Episodi senza trascrizioni, Podcast, Senza categoria

Buon 2019! Qualche aggiornamento – Riflessioni senza trascrizioni #52

Impara l’italiano con noi!

Il primo episodio dell’anno! Qualche aggiornamento sulla mia vita. Buon 2019!

Bando alle ciancie = lasciamo stare le parole, iniziamo a lavorare
Parlo a ruota libera = senza controllo, senza freni
Constatazione = riflessione
Soffitto = cealing
Persona di parola = man of his word

Podcast, Senza categoria

Parlare a una videocamera (con Erika) – Riflessioni senza trascrizioni #39


DOWNLOAD

Oggi io ed Erika parliamo della nostra esperienza nel parlare a una videocamera (ma anche ad un microfono). Speriamo vi possa interessare ciò che raccontiamo.

Basito
Palcoscenico
Scassarsi
Enfatico – Enfasi
Verosimile
Fare pose – mettersi in posa
Farsi i fatti degli altri – Ficcanaso
Camerino
A corto di idee

Podcast, Senza categoria

La storia di Italo, cap. 2 – Principiante #7


Download

La storia inizia al Capitolo 1.
Vai al Capitolo 3.

Ciao a tutti, benvenuti o bentornati su Podcast Italiano. Questo è il secondo capitolo de “La storia di Italo”, una storia di livello principiante per chi impara l’italiano. La storia è scritta e narrata da me, Davide Gemello ed Erika Porreca. La musica è scritta da me. Se non avete sentito il primo episodio sentitelo prima di ascoltare questo. Altrimenti buon ascolto!

Capitolo 2

Sono italiano, sono nato in Italia. I miei genitori si chiamavano Paola e Carlo, ma non me li ricordo. Ero piccolo quando sono venuto in America. Quando avevo due anni è scoppiata la guerra, la seconda guerra mondiale. Così i miei genitori Paola e Carlo mi hanno mandato in America, da Anna, cugina di mia madre. Lei è morta in un incidente stradale poco dopo il mio arrivo. Così sono cresciuto con i miei genitori adottivi.
I’m Italian, I was born in Italy. My parents’ names were Paola and Carlo, but I don’t remember them. I was little when I came to America. When I was 2 years old the war broke out, World War II. So my parents Paola and Carlo sent me to America, to Anna, my mother’s cousin. She died in a road accident short after my arrival. So I grew up with my adoptive parents.
Ho deciso di partire per l’Italia per incontrare i miei genitori, se sono ancora vivi. Ho già comprato i biglietti aerei e partirò il 5 agosto.
C’è un problema: non so una parola di Italiano, a parte “ciao”, “arrivederci”. Ah, dimenticavo: “pizza” e “pasta”. Mi piace molto la pasta. Forse sono i miei geni italiani.

Devo quindi imparare l’italiano e ho sei mesi per farlo. Ho trovato un’insegnante di italiano nella mia città che mi spiega la grammatica e mi parla in italiano. Si chiama Patrizia. Lei sa l’inglese molto male, ma parla un ottimo italiano. Era una professoressa di lettere all’Università di Bologna.
I decided to leave for Italy to meet my parents, if they’re still alive. I have already bought my plane tickets, I will leave on August 5th.
There’s a problem: I don’t know a word of Italian, apart from “ciao” and “arrivederci”. Oh, I almost forgot: “pizza” and “pasta”, too. I like pasta a lot. Maybe that’s my italian genes. So I have to learn Italian and I have to six months to do it. I found a teacher of Italian in my city. She explains the grammar to me and speaks to me in Italian. Her name is Patrizia. She know English very poorly, but she speaks a great Italian. She was a literature professor at the University of Bologna.

Passano i giorni e le settimane e per me imparare l’italiano è davvero difficile, ho sempre odiato le lingue. Molti anni fa ho imparato il francese a scuola. “Imparato”.. si fa per dire. Non mi ricordo nulla e non ho mai capito il senso di imparare una lingua straniera.
Days and weeks go by and learning Italian for me is very hard. I’ve always hated languages. Many years ago I learned French in school. “Learned”.. so to speak. I remember nothing now and I never got the point of learning a foreign language.

