Categoria: Usi colloquiali

13+ usi colloquiali! – Episodio Riassuntivo – Usi colloquiali #12 – VIDEO

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D. Ciao a tutti! Bentornati su podcast italiano. Io sono Davide.
E. Io sono Erika.
D. E oggi volevamo fare un video bellissimo fuori, tra le piante, tra gli alberi però purtroppo ogni tanto succede che..- in questo luogo dove non succede mai niente oggi ci sono dei lavori.

<Instragram story> Volevamo fare un video qua fuori però hanno deciso che.. non li vedete però la da qualche parte stanno facendo qualche lavoro. Niente video fuori </Instragram story>

Quindi per fare un video con te tutto il tempo di sottofondo (background, inteso come “suono”) abbiamo deciso di tornare dentro. Comunque siete abituati a questo sfondo (background, inteso come “immagine), quindi magari siete anche contenti di rivederlo. Oggi abbiamo per voi un episodio di usi colloquiali però un po’ speciale.. perché Erika, perché è speciale?

E. Perché è un maxi dialogo riassuntivo di tutti gli usi colloquiali di cui abbiamo parlato fino ad ora.

D. Per chi non conosce podcast italiano, è un podcast, anche un canale YouTube, quindi ci sono sia video che episodi solamente in formato audio che potete ascoltare su iTunes e potete leggere leggerne la trascrizione anche sul sito. Inoltre c’è anche una nuova sezione – relativamente nuova – chiamata  “riflessioni senza trascrizioni“. È appena uscito tra l’altro un episodio con Erika in cui ci parla di Instagram, sentiamone un’anteprima (preview). Dunque se vi interessa potete anche utilizzare quello come esercizio solamente di ascolto, poi ogni tanto spieghiamo le parole più difficili.
Oggi invece vogliamo fare un episodio riassuntivo (che riassume = sums up) di tutte queste cose che abbiamo detto. Su questo canale troverete alcuni episodi di usi colloquiali, altri li troverete sul sito o su iTunes. Finora abbiamo parlato di:

Probabilmente non vi ricorderete tutto, dunque vi consiglio di rinfrescarvi la memoria (refresh your memory) riascoltando gli episodi o semplicemente rileggendone la trascrizione. Ora faremo un maxi-dialogo in cui utilizzeremo tutti questi usi. Siete pronti?


E.  Ciao Davide! Come va?

D. Ciao Erika! Tutto bene. Scusa se sabato non sono venuto alla tua festa (party), ero al mare. Mi è dispiaciuto non venire.

E. No, figurati, non ti preoccupare. Hai presente Jean? Il mio amico francese. Mi ha scritto per farmi gli auguri (di compleanno – “wished me a happy birthday).

D Sì, certo! Certo che me lo ricordo. Figurati se non me lo ricordo (How can I not remember him?!), siamo anche andati in vacanza insieme la scorsa estate.

E Ah già, scusa, non mi ricordavo. Vabbè, comunque viene a studiare in Erasmus in Italia il prossimo anno!

D No, vabbè! Che figo! Ma come va lui con l’italiano? Perché mi sembrava che non lo sapesse molto bene un anno fa.

E Mah, insomma..  parlarlo lo parlava già abbastanza bene secondo me, però aveva un accento fortissimo. Aveva fatto un corso di due settimane a Firenze.

D Capirai, due settimane sono pochissime.

E Comunque in realtà ora è migliorato un sacco. Mi fa che ha trovato un podcast stra-utile per imparare l’italiano.

D Ah sì? Ma mi sa che lo conosco, sai? Ti ricordi mica come si chiama?

E Mi sembra sia Podcastitaliano.it. No scusa, .com.

D Ah sì, allora ho presente.  Me ne hanno parlato i miei (genitori).

E. I tuoi?

D. Sì, sai che i miei insegnano l’italiano agli stranieri, no?

E. Ah già, è vero. Comunque Jean era tutto esaltato (he was so excited) quando mi ha scritto di questo Podcast. Però tanto secondo me smetterà di usarlo subito. Lo conosco, non è una persona costante (consistent).

D Vabbè ma ci sta, ha un sacco di impegni. L’università, il volontariato, lo sport..

E  Sì, infatti, infatti. Poi si è appena trovato la ragazza, ti pare che sta a pensare all’italiano? (do you really think he’s going to think about Italian)

D Vabbè dai, avrà tempo di impararlo qua in Italia. Tanto sapendo il francese non dovrebbe essere difficile.

E Ma infatti lo imparerà velocemente. Vabbè che l’italiano ha qualche difficoltà (I mean, it’s true that Italian has certain difficulties..) che il francese non ha, però lui è bravo con le lingue.

D. Vabbè, comunque quanto tempo sta?

E. Ma tipo 6 mesi, mi pare.

D. Ah, mica male. Bello, bello. Ma viene a Torino a studiare?

E Eh, magari! Sarebbe stato bello..

D Ma non avrai mica una cotta per lui (crush on him)?

E Ma figurati! Poi ti ho appena detto che si è trovato la ragazza.

D E vabbè dai, magari si lasciano (they break up) prima del prossimo anno. Poi secondo me anche tu gli piaci.

E Ma va, ma ti pare?

D Secondo me è abbastanza chiaro che gli piaci.

