Podcast, Usi colloquiali

Qual è la differenza tra “scusa” e “mi dispiace”? – Usi colloquiali #7


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Anche oggi in compagnia di Erika. Siamo qui per parlarvi di due espressioni molto comuni nella lingua italiana, che sono ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che possono causare alcuni problemi. Preparando questo episodio mi sono accorto che ci sono alcune sfumature che non sono così facili (da cogliere) probabilmente per uno straniero. Partiamo allora dalla differenza principale che esiste tra ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che può essere anche ‘scusi’ (forma di rispetto) o ‘mi scusi’, ‘scusatemi’. La differenza principale è che quando dico ‘mi dispiace’ semplicemente esprimo il mio dispiacere (I express my displeasure / sadness/ regret  /unhappiness/) per qualcosa che è successo, oppure esprimo compassione o empatia verso chi mi sta ascoltando, mentre quando dico scusa mi sto assumendo le responsabilità o la colpa di qualcosa che ho fatto io.

Mi dispiace/spiace

Facciamo allora degli esempi, che io ed Erika ci siamo scritti, di come si usano queste parole iniziando da ‘mi dispiace’.

– Erika Stamattina sono caduto e mi sono rotto il braccio
Mannaggia (damn!), mi dispiace!

-Mio fratello ha perso il portafoglio quando era in vacanza in Spagna e adesso deve rifare tutti i documenti.
– Cavolo, che sfortuna, mi spiace!

– Domani c’è la mia festa di compleanno, ti va di venire (do you want to come)?
– No, guarda, domani lavoro, mi dispiace.

In tutti questi casi non abbiamo colpe ma semplicemente proviamo dispiacere.

Scusa(mi)/(mi) scusi/scusate(mi)

Passiamo invece a ‘scusa’, facendo alcuni esempi:

– Scusami Erika, non volevo offenderti, farò più attenzione la prossima volta.

– Scusate per il ritardo, non ho sentito la sveglia.

– Mi sono comportata male con te, scusami.

– Scusi non volevo pestarle il piede (stepped on your foot).
Per esempio su un autobus può capitare di scusarsi, magari se spintoniamo (=spingere, to push) per sbaglio (non volontariamente, by mistake) un’altra persona.

Possiamo anche aggiungere ‘mi dispiace’ alle nostre scuse quindi dire sia ‘scusa’ sia ‘mi dispiace’ contemporaneamente per rafforzare le nostre scuse.

Quindi per esempio possiamo dire:

-Scusa, non volevo offenderti. Mi dispiace.

-Scusami mi sono comportata male con te, mi dispiace.

In alcuni casi quando non è chiaro di chi sia la colpa (it’s not clear who’s to blame), non è chiaro se io ho colpa oppure il mio comportamento dipende da circostanze esterne possiamo utilizzare sia ‘scusa’ che ‘mi dispiace’. In base a quale dei due scegliamo la nostra frase avrà una sfumatura leggermente diversa perché ‘scusa’ è un’assunzione (=ammissione) di colpe mentre ‘mi dispiace’ come abbiamo detto esprime il nostro dispiacere.

Quindi potremmo dire per esempio:

– Scusa se ti ho fatto aspettare c’era un sacco di traffico
ma anche
– Mi spiace per averti fatto aspettare, c’era un sacco di traffico

-Scusa, non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati (you broke up)
che è uguale a
-Mi spiace non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati

-Scusa non ho proprio avuto tempo di farlo
-Mi spiace, non ho proprio avuto tempo di farlo

Infine ci sono alcuni casi particolari in cui dobbiamo sempre utilizzare la parola ‘scusa’, non si può utilizzare ‘mi dispiace’ in questi casi. Io ed Erika abbiamo individuato alcuni casi (magari ce ne sono altri  però credo che questi siano i principali):

Casi particolari con ‘scusa’

– Richiesta di informazioni

Il primo è quando chiediamo informazioni, per esempio per la strada ad un passante (passerby, pedestrian) possiamo chiedere:

– Scusi, sa dirmi che ora è?

– Scusa, sai dirmi come si arriva in centro?

In questo modo siamo più gentili.

Quando facciamo un errore nel discorso. Quando stiamo parlando potrei per esempio raccontare le mie vacanze dire:

– Lo scorso luglio sono andato in Messico, è stato una vacanza davvero bella. No, scusa, lo scorso giugno
-Erika, ma noi dovevamo andare a un concerto, è questa settimana? Quand’è?
-Sì, è venerdì.. no, scusa, sabato.

– Domanda indignata o retorica

Un altro caso è quando esprimiamo una domanda indignata (outraged, angry) oppure arrabbiata o anche retorica in alcuni casi come per esempio:

-Scusa, Erika ma perché ti comporti in questo modo? Scusa ma ti sembra un comportamento consono (=appropriato)?
-Scusa ma che stai dicendo, sei impazzito?

Sentite proprio la furia che emaniamo (the fury we emanate) con tutto il nostro corpo.  Non siamo attori, scusate.

– Quando siamo contrariati

Un altro caso è quando siamo contrariati (bothered, not happy). Potremmo definirlo il “sorry not sorry” della lingua italiana, perché non siamo davvero dispiaciuti. Non vogliamo chiedere scusa perché non ci sentiamo in colpa però per “attutire il colpo(soften the blow) e anche qui – come nel caso delle informazioni per cui diciamo “scusi, che ora è?” – vogliamo essere più gentili, quindi diciamo.:

-Scusa, ma se ti comporti così con me io ti devo lasciare.
Ovviamente  non sono (mi sento) in colpa.

-Scusa, ma mi hai molto ferita (you hurt me) con le tue parole.
Scusa tu! Sono io che devo chiedere scusa, non Erika. Però lei userebbe ‘scusa’ per essere meno diretta e meno aggressiva magari nel dirmelo.

– Quando siamo confusi

Infine usiamo scusa quando siamo confusi, non capiamo qualcosa, abbiamo un dubbio. Quindi Erika potrebbe dirmi:

– Ciao Davide, allora vieni alla mia festa stasera?
– Scusa, ma.. la tua festa non era domani?
– No è stasera..
– Oh *****

Vi ricordo anche che ‘una scusa’ -il sostantivo ‘scusa’ – è anche una giustificazione inventata (a made-up excuse) (come in inglese ‘excuse’), una giustificazione non credibile, poco veritiera (true, sincere) o magari qualcosa che diciamo per non dover fare qualcos’altro. Quindi posso ‘inventare una scusa(come up with an excuse), oppure posso dire:
-Stefano non è venuto ieri alla mia festa, si è inventato una scusa, ha detto che doveva lavorare.

-Dai, dimmi la verità, non ti inventare sempre scuse!

– Stasera dovrei uscire con i miei amici, ma non ho voglia. Però ho una scusa perfetta, ovvero che la mia macchina si è rotta, quindi non devo andare.

Però non dite scuse, perché non sono belle da dire.

Ricapitolando (to sum up), quando diciamo ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ stiamo esprimendo il nostro dispiacere, oppure la nostra empatia o compassione per qualcosa che è successo ma che non dipende da noi, non abbiamo colpe; mentre se diciamo scusa (in tutte le sue possibili variazioni) stiamo invece dicendo che abbiamo colpa, che ci sentiamo in colpa e ci stiamo scusando perché vogliamo essere perdonati dall’altra persona.
Sono Davide del futuro, mi sono dimenticato di ripetere nel video che possiamo anche scegliere tra scusa e mi spiace nei casi in cui non siamo sicuri di avere colpa, quando non è chiaro. Infine ci sono dei casi particolari in cui si deve utilizzare solamente ‘scusa’.
Per concludere vi presentiamo il nostro solito dialogo poco realistico e abbastanza assurdo, ma penso che aiuti risentire tutti questi esempi e casi di cui vi abbiamo appena parlato.
E: Scusa Davide, sai dov’è la fermata del 56?
D: Scusa, ma perché devi prendere il 56?
E: Ma scusa, saranno anche affari miei (that’s my business)?
D: Scusami, non volevo essere invadente (intrusive, invasive), non ti arrabbiare!
E: No scusami tu, ti ho risposto male (snapped at you), mi dispiace. È che sono un po’ nervosa perché vado a un colloquio di lavoro.
D. Ma figurati, non ti preoccupare.
E. Comunque allora non sai dove passa il 56?
D. No, non lo so, mi dispiace, non conosco bene la zona.
E: Ma scusa… non ti sei trasferito qui (you moved here) già da qualche mese?
D: Si, però con la scusa che la mia ragazza vive vicino a dove lavoro, praticamente sto sempre da lei.
E: Beh, allora non hai scuse, domani sera siete invitati da me e Gianni per cena domani sera! No, scusa.. Dopodomani.
D: Dopodomani.. No, scusa non posso. Ho un impegno.

E con questo dialogo ridicolo – ma spero utile -, concludiamo questo episodio di Podcast Italiano. Vi invito a riascoltarlo perché vi abbiamo dato molte informazioni. Vi chiederei anche gentilmente di lasciare una recensione su iTunes perché questo aiuta il podcast (e purtroppo non ce ne sono molte). Aiuterebbe persone come voi che state imparando l’italiano a trovare il podcast. Detto questo, grazie per l’ascolto o per la visione. Spero di rivedervi molto presto. Grazie ancora e al prossimo episodio!
Ciao!

 

Podcast

#8: Raffaele Terracciano e la sua esperienza con le lingue, seconda parte

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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Oggi continuiamo l’intervista a Raffaele Terracciano, che ci racconta il resto delle sue esperienze linguistiche, per chiamarle così. Se non avete ascoltato la prima parte ascoltatela, se no non ha senso ascoltare la seconda. Come sempre la trascrizione intera della nostra chiacchierata la troverete su podcastitaliano.com. Ci siamo lasciati con il giapponese, da cui ripartirà il racconto di Raffaele. Dunque non perdiamoci in chiacchiere (without further ado) e iniziamo subito.
Buon ascolto!