Ma sono molto motivato. Vado da lei tre sere alla settimana, dopo il lavoro. Facciamo tre ore di fila. Avere a che fare con un parlante madrelingua mi motiva. Dopo sei mesi di studio posso dire di capire abbastanza bene l’italiano, anche se non lo parlo ancora come vorrei.
But I’m very motivated. I see her three evenings a week, after work. We do three hours in a row. Being with a native speaker motivates me. After six months of learning I can say I understand Italian fairly well, although I don’t speak it a well as I’d like.

– Oh, bravo Italo! hai fatto un ottimo lavoro. Sei mesi fa sapevi dire “ciao” e poco altro, ora quando parlo capisci tutto. Bravo!
– Well done! Italo! You did a great job! Six months ago you only knew how to say “ciao” and not much else, now when I speak you understand everything.

– È perché sono molto motivato. Per me è molto importante trovare i miei genitori e potergli parlare in italiano.
– That’s because I’m really motivated. For me it’s really important to find my parents and to be able to speak to them in Italian.

– Beh, direi che sei pronto per il viaggio. Però quando torni voglio che mi racconti tutto. E se ti serviranno altre lezioni, sai dove trovarmi.
– I think (I’d say) you are ready for your trip. But when you come back I want you to tell me everything. And if you need more lesson, you know where to find me.

– E come no. La ringrazio di cuore, Patrizia. A presto.
– Of course! Thank you so much, Patrizia. See you soon.

È quasi arrivato il momento di partire. Ho preparato le valigie e sto per partire per l’aeroporto. Ma prima devo salutare mia madre.
It’s almost time to leave. I packed my suitcase and I’m about to leave for the airport. But I have to say goodbye to my mother first.

– Mamma, domani parto per l’Italia. Ho un po’ paura..
– Mum, I’m leaving for Italy tomorrow. I’m a bit scared..

– Di che hai paura Italo?
– What are you scared of, Italo?

– È la prima volta che vado in Europa. Anzi, la prima volta che viaggio fuori dagli Stati Uniti.
– It’s the first time I’m going to Europe. Actually, it’s the first time I’m traveling outside of the US.

– Sono sicura che ti divertirai un sacco. Dicono che l’Italia sia un paese bellissimo, in cui si mangia molto bene.
– I’m sure you’ll have a lot of fun. They say Italy is a beautiful country, where the food is great (you eat very well)

– E se non li trovo? Se vado lì per niente?
What if I can’t find them? What if I go there for nothing?

– Farai comunque una bella vacanza.
– You’ll have a nice vacation anyway.

– Mamma.. Volevo dirti che anche se troverò i miei veri genitori tu e papà sarete sempre i miei genitori per me.
– Mom.. I wanted to let you know that even I find my real parents you and dad will always be my parents for me.

– E tu sei sempre stato un figlio per noi. Sei la cosa più importante per noi.. Quindi vedi di tornare! [ride]
– And you have always been a son for us. You are the most important thing for us.. so make sure you come back!

– Tornerò. A presto!
– I will! See you soon!
– A presto, Italo. Fai buon viaggio. In bocca al lupo!
– See you soon, Italo. Have a good trip! Break a leg!

– Crepi!
Thanks! (“crepi” is actually the anwser to “In bocca al lupo”)
Mi dirigo verso l’aeroporto e finalmente salgo sull’aereo. L’aereo che mi riporterà alle mie origini. Destinazione: Italia.
I head to the airport and finally I get on the plane. The plane that will bring me back to my roots. Destination: Italy.