E. Vabbè, comunque ora ha la ragazza, quindi anche se fosse..

D. Fidati che gli piaci. Mi ricordo che quando era qua in Italia parlava sempre con te.

E. Vabbè, se lo dici tu.. a me non sembrava. Comunque a me lui non piace.

D. Secondo me sì invece.

E. Ma scusa, saprò se mi piace o no? Non insistere.

D. Scusa, stavo scherzando. Non ti arrabbiare. Vabbè, comunque che fai nel weekend?

E. Mah, niente di speciale. Sabato mi lancio col paracadute (I’ll go skydiving).

D. Seee, vabbè! Poi?

E. Ti giuro! Mi lancio col paracadute!

D. Ma stai scherzando?

E. No no, vado davvero. Vengono anche Elena e Giovanni. Se vuoi sei ancora in tempo per unirti.

D. Ma ti pare? Sai che soffro di vertigini (I’m afraid of heights), no?

E. Vabbè dai, un saltino..

D. Ma sei pazza? ho paura a guardare dalla finestra del primo piano di casa mia, figurati buttarmi da 10.000 metri.

E. Ma figurati, ma che 10.000 metri. Saranno 4.000 o qualcosa del genere.

D. Ah, allora vengo. Se sono solo 4.000 metri vengo.

E. Dai ma vieni! Magari una volta che hai saltato ti passano le vertigini (your fear of heights will go away).

D. Tanto non mi convinci, lascia stare. Non accetterò mai di saltare di aereo.

E. Vabbè, comunque io sono stra-contenta (super-happy) di andare.

D. Ma non hai paura?

E. Ma, insomma.. un pochino. Comunque la mia amica ci è andata tempo fa e le è piaciuto un casino.

D. Scommetto che è Alessandra.

E. Proprio lei.

D. Figurati.. Alessandra fa di tutto, bungee-jumping, surf, arrampicata, parapendio.. figurati se non aveva già fatto anche paracadutismo.

E. Sì vabbè, non esagerare. Mica ha fatto parapendio.. forse voleva, ma non l’ha ancora fatto.

D. No? Scusa, ma.. non era andata? Mi sembrava di aver visto delle foto su Facebook.

E. Boh, non mi sembra. Vabè, comunque ne ha già provati un po’ di sport estremi effettivamente. Allora tu non vuoi proprio venire?

D. No, direi che questa volta passo. Comunque grazie lo stesso per l’invito.

E. Figurati. Vabbè ora dovrei andare. Ti serve un passaggio? (do you need a ride)

D. No, figurati, vado a piedi. Mi faccio una passeggiata. Tanto abito a 10 minuti da qua. Vai tranquilla.

E. Va bene. Ah, scusa, ancora una cosa, sai mica se c’è un benzinaio (gas station) qua vicino?

D. Sì, ce n’è uno in Corso Torino. Saranno 5 minuti in macchina da qua.

E. Ah, perfetto! Grazie mille. Allora ci vediamo, ciao!

D. Ci vediamo, ciao!


D.  Come sempre le nostra scuse per le nostre doti attoriali (acting skills), però l’importante è che vi sia servito e che abbiate potuto sentire in azione, in contesto tutti questi usi. Ci sono degli usi in realtà di cui non abbiamo parlato, dei colloquialismi – qua abbiamo tutte queste carte, questa burocrazia tipica italiana – per esempio abbiamo detto “tutto esaltato”. Allora “esaltato” vuol dire – un po’ come “excited” in inglese, almeno nel linguaggio colloquiale, colloquiale anche slang, direi, perché “esaltato” ha il significato letterale di “fanatico” – non per forza ma può essere per esempio un esaltato – tipo parlare per esempio di religiosi esaltati (religious fanatics – fanatici religiosi), oppure non so un esaltato, come un pazzo, una persona troppo infervorata (zealous, carried away), si può anche dire.  Invece “tutto”, cosa vuol dire questo “tutto esaltato”?

E. Io direi semplicemente “molto”, “molto esaltato”, “esaltatissimo”, ecco.. Però usare questo “tutto” è più colloquiale, secondo me.

D. Sì. Poi abbiamo “tipo”, “tipo” meriterebbe un episodio; in questo caso “tipo 6 mesi” significa “circa 6 mesi”. Abbiamo detto poi anche “un casino”, “le è piaciuto un casino”

E. Anche in questo caso, “un casino” come anche “un sacco”, che abbiamo detto anche nel dialogo, significa semplicemente “moltissimo”. Un casino è molto colloquiale, nel senso che tende verso il volgare, perché..

D. Leggermente.

E. Sì, perché “casino” letteralmente significa “bordello”, “casa di appuntamenti”, “casa chiusa”, quindi..

D. Per intenderci, dove le prostitute, quando erano legali – ora non lo sono – offrivano i loro servizi.

E. Quindi sì per questo motivo diciamo che non è volgare, però non lo userei in un contesto formale o semi-formale.

D. Hmm Hmm. Si può anche dire “un botto”; questo non lo abbiamo messo nel dialogo perché non siamo sicuri se sia più della nostra regione di Torino, o sia un uso italiano, “un botto”.  Per esempio a Roma si dice “una cifra”, qua invece non molto. Potete anche dire “un botto” se volete, però forse sembrate torinesi.

D. E poi abbiamo usato anche due volte il… il, la parola “stra”, come “strautile”, “ho trovato un podcast, ha trovato un podcast strautile” e poi da qualche altra parte abbiamo usato “stra…”

E. “stracontenta”

D. “stracontenta”. “Stra” vuol dire “super”, tipo “super”, tipo “super”..

E. Sì è un prefisso, diciamo, che si mette prima dell’aggettivo.

D. Sì, normalmente si direbbe “molto”, se vogliamo essere più colloquiali diremmo “stra”: “strabello”, “stracontento”, “strafigo”, anche. “Figo” è un’altra parola un po’ come “casino”, un po’ leggermente volgare, però..

