Episodi senza trascrizioni, Podcast

La realtà virtuale (con Erika)- RST #55


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In questo episodio io ed Erika vi parliamo della nostra prima esperienza con la realtà virtuale. Buon ascolto!

Inciampare/inciamparsi = trimp, stumble
“Non vedi (il cavo) nella realtà virtuale, quindi rischi di inciamparti” – 7:15

Intralciare = to get in the way
“Un cavo che ti intralcia” – 7:25

Guinzaglio = leash
“Era tipo un guinzaglio ” – 8:02

Novellino = principiante, persona “alle prime armi”
“Eravamo novellini” 9:02

Rimanerci male = to feel sad, disappointed
“Se dopo mezz’ora vi dicono che dovete andarvene ci rimanete male” 9:57

Suscitare =causare / cause, raise
“Il primo era uno di quelli che ti suscitavano più emozioni” – 10:35

Sporgere = stick out, hang out
“Dal bordo del palazzo sporgeva un asse” – 11:25

Tattile = tactile, che riguarda il tatto (tocco)
“Ti mettevano proprio un pezzo di legno così tu avevi anche la sensazione tattile di essere in equilibrio” – 12:23

MI tremavano le gambe – MY legs were shaking
“A me tremavano tantissimo le gambe” – 14:10

Aggrapparsi a- hold onto sth
“Volevo aggrapparmi al palazzo” – 16:04

Razzo – rocket
“Bisognava volare per la città attraverso una specie di razzo” 17:05

Andare a picco =  plummet
Schiantarsi = crash, slam into
Sfracellarsi =smash to pieces, get crushed
“A un certo punto sono caduta a picco […] e mi sono schiantata contro un muro […] mi sembrava di starmi per sfracellare” 17:55
Mi viene da… – I feel the impulse to…
“A me veniva da piegarmi” – 21:35

Volteggiare – ciò che fanno gli uccelli  (tipo le aquile = eagles) in aria
“Questa era una simulazione in cui volteggiavamo” 22:55

Tiro con l’arco =  archery
“Poi dopo c’era il tiro con l’arco” 26:02

Mirare = aim
“Con questo arco dovevamo mirare e colpire dei nemici” 26:25

Spada laser = lightsaber
“Perché avevi in mano delle spade laser” – 29:48

Avere il fiatone – to be out of breath
“Alla fine avevo il fiatone ” – 31:50

Allettante – tempting, enticing, attractive
“Ci sarano degli universi molto più belli, più allettanti – 35:05

Toccare con mano – see first-hand / with your own eyes
“Dopo aver toccato con mano le potenzialità della realtà virtuale” – 36:09

Avanzato, Podcast

La bufala sulle lingue – Avanzato #11

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Benvenuti su Podcast Italiano. Questo è un episodio di livello avanzato. Vi ricordo che podcastitaliano.com troverete la trascrizione integrale dell’episodio con la traduzione delle parole e delle strutture più difficili. Buon ascolto!



In questo episodio di livello avanzato voglio affrontare una questione che nel mondo delle lingue e della linguistica è sempre di moda, ovvero: è vero che la nostra madrelingua influenza la nostra visione del mondo?
Ho deciso di scrivere questo episodio dopo aver letto il libro “The Language Hoax” di John McWhorther, il mio linguista in assoluto preferito, conduttore di un podcast eccezionale chiamato Lexicon Valley e autore di numerosi libri altrettanto interessanti. Come potete intuire dal titolo la posizione di McWhorther è molto netta: questa idea è una vera e propria bufala (hoax), che peraltro (besides, furthermore) circola da molto tempo e periodicamente si ripresenta (shows up again) sotto forma di articoli acchiappa-click (click-bait) su internet e sulle testate giornalistiche (news media, newspapers) online.
Questa teoria è conosciuta come “ipotesi di Sapir-Whorf”, dal nome dei due studiosi, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, che per primi ne hanno parlato negli anni venti, ma è anche nota come “ipotesi della relatività linguistica”. Secondo Whorf (e cito):”

Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all’interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua”

Da questa citazione si evince (we can deduce, infer) l’idea centrale di Whorf, ovvero che la nostra percezione della realtà varia a seconda della lingua che parliamo.
Whorf parlò, per esempio, degli Hopi, una popolazione nativa americana , la cui lingua, a sua detta (=secondo lui, according to him), non aveva modo di esprimere il tempo passato e futuro. La conclusione a cui giunse Whorf era che, a differenza delle lingue di matrice europea (of a european nature), gli Hopi avessero una percezione del tempo non lineare, ma ciclica. E questo era causato da questa peculiarità della loro lingua, che, appunto, influenzava la loro visione del mondo. Si dà il caso che Whorf non conoscesse bene la lingua Hopi, che, in realtà, è assolutamente in grado di esprimere il concetto di passato e di futuro. Ma anche se così non fosse (if that weren’t the case): è corretta l’idea secondo la quale le caratteristiche della grammatica di una lingua fanno sì che i suoi parlanti percepiscano il mondo in un modo completamente diverso? La risposta di McWhorther è, come avrete capito, no. È sicuramente un’idea attraente, molto “hippie” in un certo senso, ma… si tratta, ahimè, di una bufala.
Il fatto che, per esempio, la lingua russa abbia un sistema estremamente complicato per esprimere quello che in tante lingue europee sarebbe un verbo solo, ovvero “andare”, non significa che i russi percepiscano l’idea di movimento in una maniera più precisa. Semplicemente la loro lingua non lascia al contesto alcune informazioni ma, al contrario, obbliga i suoi parlanti ad esplicitarle (make them explicit). “Andare a piedi” e “andare con un mezzo di trasporto” sono due verbi diversi in russo, ma questo non significa che un parlante madrelingua italiano o francese che senta la frase “sono andato in Australia” ha dubbi sulla natura del movimento… ovviamente, chiunque abbia pronunciato questa frase in Australia non ci è andato a piedi, e il contesto ci aiuta a capirlo.
Per fare un altro esempio: esiste una lingua parlata in Amazzonia chiamata Tuyuka che possiede una caratteristica grammaticale nota come “evidential marker”. Un evidential marker è un indicatore che ci aiuta a capire la natura di una data informazione. Nella lingua Tuyuka funziona così: alla fine di ogni affermazione è necessario aggiungere un suffisso che indica come siamo venuti a conoscenza (how we became aware) di questa informazione e se siamo sicuri che sia vera o no. Esiste un suffisso che significa “ho sentito”, uno che significato “ho visto”, ce n’è uno per “apparentemente, ma non ne sono sicuro” e uno per “si dice che”. Se accettassimo l’ipotesi Sapir-Whorf potremmo concludere che i Tuyuka debbano essere un popolo per natura scettico, meno ingenuo (naive: ATTENZIONE! non “ingenious”! è un falso amico) di altri. Infatti la loro lingua li obbliga a esplicitare la fonte di qualsiasi informazione decidano di comunicare. Per quanto questa conclusione possa essere allettante (enticing), spiega McWhorther, pensiamo alle lingue europee. Nessuna lingua europea contiene gli evidential markers, tranne il bulgaro. I bulgari sono per caso un popolo più scettico degli altri popoli europei? Più scettici dei greci, inventori della filosofia in cui lo scetticismo è una qualità fondamentale? Un’affermazione del genere è evidentemente strampalata (outlandish, preposterous). I bulgari non sono in alcun modo più scettici dei Greci o di altri popoli europei.
Nel libro McWhorther apporta tantissimi esempi (provides many examples) che, a mio modo di vedere, dimostrano in maniera chiara e netta la veridicità (veracity, truthfulness) della sua posizione.
Tutti noi essere umani percepiamo il mondo essenzialmente allo stesso modo. È sì vero che (while indeed… – followed by “ma” later on) degli esperimenti hanno dimostrato qualche minima differenza riconducibile alle differenze linguistiche, ma si tratta di esperimenti estremamente artificiali che, per esempio, mostrano differenze di millisecondi nel premere un certo bottone. Minuscole differenze di questa natura non rappresentano certo una “visione del mondo” e non hanno ripercussioni al di là del laboratorio.
È innegabile (undeniable) che la cultura influenzi la lingua per quanto riguarda la terminologia. Lingue che possiedono vari pronomi da scegliere in base alla classe sociale del nostro interlocutore (come il coreano) lo dimostrano. Gli eschimesi hanno più parole per descrivere la neve (anche se, probabilmente non centinaia come secondo una famosa leggenda urbana) perché… beh, vivono circondati dalla neve. Nulla di così strano e inaspettato. Ma affermare che le caratteristiche di una lingua influenzano il modo in cui pensiamo e la nostra visione del mondo è un argomento molto pericoloso. Anche perché spesso è motivato da un sentimento di accondiscendenza (my bad – I was influenced by the English “condescending”, which would be “paternalistico in Italian. “accondiscendenza” means “compliance”): si vuole dimostrare che popoli o tribù in regioni remote del mondo non sono inferiori a noi europei o nord-americani e che, in realtà, hanno un modo completamente diverso di vedere il mondo che dobbiamo salvaguardare (preserve). Per quanto l’intento possa essere buono, il risultato è che eleviamo la lingua di questi popoli quando presenta caratteristiche interessanti che non esistono nelle lingue a noi più familiari, ma non pensiamo alle conseguenze pericolose che questa ipotesi logicamente implicherebbe. Prendiamo l’esempio del cinese, una lingua in cui non esiste né tempo futuro né passato, in cui non esiste il genere, in cui non esiste l’ipoteticità. Le seguenti frasi sono ben distinte in italiano (così come in inglese):