Podcast, Senza categoria, Usi colloquiali

“I miei”, “ti pare”, “fare a qualcuno” – Usi colloquiali #5


DOWNLOAD

Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di “usi colloquiali”, questa serie di episodi in cui parliamo di espressioni colloquiali, comuni che possono rendere (make) il vostro italiano più naturale. Oggi parliamo di alcune espressioni che ritengo (deem, consider) curiose e che possono interessarvi se volete, appunto, parlare in maniera più naturale e colloquiale.
Iniziamo subito parlando di “i miei”, oppure “i tuoi”, o “i suoi”. Di che cosa sto parlando? Sto parlando dei “miei genitori”. È molto comune infatti nel linguaggio colloquiale parlare di “i miei”, “i suoi”, “i tuoi” quando ci riferiamo ai genitori. Intuitivamente non direi però “i nostri”, “i vostri”, “i loro”, mi sembra un po’ strano e innaturale. Però le prime tre persone (“i miei”, “i tuoi”, “i suoi”) si usano molto molto spesso nel linguaggio colloquiale. Facciamo dunque alcuni esempi.
“Come stanno i tuoi?  Non li vedo da un po’ (= un po’ di tempo)”

I miei sono in vacanza alle Maldive”

“Sono andato a una festa a casa del mio amico. I suoi non c’erano e lui ha organizzato una festa con una cinquantina di persone.  Hanno fatto festa (they partied) tutta la notte e hanno distrutto la casa.. ovviamente i suoi quando sono tornati non erano molto contenti”

C’è anche un detto che recita (a saying that goes): “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, in cui c’è appunto questa parola “tuoi” con il significato di “tuoi genitori”. Questo detto significa: “passa il Natale con i tuoi genitori e la Pasqua con chi vuoi”. Ad essere onesti penso che avrebbe più senso dire  (it would make more sense to say) “Natale con chi vuoi, Capodanno (New year’s day new your’s eve sarebbe “la sera di capodanno” or “la veglia di Capodanno”, ma molto persone con “Capodanno” intendono la sera del 31/12) con chi vuoi” perché credo che la Pasqua la maggior parte delle persone la passi (spends it) in famiglia, mentre è a Capodanno, il 31 dicembre [intendo la sera di capodanno, perché capodanno è il primo giorno di gennaio], che di solito dopo una certa età i ragazzi festeggiano con i loro amici e non più con la famiglia. Comunque non importa, il detto dice che a Pasqua possiamo festeggiare con chi ci pare.

“Ci pare”. Mmh. Che cosa vuol dire “con chi ci pare?”
Il verbo “parere” è solitamente è un sinonimo di “sembrare”.
“Mi pare strano = “Mi sembra strano”

“Mi sembrava  che il suo compleanno fosse il 21 agosto” = “mi pareva che il suo compleanno fosse il 21 agosto”.

“Sembrare” però è decisamente più comune di “parere”.

“Ieri Gianni mi è parso pensieroso (thoughtful)” = Ieri Gianni mi è sembrato pensieroso.

Penso abbiate capito che sono sostanzialmente sinonimi.

In questa accezione (meaning, sense), però,  “passa (festeggia) la Pasqua con chi ti pare”, “chi ti pare” significa “con chi vuoi“.
Non so la ragione etimologica, magari è sottinteso (implied) un altro verbo come “con chi ti pare giusto/opportuno (appropriate, suitable)“. Non lo so, però si dice così. Facciamo altri esempi.

“Fai quello che ti pare” = “fai quello che vuoi”.
“Vai dove ti pare, io non vengo con te” = “vai dove vuoi, io non vengo con te”.
In queste frasi dove ci sono degli imperativi (fai, vai) “ti pare” mi sembra denoti (=indichi, indicates) un certo fastidio (irritation). La persona che dice queste frasi potrebbe essere un pochino infastidita (annoyed, irritated), un po’ anche irritata. Dunque attenzione a usare “ti pare” in questo modo.
La versione ancora più, in un certo senso,”infastidita”, è questa costruzione: “ti pare e piace”. Per esempio un bambino un po’ insolente (sassy) potrebbe dire:

“Io faccio quello che mi pare e piace” = ovvero “faccio tutto quello che voglio, non puoi dirmi cosa devo fare e cosa non devo fare, faccio tutto quello che mi pare e piace”.