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R. Il giapponese non ha fondamentalmente legami (ties, links), se non qualche parola presa in prestito dall’inglese o dal portoghese, o anche da altre lingue come il francese e l’Olandese, però è un sistema totalmente nuovo. Questa ulteriore scoperta dopo il tedesco, di sistemi linguistici totalmente diversi che ti costringono a pensare al rovescio (upside down, backwards), letteralmente – nel caso del giapponese – da un lato è stata una spinta. Anche perché chi riesce a parlare il giapponese viene poi visto agli occhi degli altri come una sorta di extraterrestre. Una cosa è dire a qualcuno “parlo lo spagnolo”. “Ah, bene, parli lo spagnolo, mi fa piacere”..

D. ..metti le esse alla fine delle parole (in Italia esiste lo stereotipo per cui lo spagnolo sarebbe una lingua così facile che per parlarla basterebbe aggiungere la esse alla fine delle parole).

R. La percezione grosso modo (roughly) è quella. Invece quando dici di poter parlare giapponese, diciamo che l’espressione di stupore (surprise, astonishment) si moltiplica sulla faccia delle persone che ti ascoltano. In realtà, ecco, come il tedesco mi ha insegnato una lezione, che è quella di approcciare le lingue diverse in modo diverso, il giapponese mi ha insegnato un’altra lezione molto importante: che non necessariamente devi puntare alla perfezione (aim at perfection) in una lingua straniera. Quindi magari se per lo spagnolo riusciva abbastanza facile arrivare ad un livello C2, quindi avanzato, in uno stretto arco di tempo (time frame), il giapponese mi ha insegnato esattamente che non è possibile fare questo per tutte le lingue. Ogni lingua ha il suo coefficiente di difficoltà correlato alle tue lingue native e bisogna prenderne atto (acknowledge, take not) e rispettare questo. Quindi ho smesso di cercare la perfezione nelle lingue che imparo e devo dire che questo mi ha aiutato poi con le lingue successive.

D. Hai seguito un po’ il principio di Kató Lomb, che diceva che la lingua è l’unica cosa che vale la pena conoscere anche male. Comunque male è meglio di niente.

R. Esatto. Anche perché quando aggiungi lingue su lingue, oltre ad imparare le nuove ti si pone il problema (you’re faced with the problem of) di mantenere quelle che hai già imparato. Quindi il tempo che devi dedicare alle lingue si moltiplica e nel caso di lingue molto complesse come il giapponese, visto che stiamo parlando giapponese, il “Foreign Service Institute” dice che ci vogliono all’incirca (=circa) 6600 ore (Raffaele si è sbagliato, in realtà sono 2200) per imparare il giapponese ad un livello avanzato che, ad un ritmo di un’ora di studio al giorno – che è grossomodo la mia media, per alcuni può essere poco, ma sono sicuro che per tantissimi sarà un bel po’ di tempo – sono all’incirca 18 anni (in realtà sono 6 anni), credo. Adesso non vorrei fare errori..

D. ..tanti.

R. .. però ti rendi conto che non puoi imparare tutte le lingue del mondo e che non puoi impararne nemmeno una piccola percentuale, diciamo 20, e tutte ad un livello avanzato. Quindi il giapponese mi ha posto davanti a un bivio (had me at a crossroad): o imparare tante lingue ad un livello medio-intermedio, o comunque principiante-intermedio, o pochissime lingue ad un livello molto avanzato.

D. Proseguendo dunque con la tua esperienza nel mondo delle lingue straniere, qualcosa mi dice che (something tells me, ironico) la prossima è il catalano. Non so cosa. Non ho guardato sul tuo sito quindi non so come mai mi venga in mente che possa essere il catalano. (ride)

R. (ride) Ben fatto, esattamente. L’ordine è quello. Il catalano fondamentalmente..- perché contestualmente al mio rientro in Italia (at the same time as I came back to Italy – rientro=return) ho cominciato a lavorare e.. stesso discorso (same as.. – è successa la stessa cosa, è andata allo stesso modo) della mia esperienza all’estero. Quando cominci a lavorare il tempo fondamentalmente diminuisce – il tempo a disposizione per imparare le lingue – e quindi dopo un po’ di tempo in cui avevo semplicemente bazzicato (meglio – mi ero cimentato con – I dabbled with), diciamo così, con il tedesco che dovevo recuperare e il giapponese che volevo imparare, sentivo la necessità di aggiungere altre lingue che non fossero troppo complicate da imparare; semplicemente per ridarmi quel “motivation boost”, quella fiducia in me stesso per poter riprendere attivamente ad imparare le lingue. E ho scelto il Catalano perché ho forti affinità (strong affinites) con la cultura catalana, come una buona parte dei napoletani oserei dire (I dare say), visto che – credo che se chiedi ai napoletani qual è la loro città preferita al mondo ti diranno tutti Napoli e come seconda probabilmente tra le straniere ti diranno Barcellona. Perché ci sono diversi punti di contatto storici e anche geografici. Poi parlando già italiano, francese, spagnolo e aggiungo napoletano, il Catalano è stato un compito interessante e non difficile; quindi ho semplicemente studiato le regole grammaticali, ma soprattutto ho letto i libri di diversi autori catalani. La semplice lettura di diversi di questi libri, quindi il piacere della lettura e il piacere di imparare una lingua – e in questo caso anche una lingua relativamente semplice – mi ha portato a poter parlare Catalano in tempi abbastanza brevi. Questo poi mi ha dato.. mi “ha rimesso in moto(put me back on track) dopo gli scogli (lett. rocks, cliff, qui significa “stumbling blocks“) del tedesco e del giapponese, mi ha rimesso in moto, in ritmo per per continuare ad imparare delle altre.
Proseguendo nella nella cavalcata linguistica la lingua successiva è stata l’Olandese L’Olandese perché.. stesso discorso: avendo avuto buoni riscontri (feedback, nel senso di risultati) con il catalano grazie alla base delle altre lingue che già parlavo mi sono reso conto che il l’olandese si trova piuttosto a metà strada tra il tedesco di cui già avevo nozioni e l’inglese e quindi assieme al fatto che avessi degli amici che vivono in Olanda questo mi ha spinto a fare una sorta di sfida con loro e dire loro “la prossima volta che tornate in Italia sarò in grado di parlare l’olandese”. Loro inizialmente non mi credevano però poi fortunatamente ce l’ho fatta, ho mantenuto la promessa e sono riuscito a raggiungere un livello di olandese abbastanza.. diciamo, per fare conversazione con loro.

D. E arriviamo quindi all’ultima, che – anche qui senza guardare da nessuna parte – credo sia il greco.

R. Complimenti, sei molto preparato. In tanti modi il greco torna sempre nella mia vita linguistica, se possiamo dire così. Innanzitutto perché Napoli è una città greca. Spesso anche tra il serio e il faceto (=a volte con tono scherzoso, jokingly) troviamo nella lingua napoletana dei modi di dire o delle parole specifiche che vengono dal greco.

D. Beh lo stesso nome della città comunque è greco. (Napoli viene da nea-polis, nuova città)

R. A partire dal nome della città. E poi sono stato in vacanza più volte in Grecia, ogni volta che ci vado mi innamoro sempre più. Quindi decisi qualche anno fa, credo 2 anni fa, di cominciare ad imparare il greco per avere una una sfida diversa, un alfabeto diverso, una lingua che fondamentalmente ha dei legami con le lingue romanze ma è una lingua che appartiene ad una famiglia diversa. Quindi ho abbracciato questa nuova avventura (embraced this new adventure), è stata un’avventura molto interessante e tuttora il greco, insieme all’olandese, al tedesco e al giapponese sono le lingue che costantemente rivedo ogni giorno oppure diverse volte a settimana per cercare di mantenerle.

D. A questo proposito volevo chiederti come fai a mantenere tutte le lingue che hai imparato, che – abbiamo detto – (sono) nove, non sono poche. Vuoi aggiungerne delle altre, abbiamo detto del cinese, probabilmente anche altre. Come fai, come dividi, come organizzi il tuo tempo ogni giorno?

R. Allora, innanzitutto è molto importante essere autocritici (self-critical), quindi riconoscere se una lingua la si riesce a parlare ad un livello fluente, avanzato, oppure no. Quindi sotto questo punto di vista non valebarare(it’s not fair to cheat), dire di poter parlare il tedesco ad un livello iper-avanzato e quindi non andarlo a studiare, a continuare a studiare tutti i giorni, salvo poi scoprire che lo hai riperso (perso di nuovo). La prima fase è proprio quella: capire quali sono le lingue che necessitano di migliorie (need improvements), di upgrade o semplicemente di mantenimento. Nel mio caso, come ti dicevo, sono il tedesco e l’olandese, il greco e il giapponese. Sono le lingue che io parlo “peggio” del mio bagaglio linguistico. Quindi fondamentalmente dedico circa un’ora o mezz’ora a seconda di quanto è stata impegnativa (busy, intense) la mia giornata, divido questo lasso di tempo per queste quattro lingue. Quindi se ho un’ora a disposizione – siccome il giapponese è la lingua che parlo peggio delle – se ho un’ora a disposizione dedicherò 30 minuti al giapponese e poi magari gli altri 30 minuti in parti uguali a tedesco, olandese e greco. Se ho soltanto mezz’ora ho due opzioni: dimezzare i tempi che dedico ad ognuna delle lingue – quindi in questo caso 15-5-5-5 – oppure sceglierne soltanto due e magari il giorno successivo scegliere le altre due, di modo che riesco sempre a ”tenere a galla(keep afloat), ad un certo livello, le lingue nel quale sono “meno bravo”.

D. Mi sembra anche interessante che comunque non disdegni (despise, scorn on) dedicare anche solo cinque minuti ad una lingua. Anche cinque minuti comunque “fa”.