E. Usatissima, direi.

D. Sempre più usata, sempre più sdoganata (=accettata dalla società), cioè nel senso di, che è diventato normale usarla. Sta perdendo questa sua originaria aura di volgarità, per dire così.

E. C’era “figo” nel…

D. Sì, effettivamente abbiamo anche usato “figo”, quindi non mi ero accorto; abbiamo usato “No vabbè che figo!” Bene, sapete anche che cosa vuol dire “figo”

 

 

 

Credo sia tutto, abbiamo anche discusso di questi altri usi, magari anche di qualcuno di questi parleremo in futuri episodi. Penso che gli usi colloquiali non finiscano mai, siano un argomento molto ricco. Quindi se avete qualche dubbio, riascoltate o riguardate gli episodi in cui abbiamo parlato di questi usi e risentite anche questo, ovviamente.

Seguiteci su podcast_italiano dove mettiamo tantissime..

E. Tantissime…

D. Tantissime…

E. Tantissime…

D. Diciamo, ogni tanto mettiamo foto. E.. dove altro (NOTA BENE: dove altro non è italiano. Davide ascolta molto spesso l’inglese e spesso usa dei calchi dall’inglese quando parla italiano. Correttamente diremmo “in quali altri posti/luoghi//”) potete seguirci?

E. Su Facebook

D. Sì Facebook. Diciamo che non c’è molto, obiettivamente, poi non mi piace molto facebook. In ogni caso seguiteci anche su facebook se volete, podcast_italiano

E. Youtube.

D. Ovviamente anche qua, mettete tutti i “like” del mondo e tutte le iscrizioni e le campane del mondo. E.. basta. Questo è tutto per oggi. Io sono Davide.

E. Io sempre Erika

D. E ci vediamo nel prossimo video.

E. Ciao!

D. Ciao ciao!

 

Come usare ‘vabbè’ in italiano? Usi colloquiali #10 – VIDEO


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano!

Oggi io ed Erika siamo di nuovo qui per un nuovo episodio di ‘usi colloquiali‘ e oggi parlemo di un uso colloquiale molto comune in italiano, forse il re degli usi colloquiali, che è la parola ‘vabbè’. Ci siamo resi conto che lo usiamo davvero tantissimo, dunque può essere utile darvi un’idea di come si usa.

Penso che tutti sappiate che cosa vuol dire in italiano la parola  ‘va bene’. Avrete però forse sentito anche un’altra parola, cioè ‘vabbè’. ‘Vabbè’’ deriva dalla fusione di ‘va’ e ‘bene’. Togliamo ‘ne’ da ‘bene’ e raddoppiamo (we double) la b, come succede in tante altre parole italiane (pensate per esempio a ‘sebbene’, ‘se’ + ‘bene’, ‘nemmeno’, ‘ne’ + ‘meno’, ‘oppure’, ‘o’ + ‘pure’ e tantissime altre). Si può anche sentire ‘vabè’, con una sola b. In generale i raddoppiamenti delle consonanti sono più comuni al sud che al nord, ma in alcuni casi (come ‘vabbè’) sono diffusissimi anche al nord. A rigor di logica (logically speaking) si potrebbe dunque pensare che ‘vabbè’ sia un sinonimo di ‘va bene’. Come però spesso succede, le lingue cambiano in maniera imprevedibile (unpredictable). ‘Vabbè’, infatti, quasi sempre non vuol dire ‘va bene’. Sì, infatti alcuni stranieri lo usano in questo modo:

– Andiamo al ristorante cinese stasera?
– Vabbè.

Però c’è qualcosa di strano. Infatti ‘vabbè’ da solo non equivale a ‘va bene’. Come regola fondamentale, la regola aurea diciamo, ricordatevi che non potete usare ‘vabbè’ da solo con il significato di ‘sì’, ‘ok’, ‘d’accordo’,  ‘va bene’. Non potete usarlo da solo. In alcuni casi può avere questo significato ma c’è sempre qualcos’altro.

Infatti, nella frase appena vista ‘vabbè’ esprime un senso di

1. disappunto o non totale convinzione.

Vediamo altri esempi in cui ‘vabbè’ esprime questo senso di non totale convinzione.

– Scusa, stasera non penso di esserci alla tua festa.
– Vabbè… ci vediamo domani all’università allora.

Ti va (do you want to / feel like) di vedere ‘La Corazzata Potiomkin’ stasera?
– Vabbè, se non c’è niente di meglio da fare…

– Fidati che oggi pomeriggio non piove, con questo sole!
– Io ho visto il meteo e dice che piove, però vabè, se lo dici tu…

Questo era il primo, ma ci sono molti altri modi in cui si può usare ‘vabbè’. Io ed Erika abbiamo provato a dividerli in macro-categorie, però molto spesso ci sono zone grigie e dunque un uso può essere sia di un tipo che di un altro. Fate attenzione all’intonazione: gli usi colloquiali in generale cambiano di significato (they change in meaning) in base all’intonazione che date e ‘vabbè’ è un esempio perfetto di questo. Anche i gesti possono accompagnare questa intonazione e questi usi colloquiali e noi italiani siamo famosi per questo in tutto il mondo.