“Se vedi mia sorella capisci che è incinta”
“Se vedessi mia sorella capiresti che è incinta”
“Se avessi visto mia sorella avresti capito che è incinta”


Tuttavia, queste tre frasi si traducono allo stesso identico modo in cinese, ovvero:

“Se tu vedi io sorella tu sai lei incinta diventa”

Non esiste il condizionale, non esiste il passato.
Seguendo la logica dell’ipotesi Sapir-Whorf, potremmo pensare che i cinesi non siano in grado di percepire l’ipoteticità a livello teorico oppure che la percepiscano con maggiore difficoltà. Questa è chiaramente un’idea assurda e sbagliata che nemmeno i più ferventi sostenitori (fervent/warm supporters of) dell’ipotesi Sapir-Whorf avanzerebbero (would promote, propose). In altre parole: quando una lingua ha qualcosa che la nostra non ha (soprattutto se è una lingua parlata da una tribù di pochi elementi) ne siamo meravigliati, ma quando a una lingua manca una caratteristica che esiste nella nostra siamo molto più cauti (cautious) nel trarre conclusioni (draw conclusions) del tipo “i cinesi sono meno capaci di percepire aspetti della realtà” o, addirittura “i cinesi sono meno intelligenti”. Due pesi, due misure (double standards), insomma.
Le lingue non influenzano né il nostro modo di pensare, né sono influenzate dai nostri bisogni come popolo, per così dire. Non è che i Tuyuca posseggano un evidential marker perché gli serve nella loro vita di tutti i giorni, così come noi italiani non abbiamo il congiuntivo perché non possiamo stare senza (do without) a causa del nostro stile di vita molto… ipotetico? I nostri vicini francesi hanno un congiuntivo molto meno ricco del nostro e non sembrano aver problemi a percepire l’ipoteticità di una situazione. Le lingue semplicemente si evolvono in maniera casuale e imprevedibile. Come spiega McWhorther, le lingue sono come una zuppa, al cui interno inevitabilmente si formano delle bolle (bubbles). Non sappiamo dove, non sappiamo quante, non sappiamo quanto grandi, ma sappiamo che delle bolle da qualche parte spunteranno (they are going to pop up). Queste bolle sono le complicanze, le stranezze, le peculiarità della lingua: sono il congiuntivo in italiano, sono i numerosi tempi dell’inglese, sono i verbi di movimento in russo, sono i toni in cinese, ecc.
Questa teoria è conosciuta anche con il nome di teoria del caos.
In conclusione, la grammatica di una lingua non influenza il nostro modo di pensare o la nostra visione del mondo. Sicuramente la nostra cultura influenza il vocabolario della nostra lingua, ma questo è francamente come scoprire l’acqua calda (reinventing the wheel). È ovvio che se in arabo ci si saluta utilizzando una frase traducibile con “su di te la pace e la misericordia di Dio” questo dice qualcosa sulla loro religiosità, ma non è niente di sorprendente (it doesn’t come as a surprise). Le lingue sono interessanti più che altro perché sono tutte in grado di esprimere gli stessi concetti, e lo fanno adoperando le strategie più disparate (employing all kinds of strategies), a volte ingegnose (ingenious – this time!), a volte davvero stupefacenti. Magari per esprimere un concetto in una lingua non esiste una parola e abbiamo bisogno di più parole, ma non c’è nulla che non possa essere tradotto. Vi lascio con una citazione di McWhorther che mi sembra riassuma bene il suo libro:

“Se volete studiare la maniera in cui gli essere umani sono diversi, studiate le culture. Ma se volete capire meglio ciò che rende gli essere umani di tutto il mondo uguali, oltre alla genetica, ci sono ben pochi posti migliori da dove iniziare che non siano le lingue”.


 

Questo era tutto per oggi, vi ringrazio per averlo ascoltato questo episodio di livello avanzato, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per interiorizzare le strutture e le parole complicate che ho utilizzato in questo testo. Se vi è piaciuto questo episodio vi chiederei di lasciare una recensione su Apple Podcasts, questo aiuterebbe altre persone a trovare Podcast Italiano. Grazie ancora per l’ascolto, alla prossima! Ciao.

Altri episodi di livello avanzato

Intermedio, Podcast

I cinque errori più gravi nella lingua italiana – Intermedio #15 – VIDEO


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, oggi voglio parlarvi di cinque errori che in italiano sono considerati gravi, ovvero errori che a noi italiani fin dalla scuola ([ever] since primary school) elementare dicono che assolutamente non bisogna fare (meglio: “errori che a noi italiani dicono di non fare), che sono gravi e quindi sono molto stigmatizzati (stigmatized, condemned). Quegli errori che se sento io, oppure sente un altro italiano istintivamente penserà: “No, qualcosa non va bene, questo è un errore grave che non devi fare”. Quindi errori per cui c’è uno stigma molto forte.


1) A me mi

Il primo è “a me mi”.
Questa è una cosa che ci insegnano fino dalle elementari. “A me mi” in italiano non si dovrebbe dire. Perché non si deve dire? Perché” a me” e “mi” in teoria sono una ripetizione. Cioè, sono lo stesso pronome, uno in versione tonica e l’altro in versione atona, diciamo così. E quindi “a me mi” è un po’ come dire la stessa cosa due volte. In realtà questa è una cosa che molte persone fanno, ci sono esempi anche nella letteratura, ne “I promessi sposi” di Manzoni, uno dei libri più famosi della letteratura italiana. Inoltre vorrei anche dire che secondo me è soprattutto la prima persona che viene considerata sbagliata (which is considered to be wrong), perché per esempio “a lui gli” oppure “a noi ci”, “a voi vi” non sono così male.
È proprio “a me mi” e forse “a te ti” che vengono considerati errati e secondo me perché fin da piccoli ci dicono “a me mi” = (uguale) il male, non fate questo errore assolutamente.
Quindi… la cosa divertente è che in spagnolo “a mi me” è assolutamente corretto, quindi questa è l’arbitrarietà degli errori grammaticali.

2) Ma però

Il secondo errore sarebbe “ma però”, ovvero utilizzare sia “ma” sia “però” insieme, “ma però”. E la motivazione sostanzialmente è la medesima, la stessa, cioè “ma” e “però”
vogliono dire sostanzialmente la stessa cosa e quindi non si dovrebbero usare insieme.
Anche se molte persone usano “ma” e “però” insieme e io sinceramente non ci vedo nulla di male (I don’t see anything wrong with that), ma questa è una regola che qualcuno ha deciso.

3) Ho, hai, ha, hanno senza h

La terza regola è una regola in realtà più di ortografia (spelling), ovvero come scriviamo.
Quando abbiamo il verbo “avere” in italiano, come forse, immagino, saprete, le prime persone “ho”, “hai” e “ha”, così come anche la terza persona plurale “hanno” richiedono (require) l’acca (h). Ma l’infinito “avere” e la prima e seconda persona plurale “abbiamo” e “avete” non hanno nessuna “h”. Qual è il motivo di questa “h”?
Il motivo è che in latino h c’era. “Habere”. Si pronunciava anche, era “habere”, non come in italiano, “avere”, dove l’acca non esiste. In realtà potremmo anche non scriverla, però dato che la parola “o” senz’acca è una parola, la parola “ai” (preposizione articolata) è una parola, la parola “a” è una preposizione semplice e la parola “anno” è una parola (cioè, anno come “quanti anni hai?”), si è pensato, non so chi, ma in passato si è deciso (it was decided that) che bisogna lasciare l’h per distinguere il verbo da tutte queste altre parole.
In latino ovviamente “abbiamo” aveva l’acca (“habemus”), così come anche in spagnolo c’è l’acca nella parola hemos*. Però in italiano abbiamo deciso di tenerla solo in quei casi in cui potrebbe confonderci perché ci sono altre parole. Scrivere “io o”, oppure “lui a”, oppure, non so, “ce l’o” senza utilizzare l’acca è considerato un errore molto molto grave a scuola, ed è un errore molto stigmatizzato.