R. Sì. 5 minuti al giorno può essere la differenza tra, in assoluto non imparare una lingua e non impararla nell’arco degli anni; ma anche nell’arco di un solo anno – ma anche soltanto tre o sei mesi – leggere un articolo in una lingua straniera che magari non parli più così bene e farlo tutti i giorni per 3 mesi o sei mesi può essere la differenza tra aver mantenuto quella lingua o averla persa, non dico quasi del tutto, ma averla persa in una parte considerevole. Quindi, siccome io questo errore l’ho già fatto con il tedesco e in parte anche con il giapponese in passato, adesso mi guardo bene dal (I’m very careful not to) ripetere questo errore e mi assicuro che tutti i giorni, o comunque ogni due o tre giorni, sono lì a cercare di tenere attive le mie lingue meno fluenti, se vogliamo dire così. È un po’ come l’equilibrista che cerca di far girare i piatti al circo. Se hai soltanto un piatto è abbastanza semplice, se hai una decina di piatti sul palcoscenico (anche solo “palco”, stage) devi sempre assicurarti che ognuno dei singoli piatti non perda la velocità necessaria a continuare a girare.

D. So che lavori anche come guida turistica a Napoli. Inoltre da poco hai iniziato a collaborare con Italki. Quindi si può dire quindi che le lingue siano parte integrante del tuo lavoro. Volevo chiederti, appunto, come usi le lingue nel tuo lavoro, nei tuoi lavori.

R. Sì, per certi versi (in a way) possiamo dire che le lingue sono il mio lavoro, in un modo nell’altro. Faccio anche l’insegnante di lingue, il “language tutor” su Italki, quindi sì, fondamentalmente tutte le mie attività professionali sono correlate in un modo o nell’altro alle lingue, semplicemente perché le lingue in un modo o nell’altro sono quello che sono. Siccome porto avanti l’idea (=sostengo l’idea che) che non puoi svolgere un lavoro che non ti piaccia per troppo tempo, i lavori che svolgo utilizzano la mia passione principale, che sono le lingue. Questo di ritorno ti consegna un un bel dono, che è quello di continuare a farti praticare le lingue che già parli. Quindi in un certo modo l’investimento che fai per quella tipologia di lavoro, anche uscendo fuori dalla mia esperienza personale – se impari una lingua per avere un certo lavoro poi il fatto di poter praticare quella lingua durante il lavoro è un bel vantaggio.

D. Volevo ancora chiederti quali sono i tuoi piani linguistici futuri. Abbiamo detto del cinese. Hai già iniziato? Perché dicevi nel 2018.

R. Sì, in realtà il cinese, nella mia esperienza di due settimane a Shanghai ho cercato di imparar(n)e perlomeno le basi, non per avere una conversazione ma per per fare le richieste primordiali, se possiamo dire così. Quelle proprio.. il buongiorno, la buonasera, questo, quello. Perché, come ho scoperto, in Cina l’inglese è pressoché ignorato dalla stragrande maggioranza della popolazione e quindi torna molto utile (is useful, comes in handy) imparare pochissime parole o pochissime frasi in cinese. Si, fondamentalmente ho appena iniziato con il cinese. Sarà un lungo viaggio, però come ti dicevo prima non cerco la perfezione in questa lingua, né nel giapponese, né nelle successive che imparerò perché vorrebbe dire passare i prossimi 10 anni ad imparare il cinese, poi l’arabo, poi non so, il russo, e così via. Invece ho degli obiettivi molto più “modesti”, che sono quelli di riuscire ad avere delle conversazioni in queste lingue straniere.
Dopo il cinese avrò delle delle scelte da fare. In realtà ho una rosa (shortlist) di 5 lingue che ho sul tavolo. Devo soltanto decidere quando imparare ognuna di queste e in quale ordine. Ci sono due gruppi fondamentalmente.
Quello delle lingue difficili, che voglio assolutamente imparare – e tra queste oltre al cinese ci sono l’arabo e il russo; e poi ci sono un gruppetto di lingue che sono più semplici. Come ti ho spiegato prima ogni tanto a me piace andarmi a trovare delle lingue che possono essere facili per me come italiano, oppure facili perché ho già imparato delle lingue simili, anche semplicemente per tenermi in allenamento (keep my hand in) se possiamo dire così.

D. Per fare un respiro dopo una lingua.. (difficile).

R. Esatto, è proprio così, perché ti posso assicurare che dopo aver studiato per un bel po’ di tempo giapponese, andare a studiare il catalano è stata una bella boccata d’aria (getting some fresh air), perché le cose ti riescono in maniera così semplice che quasi non ci credi, e hai un entusiasmo rinnovato (renewed enthusiasm). Quindi ogni tanto.. non si può sempre scalare l’Everest, no? Ogni tanto bisogna fare anche una bella passeggiata in riva al mare e quindi ogni tanto credo sia una buona idea alternare lingue molto complicate a lingue molto semplici e tra queste, credo – in questa rosa di lingue papabili da imparare nei prossimi anni – ci sono il rumeno e l’afrikaans. L’afrikaans perché fondamentalmente.. magari adesso in Sudafrica mi insultano, ma è un dialetto dell’olandese o comunque è un olandese che si è..

D. Un creolo, no?

R. Sì, fondamentalmente è l’olandese trasferito e poi indigi-.. non mi verrà mai (I’ll never be able to say) questa parola, in-di-ge-niz-za-to e quindi che ha preso poi una sua strada. Però fondamentalmente resta come base olandese con delle modifiche, quindi se parli già olandese non è poi uno sforzo così grande imparare l’afrikaans. Il rumeno perché tra le maggiori delle lingue romanze è l’unica che mi manca e perché potenzialmente potrebbe essere un interessante ponte tra le lingue romanze e le lingue slave, quindi il russo e poi altre che potrebbero venire oltre questa rosa di lingue future da imparare a breve.

D. Se hai bisogno di aiuto con il russo o consigli per quanto riguarda il russo ti posso aiutare.

R. Sicuramente, sicuramente. Sarà un piacere contattarti per avere dei consigli su come è meglio imparare il russo. Me ne parlano tutti come di una lingua difficile ma non impossibile, ma che richiede una bella dose di attenzione e di rigore (precisione, accuratezza) linguistico.

D. Sicuramente, sicuramente. Allora grazie per il tuo tempo, per la tua passione – ti faccio i complimenti per quello che hai raggiunto e per quello che raggiungerai. Sono sicuro che imparerai tante altre lingue e non smetterai mai, perché di solito chi ha questo..

R. Virus? Chiamiamolo virus?

D. Sì, possiamo chiamarlo virus – solitamente non se lo toglie.

R. È vero, confermo, ti ringrazio per i complimenti. Non sono necessari perché io seguo soltanto la mia passione e lo faccio con piacere.

D. Allora grazie ancora. Il prossimo episodio che registreremo sarà invece incentrato (centered around) sul tuo rapporto con l’italiano e con il napoletano, le due lingue che parli dalla nascita e penso che sarà anch’esso molto interessante. Grazie di nuovo e ci vediamo nel prossimo episodio.

R. Grazie a te, è stato un piacere poter chiacchierare sulle mie lingue e non vedo l’ora di parlare dell’italiano del napoletano nel prossimo episodio.

D. Ciao, alla prossima!

R. Ciao, grazie.

 

Grazie per l’ascolto! Presto io e Raffaele registreremo un altro episodio in cui parleremo di Napoli, che è la sua città e del napoletano. Quindi come si suol dire “stay tuned”, penso sarà un episodio molto interessante. Se state ascoltando la mia voce vuol dire che siete arrivati fino alla fine e quindi che, presumo, l’episodio vi è piaciuto. Vi chiedo allora un piccolo favore: per favore scrivete una recensione sulla pagina iTunes di Podcast Italiano per aiutarmi a crescere. Mi fareste un grande favore e aiutereste questo progetto che conduco nel mio tempo libero. Detto questo grazie ancora e alla prossima!
Ciao!

Interviste, Podcast

#7: Raffaele Terracciano e la sua esperienza con le lingue, prima parte

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Benvenuti su Podcast Italiano! Oggi vi presento la prima parte di una nuova intervista con Raffaele Terracciano, un poliglotta di Napoli che conosce la bellezza di (as many as) 9 lingue straniere. Di professione fa la guida turistica, il coach linguistico e collabora con il sito di lingue Italki. Per me è stato davvero un piacere conoscere Raffaele, una persona davvero simpatica, modesta e che non può che sorprendere chi lo senta parlare tutte le lingue straniere che ha appreso nel corso degli anni.
Se già non state leggendo la trascrizione questa intervista, vi ricordo che è disponibile sul sito podcastitaliano.com
Ho diviso l’intervista in due parti perché durava ben cinquanta minuti. Nella prima parte parliamo della prime 5 lingue straniere che ha imparato. Proseguiremo il percorso linguistico di Raffaele nel prossimo episodio.

D.Ciao Raffaele!

R. Ciao Davide!

D. Volevo innanzitutto ringraziarti per aver acconsentito a questa intervista. È un onore averti qua su podcast italiano: avere un esponente (member) della comunità di poliglotti e uno come te che sa 9 lingue straniere, l’italiano e il napoletano, assolutamente considerabile come lingua, poi ne parleremo.  

R. Sei troppo gentile! Assolutamente un piacere mio poter fare due chiacchiere con te.

D. Volevo iniziare da una domanda abbastanza filosofica, ovvero: “Perché impari le lingue?”

R. Oddio, cominciamo subito col botto (with a bang)!

D. Partiamo col botto.

R. Partiamo forte. Perché imparo le lingue? Imparo le lingue per curiosità. Io credo che il motore di tutto, soprattutto all’inizio, per quel che mi riguarda (as far as I’m concerned) sia stata la curiosità: sin da piccolo sono stato molto curioso sotto diversi aspetti (in many ways), ma in particolare per quanto riguarda le lingue. Quindi, quando mi veniva a trovare mia zia che abitava in Inghilterra e parlava in inglese al telefono con con le amiche o con le colleghe, ero troppo curioso di sapere cosa stessero dicendo e ti di scoprire quei suoni così diversi.  Ricordo ad esempio che trovai un vocabolario di spagnolo in una libreria di una cugina e adesso posso confessarlo: rubai quel dizionario di spagnolo, lo portai a casa.