Ma vediamo altri usi di ‘vabbè’:


2. Sì, vabbe! – ‘addirittura’, ‘ma che dici’, ‘non esagerare’.

In questo secondo caso (2) ‘vabbè’ equivale a dire ‘addirittura’, ‘ma che dici’, ‘non esagerare’. E l’intonazione è ‘Sì, vabbè!’, questa intonazione molto particolare.

Per esempio:

– Da piccola sono caduta dal decimo piano di un palazzo e non mi sono fatta niente.
– Sì, vabbè (addirittura)! Ma che stai dicendo?!
– Davvero!

– Simona mi ha chiesto il numero ieri!
– Sì, vabbè, ma chi ti crede! (=come on / shut up!)
– Ti giuro!

È tutta colpa mia (this is all my fault), sapevo che sarebbe finita così.
– Vabè adesso non esagerare! (take it easy) Non è successo niente di grave.


3. Non importa

Vabbè può anche significare qualcosa come ‘non importa’.

Facciamo alcuni esempi.

– Ti va di vedere 50 sfumature di grigio stasera?
– Non so..
– Vabbè, non importa, se non ti va possiamo anche guardare qualcos’altro.
– No, vabbè, se ci tieni (you really want to do it / if it means a lot to you) possiamo guardarlo.

– Ti va di venire domani a fare shopping con me?
– Scusa, ma non mi va (vedi sopra “ti va”) molto, poi ho un sacco di cose da fare domani..
– Vabè, non importa, non ti preoccupare.

– Ti piace questo ristorante? Entriamo?
– Sembra bello, però guarda che prezzi! (look at the prices!)
– E vabbè dai, per una volta possiamo anche spendere un po’ di più e non mangiare sempre kebab all’angolo.


4. Vabbè che ‘minimizza’ – (‘in realtà’, ‘comunque’, ‘tutto sommato’)

Questo forse è un po’ difficile. ‘Vabbè’ che può anche essere ‘vabbè, dai’ oppure ‘vabbè, adesso…’ e qualcos’altro. Noi l’abbiamo definito in questo modo, innanzitutto abbiamo trovato che è simile a ‘in realtà’ o ‘comunque’, o ‘tutto sommato’, ma è difficile trovare una sola traduzione. In generale lo usiamo per minimizzare qualcosa detto in precedenza.

– Ieri sono andato al concerto dei Depeche Mode, è stato stra-bello.
– Ma non sapevo fossi un loro fan!
– Vabbè adesso non è che sono un fan, però conoscevo alcune canzoni.

– Ehm… ho fatto un piccolo incidente (minor accident) con la tua macchina…
– Ecco, sapevo che non dovevo prestartela! (I knew I shouldn’t give it / lend it to you)
– Vabbè dai, mica te l’ho distrutta… ho fatto solo un graffietto! (little scratch)

– Ti è piaciuto il film?
– Mah, non molto.
– A me proprio per niente.
– No vabbè dai, a me non è piaciuto ma non l’ho trovato pessimo.

– Credo di aver bruciato la torta, forse non sarà molto buona…
– Vabbè dai non è così male!

– La mia ragazza è insopportabile (unbearable), la odio!
– Ma come, state insieme (you’ve been together) da due mesi!
– No vabbè, non è che la odio, però a volte mi fa davvero arrabbiare

– Mi ha un po’ offeso quella battuta che hai fatto ieri sera…
– Vabbè, ma scherzavo! Non te la prendere…

È importante anche la pacca (pat), è molto italiana. Odiosa (annoying). Non fatela, scherzavo, è davvero fastidiosa.


5 – ‘No, vabbè!’ – euforia

Vediamo ora il quinto caso in cui ‘vabbè!’ viene usato in particolare dai giovani per esprimere un particolare stato di euforia.

– No, vabbè non puoi capire cosa mi è successo ieri.
– Cosa è successo?
– Ho preso 30 e lode all’esame!

– No, vabbè, questo film che ho visto è bellissimo!

– No, vabbè, questo tiramisù è la fine del mondo, vuoi provarlo?


Casi in cui ‘vabbè’ equivale a ‘va bene’ –

Ci sono dei casi in cui ‘vabbè’ effettivamente potrebbe essere sostituito da ‘va bene’. Però ricordatevi, come abbiamo detto all’inizio, la regola fondamentale, ovvero che non può essere da solo. Non può essere una risposta da sola ‘vabbè’. Deve sempre esserci qualcos’altro.

6. Vabè = va bene – conclude il discorso

Per esempio quando usiamo ‘vabbè’ tipo ‘va bene’ con questo senso di chiusura (ending) del discorso. Vogliamo un po’ concludere il discorso, magari abbiamo fretta o abbiamo altre cose da fare.

Davide, giovedì sera andiamo allo stadio?

– Non so, forse ho un impegno (appointment or something to do). Però se posso vengo, sì
– Vabbè ok, fammi sapere.
– Però posso dirtelo al più presto mercoledì.
– Vabbè dai, ci sentiamo mercoledì.

– Vabbè dai, basta guardare Podcast Italiano. È ora di studiare.

-Vabbè dai, basta parlare di me. Tu come stai?


7. Sì, vabbè, però/ma. = sì, va bene, però/ma

ridirige il discorso (redirects the conversation) su un elemento che ci sembra più importante, che ci interessa di più

Ha girato come un pazzo (He went around like a crazy man) consegnando curriculum per mesi, ha fatto colloqui (job interviews) via Skype, ha chiesto a tutti quelli che conosce, insomma si è fatto in quattro (idiomatico – ha lavorato duramente) per trovare questo lavoro.
– Sì, vabbè, però poi l’hanno assunto (hire) da qualche parte?