4) “è” senza accento

Stessa cosa per la terza persona singolare del verbo “essere”, “è”.
L’accento viene utilizzato solamente perché la parola “e” è una congiunzione. L’accento potrebbe anche indicare la pronuncia diversa in italiano standard, cioè “e” – “è”, ma in realtà questa pronuncia non è diversa in molti dialetti o in molti modi di parlare di italiano (intendo dire: in alcuni modi di parlare l’italiano i due suoni corrispondono) e quindi anche qui l’accento è soprattutto utilizzato per non confondere le due parole.

5) Errori con la “q”, “cq”, “qq”

Un altro tipo di errore in italiano o di errori sono tutti quelli che hanno a che vedere con (have to do with) l’utilizzo della “q” della “cq” o della “qq” perché se… forse non sapete, c’è una parola almeno in italiano che ha 2 “q” di fila. Ma a cosa serve la lettera q? Perché, per esempio, non possiamo scrivere “cuando” con la c in italiano? (come in spagnolo alla fine)
Beh, questo perché in latino quando avevamo il suono “k”, come quando, seguito dalla semi-consonante “w”, come “kwando”, “kwesto”, questo “w”, questo suono qua, che in italiano è una “ua”, oppure “ue”, “ui,” uo”… non so, per qualche motivo si decise in latino che questo suono doveva essere preceduto da una “q” (e non da una “c”), mentre la “c” veniva utilizzata per le altre parole, non so, per esempio “cantare”.
La “q” in realtà è abbastanza ridondante, potremmo tranquillamente non avere (we could just as easily not have) la “q” e nessuno morirebbe.
In italiano però ci sono delle parole in cui c’è questo suono, “kwa”, uno di questi suoni, “kwa”, “kwi”, “kwe”, “kwo”, però vediamo una “c”, come la parola “scuola”, oppure anche la parola “cuoco”.
Perché questa cosa? Beh, in latino queste parole non erano né scuola, né cuoco, ma erano “schola” e “cocus”, non c’era la “w”, “wo”, in nessuna di queste due parole e quindi in italiano per omaggiare (to pay homage to, to honor) in qualche modo il latino si è deciso di tenere (it was decided to keep) la lettera “c”.
Diverso è il caso di “acqua”. In “acqua”, che deriva dal latino “aqua”
in italiano è comparsa (appeared) una lettera… una consonante doppia, no? “Akkwa”.
E si è deciso per qualche motivo che per raddoppiare (to double) la “q” bisogna mettere una “c”, quindi “acqua” oppure “acquistare”. Sentite la differenza? Acquistare, non “aquistare”.
“Acquistare”. C’è una parola molto rara in italiano che sarebbe “soqquadro“, (che significa sostanzialmente disordine, “mettere a soqquadro” è come mettere in disordine) in cui c’è una doppia “q”. Ora non vi spiego l’origine, vi dico solo che
“soqquadro” deriva da “sotto quadro” e quindi quando ci sono queste parole, questi composti, queste parole che si fondono (they merge) come, non so, per esempio, “abbastanza”,
da “a” e “bastanza”, oppure “ebbene”, “siccome”, “seppure”, “soprattutto”, la consonante raddoppia in italiano, quindi per utilizzare la stessa regola di raddoppiamento, (raDDoppiamento) si è deciso di scrivere “soqquadro” con 2 “q”. È un’eccezione.

6) Errori con il congiuntivo

E infine l’ultimo errore che fa accapponare la pelle (that makes somebody’s skin crawl) agli italiani è l’utilizzo sbagliato del congiuntivo.
Allora il congiuntivo, sapete, è molto difficile, anche molti italiani lo sbagliano.
Ed è molto stigmatizzato, ci sono molti “grammar-nazi” che muoiono internamente quando sentono un congiuntivo sbagliato. Per loro un congiuntivo sbagliato rende un intero discorso invalido, cioè, uno può dire qualsiasi cosa ma se sbaglia un congiuntivo è un idiota, uno stupido.
Vi faccio un esempio, non so, l’errore forse considerato peggiore è quando abbiamo un verbo che regge (nella grammatica significa “è seguito da”), che necessita di un congiuntivo. Quindi, per esempio, “penso che sia”, “credo che sia”.
Se diciamo “penso che è”, oppure “credo che è”, molte persone che ci ascoltano – se siete stranieri non è un problema, vi capiranno, ma un italiano che dice una cosa del genere fa l’impressione di un idiota (comes across/looks like an idiot)

Un altro tipo di errore con il congiuntivo è utilizzare (intendo: quando utilizziamo) quello che sarebbe il terzo periodo ipotetico, ovvero “se io l’avessi visto glielo avrei detto”, non utilizzare tutte queste forme difficili ma usare l’imperfetto: “se lo vedevo glielo dicevo”. Questa è una cosa, in realtà, secondo me, percepita come meno grave, perché noi italiani la usiamo, forse più di quanto ce ne rendiamo conto e quindi è comune dire “se lo vedevo glielo dicevo”. È un modo molto più veloce per dire la stessa cosa ed è molto più facile . Quindi è comune, però viene considerato un errore. E un altro errore considerato molto grave, che riguarda il congiuntivo è l’utilizzo del condizionale al posto del congiuntivo, quindi dire per esempio “se avrei tempo” lo farei, al posto di “se avessi tempo lo farei”.
Tra l’altro devo ammettere che io ho fatto lo stesso errore. Nella descrizione di molti video c’è un punto in cui c’è la possibilità di farmi delle donazioni su PayPal e ho scritto “se avresti voglia potresti”, qualcosa del genere. Quindi anche a me succede. Adesso l’ho corretto, però in video vecchi c’è ancora questa cosa, quindi anche a me succede. Succede a tutti, è normale, non siamo delle macchine.


Tutti questi errori come vi ho detto sono molto stigmatizzati e sono sicuro che anche nelle vostre lingue ci sono errori così, stigmatizzati, che quando sentite una persona a dire una di queste cose pensate :O, è impazzito, oppure “è un ignorantone (boor, ignorant person), non sa parlare la propria lingua.
Ma vi voglio lasciare con questo pensiero, cioè: tutte le lingue evolvono.
Noi non parliamo il latino, cioè, se un latino ci sente (ci sentisse) parlare pensano (penserebbe*) che la nostra lingua sia un abominio (abomination).
L’italiano (di oggi) è diverso dall’italiano di duecento anni fa, così come lo è l’inglese, il francese, il giapponese, lo swahili.
La scrittura un pochino rallenta (slows down) questa evoluzione perché fa sì che ci sia un “bello stile” che è più lento a cambiare, ma in ogni caso la lingua è prima di tutto una cosa parlata ed è destinata a cambiare, e lo farà. È inevitabile. Come le nuvole cambiano nel cielo. E non migliorano né peggiorano, ma cambiano. È nella natura delle lingue.
Quindi da un lato penso che è (sia*) giusto che ci sia un bello stile, così come c’è una moda, c’è uno stile a cui dobbiamo adeguarci (that we have to conform to) quando andiamo a un colloquio di lavoro o quando parliamo in pubblico. È giusto che ci sia un bello stile, ma non dobbiamo dimenticarci* che gli stili, le mode cambiano e allo stesso modo le lingue cambiano, è nella loro natura. Quindi i nostri figli, i nostri nipoti parleranno in un modo diverso, che non è peggiore del nostro, così come il nostro modo di parlare non è peggiore di quello dei nostri genitori, dei nostri nonni, o di Dante Alighieri o di Shakespeare. Checché ne dicano i grammar-nazi (despite what grammar-nazis say)

Mi sono accorto nell’editing che il telefono aveva smesso di registrare.
Volevo solo dirvi che ringrazio per aver visto questo video. Vi chiedo di mettere “mi piace” o di iscrivervi se vi è piaciuto, se lo avete trovato utile. E ci vediamo nel prossimo video, che spero sarà molto presto. Grazie ancora e alla prossima. Ciao!

Podcast, Principiante

Lettera dalla mia stanza – Principiante #15


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Caro ascoltatore o ascoltatrice,
Dear listener (male) or listener (female)

Ti scrivo dalla mia stanza di Budapest. Come ti ho già raccontato, è da cinque mesi che vivo a Budapest: sono qua per un semestre Erasmus. Ti sto scrivendo dalla mia stanza. Ho un appartamento nel centro di Budapest. Nell’appartamento vivono tre persone. Ognuno ha la propria stanza e il proprio bagno, mentre la cucina è condivisa.
I am writing you from my room in Budapest. As I have already told you, I have been living in Budapest for five months: I am here for an Erasmus semester. I am writing you from my room. I have an apartment right in the center of Budapest. Three people live in the apartment. Everyone (of them) has their own room and bathroom, while the kitchen is shared.

La mia stanza è molto grande ed è abbastanza vuota e spoglia. C’è molto spazio che non so come occupare.  Ho un letto e un divano e qualche tavolino. Quando sono arrivato in questo appartamento ho comprato un tavolo perché non c’era un tavolo vero e proprio.
My room is very big and is quite empty and bare. There is a lot of space that I do not know how to fill. I have a bed and a couch and some small tables. When I arrived in this apartment I bought a table (meaning “desk”) because there was no real table.