D. È passato abbastanza tempo. Non penso ci siano rancori.

R. Adesso lo possiamo dire. Credo si sia disintegrato (fell apart) quel dizionario dal tanto tempo che è passato (after all this time). Però sì, questo a dimostrazione che (to prove that, to show that) sono sempre stato molto curioso nei confronti delle lingue e poi con i primi viaggi che ho fatto ho scoperto l’utilità pratica del parlare le lingue, quindi andare in un posto in cui non parlano un’altra lingua che (= a parte) quella locale e trovarsi una situazione in cui non si capisce assolutamente nulla di quello che dicono. Quindi ho sempre voluto colmare questa lacuna (fix this weakness) e quando poi sono rientrato (=ritornato) dai primi viaggi da adolescente ho deciso di cominciare ad imparare le lingue una alla volta.

D. Quindi c’è sia un aspetto di curiosità verso un mondo che non conoscevi e un aspetto più pratico: poter usare le lingue in paesi stranieri.

R. Sì, credo che imparare le lingue sia il connubio (marriage, combination) di questi due aspetti. Devi avere la curiosità o comunque un motore personale che ti spinga ad  imparare le lingue. Per alcuni può essere semplicemente curiosità, per alcuni può essere – non so –  la ricerca di un lavoro all’estero, per alcuni può essere il fatto che magari la tua fidanzata è inglese e poi c’è il fattore pratico, ovvero puoi anche studiare per sempre ma se non metti in pratica prima o poi quello che hai imparato rimane… rimangono nozioni teoriche.

D. Sterili (useless, unproductive – metaforico).

R. Sì  e la lingua può essere tutto, le lingue possono essere tutto, ma non possono essere qualcosa di soltanto teorico: per definizione una lingua è un qualcosa di attivo, di pratico.

D. Certo. Ti ricordi qual è stato il primo momento, il tuo primo contatto con una lingua straniera, a quale età più o meno sarà avvenuto (il tempo futuro qui significa “probabilmente”)?

R. Oddio, credo che gli episodi che ho accennato (I’ve mentioned) siano tra i primissimi.  Ricordo che da piccolo ero un grande fan di una squadra di calcio spagnola – il Real Madrid – probabilmente la squadra più famosa del mondo. Compravo i giornali sportivi, i settimanali (weekly magazines) sportivi che parlavano dei campionati esteri e sono sempre stato incuriosito da quello che succedeva fuori dall’Italia, sono sempre stato definito esterofilo (xenophile = chi ama i paesi e le culture estere) sin da piccolo e quindi poi diciamo che la prima vera esperienza con le lingue straniere è stata cercare di imparare a pronunciare i nomi dei giocatori stranieri sia del nostro campionato italiano, sia dei campionati esteri. Da piccolissimo, parliamo di non so, 8 anni d’età no-… diciamo dagli 8 ai 10 anni d’età, più o meno, è stata l’età in cui compravo costantemente questi giornaletti sportivi.

D. Vorrei tracciare un po’ il tuo percorso e ripercorrere (retrace) la tua esperienza con le 9 lingue. Tu sei italiano, sei napoletano, quindi partivi da quelle due lingue.

R. Sì, partivo da quelle due lingue, anche se non credo di aver avuto cognizione del fatto (I was aware of the fact) che il napoletano e l’italiano sono in realtà due lingue distinte e separate fino poi ad un’età matura. Questo è un discorso di cui magari parliamo più nel dettaglio più avanti.

D. Sì, parleremo nel prossimo episodio di questo, del ruolo che hanno queste due lingue.

R. Parlando di lingue straniere, chiaramente è stata l’inglese, credo come la maggior parte dei ragazzi che si avvicinano alle (are approaching = iniziano ad imparare) lingue straniere.

D. Nel mio caso è stato il francese, il mio è un caso strano, però io alle elementari ho fatto francese, nonostante io abbia 22 anni.

R. Soltanto francese?

D. Ho fatto solamente francese, l’inglese l’ho iniziato le medie. Un caso abbastanza peculiare. Però io ho avuto…

R. Probabilmente fai parte di una di una minoranza (minority), magari non strettissima, ma sicuramente una minoranza, visto il fatto che l’inglese è ovunque ed era già ovunque quando io ho cominciato ad affacciarmici (getting to know it, being exposed to it), quindi sicuramente lo abbiamo studiato a scuola, ma a partire dalle scuole medie e quindi all’età di 10 anni. E io ricordo che già all’epoca ero abbastanza bravo in inglese, perché ero il punto di riferimento (=tutti chiedevano a lui) dei miei compagni di classe quando c’erano da fare delle traduzioni o dei compiti e anzi il professore di inglese -anzi vari professori di inglese che abbiamo avuto alle medie – mi incoraggiavano a fare dei compiti extra, quindi magari a scrivere dei piccoli articoli su argomenti a piacere (at will) per motivarmi. Quindi in realtà non posso dire di avere imparato l’inglese a scuola e credo che questa è una cosa che possiamo dire in pochissimi (few of us can say), in Italia. In realtà mi ci sono avvicinato già da prima. Probabilmente il mio primo vero avvicinamento (vedi sopra, “si avvicinano alle”) alla lingua inglese come tantissimi ragazzini è stata la musica. Io ho il vantaggio di avere una sorella più grande di 6 anni e un fratello più grande di 2 anni e soprattutto mia sorella era appassionata di musica. Quindi io già da piccolino, già dall’età di 8-9 anni, prendevo in prestito i suoi cd musicali che magari avevano il libretto (booklet) all’interno con con i testi delle canzoni e quindi mi divertivo a cercare di seguire quello che veniva detto nelle canzoni e facendo questo così un po’ per gioco (for fun), poi qualcosa ti resta (something sticks in your mind) e quindi quando siamo arrivati alle scuole medie e poi al liceo, dove si studia un po’ l’inglese, sono partito con un bel po’ di vantaggio rispetto ad altri ragazzi che non avevano questa curiosità.

D. Si,  anche la mia situazione è simile. Anch’io mi sono avvicinato l’inglese con la musica perché ho un fratello più grande che ascoltava soprattutto musica inglese, anzi io volevo studiare l’inglese probabilmente – adesso non mi ricordo  – ma probabilmente già alle elementari; invece dovevo studiare il francese, che odiavo.

R. Faccio io a te una piccola domanda: ma lo odiavi perché lo studiavi o lo studiavi e quindi lo odiavi?

D. Non so, probabilmente entrambe le cose, probabilmente era un circolo vizioso (vicious cycle), non so. Non mi piaceva il suono – questo è un elemento importante – non capivo perché dovevo studiarlo.

R. Ti ho fatto questa domanda proprio perché credo che il fatto che tanti, soprattutto italiani, percepiscano l’Imparare le lingue straniere come un obbligo, perché è una delle materie che si studia a scuola (devo studiare l’inglese così come devo studiare la matematica) sia uno dei motivi per cui poi gli italiani non siano esattamente tra i migliori al mondo nel parlare l’inglese o le lingue straniere.

D. Dunque l’inglese è stata quindi la prima lingua. Volevo chiederti, a parte le carenze (=lacuna, shortcomings) del sistema italiano, comunque sei stato incoraggiato dai tuoi insegnanti?

R. Sì, devo dire la verità, ho sempre avuto buoni professori di inglese sia alle medie che poi al liceo e in un modo o nell’altro hanno sempre cercato di spronarmi (encourage, spur) a non accontentarmi di (settle for, be happy with) quello che conoscevo già, ma ad andare oltre… quindi magari, se era necessario, fare qualcosa in più rispetto a quello che facevano i miei compagni di classe per tenere alta la mia motivazione. Questo devo riconoscerlo.

D. Sì, questo penso sia importante e penso che non tutti abbiano questa fortuna, perché ci sono insegnanti decisamente disinteressati che non sono capaci a motivare i propri allievi. Forse in questo caso ti è andata meglio di molti.

R. Sì sì, devo dire la verità, mi ritengo fortunato (I consider myself lucky) sotto questo punto di vista. Chiaramente non tutti i professori, ne ho avuti diversi tra le medie e il liceo. Purtroppo ne cambiavamo spesso e non tutti sono stati così comprensivi (meglio: disponibili) o così lungimiranti (forward-looking), ma io ho cercato sempre di non perdere quello che era il mio interesse per la lingua, indipendentemente da come andasse a scuola.

D. Dopo l’inglese cosa c’è stato?

R. Dopo l’inglese ci sono stati piccoli flirt con tantissime lingue, per un motivo o per l’altro. Sempre in base agli interessi della mia vita personale, degli hobby e quant’altro. Quindi mi sono avvicinato un poco al giapponese, mi sono avvicinato allo spagnolo, al portoghese, però una vera e propria decisione l’ho presa dopo il liceo, quando mi sono iscritto all’università. Volevo studiare lingue straniere all’università e poi ho desistito (I gave up [on that idea] – Non l’ho fatto) perché i corsi previsti qui all’università delle lingue di Napoli (che è l’Orientale) prevedevano lo studio di due lingue, di cui una l’inglese, per i primi 3 anni e poi l’aggiunta di una terza lingua per il biennio successivo. E quindi io dopo 5 anni sarei uscito laureato dall’università parlando l’inglese, che già parlavo, e altre due lingue straniere. Siccome questo non mi sembrava un obiettivo interessante, ho deciso di iscrivermi a un’università totalmente diversa (mi sono iscritto a quella che prima si chiamava “beni culturali”) e ho deciso di – contestualmente – imparare le lingue da solo al ritmo di una all’anno. Questo è stato il vero e proprio punto di svolta (turning point) della mia carriera linguistica, se vogliamo dire così. Quindi ho cominciato con quella che reputavo essere (I considered to be) la più semplice all’epoca, ho cominciato con lo spagnolo, e devo dire che mettendo insieme la semplicità della lingua per un italiano e il fatto che lo utilizzavo fondamentalmente per leggere notizie sportive e quindi abbinandola ai (combining it with) miei hobby, ai miei interessi, mi è riuscito abbastanza semplice come compito. Al punto che l’anno successivo ho deciso di raddoppiare e fare un altro  salto un po’ più in là e di imparare il portoghese. Ho iniziato con il portoghese “puro”, quello del Portogallo, però poi ho scoperto che mi affascinava di più la pronuncia del portoghese del Brasile e quindi ho fatto il salto “oltre oceano”. Anche qui venendo già dall’ italiano e dallo spagnolo il portoghese si è rivelato un compito affascinante ma non proibitivo (impossible).