– Ho comprato al supermercato una set Lego della Morte Nera da 4.000 pezzi e poi ho trovato anche una pistola ad acqua, sai, quelle che si usavano una volta, bellissima!
– Sì vabbè, ma il pane l’hai comprato come ti avevo chiesto?

8. Vabbè (che) = va bene che –  è anche vero che, capisco che..

E l’ultimo che abbiamo individuato è ‘vabbè che’ (anche questo quindi ‘va bene che’) con il significato di ‘è anche vero che’, ‘capisco che’. Adesso capirete di cosa stiamo parlando.

– Luca ed Elena si sono lasciati, hai sentito?
– Sì, ho visto! Che roba, (=che sorpesa!) stavano insieme da 10 anni!
– Eh sì. Vabbè che si vedeva che negli ultimi tempi non andavano molto d’accordo..

– Vabbè che piove, però potresti anche non stare a letto fino a mezzogiorno, dai.

E ora è arrivato il momento del maxi-dialogo conclusivo. Questo volta sarà davvero difficile, perché ci sono 8 casi. Però non importa, siamo qui per fare il lavoro sporco.

E: Davide, oggi pomeriggio andiamo al mare?
D: Non so, il meteo dice che piove..
E: Sì, vabbè! (2 – ‘ma che dici’) Ma non c’è una nuvola! Sicuramente ci sarà il sole.
D: Vabè, se lo dici tu.. (1 – non convinzione)
E: Vabè (3 – non importa), se non ti va non dobbiamo andarci per forza. (necessarily)
D: No vabè (4 – ‘minimizza’ la frase precedente), non è che non mi va, solo non voglio prendermi la pioggia.
E: No vabbè! (5 – ‘euforia’) Mi ha scritto Luigi che viene anche lui in spiaggia! Non possiamo non andare!
D: Sì, vabbè, (7 – ridirige il discorso) ma come andiamo però in spiaggia senza la macchina? È lontana..
E: Vabbè (4 – ‘minimizza’ la frase precedente), dai, 20 minuti a piedi. Vabbè che sei pigro, (lazy) ma puoi farlo sto sforzo! (you can at least make this effort) (8 – ‘capisco che’)
D: Vabbè.. (1 – non convinzione)
E: Vabè, allora tra mezzoretta usciamo? (6 – conclude il discorso)
D: Sì, dai, va bene. (il vero ‘va bene’)

Questo era tutto, come abbiamo già detto non preoccupatevi, non è importa memorizzare tutti questi tipi. È solo un modo che abbiamo trovato per categorizzarli, perché abbiamo iniziato a pensare.. “ah ma c’è anche questo uso, c’è quest’altro uso..”. Abbiamo scoperto che ‘vabbè’ è una parola molto produttiva in italiano. Però l’importante è che voi vi abituiate, quando scrivete con qualche italiano vi accorgiate di tutti questi modi o di alcuni di questi modi.
Detto questo vi ricordo che sul sito podcastitaliano.com c’è l’intera trascrizione di tutto quello che abbiamo detto, vi ricordo che abbiamo una pagina Instagram (podcast_italiano) e vi chiederei gentilmente, come sempre, se potete lasciare recensioni di questo podcast su iTunes, perché questo aiuta le altre persone a trovarci. Non abbiamo altro da darvi, dunque da Davide ed Erika questo è tutto.
Ciao, alla prossima!

 

 

 

 

Il tempo presente usato al posto del futuro – Usi colloquiali #9 – VIDEO


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Ciao a tutti, benvenuti su Podcast Italiano, anche oggi sono in compagnia di (joined by) Erika. Oggi parleremo del presente utilizzato al posto del futuro, un fenomeno che succede molto spesso nella lingua colloquiale. Ma partiamo innanzitutto definendo questi due tempi verbali (verb tenses). Che cos’è il presente? Il presente è un tempo che si utilizza per descrivere un’azione che avviene (happens) nel momento in cui si parla.

Il futuro invece si utilizza per esprimere un’azione che avverrà in un momento successivo a quello in cui si parla.

Queste cose penso che tutti le sappiate, se state capendo quello che diciamo, perché sono cose molto di base (basic). Forse sapete (però forse no) che il presente viene utilizzato molto spesso al posto del futuro. Quindi il tempo presente viene utilizzato per indicare azioni che avverranno nel futuro. Queste avviene, come abbiamo detto, soprattutto nella lingua parlata. E avviene davvero spesso, così spesso che non si può considerare nemmeno un errore. Questo utilizzo viene chiamato “presente pro futuro”. Quando si utilizza il presente in questo modo di solito si accompagna a (is accompanied by) espressioni o avverbi di tempo che diano il senso (convey the meaning of) di azione futura.

Facciamo alcuni esempi molto comuni, molto semplici:

Domani vado al mare
Giovedì ho il dentista (=ho un appuntamento con il dentista)
Ad agosto cambio casa
Quest’estate mi sposo
Tra tre mesi mi laureo (I’m graduating)

In tutti questi esempi possiamo sicuramente usare il futuro.
Domani andrò al mare
Giovedì chiamerò il dentista, ecc.