Mi serviva un tavolo per studiare e usare il computer. Sono andato da Ikea e ho comprato un tavolo. Non è stato facile trasportarlo a casa mia. Per fortuna la fermata della metropolitana è vicina a casa mia. A casa l’ho montato. Com’è la tua stanza? Vivi in un appartamento o in una casa?
I needed a table (again, desk) to study and use the computer. I went to Ikea and I bought a table. Carrying it to my house was not easy. Luckily the metro station is close to my house. I assembled it at home. How is your room? Do you live in an apartment or in a house?

Nell’appartamento vive un ragazzo iraniano, simpatico e calmo e una ragazza spagnola. Il ragazzo iraniano mi sta simpatico, la ragazza spagnola non molto. A volte porta i suoi amici a casa alle due di notte, fa molto rumore e non avverte nemmeno. Però questi sono i problemi della vita con altre persone che non conosci. Ti può capitare chiunque. Tu hai mai vissuto con altre persone?
My flatmates are (literally: in the apartment live) an iranian guy – calm and easy-going – and a Spanish girl. I like the Iranian guy, the Spanish girl not so much. Sometimes she brings home her friends at two a.m., she’s very loud and does not even warn (us). But these are the problems of living (of the life) with other people you don’t know. You don’t know who you are going to find.* Have you ever lived with other people?

* check out the meaning of “capitare”

Tutto sommato non mi lamento. Vivo in una zona molto centrale, molto vicina alla mia università. Ci metto 3 minuti a piedi per arrivare all’università. Se cammino 5-10 minuti nella direzione opposta arrivo al Danubio, uno dei miei luoghi preferiti di Budapest. Tu ci metti molto per andare a scuola o al lavoro? Se sì, ti consiglio di usare questo tempo per leggere o per ascoltare podcast. Per esempio Podcast Italiano!
All in all, I can’t complain (I don’t complain). I live in a very central area, very close to my university. It takes me three minutes to walk to my university (three minutes on foot to arrive to my university). If I walk 5-10 minutes in the opposite direct I reach the Danube, one of my favorite spots (places) in Budapest. Does it take you a long time to go to school or work? If so, I recommend you use this time to read or listen to podcasts. For example, Podcast Italiano!

Davide

Interviste, Podcast

Intervista #16: Elissa e l’italiano


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano. Questa è la seconda parte dell‘intervista che ho fatto ad Elissa nel ormai lontano luglio 2018. Ora probabilmente vi starete chiedendo: “ma perché esce adesso la seconda parte se la prima parte è uscita a luglio?”. Non lo so neanch’io. In realtà uno dei motivi è che sono partito in Erasmus e non avevo più il file sottomano (at hand). Quindi chiedo scusa, ma finalmente oggi esce la seconda parte. Nella prima parte se vi ricordate abbiamo parlato della vita in Italia, in generale dell’amore di Elissa verso l’Italia, mentre in questa seconda parte parliamo prima della lingua italiana per Elissa, delle difficoltà nell’apprendimento della lingua, e poi nella seconda parte le sottopongo un quiz, le faccio alcune domande trabocchetto (trick questions), come diciamo in italiano, cioè difficili (che sono difficili anche per persone italiane a dire il vero) e le chiedo anche il significato di alcune espressioni idiomatiche.
Come sempre potete trovare la trascrizione intera di questa intervista su podcastitaliano.com, quindi vi invito tutti ad utilizzarla. Detto questo vi auguro buon ascolto.

D. Adesso volevo parlare un po’ più nello specifico della lingua italiana – e anche di questo argomento hai parlato sul tuo canale YouTube -, quindi magari, non so, volevo chiederti qualcosa di diverso (però andate a vedere il video di Elissa su come hai imparato l’italiano) . Volevo chiederti: qual è stata la cosa più difficile da imparare a livello di, non so, qualsiasi cosa… grammatica, pronuncia, struttura della frase, intonazione.

E. Pronomi diretti e indiretti. Tipo “gli”, “e “lo”. Non lo so, ancora faccio fatica un po’ a sapere quando lo devo usare. Tipo adesso lo faccio un po’ in modo naturale (meglio: in modo abbastanza naturale) ma la cosa che… devo pensarci ancora. Il congiuntivo non è sempre difficile. Tipo: se dico che “sono contenta che” [serve il] congiuntivo, “penso che”, congiuntivo, “credo che” congiuntivo. Però ci sono delle altre cose, frasi* che non senti sempre forse o… non lo so, se devo dire “non so quanto” [devo pensare]: “aspetta, devo usare il congiuntivo o no?”. Quindi se sono cose che non sono tipo: “qualcosa + che” e poi è facile, capisci?

D. Non c’è una spia (here not meaning spy but indication, clue) chiara come il verbo “pensare” o il verbo “credere”.

E. O “non so se”. Tipo… aspetta, se dico “non so se” devo usare il congiuntivo o no? E una cosa difficile è che gli italiani non usano sempre il congiuntivo…

D. Eh, infatti.

E. … quindi cerco di parlare in modo corretto, ma è difficile se non lo sento dalle altre persone. Quindi è per quello che, non lo so, chiedo sempre al mio ragazzo, perché lui parla in modo perfetto, diciamo, è il più perfetto che si può trovare in una persona normale. Cerco di imparare da lui. Perché quando scrivono tipo commenti anch’io vedo che [gli italiani] fanno un sacco di errori e non sono neanche italiana, quindi…- perché l’ho studiato quindi so come devo scriverlo perché dovevo fare esami, dovevo… quindi diciamo che il congiuntivo e pronomi diretti e indiretti. [Le] preposizioni sono* sempre una cosa difficile perché anche in inglese sono* una cosa che devi più o meno memorizzare. A volte si può intuire quale devi usare, per dire se stai andando da un posto a un altro, ok in quel caso è uguale. Ma non è sempre uguale. Quindi questa è una cosa che è difficile, diciamo.

D. Volevo anche parlare nello specifico della pronuncia, perché questo è il tuo… uno dei tuoi punti forti (strong points, suits), secondo me. Nel senso, ci sono secondo me tante persone che parlano bene, però è difficile trovare persone che hanno una buona pronuncia, soprattutto una pronuncia che sia verosimile (credibile, realistic), no? Perché tu hai una pronuncia che, vabbè, probabilmente è influenzata dal marchigiano (dialetto delle Marche, regione italiana dove vive Elissa), però che in ogni caso può essere localizzato come centro-nord o centro-nordica, del centro-nord italiano. // Davide del futuro. La parola giusta è centro-settentrionale, ma non mi veniva durante l’intervista. Torniamo alla nostra chiacchierata // Questa è una cosa che non capita molto spesso, perché molte persone magari hanno un mix di accenti di varie regioni italiane. Volevo chiederti: quali sono gli elementi fondamentali per una buona pronuncia, secondo te? Il ruolo del talento? Qualche abilità innata? Quanto è importante la pratica? Quanto è importante vivere in un certo luogo? E soprattutto nel caso degli italiani, che è (meglio: sono) un caso molto particolare, perché secondo me, per esempio, l’inglese americano… diciamo, uno può imparare uno standard e avere un accento neutro, mentre imparare un accento neutro in italiano è un po’ …

E. Non ha senso, perché si sente solo nei film.

D. Esatto. Esattamente. Non so, ti ho fatto un po’ di domande, spero che [te le ricorderai]… [ride]

E. [ride] Sì, adesso devo concentrarmi un po’, ricordare quello che mi hai chiesto. Per [quanto riguarda] il talento è vero che ovviamente se hai un talento è più facile. Per esempio, se a una persona [viene] naturale cantare è più facile cantare. Ma solo perché non è naturale non vuol dire che non può essere (meglio: diventare) brava a cantare, devi solo fare tanta pratica, quindi dipende da quanto vuoi lavorare su questa cosa. Secondo me puoi raggiungere un livello alto se ti concentri, se fai tanta pratica e se cerchi di non rimanere la stessa persona. Nel senso che quando parli un’altra lingua la tua personalità cambia, leggermente ma cambia. Quindi io sono una persona leggermente diversa quando parlo italiano, e le persone hanno notato sul mio canale che sono, non lo so, forse più felice più… non lo so, che sono diversa, più solare (“sunny”, as in cheerful) forse quando parlo italiano. In inglese invece sono un po’ diversa, sono, diciamo, più tedesca. E quindi devi accettare questa cosa, che cambierei un po’. Devi cercare di entrare in (nella*) modalità dall’altra lingua. Quindi entro nella modalità italiana quando parlo l’italiano e non riesco facilmente a cambiare e a parlare in inglese. Se cerco di parlare in francese il mio cervello cerca di andare in modalità francese e così via. Quindi devi mentalmente cercare di non rimanere diciamo, te stessa o te stesso, perché quello che succede è [che] usi la stessa pronuncia che usi per la tua lingua madre e ti senti strano quando cerchi di cambiare il modo in cui usi la bocca e la lingua. Quindi [è] per quello che devi, diciamo, entrare in questo in questa mentalità, di non essere più la stessa persona.