D. Non così probante (meglio: impegnativo), anche.

R. Esatto. E questo, devo essere onesto, probabilmente ha accresciuto (increased) anche la fiducia nei miei mezzi nell’apprendere le lingue straniere.

D. Tra l’altro è una cosa interessante che ho notato, apro questa parentesi, il fatto che tu parli lo spagnolo della Spagna ma il portoghese brasiliano. Perché mi sembra che molte persone facciano così, non so se è solo la mia impressione. Mi sembra che si preferisca generalmente l’accento e, diciamo, il tipo di spagnolo che si parla in Spagna, ma per il portoghese sì preferisca quello brasiliano – o almeno molti poliglotti mi sembra facciano così.

R. Allora, probabilmente per lo spagnolo sì. Lo spagnolo, diciamo il Castigliano, è probabilmente più..  come dire, si legifera di più sullo spagnolo della Spagna quindi è più.. la parola che cercavo è “istituzionalizzato”. È lo spagnolo standard fondamentalmente. Mentre per l’inglese c’è l’inglese americano e l’inglese britannico (anche se poi ci sarebbero altre versioni), per lo spagnolo – generalmente se studi spagnolo in una scuola di lingua ti insegneranno lo spagnolo di Cervantes, no? Per il portoghese invece credo sia semplicemente una questione di numeri. Il Portogallo, anche come numero di parlanti, rispetto al Brasile è una minoranza e questo dà adito (gives rise to) poi a delle piccole controversie. Spesso ci sono dei siti che per il Portoghese, invece di utilizzare la bandiera del Portogallo, utilizzano la bandiera del Brasile, che è qualcosa che per molti può sembrare assurdo, che però si spiega semplicemente con il numero di utenti. Se un sito ha 10 a 1 come rapporto (di) utenti brasiliani rispetto a quelli Portoghesi, può avere senso che si interfaccino con loro (interface/interact with them) ,mostrando la bandiera del Brasile, piuttosto che quella del Portogallo. La mia scelta è stata più che altro di musicalità, quindi semplicemente una preferenza basata sul gusto personale. Credo che la variante brasiliana del portoghese sia probabilmente la lingua più affascinante o comunque, come musicalità sia quella che più mi ha attirato (drew me) rispetto a tutte le altre che ho imparato. In tanti dicono che il francese è la lingua più romantica del mondo.

D. O anche l’italiano.

R. O anche l’italiano. Io dissento (disagree) e dico che il portoghese brasiliano forse non ha rivali in quanto a (is unrivaled in terms of) musicalità.

D. Sì, poi quelle sono questioni soggettive. A una persona può non piacere come suona una lingua. Non sa dire perché è così, però sono gusti come mi può piacere il cioccolato…

R. … fondente piuttosto che al latte. È proprio così, è una questione di attitudini personali (nel senso di “gusti/preferenze personali).

D. Dopo spagnolo e portoghese…

R. Dopo spagnolo e portoghese la tabella di marcia prevedeva che dovessi imparare le altre lingue europee che vanno per la maggiore. Quelle che mi mancavano erano il francese ed il tedesco. Quindi il francese al terzo anno di università ho cominciato a studiarlo e credo che abbia riscontrato (found, encountered, experience) delle difficoltà leggermente superiori rispetto allo spagnolo e al portoghese, ma anche in questo caso con la passione e con il giusto metodo non si è rivelato un compito troppo arduo (difficult, hard). Sicuramente più arduo rispetto alle lingue precedenti, ma nulla di proibitivo. Invece i problemi sono cominciati a nascere con il tedesco, che è stata la mia quinta lingua straniera. Non so se è correlato al fatto che il quarto anno di università è stato l’anno in cui mi sono laureato quindi ero già molto impegnato di mio. Credo piuttosto che il tedesco… ho commesso l’errore di affrontarlo (tackle it) nello stesso identico modo in cui ho affrontato le altre lingue, no? Che erano tutte lingue romanze, neolatine, e questo è stato un errore abbastanza grave di cui mi sono reso conto poi più avanti e di cui mi sono pentito, perché credo di aver dato via un sacco di tempo inutilmente cercando l’approccio sbagliato con una lingua che invece doveva essere -come dire – decodificata in una forma differente.

D. Per il semplice fatto di avere così tante parole in comune – dico la nostra lingua con tutte queste altre lingue romanze – c’è già… abbiamo una quantità di parole che riceviamo quasi gratuitamente.

R. Esatto. Il punto di partenza (the starting point) per le lingue neolatine è sicuramente molto più avanti rispetto allo stesso passaggio con una lingua germanica. E al di là del semplice vocabolario, i problemi credo siano stati due fondamentalmente: il primo è quello della costruzione della frase. In spagnolo o in italiano puoi sostituire, puoi tradurre parola per parola e nella stragrande maggioranza (in the vast majority) dei casi quello che dici ha perfettamente senso. (Tra) italiano e tedesco – o inglese e tedesco, perché ho cominciato poi ad utilizzare l’inglese come passaggio per imparare il tedesco (perché è più simile al tedesco) – nonostante tutto la struttura della frase tedesca è abbastanza diversa quindi non non è sufficiente tradurre parola per parola, ma bisogna pensare prima esattamente a cosa vuoi dire nell’intera frase e poi metterla nell’ordine corretto. Questo è stato un impatto (impact, confrontation) abbastanza duro, soprattutto se non si è preparati, se si approccia la lingua nello stesso modo in cui ho approcciato ad esempio lo spagnolo. L’altro problema è stato che per un italiano i generi delle delle parole tedesche sono totalmente “random” e quindi ho commesso l’errore di imparare le parole tedesche senza associare il genere, necessariamente, mentre invece ad oggi consiglierei di fare qualcosa di totalmente diverso, ovvero imparare la parola tedesca con l’articolo, perché l’articolo ti dice se è maschile, femminile o neutro. Di lì in poi sarà più facile per te capire poi quando vai a declinare nei vari casi quale articolo dovrai utilizzare. Non avendo fatto questo, il mio tedesco da subito è stato piuttosto lacunoso (deficient, faulty). E nulla, il tedesco in realtà poi si è rivelato la lingua su cui ho commesso la maggior parte dei miei errori come come poliglotta, perché poi dopo la laurea ho fatto un’esperienza all’estero, sono andato a lavorare in Inghilterra per qualche mese, e fondamentalmente non avevo più il tempo che avevo prima per praticare le mie lingue. Il mio tedesco non era un granché e l’ho lasciato un attimo lì in un angolino (=l’ho messo da parte, in secondo piano sth like “I’ve put it on the backburner for a while”). Quando lo sono andato a rinfrescare, a riprendere, in realtà ne avevo perso quasi la totalità e avevo soprattutto perso anche l’entusiasmo nell’ imparare il tedesco. Quindi l’ho lasciato un attimo lì e sono riuscito a riprenderlo soltanto molti anni dopo.

D. Sei arrivato a diciamo 5 lingue, quattro più una che hai abbandonato, di fatto. Però immagino che tu già ricevessi (e sicuramente la ricevi molto di più adesso) la classica domanda: “ma perché fai tutto questo, perché non ti accontenti dell’inglese, perché vai oltre?”. In parte abbiamo risposto (alla domanda) “perché impari le lingue?”. Per curiosità, ma anche per motivazioni pratiche. Però perché c’è questa voglia, che molte persone che imparano tante lingue hanno, di continuare a “collezionare” altre lingue.

R. Sì, come dicevi tu nasce tutto dalla curiosità. Io dico sempre che la mia passione per le lingue è nata come passione, ma poi in realtà si è trasformata in ossessione. La realtà è che.. sì, hai usato il termine esatto, “collezionare” le lingue. È esattamente lo spirito che io, e credo anche altri ragazzi che parlano diverse lingue, hanno nei confronti delle lingue. Io personalmente non riesco a capacitarmi del fatto che (get over the fact, accept the fact, wrap my head around the fact), ad esempio, non parlo ancora cinese. Quando sento qualcuno parlare cinese o quando magari i miei colleghi parlano cinese tra di loro c’è dentro di me una voce che dice “prima o poi dovrai imparare anche tu il cinese”. Non è possibile che non puoi avere (meglio: che tu non possa sostenere) una conversazione con loro. Infatti ho deciso di aggiungere il cinese proprio nel 2018 come “New Year’s resolution”, come proposito dell’anno nuovo. Le prime lingue che impari tendono ad essere le più difficili perché non sai assolutamente come approcciarti all’apprendimento di una lingua straniera. Quando invece sei già passato per quel processo una, due, tre, quattro volte, sai già più o meno cosa fare per raggiungere quel risultato. Quindi questo, insieme al fatto che fondamentalmente il vocabolario o le regole grammaticali che hai imparato nelle altre lingue possono aiutarti nell’apprendimento di una nuova lingua straniera – io parlo sempre delle lingue, soprattutto se sono correlate tra loro, come dei salti dall’una all’altra: un salto tra lo spagnolo e portoghese è un salto breve, un salto magari, non so, dall’italiano al rumeno è un po’ più lungo (nonostante facciano parte della stessa famiglia) e ci sono poi lingue che sono totalmente non correlate tra di loro perché fanno parte di famiglie differenti. Questa mia curiosità e questa mia voglia di aggiungere altre lingue e la mia passione per l’Oriente che ho sviluppato in età adolescenziale, poi in realtà mi ha portato dopo il tedesco, piuttosto che a riprendere il tedesco che zoppicava (literally “that was limping” = che aveva problemi), mi ha portato al mio rientro in Italia a cercare una nuova strada e quindi ho cominciato ad imparare il giapponese.