Se conoscete l’inglese (immagino che molti di voi, o quasi tutti, l’abbiano studiato), questo uso è molto simile al present continuous inglese quando viene utilizzato per azioni future, pianificate (planned) Quindi, per esempio, “This summer I’m getting married” (“mi sposo quest’estate”), “I’m moving next august” (“il prossimo agosto mi trasferisco”). Si usa il presente ma si intende un’azione futura.

Il presente pro futuro viene utilizzato quando si parla di azioni pianificate o che comunque si è certi che avverranno nel futuro.

Quindi NON possiamo dire per esempio:

“nel 2030 usiamo solo auto elettriche” – questa è un’ipotesi, non è una certezza né tantomeno (neither is it) un’azione pianificata. Dunque possiamo solo dire:
“nel 2030 useremo solo auto elettriche”

In alcuni casi si deve usare solo il futuro

Ci sono dei casi specifici però in cui il futuro non può essere sostituito (replaced by) dal presente:

1. Per azioni che nel futuro avranno una durata o una ripetizione, spesso per fare promesse e con gli avverbi sempre e mai:

– ti amerò per sempre
– ci sarà sempre posto per te
– non cambierà mai
– continueremo a vederci
– farà qualsiasi cosa per aiutarti

Il presente può naturalmente essere usato con gli avverbi “sempre” e “mai”, però ha un significato diverso. Quindi ad esempio:
“Non mi ascolta mai” che vuol dire: “tutte le volte che gli ho parlato non mi ha mai ascoltato, nel passato, e probabilmente continuerà a (non) farlo

Se invece dico:
“Non mi ascolterà mai” = suppongo che non vorrà mai ascoltarmi

2. Penso/non penso:

Un altro caso in cui bisogna necessariamente utilizzare il presente è quando utilizziamo il verbo “penso”, “non penso” oppure “penso che non”.
– penso usciremo verso le 5

– penso che non verrà alla festa

– penso arriveremo in ritardo

– non penso avremo tempo di fermarci (drop by) da Luca

3. Supposizioni

E infine quando il futuro ha funzione di fare delle supposizioni:

– Avrà 90 anni contati male (roughly – lit. “badly counted) – vuol dire penso che abbia, immagino che abbia 90 anni. Una supposizione.
– non sarà neanche italiano
– avremo sì e no (also roughly or barely) 50 euro in totale

Questo è un uso molto molto comune, che tra l’altro esiste anche in altre lingue come lo spagnolo. Ditemi anche se nella vostra lingua esiste questo uso. Molti (stranieri) non lo conoscono, ma è molto molto utilizzato nella lingua colloquiale.

Erika – Quindi quale tempo è meglio usare?
Davide – Ottima domanda, grazie per avermela posta! (Thanks for asking) Diciamo che il futuro è il registro standard e va sempre bene. Ma se volete “suonare più colloquiali” nel modo in cui parlate è assolutamente accettabile, anzi posso consigliarvi di usare il presente, perché noi italiani facciamo così.  Questo non vuol dire sembrare un po’ “da strada” (slangy) è assolutamente normale. Inoltre tenete conto (consider that) che questo uso è sempre più comune nella lingua, quindi vale la pena (it’s worth) utilizzarlo. Perché non utilizzarlo? Se usate il futuro quindi sicuramente non sbagliate ma se usate il presente riuscirete ad ottenere un registro più colloquiale, ma ricordatevi di usarlo per azioni pianificate o comunque che siete certi avverranno.

E ora come ormai da tradizione passiamo al nostro dialogo finale in cui utilizzeremo vari tipi di futuro e presente con funzione di futuro.

E. Ciao Davide, hai saputo la novità? A giugno Luigi e Rebecca si sposano
D. Sì, ho sentito. Beh, era ora. Staranno insieme da quindici anni.
E. Io comunque non penso andrò al matrimonio. D’estate non sono mai in Italia.
D. Ah, no? Rebecca sarà molto triste, immagino. Ma dove vai?
E. Vado in Finlandia. Starò lì due mesi a casa del mio ragazzo. Tu andrai al matrimonio, invece?
D. Farò di tutto per andarci (I’ll try my best to be there), anche se quella domenica in teoria lavoro.
E. Beh, allora se vai poi mi racconterai tutto!

Questo è tutto per oggi, vi ricordo di lasciare una recensione su iTunes, perché questo sarebbe molto importante per me. Iscrivetevi al canale di YouTube. Cercherò e cercheremo io ed Erika di fare più video, oltre ai podcast in formato audio. Non ho nient’altro da dirvi, grazie per l’ascolto e per la visione, ci rivedremo nel prossimo episodio.

Ciao!

 

 

 

Mi sa che, magari!, ci sta – Usi colloquiali #8

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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. In questo episodio di “usi colloquiali” parleremo di alcune espressioni colloquiali che sono “mi sa che”, “magari!” e “ci sta”.

Mi sa che..