D. Volevo chiederti, quindi, quando entri in questa modalità italiana: i gesti, che sono, appunto, uno degli aspetti più stereotipati (stereotypical) degli italiani, sono qualcosa che usi, che hai iniziato a usare di più? Oppure no?

E. Non uso gesti specifici, comunque uso le mani tanto. Ma mi sa che lo facevo anche prima, forse adesso li uso leggermente di più, ma può essere anche perché non è la mia prima… non è mia lingua madre, quindi forse sto cercando di farti capire con i gesti, con le mani. Può essere per quello. Lo faccio più spesso adesso.

D. Però non gesti specifici, come questo, che non vedono [i nostri ascoltatori]. Sto facendo il classico gesto per cui tutti gli italiani sono conosciuti, oppure non so tanti altri gesti che abbiamo. Quelli non li usi?

E. No, perché sinceramente non so come usarlo, diciamo. So come usarlo ma non vedo altre persone che lo usano con me, quindi non lo uso. Se è una cosa che vedo forse lo userò, ma visto che non lo vedo, non lo uso.

D. Ok. Volevo chiederti invece… stavamo parlando, prima di iniziare l’intervista, appunto, tu mi chiedevi una parola che… non mi ricordo quale, e io ti ho detto: “non esiste questa parola, usiamo un anglicismo”. Non so, ti sei imbattuta immagino, in questo uso di anglicismi che in italiano è sempre crescente, che per alcune persone, soprattutto magari dai puristi della lingua italiana, è visto come qualcosa di molto negativo, mentre da altre persone è visto come una naturale evoluzione della lingua. Non so, tu ti sei imbattuta (you stumbled upon / imbattersi), immagino, in questo, e che cosa ne pensi?

E. Per me è una cosa difficile. Anche se stiamo usando parole in inglese, perché prima di tutto devo dire una parola della mia lingua madre in un accento della mia terza lingua, quindi invece di dire, non lo so… “weekend”…

D. Fescion (con accento italiano).

E. Fashion, devo dire “fescion” (con accento italiano). Quindi è una cosa un po’…

D. Uichènd.

E. Uichènd. Ok, quindi è una cosa un po’…

D. Aifòn.

E. Aifòn.

D. Anche se alcuni dicono Àifon, altre persone [dicono] Aifòn.

E. Ci sono tantissime parole e per me è una cosa strana perché prima di tutto devo abituarmi a pronunciare queste cose con un accento italiano, anche se non è il mio accento. Quindi a volte ancora lo faccio con l’accento inglese perché non so bene come pronunciarlo in italiano e quindi non voglio imbarazzarmi (meglio: “mettermi in imbarazzo”), insomma. Comunque, non devo preoccuparmi. A volte è più naturale dirlo in inglese. E poi è difficile perché per certe cose si usano parole in inglese. Ma come faccio a sapere quando si usa parola inglese? Quando c’è una parola italiana? Quindi spesso devo chiedere: come si chiama questo? Si chiama “stand”, quindi come faccio?

D. Però non devi pronunciarlo così, devi pronunciarlo “stend”.

E. Ah, stend!

D. Se no magari rischi che non ti capiscano.

E. Sì sì.

D. No però, non so, la cosa che a me personalmente non piace è quando vengono utilizzate parole quando ci sono altre parole italiane perfettamente valide. E questo spesso viene fatto un po’ per darsi quest’aria di prestigio (literally “to give oneself an “air” of prestige -> to try to look cool), di essere esperti in qualcosa, sembrare più capaci in qualcosa.

E. Certo. Tipo dire “live stream” invece di “diretta”, anche se c’è la parola diretta ma ci sono delle persone che dicono “live stream”, quindi cose così.

D. Sì.

E. Io preferisco dire “diretta” perché preferisco non dire la parola della mia lingua madre con l’accento…

D. Pronunciata male.

E. Sì, perché poi non lo dico perfettamente all’italiana, perché ho un accento [a metà strada] tra quello canadese e quello italiano, quindi preferisco usare la parola italiana, se posso.

D. Sì sì, però… e a volte le pronunce sono davvero terribili, non solo adattate all’italiano, ma proprio sbagliate, anche come accento. Forse una delle parole più, tra virgolette, “stuprate” (stuprare = rape -> mangled) inglesi è la parola “management”, che viene pronunciata da alcuni “menègment”.

E. Oddio!

D. O “manàgment”.Qualcosa del genere. O il “no-au”.

E. “Know-how?”

D. Sì, l’h (acca) in italiano sparisce, quindi bisogna dire “no-au”, qualcosa di abbastanza terribile.

E. Sì sì.

D. Anche il tuo nome stesso, immagino che tu in italiano lo pronunci Elissa.

E. Elissa, sì.

D. Come si legge. Però in inglese immagino sia “Elissa” (con pronuncia inglese).

E. Elissa.

D. Quindi lo adatti, in quel caso. Lo italianizzi (you italianize it).

E. Sì certo, perché è facile. È lo stesso nome, non cambia per me, tipo cambia un po’. Perché le vocali sono più, diciamo, chiuse*, sono più precise*, e allo stesso tempo c’è la doppia s, che in inglese non c’è. Elissa. Quindi non c’è la doppia. Ma comunque per me è sempre lo stesso nome perché non lo so, se dici il mio nome in francese, tipo “Elissà”, o in inglese Elissa, o in italiano Elissa, per me è sempre uguale. Infatti mia madre mi ha chiamato così per quello. Perché è facile da pronunciare in tantissime lingue e non mi dà fastidio. Il problema è che quando ti chiami Giuseppe e vai in Canada come nel mio video, non so se l’hai visto, quello su come pronunciare i nomi in italiano, c’era Giovanni o Giuseppe.

D. Geeovàni o qualcosa del genere.

E. Geeovàni. Oppure Josepee. Quindi è una cosa che, non lo so, per me non è la stessa cosa, mentre per il mio nome è facile. Tipo Chiara: c’è… abbiamo il nome Kiara, scritto con la k, K-I-A-R-A. Se ti chiami così è molto facile, perché è quasi la stessa cosa, però se c’è la traduzione (tipo in inglese sarebbe “Joseph” forse), come fai? Perché per me (meglio: nel mio caso) non chiedo “devi chiamarmi Elissa (con pronuncia inglese)”, perché è difficile da pronunciare quando stai parlando una lingua…

D. Io mi sono sempre imbattuto nel problema che la pronuncia del mio nome è molto particolare in italiano, nel senso che è diversa da tutte le altre lingue in cui ci sono nomi equivalenti, nel senso che se pensi a “Davide” con l’accento sulla “a” … diciamo, non si trova… ok, in inglese “David”, l’accento è sulla prima sillaba, però c’è un suono completamente diverso.

E. Certo.

D. In francese e spagnolo è “David”, in altre lingue anche… non so, io sono stato in Russia, studio il russo e mi chiamano anche lì “David”, spesso. Allora a volte rinuncio e tipo se parlo con americani (ndr: in realtà spesso lo faccio anche con persone di altre nazionalità) dico “chiamami Dave”.

E. Direi che sono abbastanza brava a pronunciare i nomi di una lingua che non conosco solo perché ho l’inglese e [il] francese e [l’]italiano e [il] libanese so pronunciarlo, anche se non so parlarlo. Quindi sono abituata, riesco almeno a produrre tanti suoni. Quindi altre persone che non parlano un’altra lingua non so come fanno, mi sa che non provano neanche e lo pronunciano con l’accento inglese, perché è l’unica cosa che sanno fare.

D. E pensi che le tue origini (da parte di tua madre) libanesi abbiano influenzato la tua capacità di imitare suoni in altre lingue?

E. Certo, certo. Anche in libanese usano tanto il francese.Tipo  invece di dire la parola per dire “ciao”, che mi sa (meglio: credo sia) Mahaba, o qualcosa del genere, dicono sempre “Bonjour” o “bonsoir” o “merci”. Non dicono… vabbè “Chokran” penso che sia* la parola per dire “grazie”. Non so comunque, non usano quelle, usano quelle francesi, specialmente i cristiani libanesi*, visto che la mia famiglia è cristiana… mi sa che lo usano anche di più il francese, perché sono più… westernized?