Ci fermiamo qua per oggi. Nel prossimo episodio riprenderemo a parlare delle avventure linguistiche di Raffaele.
Grazie per aver ascoltato questo episodio e a presto.
Ciao!

 

Podcast, Usi colloquiali

Mica – Usi colloquiali #6


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Ciao a tutti, benvenuti su Podcast Italiano. Questa è la rubrica “usi colloquiali” e oggi parleremo di una parola che usiamo nel linguaggio colloquiale abbastanza di frequente (often). Questa parola è ‘mica’. Avete mai sentito frasi come “Puoi mica farmi un favore?” o “Non parla mica l’inglese Gianni “? Può darsi (=forse, maybe)che le abbiate già sentite. Ma che cosa vuol dire questa strana parola ‘mica’?

“Mica” viene definito dal dizionario Treccani come “un “avverbio di negazione” che ha la funzione di rafforzare (intensify) la negazione della frase.

Prendiamo come esempio la frase di prima: “Non parla mica inglese il tuo amico”.
Normalmente in italiano diremmo “Non parla l’inglese il tuo amico”. La funzione di “mica” è quella di rafforzare la negazione, un po’ come lo fanno anche altre parole come ‘affatto’ (“Non parla affatto l’inglese”), ‘assolutamente’ (“non parla assolutamente l’inglese”), ‘per niente/nulla’ (“non parla per niente inglese”).
Se per caso (by any chance) avete studiato il francese, saprete che nel francese scritto (nel parlato non si usa quasi mai) si usa una doppia negazione: ne e pas. Solitamente nel parlato si usa solo “pas” che corrisponde al nostro ‘mica’, ma nello scritto c’è una doppia negazione.
“Il ne parle pas anglais” – “Non parla mica inglese”. La struttura è la stessa: ‘ne’ corrisponde a ‘non’, mentre ‘pas’ corrisponde a ‘mica’.
Ma torniamo all’italiano, perché questo è Podcast Italiano e non Podcast Français e vediamo come continua il dizionario Treccani.
“È tipico dell’uso parlato e informale ed è quindi sconsigliabile nello scritto”
Dunque sconsiglia (advises against) di usarlo quando si scrive. Va benissimo usarlo quando parliamo ma è meglio evitarlo quando scriviamo con un linguaggio formale; si può usare invece quando cerchiamo di essere ironici. Ma qual è l’origine di “mica”?

‘Mica’ è  la briciola (crumb). La briciola (o le briciole) è ciò che rimane quando mangiamo per esempio il pane. I resti di ciò che mangiamo, qualcosa di piccolissimo, minuscolo, che col suo significato praticamente annulla (cancels) il verbo che affianca (a cui è vicino); ‘mica’ è qualcosa di insignificante, simile in un certo senso a ‘(per) niente’. “Non mi piace per niente” – “Non mi piace mica”. Perché ‘mica’ è simile a ‘niente’, è qualcosa di piccolissimo. ‘Per niente’ è più forte di ‘mica’, secondo me. Ma ‘mica’ secondo Treccani, ha un significato vagamente sprezzante (contemptous, scornful), perché compie un paragone (draws a comparison) con qualcosa che non ha valore, come la briciola, che è così piccola e insignificante che non ha nessun valore.

A quanto pare è un uso antichissimo, che si trova già in latino, e che esisteva anche in francese con la parola ‘mie’. Oggi però il francese usa ‘pas’.
Rivediamo dunque la funzione di “rafforzativo”, quella forse principale, di cui abbiamo parlato.

1. = affatto, rafforzativo della negazione

– Carlo non lo sa mica il russo

– Non ho mica capito che cosa mi ha detto il tuo amico

– Non l’ho mica fatto apposta (on purpose)!

In tutte queste frasi si può anche fare un inversione, dunque potrete sentire anche le seguenti versioni:

Mica sa il russo Carlo

Mica ho capito che cosa mi ha detto il tuo amico

Mica l’ho fatto apposta!

‘Mica’ però ha anche altre funzioni, vediamo quali sono. Per esempio si può usare per chiedere informazioni o fare proposte in modo gentile (simile dunque a “per caso”)

2. = per caso, per chiedere informazioni in modo gentile

– Hai mica (per caso) visto Luca?

– Sai mica dov’è via Garibaldi?

– Potresti mica farmi un favore?

E anche questo uso è molto molto usato nell’italiano parlato.
Vediamo un terzo uso, ovvero “mica” usato quando siamo sorpresi da qualcosa, oppure quando esprimiamo un apprezzamento di qualcosa che ci piace e diciamo “mica male!” (che corrisponde più o meno a “non male!”)

3. = non, per esprimere sorpresa apprezzamento

Mica male questa birra!

Mica scemo tuo figlio! A 10 anni sa risolvere le equazioni di secondo grado.

– Quanto costa quest’auto?
– 80.000 euro
Mica poco!

In tutti questi casi potremmo anche aggiungere “non è ” prima di “mica”, quindi “non è mica male”, “non è mica scemo”, “non è mica poco”.

E ora vediamo l’ultimo uso che ho individuato, ovvero “mica” nelle domande retoriche.

4. Domande retoriche

– Come mai sei già a casa? Non avrai mica saltato scuola (skipped class) anche oggi?

Mica hai paura del buio (are you seriously afraid of the dark)?! Sei grande ormai!

– Che fai dietro la porta? Non starai mica origliando (eavesdropping)?.

Anche qui ci sono due possibilità: non + verbo + mica oppure verbo + mica.
Non hai mica paura del buio?! = Mica hai paura del buio?!
Entrambe sono possibili.

Questi sono tutti gli usi di “Mica” che ho individuato (=trovato). Come al solito li metterò tutti in un dialogo un po’ assurdo, lo ammetto, in cui i partecipanti dicono “mica” ogni due parole. Fa ridere ma penso sia utile per ripassare i vari usi. Inoltre tra parentesi scriverò il numero (1,2,3,4) in base al tipo di uso.

M: Ciao Marco, da quanto tempo! Come va?
F: Tutto bene Fabio, e tu?
M: Anch’io bene. Senti ti andrebbe (would you like to, how about) mica (2) di andare a mangiarci una pizza una delle prossime sere?
F: Sì, perché no. Non so, domani?
M: Domani ci sono!
F No, aspetta.. io non posso mica (1) domani, esco da lavoro tardi.
M: Ma tu mica (1) lavoravi.. hai trovato un lavoro?
F: Eh sì, lavoro da un un annetto circa.
M: Ah, mica poco (3)! E come mai non me l’hai mai detto?
F: Pensavo lo sapessi. Mica (1) voglio nasconderti le cose (hide things from you). È che non ci vediamo da una vita.
M: Eh, hai ragione. Mercoledì invece ci saresti?
F: Mercoledì sì. Porto anche Laura allora.
M: E chi è Laura? Mica (4) ora hai pure una ragazza?!
F: Eh sì, non (4) te l’ho mica detto?
M: E no, mica me l’hai detto! Ma non sarà mica (4) Laura quella della palestra?
F: Proprio lei.
M: Mica male! (3) Lei è molto carina. Bravo Fabio, son contento. Senti, ora devo scappare.
Allora ci vediamo mercoledì, così mi aggiorni un po’  sulla tua vita (bring me up to speed on your life), che se no mica (1) mi racconti cosa succede nella tua vita.
F: Va bene, allora ci sentiamo per mercoledì.
M: Un’ultima cosa, sei mica (2) andato alla pizzeria di via Verdi? Hanno aperto da un mesetto. È molto buona lì la pizza. Se vuoi ci possiamo andare.
F: No, non ci sono ancora andato. Va bene, possiamo andare lì. Allora ci sentiamo, ciao!

Spero che questo dialogo un po’ assurdo vi sia piaciuto e che questo episodio vi abbia dato un’idea di come si usa ‘mica’. Vi consiglio di riascoltarlo e di leggere la trascrizione su podcastitaliano.com se già non lo avete fatto. Questo è l’ultimo episodio del 2017, dunque vi auguro buone feste e buon anno. Spero che il 2018 vi porti grandi gioie e successi nella vita e nell’apprendimento dell’italiano. Detto questo, ci sentiamo l’anno prossimo!
Ciao!

 

Podcast, Senza categoria, Usi colloquiali

“I miei”, “ti pare”, “fare a qualcuno” – Usi colloquiali #5


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di “usi colloquiali”, questa serie di episodi in cui parliamo di espressioni colloquiali, comuni che possono rendere (make) il vostro italiano più naturale. Oggi parliamo di alcune espressioni che ritengo (deem, consider) curiose e che possono interessarvi se volete, appunto, parlare in maniera più naturale e colloquiale.
Iniziamo subito parlando di “i miei”, oppure “i tuoi”, o “i suoi”. Di che cosa sto parlando? Sto parlando dei “miei genitori”. È molto comune infatti nel linguaggio colloquiale parlare di “i miei”, “i suoi”, “i tuoi” quando ci riferiamo ai genitori. Intuitivamente non direi però “i nostri”, “i vostri”, “i loro”, mi sembra un po’ strano e innaturale. Però le prime tre persone (“i miei”, “i tuoi”, “i suoi”) si usano molto molto spesso nel linguaggio colloquiale. Facciamo dunque alcuni esempi.
“Come stanno i tuoi?  Non li vedo da un po’ (= un po’ di tempo)”

I miei sono in vacanza alle Maldive”

“Sono andato a una festa a casa del mio amico. I suoi non c’erano e lui ha organizzato una festa con una cinquantina di persone.  Hanno fatto festa (they partied) tutta la notte e hanno distrutto la casa.. ovviamente i suoi quando sono tornati non erano molto contenti”

C’è anche un detto che recita (a saying that goes): “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, in cui c’è appunto questa parola “tuoi” con il significato di “tuoi genitori”. Questo detto significa: “passa il Natale con i tuoi genitori e la Pasqua con chi vuoi”. Ad essere onesti penso che avrebbe più senso dire  (it would make more sense to say) “Natale con chi vuoi, Capodanno (New year’s day new your’s eve sarebbe “la sera di capodanno” or “la veglia di Capodanno”, ma molto persone con “Capodanno” intendono la sera del 31/12) con chi vuoi” perché credo che la Pasqua la maggior parte delle persone la passi (spends it) in famiglia, mentre è a Capodanno, il 31 dicembre [intendo la sera di capodanno, perché capodanno è il primo giorno di gennaio], che di solito dopo una certa età i ragazzi festeggiano con i loro amici e non più con la famiglia. Comunque non importa, il detto dice che a Pasqua possiamo festeggiare con chi ci pare.