Iniziamo da “mi sa che”, che come tutte le espressioni che vi propongo è molto usata nel linguaggio colloquiale e in questo caso è molto semplice. “Mi sa che” significa “credo che”. Facciamo subito alcuni esempi:

“Mi sa che Marco è andato a correre perché non è a casa”.
“Mi sa che non verrò stasera al cinema, ho troppe cose da fare”
“Mi sa che dovremo rinunciare alla nostra gita (give up on our trip, excursion), domani pioverà tutto il giorno”

“Mi sa che” quindi significa “credo che”, “penso che”, “probabilmente..”, ecc. Si usa davvero moltissimo ma per qualche motivo è una di quelle espressioni che gli stranieri non usano. Dato che è un’espressione molto comune potete usarla per sembrare più ‘italiani’ nel vostro modo di parlare.
“Mi sa che” si usa sempre alla prima persona e sempre al grado affermativo. Dunque NON possiamo dire “NON mi sa che”. Diciamo infatti “mi sa che” e dopo “non”, come nel secondo esempio che ho fatto: “Mi sa che non verrò al cinema”. Inoltre, il verbo che segue è all’indicativo. Può sembrare strano perché “mi sa che” esprime indeterminatezza (conveys uncertainty) e potremmo aspettarci al congiuntivo, però non è così.
Possiamo anche dire “Mi sa di sì“, che è come “credo/penso di sì” oppure “Mi sa di no”.
Inoltre, “Mi sa che” si usa solo alla prima persona. Non possiamo dire “Ti sa che”, “Ci sa che”, ecc. Solo “mi sa che”.

Magari!

Un’altra parola colloquiale molto comune – e fate attenzione all’intonazione – è “magari!”. L’intonazione è molto importante. Penso conosciate il significato principale di “magari”, che è simile a “forse”, “è probabile che”, “è possibile che”. “Magari domani andrò al cinema”, questo tipo di magari. Però oggi vi voglio parlare però di un uso molto particolare di “magari”, un uso sarcastico, per così dire. Come sempre preferisco partire da un esempio prima di spiegarvelo.

“Davide, me lo sento (I have a feeling), questa volta vincerai la lotteria e guadagnerai un sacco di soldi”
“Ma magari! Gioco sempre e non vinco mai..”

“Dicono che il concerto non si farà (won’t take place) se non smette di piovere entro mezz’ora. Speriamo che smetta”
“Se, magari! Il cielo è tutto grigio! Pioverà tutto il giorno!”

“Ti ho sentito cantare e sei davvero bravissimo. Dovresti andare a un talent (show), diventeresti famosissimo!”
“Magari!”

A proposito, talent è la versione accorciata di “talent show”. È un fenomeno comune in italiano, questo “accorciamento(shortening), e se volete scoprire come mai succede ascoltate l’episodio sugli anglicismi. 

Dunque, a parte questa “self-promotion”, torniamo a ‘magari’. Che cosa vorrà mai dire ‘magari’? ‘Magari’ è una contrazione di ‘magari fosse così’, ‘magari succedesse quello che dici tu’. In altre parole, speriamo che vada così, in una certa maniera, ma non nutriamo molte speranze (we don’t have high hopes). Non ci crediamo molto. Siamo un po’ pessimisti, magari. Oppure semplicemente non sappiamo. Ci sono diverse varianti: “Ma magari!”, “See, magari!”, “E magari!”. Ognuna ha una sfumatura (nuance) leggermente diversa. Vi consiglio di ascoltare come gli italiani usano queste espressioni per coglierle (catch/grasp/get them = capirle). Tra l’altro ripetendo la parola ‘magari’ così tante volte ha smesso di sembrarmi una parola reale (stopped sounding like a real word), succede anche a voi? ‘Magari’, sembra una parola finta, falsa.

Ci sta

Passiamo all’ultima espressione: “ci sta”. Questa è abbastanza colloquiale e probabilmente usata soprattutto dalle generazioni più giovani, ma è talmente comune che mi sembra giusto definirla un “uso colloquiale” e non etichettarla (label it) come “slang”. facciamo alcuni esempi:

“Potremmo mangiarci una pizza stasera, che ne dici? (what do you say?)
“Sì, ci sta!”

“Secondo voi ci sta fare un kg di pasta per 8 persone? O è troppo?”
“No no, ci sta un kg. Meglio troppa che troppo poca. “

“Io alla prima domanda dell’esame ho scritto tipo 10 righe. Secondo te basta?”
“Sì, io ne ho scritte un po’ di più ma direi che 10 ci stanno”.

Come avrete capito ‘ci sta’ significa ‘va bene’, ‘può andar bene’, ‘è sufficiente’, ‘basta. ‘Ci può stare’ è simile ma aggiunge un grado di maggiore incertezza. Attenzione, però, perché esiste un secondo significato di ‘starci’, ovvero ‘essere d’accordo a fare qualcosa’, ‘ci sto’.

“Ti va di venire in montagna con noi?”
“Sì, ci sto.”
Non è molto bello ma in linea puramente teorica (theoretically) potremmo dire “Sì, ci sta! Ci sto, domani vengo con voi”

Al contrario “Non ci sto” vuol dire “non sono d’accordo”, “non lo accetto”. È simile anche a “Non mi sta bene”, che vuol dire “Non mi va bene che le cose siano/stiano così”. A proposito di “non ci sto”, c’è un video famoso di un ex-presidente della repubblica

“A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere (I feel the need not) di non starci”

Che significa “Non accetto questo gioco al massacro”, che per aprire una brevissima parentesi storica, si riferisce alle accuse anche nei suoi confronti durante l’inchieste (investigation)mani pulite“, famosa inchiesta contro la corruzione in Italia all’inizio degli anni ’90. Lui non ci stava, non era d’accordo.

Concludiamo con il super-dialogo riassuntivo classico in cui uso tutte queste parole ed espressioni.