Oppure, per esempio:

“Non puoi dire quello che ti pare e piace alle persone, devi badare (look out for, take care of) ai loro sentimenti”.

Dunque [mi pare e piace] è un sorta di estensione di “mi pare”, “ti pare”, ecc.
Come ho trovato sul dizionario La Repubblica, si tratta di una  “rivendicazione risentita (resentful claim) della propria libertà”. Questa definizione mi è piaciuta. Mi sembra abbastanza divertente ma anche veritiera (truthful).

Ho anche pensato a un ulteriore (one more) uso di “ti pare”, che è quello della frase “ma ti pare?!”. Fate attenzione all’intonazione. È molto importante. È una frase che impieghiamo quando qualcuno dice qualcosa di stupido oppure irragionevole (unreasonable). Ci sembra che il nostro interlocutore abbia detto qualcosa di un po’ strano, assurdo. Per esempio:

– “Vieni con me a saltare in paracadute?”
– “Ma ti pare? Soffro di vertigini (I’m afraid of heights)
In altre parole “Ti sembra una proposta logica? Ma che stai dicendo?”
“Ti pare” può anche essere sostituito da “Ma ti sembra?”

– “il mio amico mi ha chiesto se gli do una mano a tinteggiare (paint) le pareti di casa sua”
– “E lo farai?”
– “Ma ti pare? Ho un esame domani e un sacco di cose da fare. Magari la prossima settimana se ha ancora bisogno. Oggi proprio non posso”

E passiamo all’ultima frase di oggi che è “fare a qualcuno”. Se state imparando l’italiano saprete che l’italiano ama il verbo “fare”. Fare può essere utilizzato in mille modi diversi, ma oggi ne vedremo uno particolarmente colloquiale, ovvero “fare” con il significato di “dire”.
“Il mio prof ieri stava facendo lezione [one more use of fare :)] e a un certo punto fa a un mio compagno: “Rossi, sta dormendo”? E lui non ha risposto, evidentemente aveva molto sonno e si è addormentato sul banco (on the desk)
“Ieri Gianni mi fa: “Ti va di andarci a bere una birra?” (Do you want get a beer?) e io gli faccio “No, domani devo alzarmi presto”. Alla fine siamo tornati alle 4 di mattina”

Come al solito voglio concludere questo episodio inserendo tutti questi usi all’interno di un dialogo che li contiene tutti per darvi modo di (so that you can, to give you the possibility of) sentirli in azione.

“I tuoi non ci sono?”
“No, sono andati a un museo di arte moderna”
“Ah, che bello! E perché tu non sei andato?”
Ma ti pare che vado a un museo di arte moderna? Non mi piace per niente l’arte moderna”
“Scusami, però tu che sei un appassionato di arte (art enthusiast) dovresti anche apprezzare l’arte moderna, è importante”
“Io apprezzo ciò che mi pare e piace. L’arte moderna proprio mi annoia, quindi non ci voglio andare”
“Ma adesso se non sbaglio c’è una mostra di Kandinskij.. potremmo andare insieme”
“Senti, tu vai dove ti pare, io non ci vengo”
“Ok, però non arrabbiarti. Che cos’hai? (what’s wrong?)
“Scusa, è che oggi Gianni mi fa che stasera non viene al cinema con me. Dovevamo andare a vedere il nuovo film di Star Wars e adesso non so chi andare, per questo sono un po’ arrabbiato.”
“Ah mi spiace. Io vado a vederlo con i miei stasera”.
“Non stai migliorando la situazione..”

Questo era l’episodio di oggi di “usi colloquiali”. Spero vi sia piaciuto e vi sia sembrato utile. Vi ricordo che su podcastitaliano.com come sempre troverete l’intera trascrizione dell’episodio.
Detto questo grazie ancora per l’ascolto e alla prossima, ciao!