“Ci pare”. Mmh. Che cosa vuol dire “con chi ci pare?”
Il verbo “parere” è solitamente è un sinonimo di “sembrare”.
“Mi pare strano = “Mi sembra strano”

“Mi sembrava  che il suo compleanno fosse il 21 agosto” = “mi pareva che il suo compleanno fosse il 21 agosto”.

“Sembrare” però è decisamente più comune di “parere”.

“Ieri Gianni mi è parso pensieroso (thoughtful)” = Ieri Gianni mi è sembrato pensieroso.

Penso abbiate capito che sono sostanzialmente sinonimi.

In questa accezione (meaning, sense), però,  “passa (festeggia) la Pasqua con chi ti pare”, “chi ti pare” significa “con chi vuoi“.
Non so la ragione etimologica, magari è sottinteso (implied) un altro verbo come “con chi ti pare giusto/opportuno (appropriate, suitable)“. Non lo so, però si dice così. Facciamo altri esempi.

“Fai quello che ti pare” = “fai quello che vuoi”.
“Vai dove ti pare, io non vengo con te” = “vai dove vuoi, io non vengo con te”.
In queste frasi dove ci sono degli imperativi (fai, vai) “ti pare” mi sembra denoti (=indichi, indicates) un certo fastidio (irritation). La persona che dice queste frasi potrebbe essere un pochino infastidita (annoyed, irritated), un po’ anche irritata. Dunque attenzione a usare “ti pare” in questo modo.
La versione ancora più, in un certo senso,”infastidita”, è questa costruzione: “ti pare e piace”. Per esempio un bambino un po’ insolente (sassy) potrebbe dire:

“Io faccio quello che mi pare e piace” = ovvero “faccio tutto quello che voglio, non puoi dirmi cosa devo fare e cosa non devo fare, faccio tutto quello che mi pare e piace”.

Oppure, per esempio:

“Non puoi dire quello che ti pare e piace alle persone, devi badare (look out for, take care of) ai loro sentimenti”.

Dunque [mi pare e piace] è un sorta di estensione di “mi pare”, “ti pare”, ecc.
Come ho trovato sul dizionario La Repubblica, si tratta di una  “rivendicazione risentita (resentful claim) della propria libertà”. Questa definizione mi è piaciuta. Mi sembra abbastanza divertente ma anche veritiera (truthful).

Ho anche pensato a un ulteriore (one more) uso di “ti pare”, che è quello della frase “ma ti pare?!”. Fate attenzione all’intonazione. È molto importante. È una frase che impieghiamo quando qualcuno dice qualcosa di stupido oppure irragionevole (unreasonable). Ci sembra che il nostro interlocutore abbia detto qualcosa di un po’ strano, assurdo. Per esempio:

– “Vieni con me a saltare in paracadute?”
– “Ma ti pare? Soffro di vertigini (I’m afraid of heights)
In altre parole “Ti sembra una proposta logica? Ma che stai dicendo?”
“Ti pare” può anche essere sostituito da “Ma ti sembra?”

– “il mio amico mi ha chiesto se gli do una mano a tinteggiare (paint) le pareti di casa sua”
– “E lo farai?”
– “Ma ti pare? Ho un esame domani e un sacco di cose da fare. Magari la prossima settimana se ha ancora bisogno. Oggi proprio non posso”

E passiamo all’ultima frase di oggi che è “fare a qualcuno”. Se state imparando l’italiano saprete che l’italiano ama il verbo “fare”. Fare può essere utilizzato in mille modi diversi, ma oggi ne vedremo uno particolarmente colloquiale, ovvero “fare” con il significato di “dire”.
“Il mio prof ieri stava facendo lezione [one more use of fare :)] e a un certo punto fa a un mio compagno: “Rossi, sta dormendo”? E lui non ha risposto, evidentemente aveva molto sonno e si è addormentato sul banco (on the desk)
“Ieri Gianni mi fa: “Ti va di andarci a bere una birra?” (Do you want get a beer?) e io gli faccio “No, domani devo alzarmi presto”. Alla fine siamo tornati alle 4 di mattina”

Come al solito voglio concludere questo episodio inserendo tutti questi usi all’interno di un dialogo che li contiene tutti per darvi modo di (so that you can, to give you the possibility of) sentirli in azione.

“I tuoi non ci sono?”
“No, sono andati a un museo di arte moderna”
“Ah, che bello! E perché tu non sei andato?”
Ma ti pare che vado a un museo di arte moderna? Non mi piace per niente l’arte moderna”
“Scusami, però tu che sei un appassionato di arte (art enthusiast) dovresti anche apprezzare l’arte moderna, è importante”
“Io apprezzo ciò che mi pare e piace. L’arte moderna proprio mi annoia, quindi non ci voglio andare”
“Ma adesso se non sbaglio c’è una mostra di Kandinskij.. potremmo andare insieme”
“Senti, tu vai dove ti pare, io non ci vengo”
“Ok, però non arrabbiarti. Che cos’hai? (what’s wrong?)
“Scusa, è che oggi Gianni mi fa che stasera non viene al cinema con me. Dovevamo andare a vedere il nuovo film di Star Wars e adesso non so chi andare, per questo sono un po’ arrabbiato.”
“Ah mi spiace. Io vado a vederlo con i miei stasera”.
“Non stai migliorando la situazione..”

Questo era l’episodio di oggi di “usi colloquiali”. Spero vi sia piaciuto e vi sia sembrato utile. Vi ricordo che su podcastitaliano.com come sempre troverete l’intera trascrizione dell’episodio.
Detto questo grazie ancora per l’ascolto e alla prossima, ciao!

Intermedio, Podcast

Che cosa vuol dire “ospite” in italiano? – Intermedio #12

Benvenuti su Podcast Italiano. L’episodio di oggi sarà dedicato all’etimologia, un argomento che mi interessa molto. Infatti voglio parlarvi di una parola italiana interessante, la parola “ospite”.

“Ospite” in italiano ha due significati.

  1. La persona che ospita (in inglese “host”)
  2. La persona che viene ospitata. (in inglese “guest”)
    Vi dico subito che il secondo significato (quindi quello di persona ospitata) è molto più comune in italiano moderno.

Però esiste un grado di ambiguità (a degree of amibiguity). È possibile infatti trovare dei casi in cui l’ospite è la persona che ospita qualcuno (dunque “host”) in  espressioni come “famiglia ospite”, “paese ospite”, “ospiti premurosi(attentive, caring host). Facendo una ricerca su Google si nota come “famiglia ospitante” e “paese ospitante” siano decisamente più comuni di “famiglia ospite” e “paese ospite”, dunque questo è indicativo della tendenza (indicative of this trend, reflects this trend) della parola ospite a significare più che altrocolui che (he who – la persona che)  viene ospitato” (guest) e non “colui che ospita” (host). Però queste espressioni, in cui “ospite” significa “host”, sono comuni nella letteratura. Anche in biologia si parla di “organismo ospite” e “cellula ospite”, ovvero l’organismo al cui interno (inside of which) si sviluppa un altro organismo. Perché esiste dunque questa ambiguità?

È interessante andare a cercare l’etimologia della parola ospite. In latino esisteva la parola “hostis”, che inizialmente significava “straniero con diritti uguali a quelli dei cittadini romani“. C’era un rapporto reciproco (mutual relationship) tra il cittadino romano e il cosiddetto “hostis”, un rapporto di ospitalità. Io ospito il mio “hostis” e un giorno questo “hostis” ospiterà me. La parola “hostis” deriva  infatti dalla radice indoeuropea “Ghos-ti” (scusate per la mia pronuncia probabilmente sbagliata del proto-indoeuropeo), da cui deriva anche la parola inglese “guest“. E già nel proto-indoeuropeo, all’interno di “Ghos-ti” c’era questo rapporto reciproco.

Perfino la radice greca “xeno-” (che significa “straniero”) in parole come “xenofobia” è imparentata con “ghos-ti”.
In latino “hostis” però con il tempo venne a significare “nemico”. Uno straniero infatti poteva essere un nemico, pensate alle parole ostile (hostile), ostico (tough, difficult), osteggiare (oppose, thwart). O anche a un altro signficato delll’inglese “host”, il significato di “esercito” (anche in italiano tra l’altro c’è la parola arcaica “oste” che ha questo significato e deriva appunto da nemico, “hostis”). Si creò dunque un vuoto semantico (semantic void – non c’era più una parola che indicasse quella cosa).
 Il posto di “hostis” fu quindi occupato da una nuova parola “hostipotis“, composta da “hostis” (che in origine significava “straniero”, come abbiamo detto) e “potis” (signore, padrone – si pensi a “potere”, “potenza”, “despota”).  Dunque “hostipostis” era il “signore dello straniero”, “padrone dello straniero”. Per chi conosce il russo – so che ho molti ascoltatori russi gost’, ospite, persona ospitata) ha la stessa radice di hostis (ghos-ti) e Gospod’ (“Signore” in senso religioso, “Gesù Cristo”) e “gospodin” (“signore” come persona di sesso maschile) sono molto simili al latino “hostipotis”. “Hostipotis”, successivamente si riduce e diventa “hospes” e va a ricoprire il ruolo (fill the role) che aveva una volta “hostis”, prima che “hostis” assumesse il significato di “nemico”.”Hospes” era colui che dava ospitalità a uno straniero, a un forestiero (out-of-towner). Ma tra colui che  ospitava e colui che era ospitato si instaurava (si creava, was estabilished) un rapporto stretto: chi ospitava spesso ricambiava  in futuro l’ospitalità(returned the hospitality) Gli obblighi di ospitalità (hospitality duties) erano reciproci: e come abbiamo detto prima questa idea di reciprocità già esisteva nell’antica radice proto-indoeuropea “ghos-ti”. Di conseguenza anche in latino esisteva questa ambiguità e “hospes” indicava non solo il “padrone/signore dello straniero”, ma anche lo straniero stesso, perché lo straniero un giorno sarebbe diventato il padrone, colui che avrebbe a sua volta ospitato.