D. Occidentalizzati.

E. Occ.. oddio.

D. Occidentalizzati.

E. Occidentalizzati. [ride] Ok, quello. Quindi dipende dalla persona in Libano, perché ci sono delle persone che non… a volte i non-cristiani, oppure le persone più anziane* non sanno pronunciare la “p” perché non c’è in arabo o in libanese, ma c’è solo in francese, quindi se parli francese sai pronunciare la “p”. Comunque è un casino (mess), comunque non era quella domanda. La domanda era se è più facile per me. Direi di sì, perché io imito sempre mia madre, lei dice sempre “ma perché mi prendi in giro?”. E io dico “no, non ti prendo in giro, è perché sei carina, sei adorabile”. Quindi io ogni volta che dice qualcosa io dico quello che… lo ripeto, lo ripeto nel suo accento perché… prima di tutto fa ridere un sacco (literally: she makes laugh a lot -> she’s very funny), perché lei, non lo so, fa ridere. E quindi per me (meglio: a me) questo mi ha aiutato, perché ho sempre sentito il libanese da piccola e sì, anche l’italiano un po’, un pochino, ho sentito l’ italiano. Beh, più siciliano vecchio (meglio: antico) del 1950, diciamo, mischiato con l’italiano. Quindi anche se non l’ho sentito tantissimo ho sentito (ho sentito il libanese molto di più) ho sempre sentito lingue diverse, e poi c’era il francese, quindi ci sono quattro lingue nella mia testa e mi aiuta, perché non sento solo l’accento inglese, sono più abituata a sentire cose diverse è per quello sono più abituata a pronunciare questi suoni.

D. Ok, adesso volevo farti, o sottoporti, un quiz di lingua italiana.

E. Oddio!

D. Allora, la prima parte è dedicata ad alcuni tempi verbali, forme verbali desuete (out-of-practice, archaic) o poco comuni che anche agli italiani causano molte difficoltà e la seconda parte è dedicata a delle espressioni idiomatiche.

E. Ho paura.

D. Iniziamo… come te la cavi con il passato remoto, innanzitutto?

E. Mai usato.

D. Mai usato. Immaginavo, perché immagino che non si usi nelle Marche, come anche qua.

E. Beh, a volte il mio ragazzo lo usa quando parla, non lo so, dei romani o qualcosa [del genere], però a scuola l’abbiamo imparato… era l’ultima cosa che abbiamo imparato, tipo al terzo anno di italiano dell’ultimo corso, tipo le ultime settimane, e non abbiamo fatto così tanto. Di solito non lo sento così tanto con i miei amici, con la persona con cui ho parlato (meglio: con le persone con cui parlo), non lo sento, non lo vedo, come faccio ad usarlo? Non vale la pena impararlo, perché praticamente non si usa quasi mai.

D. Allora potrebbe essere un po’ difficile questo quiz, però non importa.

E. Oddio, perché il passato remoto?! Qualsiasi cosa tranne quella*, dai.

D. Sono domande trabocchetto, cioè… sai cosa vuol dire? Che vengono fatte agli italiani. Allora, il passato remoto prima persona del verbo “cuocere”. Non ti preoccupare se non la sai perché anche gli italiani di solito non la sanno, quindi… anzi se tu, Elissa ma altre persone che state ascoltando questo podcast volete mettere in difficoltà un italiano fategli queste domande. Passato remoto di “cuocere”, per esempio.

E. È tipo… cos-? Aspetta. Cossi?

D. “Cossi”, giusto, giusto.

E. Sì? Sì!!!

D. Hai iniziato benissimo. Non so se sarei stato capace prima di sapere la risposta. Allora. Numero 2. Il passato remoto di “nuocere (harm). È già un verbo difficile.

E. “Nuocere”? Che cosa vuol dire?

D. Ok, nuocere è come “harm”, quindi nelle scatole di sigarette si legge “il fumo nuoce alla salute”, cioè fa male ma in modo più elevato, più formale.

E. Non ho mai sentito questo verbo, come faccio? Non so neanche come farlo al presente…

D. Nuocio, nuoci…

E. Nuocio, nuoci, nuoce? Non ne ho idea.

D.Ok, il passato remoto di nuocere è “nocqui”.

E. Nocqui! E infatti pensavo “nocqui”. Forse un suono tipo k… Non avevo idea, non sarei riuscita, comunque, ma vabbè, almeno il mio cervello andava in quella direzione.

D. Conosci il verbo “esigere(demand, require), immagino?

E. Cosa vuol dire ancora (meglio: di nuovo)? L’ho sentito, mi sa.

D. Esigere qualcosa vuol dire… non so, per esempio “esigo che tu arrivi in tempo”.

E. Tipo “ti aspetti”?

D. “Mi aspetto qualcosa”. Esigere qualcosa, pretendere, non in inglese ovviamente (pretend), pretendere qualcosa da qualcuno, è un falso amico.

E. No, lo conosco.

D. Qual è il participio passato di “esigere”?

E. Beh naturalmente mi viene da dire tipo “esito”, ma non penso.

D. Quasi, quasi.

E. Aspetta, cos’è? “Esigere”?

D. C’è una parola italiana che forse conosci che è uguale.

E. Esatto?

D. Esatto.

E. Sì!

E. Esatto?

D. Esatto! Infatti c’è una relazione etimologica tra “esatto” e “esigere”, non è casuale! In realtà non si usa mai, non si usa mai come parola, si usa solo nel linguaggio legale. Infatti noi italiani parliamo di “esattori delle tasse(tax collector), cioè le persone che chiedono le tasse. Si dice “esigere le tasse” e si può dire che quindi del denaro è stato esatto. Comunque non è importante, non si usa mai, sono tutte parole abbastanza inutili, però per questo te lo sto chiedendo, perché sono divertenti. Ok finisci questa frase: “Oggi il sole splende come non ha mai…?”

E. “…fatto prima”.

D. Aaah! Quest’ora sapevi!

E. Qualcuno mi ha chiesto nella mia diretta…

D. Questa la sapevi?

E. …due volte perché… non lo so… no, mi sa che anche il mio ragazzo mi ha fatto la stessa domanda e sapevo che non è tipo “spleso” o qualcosa del genere, quindi… no, che non che non c’è insomma.

D. Io ho trovato che c’è una forma molto rara che è “splenduto” ma è molto antica è praticamente… invece “oggi mi prude il naso (my nose itches) come non mi aveva mai…”

E. “Fatto prima” [ride].

D. Eh però “non mi aveva mai fatto prima” non si può dire come…

E. Dimmelo ancora, qual è il verbo?

D. Prudere. Cioè, nel senso, non puoi usare questa struttura, quindi devi dire “come non mi aveva mai… come non era mai successo prima” o “come non aveva mai”. È un po’ strano “come non aveva mai fatto prima”. Conosci il verbo soddisfare, ovviamente.

E. Certo.

D. Com’è il presente di soddisfare?

E. Soddisfo? No. Si?

D. Ok ok, poi ti do la spiegazione. E qual è invece l’ imperfetto di soddisfare?

E. Soddisfaceva, soddisfacevo.

D. Giusto, giusto, giusto. E anche questa è una cosa difficile perché ci sono entrambe le forme.

E. Ho sbagliato?

D. No, no. È giusto, è giusto. Al presente io direi che quasi tutti, praticamente tutti diciamo “soddisfo, soddisfi”, anche se se cerchi su dizionari trovi anche “soddisfaccio, soddisfai”, perché viene ovviamente da “fare”, soddisfare è un composto, però secondo me non si usa più. Mentre invece all’imperfetto direi che è molto più comune “soddisfaceva”, invece “soddisfava” sa un po’ di (it looks a bit) sbagliato, è un po’ strano. Ok, il participio passato di “espellere”.

E. Espulso?

D. Giusto!

E. Siiiii!

D. Sei troppo brava, non posso fregarti (I can’t fool you) in alcun modo!

E. No, col passato remoto si!

D. Ok, allora, sai che c’è il verbo succedere? Qual è la differenza tra “successo” e “succeduto”?

E. “Succeduto non (l’) ho mai sentito.

D. Ok.

E. “Successo” è succedere, tipo il participio passato… Cos’è l’altro?

D.“Succeduto”. Secondo me con l’inglese puoi arrivarci, perché è molto simile.

E. Succeduto? Boh… Tipo la prima cosa che mi viene in mente è “seduce”… ma non sembra abbastanza simile…

D. No, quello è “sedurre”.

E. Eh, ok, ecco.

D. Prova a pensare a un verbo simile in inglese!

E. Succeduto…

D. Ti arrendi (do you give up)?

E. Qual è la parola inglese, prima?

D. La parola è “succeed”, però non nel significato principale, ma in un altro significato.

E. Oh!

D. Nel significato… per esempio: “un re è succeduto ad un altro”, ovvero è venuto dopo.

E. Aaaaaa! Sono scema, dovevo saperlo!

D. E il verbo è lo stesso, “succedere”. Infatti c’è sempre questa idea di una sequenza, sia in “successo” che in “succeduto”. Ok, ultima parola. E questa era capitato a me di non sapere come dire!

E. E naturalmente lo chiedi a me!? [ride]

D. Ti chiedo l’infinito del verbo e ti do una frase: “La terra è imbevuta d’acqua”. Sai cosa vuol dire “imbevuta (soaked) d’acqua”?

