – “Non mi piace mica”. Perché ‘mica’ è simile a ‘niente’, è qualcosa di piccolissimo. ‘Per niente’ è più forte di ‘mica’, secondo me. Ma ‘mica’ secondo Treccani, ha un significato vagamente sprezzante (contemptous, scornful), perché compie un paragone (draws a comparison) con qualcosa che non ha valore, come la briciola, che è così piccola e insignificante che non ha nessun valore.

A quanto pare è un uso antichissimo, che si trova già in latino, e che esisteva anche in francese con la parola ‘mie’. Oggi però il francese usa ‘pas’.
Rivediamo dunque la funzione di “rafforzativo”, quella forse principale, di cui abbiamo parlato.

1. = affatto, rafforzativo della negazione

– Carlo non lo sa mica il russo

– Non ho mica capito che cosa mi ha detto il tuo amico

– Non l’ho mica fatto apposta (on purpose)!

In tutte queste frasi si può anche fare un inversione, dunque potrete sentire anche le seguenti versioni:

Mica sa il russo Carlo

Mica ho capito che cosa mi ha detto il tuo amico

Mica l’ho fatto apposta!

‘Mica’ però ha anche altre funzioni, vediamo quali sono. Per esempio si può usare per chiedere informazioni o fare proposte in modo gentile (simile dunque a “per caso”)

2. = per caso, per chiedere informazioni in modo gentile

– Hai mica (per caso) visto Luca?

– Sai mica dov’è via Garibaldi?

– Potresti mica farmi un favore?

E anche questo uso è molto molto usato nell’italiano parlato.
Vediamo un terzo uso, ovvero “mica” usato quando siamo sorpresi da qualcosa, oppure quando esprimiamo un apprezzamento di qualcosa che ci piace e diciamo “mica male!” (che corrisponde più o meno a “non male!”)

3. = non, per esprimere sorpresa apprezzamento

Mica male questa birra!

Mica scemo tuo figlio! A 10 anni sa risolvere le equazioni di secondo grado.

– Quanto costa quest’auto?
– 80.000 euro
Mica poco!

In tutti questi casi potremmo anche aggiungere “non è ” prima di “mica”, quindi “non è mica male”, “non è mica scemo”, “non è mica poco”.

E ora vediamo l’ultimo uso che ho individuato, ovvero “mica” nelle domande retoriche.

4. Domande retoriche

– Come mai sei già a casa? Non avrai mica saltato scuola (skipped class) anche oggi?

Mica hai paura del buio (are you seriously afraid of the dark)?! Sei grande ormai!

– Che fai dietro la porta? Non starai mica origliando (eavesdropping)?.

Anche qui ci sono due possibilità: non + verbo + mica oppure verbo + mica.
Non hai mica paura del buio?! = Mica hai paura del buio?!
Entrambe sono possibili.

Questi sono tutti gli usi di “Mica” che ho individuato (=trovato). Come al solito li metterò tutti in un dialogo un po’ assurdo, lo ammetto, in cui i partecipanti dicono “mica” ogni due parole. Fa ridere ma penso sia utile per ripassare i vari usi. Inoltre tra parentesi scriverò il numero (1,2,3,4) in base al tipo di uso.

M: Ciao Marco, da quanto tempo! Come va?
F: Tutto bene Fabio, e tu?
M: Anch’io bene. Senti ti andrebbe (would you like to, how about) mica (2) di andare a mangiarci una pizza una delle prossime sere?
F: Sì, perché no. Non so, domani?
M: Domani ci sono!
F No, aspetta.. io non posso mica (1) domani, esco da lavoro tardi.
M: Ma tu mica (1) lavoravi.. hai trovato un lavoro?
F: Eh sì, lavoro da un un annetto circa.
M: Ah, mica poco (3)! E come mai non me l’hai mai detto?
F: Pensavo lo sapessi. Mica (1) voglio nasconderti le cose (hide things from you). È che non ci vediamo da una vita.
M: Eh, hai ragione. Mercoledì invece ci saresti?
F: Mercoledì sì. Porto anche Laura allora.
M: E chi è Laura? Mica (4) ora hai pure una ragazza?!
F: Eh sì, non (4) te l’ho mica detto?
M: E no, mica me l’hai detto! Ma non sarà mica (4) Laura quella della palestra?
F: Proprio lei.
M: Mica male! (3) Lei è molto carina. Bravo Fabio, son contento. Senti, ora devo scappare.
Allora ci vediamo mercoledì, così mi aggiorni un po’  sulla tua vita (bring me up to speed on your life), che se no mica (1) mi racconti cosa succede nella tua vita.
F: Va bene, allora ci sentiamo per mercoledì.
M: Un’ultima cosa, sei mica (2) andato alla pizzeria di via Verdi? Hanno aperto da un mesetto. È molto buona lì la pizza. Se vuoi ci possiamo andare.
F: No, non ci sono ancora andato. Va bene, possiamo andare lì. Allora ci sentiamo, ciao!

Spero che questo dialogo un po’ assurdo vi sia piaciuto e che questo episodio vi abbia dato un’idea di come si usa ‘mica’. Vi consiglio di riascoltarlo e di leggere la trascrizione su podcastitaliano.com se già non lo avete fatto. Questo è l’ultimo episodio del 2017, dunque vi auguro buone feste e buon anno. Spero che il 2018 vi porti grandi gioie e successi nella vita e nell’apprendimento dell’italiano. Detto questo, ci sentiamo l’anno prossimo!
Ciao!