Dunque “ospite” deriva da “hospes”. Infatti nel passaggio dal latino alle lingue romanze i sostantivi entravano al caso accusativo, dunque per quanto riguarda “hospes”, prendiamo il caso accusativo “hospitem”. Si toglie la “m” finale e abbiamo “hospite”. L’h si perde, oppure rimane scritta ma di fatto non si pronuncia e abbiamo quindi l’italiano “ospite”, lo spagnolo “huesped” e il portoghese “hospede“. In francese invece si ha avuto una riduzione ulteriore e “hospite” è diventato prima hoste, oggi hôte. Vi ricorda qualcosa? Forse avete pensato a “host“, in inglese. Infatti “host” deriva proprio dal francese antico “hoste”, che derivava da “hospitem”, accusativo di “hospes”, che a sua volta aveva la radice “ghosti”. Dunque sia “guest” che “host” condividono la stessa lontana radice indoeuropea “Ghos-ti”, in cui era intrinseca questa idea di reciprocità ancora presente oggi in italiano e ancora di più in francese, dove questa ambiguità è molto forte. In spagnolo (huesped) e in portoghese (hospede) credo che questa ambiguità sia meno presente e che entrambe queste parole significhino principalmente colui che viene ospitato, come in italiano (ovvero “guest”).
Ma se ci sono ascoltatori di queste lingue potete lasciare un commento e dirmi come si usa questa parola.

Come già detto, anche in italiano moderno “ospite” è principalmente la persona ospitata. Per parlare del “host”, di colui che ospita,  preferiamo dire “il padrone di casa“, “l’amico/la persona che mi ospita“. Nello sport si parla di “squadra ospitante” e “squadra ospite”.  Sappiate però che, soprattutto nella letteratura, questa accezione compare.
Come avrete notato, l’etimologia è un argomento che mi affascina e di cui magari parlerò ancora in futuro. Se volete rileggere la trascrizione di quanto ho detto in questo episodio la troverete sul sito podcastitaliano.com. Detto questo grazie per l’ascolto e alla prossima!

Ciao!

Intermedio, Podcast

Come usare correttamente “infatti”? -Intermedio #11


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Ciao a tutti. Benvenuti su Podcast Italiano, mi chiamo Davide e oggi vi parlerò di come si usa la congiunzione “infatti”. Ho notato che molti stranieri non utilizzano “infatti” correttamente, dunque oggi cercherò di spiegarvi l’uso corretto.
Partiamo da una prima considerazione. La parola “infatti” NON traduce l’inglese “in fact”. O almeno, non lo traduce quasi mai. Questo magari non è sempre vero, ma di regola è meglio non tradurre “In fact” con “infatti”.  “In fact” in italiano corrisponde a “in realtà”, “a dire il vero”.
Vediamo come si usa “infatti” in italiano, con alcuni esempi.

“Ieri non stavo molto bene, infatti sono stato a casa”
“Oggi piove, infatti non c’è nessuno per strada”
“Oggi fa davvero molto caldo, infatti la neve si sta sciogliendo”

Notate come l’ho usato? “Infatti” conferma ciò che ho detto e aggiunge delle informazioni. Queste informazioni sono una conseguenza logica della prima affermazione (statement)
“Fa caldo, quindi/infatti la neve si sta sciogliendo (is melting)“. “La neve si sta sciogliendo” è un’informazione in più, extra, che fornisco (which I’m providing), ed è una conseguenza logica del caldo.

Vediamo altri esempi simili che ci possono aiutare a capire come si usa:

“Il museo era molto interessante, infatti siamo rimasti 5 ore a visitarlo”
“La lezione era di una noia mortale (incredibly boring), infatti molti studenti dopo un’ora hanno iniziato ad andarsene”
“Sentendo il suo accento pensavo fosse tedesca, infatti mi ha detto che è di Dusseldorf”

In tutte queste frasi facciamo un’affermazione e poi aggiungiamo delle informazioni che sono una conseguenza logica. Se vogliamo trovare una parola inglese per tradurre “infatti” userei “indeed”, e non “in fact”.
“Infatti”, però, spesso non si usa come congiunzione tra due frasi, ma come risposta.  Ho confermato questo facendo una ricerca nelle mie chat di Whatsapp. È un modo interessante di vedere come uso in modo reale le parole. Vi faccio alcuni esempi.

“Oggi piove?”
“Sì, infatti non penso andrò al mare”

“Fabio non è venuto alla festa”
“Eh, ma infatti aveva detto che non sarebbe venuto”

“Hai ascoltato il nuovo episodio di Podcast Italiano?”
“Sì, infatti adesso so come si usa la parola “infatti””

In alcuni casi la parola “infatti” può essere usata come esclamazione (exclamation, interjection). Se conoscete l’inglese in questo caso è simile alla parola “Indeed!”

“Oggi il tempo è bellissimo, sarebbe bello fare una gitta. Peccato dover rimanere chiusi in casa a studiare”
“Sì, infatti!”

“Mi hanno parlato di questo film come qualcosa di fantastico (something fantastic), ma io mi sono un po’ annoiato a dire il vero”
“No, infatti io l’ho trovato molto noioso. Mi sono addormentato a metà”

“È meglio iniziare a pensare ai regali di Natale presto quest’anno, se no ci  dimentichiamo e dobbiamo comprarli all’ultimo (at the last minute)
“Eh, infatti. Domani compro i regali per i miei parenti”

Ok, spero abbiate capito come si usa “infatti”. Ora vediamo invece come NON si usa “infatti”, ovvero gli errori più comuni.

“Pensavo fosse spagnolo, ma infatti era tedesco”
Molte persone (straniere) usano “infatti” in questo modo ma non è giusto, perché un italiano qua direbbe:
“Pensavo fosse spagnolo, ma in realtà/a dire il vero era tedesco”. “Infatti” non si può utilizzare in questo modo.

“Le persone pensano che i pomodori siano una verdura, infatti sono un frutto”
Anche questo frase non è corretta, perché in italiano si dice:
“Le persone pensano che i pomodori siano una verdura, (ma) in realtà/a dire il vero sono un frutto”

Spero abbiate capito come NON si usa infatti.

Utilizziamo l’inglese per capire la differenza tra “in fact” e “infatti”, che spesso confonde gli stranieri secondo me. Spero non vi dia fastidio che uso un po’ di inglese. Prendiamo un mini-dialogo  inglese.

– Italian cars are supposed to be great.
In fact, they aren’t. They are horrible!

In italiano diremmo:
In realtà/A dire il vero non lo sono. Sono pessime!
Non diciamo “infatti non lo sono”, ma “in realtà non lo sono”.

– Italian cars are supposed to be great.
Indeed, they are! / They are indeed!

In italiano diremmo:
Infatti lo sono!”, “Lo sono, infatti!”

E dunque questo è il modo in cui si usa infatti.
Come abbiamo detto “infatti” è più simile a “indeed”. Non sempre però corrispondono al 100 %.
Inoltre “infatti” corrisponde alla parola “difatti“. Se sentite “difatti” potete sostituirla con “infatti”. Sono praticamente sinonimi.
Poi c’è una serie di parole simili che potrebbero confondervi, che sono”effettivamente”, “in effetti”, “di fatto”.
Però  questo episodio non può durare in eterno, dunque non parlerò di queste parole.

Prima di concluderlo però volevo, come spesso faccio, creare un dialogo in cui utilizzo le parole “infatti” e “in realtà”.

“Oggi è una giornata bellissima e sono costretto (I have to, I’m forced to) a studiare. Che tristezza (that’s so sad)
“Eh, infatti. Ti capisco, anch’io devo studiare per un esame”
“Tu però sabato e domenica vai in montagna, no?”
“No, in realtà rimarrò a casa alla fine, devo studiare troppo”
“Ah, capito. Sì, infatti mi ricordo che mi dicevi che non eri sicuro di andare. Ma invece una delle prossime sere ti va di (do you want to) prendere una birra?”
Sì, ci può stare (sure/we could do it/why not?). Le prossime sere dovrei essere libero. Potremmo andare al nuovo pub che hanno aperto in via Roma”
“Sì sì, infatti volevo andarci. Mi hanno detto che è molto economico”
“Ma, insomma.. in realtà le birre costano abbastanza care. Ci sono andato lo scorso sabato e ho pagato una birra media 6.50€, mi sembra ”
“Ah sì? Vabè, comunque ci sono molti locali (pubs, bars, clubs) belli da quelle parti.
“Sì sì, infatti. Tu come sei messo giovedì sera? (what about Friday evening)
“In realtà giovedì sera forse non posso, è l’unica sera della settimana che sono occupato. Tutte le altre dovrei esserci”
“Va bene! Comunque ci sentiamo per messaggio (by text). Ciao, buono studio!”
“Ciao, ci sentiamo  ”

Con questo dialogo, che spero vi abbia ulteriormente chiarito le idee (shed some light), concludo l’episodio di oggi. Spero ora sappiate come si utilizza “infatti” e la differenza tra “infatti” e “in realtà”. Vi ricordo ancora una volta: “infatti” non è “in fact” (se non fosse chiaro dopo 8 minuti di episodio :D).
Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione dell’episodio, vi consiglio di riascoltarlo più di una volta per capire meglio l’argomento. Detto questo, grazie davvero dell’ascolto e alla prossima!
Ciao!