E. Tipo… circondata?

D. No, “impregnata (same as soak “imbevuta”) d’acqua”, cioè… l’acqua…. tipo il fango (mud), puoi dire terra imbevuta d’acqua, no? Qual è il l’infinito di “imbevuta”?

E. “Imbevuta”? Imbevutere?

D. [ridacchiando] Pensa alla radice di “imbevuta”, no? Da cosa viene?

E. Imbere?

D. Imbevere! Anch’io pensavo fosse “imbere”, però bere viene in realtà da “imbebere” o “imbibere” in latino. Comunque, [bere] ha perso una parte nella sua storia e quindi è diventato “bere”, però “imbevere” è rimasto, è rimasta quella parte. Ok, invece adesso ti chiederò il significato di alcune espressioni idiomatiche, però ti ho chiesto solo espressioni idiomatiche che io userei perché ce ne sono tantissime, tante non le ho mai sentite, mentre queste le uso tutte. Quindi, se dico che “non ci piove”, non so ti parlo di qualcosa e poi dico: “su questo non ci piove”, che cosa vuol dire?

E. Mmm, non proviamo neanche? …qualcosa?

D. No… se vuoi ti posso fare un esempio: “È da un sacco di tempo che che voglio andare in vacanza negli Stati Uniti, ma non ci sono mai riuscito. Però il prossimo anno ci vado e su questo non ci piove!”

E. Tipo “non c’è dubbio?”

D. Esatto, qualcosa di sicuro, che non può essere messo in dubbio. Non so dirti perché si dica “non ci piove”, però si dice.

E. [ride] Non l’ho mai sentito!

D. Ok, che cosa vuol dire l’espressione “da che pulpito!”? L’espressione lunga è “da che pulpito viene la predica”. In quali casi si usa?

E. Non l’ho mai sentito e non ho la minima idea. Dimmelo ancora.

D. Ok: “da che pulpito!” o “da che pulpito viene la predica!”. Sai cos’è un pulpito?

E. No!

D. Un pulpito è… nelle chiese, c’è questo balcone dal quale il prete anticamente faceva la predica. Il prete non faceva la predica dove sta il resto del tempo durante la messa ma si spostava, saliva su questo balcone, un piccolo balcone che vedi ancora adesso in tante chiese c’è il pulpito, e faceva la predica (sermon) alle persone lì. Cioè, fare la predica sai cosa vuol dire? È quella parte della messa dove il prete da giudizi morali e dice cosa fare e cosa non fare…

E. Si, si, si.

D. Questo è il pulpito. Che cosa vuol dire invece “da che pulpito!” o “da che pulpito viene la predica!”?

E. Forse ho capito al 40%, tipo cosa ti permette a [di] dire una cosa, o qualcosa del genere. Tipo cosa…

D. Credo che tu abbia più o meno ho capito, vuol dire praticamente… quando una persona…

E. …ti dice di fare una cosa…

D. …e ma poi lei per prima non la fa, dici “da che pulpito!”. Cioè nel senso, se una persona ti dice…

E. Si, si… chi sei tu? Tu sei la prima persona a fare…

D. Chi sei tu per dirmi una cosa del genere, no? Tu fai sempre… se una persona ti dice: “Non devi fumare, fumare fa male” e poi dopo avertelo detto va a fumarsi un pacchetto di sigarette dici “da che pulpito!”.
Ok, sai cosa vuol dire “avere un chiodo fisso”?

E. No…

D. Sai cos’è un chiodo?

E. No…

D. Allora un chiodo è un “nail”, qualcosa che usi per appendere qualcosa è un chiodo. Quando dici avere un “chiodo fisso” …? Prova a tirare a indovinare (take a guess), anche se non lo sai magari riesci a capire, o se vuoi ti do un esempio.

E. Dammi un esempio.

D. Prova a indovinare, perché se no è troppo chiaro cosa vuol dire dall’esempio.

E. Non lo so, è troppo difficile, non sono brava con queste espressioni! Mi ha fatto a pensare a stare in un posto per tanto tempo, tipo avere una casa ma non so se c’entra.

D. Ahah, no, è un buon tentativo però no, pensa all’aggettivo “fisso”.

E. Non lo so, tipo fissare su qualcosa, tipo essere ossessionato?

D.Esatto, esatto, avere un pensiero ricorrente, una fissazione… se una persona pensa sempre alla stessa cosa si dice che ha “un chiodo fisso” e quel chiodo fisso è quella cosa lì.

E. Aaaah, capito!

D. Terminiamo questa nostra…

E. Oddio, università finita, esame…

D. Allora, te la sei cavata molto bene nella prima parte, puoi migliorare nella seconda parte delle espressioni idiomatiche…

E. No, sai perché? Anche in inglese non uso le espressioni… Quindi per me è una cosa difficile, perché visto che mia madre non è… è tipo la sua quarta lingua l’inglese, quindi mio padre non le usa con lei… e per quello non (le) sento quasi mai, i miei amici non le usano… quindi non sono abituata a usare espressioni, anche perché in inglese non è una cosa così… usata così spesso quanto l’italiano o altre lingue.

D. Vabbé, volevo concludere chiedendoti: se hai qualche consiglio generale, magari qualche strategia, qualcosa o qualche risorsa anche specifica che consiglieresti a chi sta imparando l’italiano, qualcosa che a te ha davvero aiutato tanto.

E. Parlare con madrelingua sinceramente è la cosa che mi ha aiutato, perché già quando ho cominciato a parlare con italiani, insomma, avevo già una base una base, insomma, ero già brava con la grammatica… non quanto sono brava adesso, diciamo, ma conoscevo la grammatica, però parlare con loro mi ha aiutato a capire come si usa tutto. Ma comunque devi trovare… il mio consiglio è di trovare un madrelingua che conosce bene la sua lingua madre, perché ci sono tante persone che non sanno scrivere, che non sanno parlare la loro (meglio: propria) lingua, o almeno in modo corretto. Quindi, non lo so, trovare una persona che parla bene, che scrive bene e ti corregge, ti corregge ogni volta che fai un errore, è per questo che sono brava anche nella pronuncia, perché ho chiesto al mio ragazzo di correggermi ogni “e” e “o” chiusa e aperta. È per quello che è un accento, diciamo, abbastanza accurato, che non è un casino, insomma, perché gli ho chiesto di correggermi. Quindi secondo me devi trovare una persona che può aiutarti, ovviamente puoi anche aiutare [tu] quella persona ad imparare la tua lingua. È così che ho fatto, perché possiamo tutti andare all’università e fare corsi e sì, riesci a parlare un po’ ma non così tanto. Invece se parli con una persona vera ovviamente riesci ad imparare tantissime cose. E anche di non parlare solo con una persona, ma se riesci a trovare anche una seconda persona che è anche brava [questo] aiuta, perché usano parole diverse, espressioni diversi. No… espressioni… diverse.

D. Diverse.

E. Eh sì, questo è il mio consiglio, perché è la cosa che mi ha fatto migliorare un sacco.

D. E prima di avere un ragazzo italiano, ché ovviamente quello aiuta, come facevi questa fase? Cioè, diciamo, come utilizzavi la lingua, come la parlavi con i madrelingua? Insomma, quali siti o risorse usavi per trovare parlanti madrelingua italiani?

E. Io ho usato l’applicazione che si chiama “Hello Talk”. Così ho potuto parlare con madrelingua inglesi… scusa, madrelingua italiani. Eh sì, la cosa difficile, come ho detto, è che ci sono… tipo la maggior parte delle persone non parlano bene italiano, tipo sbagliano, scrivono male usano espressioni [sbagliate], non dicono “tutto bene”, non dicono (scrivono), dicono “tt bn”, e devi capire. O “niente”, ti fanno “nnt” o qualcosa del genere.

D. Sì, è il linguaggio da sms che mandavamo alle scuole medie. Quando avevo dodici anni.

E. Esatto. E riesco a capirlo perché ovviamente sono al livello in cui lo posso capire. Ma per una persona principiante non è facile. Quindi ho usato quell’applicazione.

D. Va bene, direi che possiamo concludere questa intervista.

E. Dopo un’ora e venti minuti.

D. Sì, dai. Complimenti per l’italiano, credo che tu abbia impressionato molte persone oggi, me per primo.
E. Grazie.

D. Davvero, ci sono poche persone con cui ho la sensazione di star parlando con un altro italiano, persone straniere [intendo]…

E. Perfetto.

D. …che generano questa sensazione, però tu sei una di queste. Quindi complimenti ancora. Iscrivetevi tutti al canale di Elissa.