Senza categoria

Update: a bit busy lately

Ciao a tutti! Come avrete notato è da più di un mese che non sono attivo su questo podcast. Purtroppo ho avuto altri impegni (tra cui esami universitari) e fino alla fine di febbraio non sarò in Italia. Voglio rassicurarvi però che non ho abbandonato questo progetto e al mio ritorno riprenderò a lavorare su nuovi materiali.
Nel frattempo, riascoltate i precedenti! :)

Davide
Hello everybody! As you might have noticed I haven’t been active in over a month. I’ve been a bit busy with certain things (and university exams) and I won’t be in Italy until the end of february. I wanted to reassure you that I haven’t abandoned this project and when I’m back I’ll go back to working on new materials.
In the meantime, enjoy the previous ones! :)

Davide

Avanzato, Senza categoria

Avanzato #4 – Il doppiaggio e il “doppiaggese”


DOWNLOAD

Versione con traduzioni

Benvenuti su Podcast Italiano! Nell’episodio di oggi vi parlerò del doppiaggio (dubbing) e del “doppiaggese”: se non sapete cosa significhino questi termini, non importa, rimanete in ascolto perché parleremo di questo. Su podcastitaliano.com come sempre troverete la trascrizione del testo con le parole più difficili tradotte in inglese. Incominciamo.

Molte persone si chiedono perché noi italiani solitamente facciamo più fatica a parlare inglese degli scandinavi per esempio, o degli olandesi.  Secondo me ciò la ragione principale è che, a differenza di questi paesi, in Italia il doppiaggio è una pratica molto diffusa (common practice). Il doppiaggio, per chi non lo sapesse, è la sostituzione delle voci originali di un film, di una serie TV ecc. con voci di un doppiatore in una lingua diversa. In Italia, per esempio, alla  TV e al cinema quasi tutti i film, serie, cartoni sono doppiati in italiano, mentre in Scandinavia, in Islanda, nei Paesi Bassi -anche Portogallo se non mi sbaglio – solitamente si preferiscono i sottotitoli. Di conseguenza, un bambino svedese fin da piccolo sarà esposto all’inglese dei programmi americani o britannici e vedrà in contempo (at the sime time / contemporaneamente) sottotitoli in svedese, e ciò non può che essere d’aiuto nell’acquisizione dell’inglese. Noi italiani a volte non conosciamo nemmeno la voce originale di attori famosi americani, per esempio. Le voci originali vengono completamente sostituite dalle voci tradotte dei doppiatori, a parte alcuni casi come i documentari, in cui la voce originale viene solitamente tenuta a un volume più basso. L’Italia è uno dei paesi che utilizza (should be UTILIZZANO :D) di più il doppiaggio, e indubbiamente c’è sempre stata una spiccata (remarkable, special) professionalità e abilità (here with the meaning of “expertise”, not “skill”) che caratterizza i doppiatori italiani.
Ci sono diverse argomentazioni (arguments) favorevoli o contrarie al doppiaggio; io personalmente, da quando ho iniziato anni fa a vedere contenuti in lingua originale non sono tornato indietro. Se si hanno le conoscenze linguistiche che permettono di guardare un film in lingua originale, la fruizione (consumption, enjoyment, fruition) è notevolmente più godibile  sotto molti aspetti (in many ways). Ma per coloro che non conoscono l’inglese e non sono interessati ad impararlo, è più facile seguire una storia se la lingua adoperata è l’italiano, rispetto a essere costretti a seguire i sottotitoli.