E. Grazie!

D. Va bene, grazie ancora.

E. Grazie, grazie a te.

D. Buona giornata.

E. Anche a te, ciao.

D. Ciao.

Sono di nuovo Davide del presente, ovvero del febbraio 2019. Volevo ringraziarvi per aver ascoltato l’intervista, se siete arrivati fino qua e soprattutto se avete anche ascoltato la prima parte. Ringrazio Elissa a qualche mese di distanza (a few months later) di nuovo per aver partecipato a questa intervista. Se vi è piaciuta questa intervista vi chiederei gentilmente di andare su Apple Podcast se utilizzate dispositivi Apple e di lasciare una recensione (positiva spero ) al podcast perché questo mi aiuterebbe ad essere trovato da altre persone. Condividete anche il podcast se conoscete altre persone a cui interessa imparare l’italiano o che lo stanno già facendo. Grazie ancora e ci risentiamo nel prossimo episodio. A presto. Ciao!

 

Podcast, Principiante

Lettera dal pullman – Principiante #14

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Hello everybody, welcome to Podcast Italiano. This is Davide and this is an episode for beginners. I’m going to read to you a letter in Italian. I’m going to read it slow at first and then at normal speed. I’m also going to ask you some questions. If you want, you can answer the questions on the episode’s page at podcastialiano.com, where you will also find the whole transcription and translation into English. I’ll try to correct your mistakes. It can be a helpful writing exercise.  Buon ascolto!



Caro ascoltatore o ascoltatrice,
Dear listener (male) or listener (female)

In questo momento mi trovo sul pullman*. Sai che cosa vuol dire “pullman”? In italiano c’è anche la parola autobus. Autobus e pullman sono sinonimi, vogliono dire la stessa cosa.
Right now I am (I find myself on
) on a bus. Do you know what “pullman” means? In Italian we also have the word “autobus”. “Autobus” and “pullman” are synonyms, they mean the same thing. (bus)

In questo momento sto andando in Polonia. In Europa è diventato abbastanza comune negli ultimi tempi viaggiare in autobus. Dato che vivo in Ungheria posso andare in molti paesi con il pullman. Qui in Europa ci sono tanti stati piccoli molto vicini l’uno all’altro. Tu viaggi spesso sul pullman?
Right now I am going to Poland. In Europe it has become quite common in recent times to travel by bus. Since I live in Hungary I can travel (go) to many countries by bus (with the bus). Here in Europe there are lots of little states very close to one another. Do you often travel by bus?

Mi piace abbastanza viaggiare sull’autobus, ma ho un problema grande: non riesco quasi mai a dormire. Questo è un problema perché spesso faccio viaggi di notte per risparmiare.
I kind of like traveling on buses (on the bus), but I have a big problem: I can hardly sleep (I can almost never sleep). This is a problem because I often travel by night to save [money].

Di notte di solito i viaggi costano meno. Però dato che sono una persona alta non riesco quasi mai ad essere comodo e a dormire. A volte ho fatto viaggi di 15 ore senza dormire nemmeno un minuto! Tu hai mai fatto viaggi così lunghi? Dove sei andato/a?
By night trips cost less. But since I am a tall person I can almost never be comfortable and sleep. Sometimes I took (made) 15-hour trips without sleeping even a minute! Have you ever taken trips this long? Where did you go?

Perlomeno con i telefoni, tablet*, e-book reader*, podcast*, ecc. c’è sempre qualcosa da fare. Tu come passi il tempo durante i viaggi lunghi?
At least with phones, tablets, e-book readers, podcasts, and so one, there’s always something to do. How do you pass the time during trips this long?

*Foreign words in the plural usually lose the plural “s”.

In pullman a volte si vedono strane cose. Una volta ero seduto all’ultima fila di posti e nel corridoio era sdraiata una ragazza in un sacco a pelo che dormiva. Non avevo mai visto nessuno fare così… tu hai mai visto cose strane in pullman?
Davide

On buses (on the bus) sometimes strange things can be seen. Once I was sitting in the last row of seats and a girl in a sleeping bag was lying in the corridor sleeping. I had never seen anybody do that (do so)… have you ever seen strange things on buses?
Davide


This is it for today, thank you for listening. I recommend you come back to this episode and listen to it many times. That way you’ll memorize the structures and the vocabulary much faster. I also have a small request. If you can, go to the page of Podcast Italiano on Apple Podcasts and leave a review. That will hopefully help other people find the podcast.
Grazie di cuore! A presto! Ciao.

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Lettera dal caffè – Principiante #13


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Hello everybody, welcome to Podcast Italiano. This is Davide and this is an episode for beginners. I’m going to read to you a letter in Italian. I’m going to read it slow at first and then at normal speed. I’m also going to ask you some questions. If you want, you can answer the questions on the episode’s page at podcastialiano.com, where you will also find the whole transcription and translation into English. I’ll try to correct your mistakes. It can be a helpful writing exercise.  Buon ascolto!


Caro ascoltatore o ascoltatrice,
Dear listener (male) or listener (female)

Mentre scrivo questa lettera sono in un caffè. In italiano la parola “caffè” significa sia la bevanda, “il caffè”, sia il locale dove si beve il caffè. Il locale si può anche chiamare “caffetteria”, ma in Italia di solito il caffè lo prendiamo al bar. Sei mai stato in un bar in Italia?
While I’m  writing this letter I’m in a cafè. In Italian, the word “caffè” means both the beverage, “il caffè” (coffee) and the place* where you drink coffee. The place can be called “caffetteria”,** but in Italy we usually have coffee at “the bar”. Have you ever been to a “bar” in Italy?
* (a “locale” is an indoor space, like restaurants, bars, cafès, pubs, clubs )
**(which has nothing to do with a “cafeteria”, which in Italian would be “mensa”),

Fuori dall’Italia i bar sono locali dove servono bevande alcoliche, spesso. In Italia i bar sono molto diversi: sono più simili ai cafès, oppure coffee shops in altri paesi. Al bar si può bere il caffè ma si può anche mangiare. Di solito si può fare colazione al bar.
Outside of Italy bars are places that serve (where they serve) alcoholic beverages. In Italy “bars” are very different: they are closer (they are more similar to) to cafès or coffee shops in other countries. At a bar you can have (drink) a coffee but you can also eat. Usually you can have breakfast at a bar. 

In Italia la colazione è dolce. Gli italiani spesso mangiano croissant, biscotti, pane tostato con la marmellata o nutella e cose simili. Anche al bar si può comprare cibo dolce per fare colazione, come croissant o cornetti. A me non piace molto fare la colazione dolce. Preferisco mangiare qualcosa di salato oppure non fare proprio colazione. Tu hai mai provato la colazione italiana? Che cosa preferisci mangiare a colazione?
In Italy breakfast is sweet. Italians often eat croissants, biscuits, toasts with jam, nutella and so on (or similar things). You can have (buy) sweet food for breakfast (to have breakfast) at a bar as well, like croissants or cornetti*. I don’t like eating sugary foods for breakfast (have a sugary breakfast). I prefer eating something salty or not have breakfast at all. Have you ever tried the italian breakfast? What do you prefer eating for breakfast?
*Italian croissants

Al bar si possono anche mangiare dei panini o tramezzini. Di solito non ci sono però primi o secondi piatti come al ristorante. Al bar si può stare tanto tempo seduti al tavolo e parlare del più e del meno, ma si può anche andare al bancone, prendere un espresso e uscire, tutto questo in due minuti. In Italia diciamo “un caffè”, che significa “un caffè espresso”.
At a bar you can also eat panini or tramezzini*. Usually, though, there are no first or second courses** like at a restaurant. You can sit for a long time at a table and chit-chat, but you can also go to the counter, order (take) an espresso and go out in two minutes (all of this in two minutes). In Italy we say “un caffè”, which means “one espresso coffee”.

*Varieties of sandwich.
** In Italy “first courses” might be pasta, riso, gnocchi, soups, etc., “second courses” are usually meat and fish-based dishes.

Ora sono in un caffè a Budapest, molto diverso dai bar italiani. All’estero mi piace che ci sono caffetterie molto moderne, stilose, ben arredate. I bar italiani sono un po’ tutti uguali. Però dei bar italiani mi manca il prezzo del caffè. Un espresso in Italia costa un euro (a volte anche meno), ma fuori dall’Italia costa sempre di più. A me piace molto il caffè, quindi devo spendere un po’ di più qua di quanto spenderei in Italia. A te piace il caffè?
Right now I am at a cafè in Budapest, [which is] very different from Italian “bars”. [When I’m] abroad I like very modern, stylish, nicely furnished cafès. Italian bars are all kind of the same. But one thing I miss about Italian bars is the price of coffee (of italian bars I miss the price of coffee). One espresso in Italy costs on euro (sometimes even less), but outside of Italy it always costs more. I like coffee a lot, so I have to spend a bit more here than I would in Italy. Do you like coffee?

Ci sentiamo presto,
Davide
We’ll talk soon, 
Davide


 

This is it for today, thank you for listening. I recommend you come back to this episode and listen to it many times. That way you’ll memorize the structures and the vocabulary much faster. I also have a small request. If you can, go to the page of Podcast Italiano on Apple Podcasts and leave a review. That will hopefully help other people find the podcast.
Grazie di cuore! A presto! Ciao.

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