Non mi soffermerò (I am not going to dwell ) però esclusivamente sul doppiaggio, perché voglio parlarvi anche di un’altra conseguenza curiosa del doppiaggio in Italia, ovvero la nascita del cosiddetto “doppiaggese”. Il “doppiaggese” è una variante della lingua (italiana nel nostro caso) che compare nei film come risultato del doppiaggio, della traduzione dall’inglese. Ovvero una lingua “artificiale”, modellata sulla base della lingua originale. Dato che non si possono sforare (exceed, go over) i tempi dei copioni (scripts) originali, spesso nel doppiaggio è necessario trovare compromessi di traduzione per far stare una battuta (line) nel tempo a disposizione. Questi compromessi sono per esempio parole ed espressioni innaturali, i cosiddetti calchi (loan translation, calque, often literal translations of a word or expressiondall’inglese, che non sono propri della tradizione italiana. In altri casi si tratta solamente di cattive traduzioni, non causate da vincoli (constraints) di tempo. In ogni caso, l’influenza e la pervasività del doppiaggio sono tali che, con il tempo, queste parole ed espressioni originariamente innaturali diventano parte integrante della lingua stessa! Questo in italiano è successo con molte parole. Una delle più famose è “realizzare”, dall’inglese “to realize”, per “rendersi conto”, “accorgersi”. In passato “realizzare” in italiano voleva solamente dire “creare,  far diventare reale qualcosa”.
Mentre adesso si può usare come in inglese “I realized that he was right”, oggi sarebbe normalissimo sentire una frase come: “Ho realizzato aveva ragione” al posto di “Mi sono reso conto/Mi sono accorto solo adesso che aveva ragione”. 50 anni fa,  però, “Ho realizzato che aveva ragione” sarebbe stata assolumente incomprensibile.
Altri esempi sono “assolultamente sì!” o “assolutamente no!”, modellati sulla base dell’inglese “absolutely!” e “absolutely not!”. In italiano sarebbe più naturale per esempio “certamente” o “certo che sì/no”.
Un altro esempio è – scusate per la volgarità – “fottuto”, come traduzione di “fucking”. In italiano ci sono moltissime parole volgari che si potrebbero utilizzare al posto di “fottuto”; idem nel caso di “dannazione/maledizione” che sono utilizzate nel doppiaggio per tradurre “goddammit!”, ma non si usano molto, o almeno non si usavano molto nell’italiano parlato dalle persone.
Persino espressioni come wow (la pronuncia è un po’ italianizzata quindi diventa “uau”) sono state introdotte nell’italiano dalla lingua dei doppiaggio.
Su Wikipedia potete trovare una lista delle numerose parole ed espressioni del “doppiaggese”:
https://it.wikipedia.org/wiki/Doppiaggese#Esempi_di_luoghi_comuni_del_doppiaggese

Non sono pochi coloro che hanno una visione negativa di questo tipo di linguaggio. Io mi limito a constatare (I just want to point out, acknowledge) l’impatto che ha avuto sull’italiano (molte di queste espressioni per me, persona cresciuta negli anni 2000, sono assolutamente comuni), che è un segno di quanto la televisione abbia un’influenza molto più importante della letteratura e dei libri. Ognuno può trarne le conseguenze (draw their conclusions) che preferisce, detto questo io stesso mi rendo conto di quanto sia difficile “tenere a bada” l’influenza di una lingua straniera. Io stesso, conoscendo bene l’inglese e ascoltandolo tutti i giorni, mi ritrovo (I find myself) a usare involontariamente parole e modelli che sono calchi di parole inglesi o espressioni inglesi. Se sono solo io a utilizzare queste forme, gli altri non mi capiranno e dunque è meglio che eviti di usarle per evitare incomprensioni; ma se a usarle è un’intera generazione, influenzata dal linguaggio della televisione, è inevitabile che con il tempo, con i decenni queste parole e queste espressioni diventeranno la norma , e proprio questo è successo con molte delle parole del cosiddetto “doppiaggese”.

Spero l’episodio vi sia piaciuto, andate su podcastitaliano.com per la trascrizione e date un’occhiata all’articolo di Wikipedia sul doppiaggese, è abbastanza divertente e interessante. Detto questo, vi auguro una buona giornata e alla prossima!

Versione senza traduzioni