“Ciao Fabio, allora domani tu e Stefania andate in montagna?”
“No, mi sa di no. Mi sa che domani il tempo non sarà buono. Tu invece che fai?”
“Io credo andrò alla mostra d’arte (art exhibit) che hanno aperto da poco. Magari trovo un quadro fatto da te.. non dipingi (paint) quadri?”
“Eh, magari! No, non sono abbastanza famoso e bravo da dipingere quadri che finiscono in mostre d’arte. Comunque potremmo venire anche io e Stefania alla mostra se non andiamo in montagna e dopo potremmo unirci a voi (join you). E dopo potremmo andare a mangiarci una pizza”
“Certo, ci sta! Stavo anche pensando, la prossima settimana ti ricordi? Ti andrebbe di andare allo stadio?”
“Mmm, sì dai, perché no, ci sto. Ci può stare. Però mi sa che sarà una partita dura! Non so se vinceremo”
“Sì, sì, mi sa di sì. Sarà una partita dura, però ci sta andare alla stadio ogni tanto, io non vado molto spesso”
“Nemmeno io. Però vorrei andare alla finale di Champions League quest’anno. Verresti con me?”
See, magari! No, la finale di Champions League costa troppo. Poi bisogna prendere l’aereo e trovare un albergo.. no, mi sa che costerebbe un po’ troppo per me”
“Però almeno la prossima settimana vieni con me allo stadio! Ok?”
“Sì sì dai, la prossima settimana ci sta. Allora compriamo i biglietti.

Questo era tutto per oggi. Ho una piccola richiesta da farvi: se vi piacciono i miei podcast (che sono completamente gratuiti!) vi chiedo gentilmente di lasciare una recensione su iTunes. Questo aiuterebbe il podcast ad essere scoperto da altre persone. Dunque aiutate il caro vecchio Davide che fa questi podcast così belli (o almeno spero lo siano). Inoltre iscrivetevi sul canale YouTube. Grazie per l’ascolto e alla prossima!

Qual è la differenza tra “scusa” e “mi dispiace”? – Usi colloquiali #7


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano. Anche oggi in compagnia di Erika. Siamo qui per parlarvi di due espressioni molto comuni nella lingua italiana, che sono ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che possono causare alcuni problemi. Preparando questo episodio mi sono accorto che ci sono alcune sfumature che non sono così facili (da cogliere) probabilmente per uno straniero. Partiamo allora dalla differenza principale che esiste tra ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ e ‘scusa’, che può essere anche ‘scusi’ (forma di rispetto) o ‘mi scusi’, ‘scusatemi’. La differenza principale è che quando dico ‘mi dispiace’ semplicemente esprimo il mio dispiacere (I express my displeasure / sadness/ regret  /unhappiness/) per qualcosa che è successo, oppure esprimo compassione o empatia verso chi mi sta ascoltando, mentre quando dico scusa mi sto assumendo le responsabilità o la colpa di qualcosa che ho fatto io.

Mi dispiace/spiace

Facciamo allora degli esempi, che io ed Erika ci siamo scritti, di come si usano queste parole iniziando da ‘mi dispiace’.

– Erika Stamattina sono caduto e mi sono rotto il braccio
Mannaggia (damn!), mi dispiace!

-Mio fratello ha perso il portafoglio quando era in vacanza in Spagna e adesso deve rifare tutti i documenti.
– Cavolo, che sfortuna, mi spiace!

– Domani c’è la mia festa di compleanno, ti va di venire (do you want to come)?
– No, guarda, domani lavoro, mi dispiace.

In tutti questi casi non abbiamo colpe ma semplicemente proviamo dispiacere.

Scusa(mi)/(mi) scusi/scusate(mi)

Passiamo invece a ‘scusa’, facendo alcuni esempi:

– Scusami Erika, non volevo offenderti, farò più attenzione la prossima volta.

– Scusate per il ritardo, non ho sentito la sveglia.

– Mi sono comportata male con te, scusami.

– Scusi non volevo pestarle il piede (stepped on your foot).
Per esempio su un autobus può capitare di scusarsi, magari se spintoniamo (=spingere, to push) per sbaglio (non volontariamente, by mistake) un’altra persona.

Possiamo anche aggiungere ‘mi dispiace’ alle nostre scuse quindi dire sia ‘scusa’ sia ‘mi dispiace’ contemporaneamente per rafforzare le nostre scuse.

Quindi per esempio possiamo dire:

-Scusa, non volevo offenderti. Mi dispiace.

-Scusami mi sono comportata male con te, mi dispiace.

In alcuni casi quando non è chiaro di chi sia la colpa (it’s not clear who’s to blame), non è chiaro se io ho colpa oppure il mio comportamento dipende da circostanze esterne possiamo utilizzare sia ‘scusa’ che ‘mi dispiace’. In base a quale dei due scegliamo la nostra frase avrà una sfumatura leggermente diversa perché ‘scusa’ è un’assunzione (=ammissione) di colpe mentre ‘mi dispiace’ come abbiamo detto esprime il nostro dispiacere.

Quindi potremmo dire per esempio:

– Scusa se ti ho fatto aspettare c’era un sacco di traffico
ma anche
– Mi spiace per averti fatto aspettare, c’era un sacco di traffico

-Scusa, non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati (you broke up)
che è uguale a
-Mi spiace non sapevo che tu e Mary vi foste lasciati

-Scusa non ho proprio avuto tempo di farlo
-Mi spiace, non ho proprio avuto tempo di farlo

Infine ci sono alcuni casi particolari in cui dobbiamo sempre utilizzare la parola ‘scusa’, non si può utilizzare ‘mi dispiace’ in questi casi. Io ed Erika abbiamo individuato alcuni casi (magari ce ne sono altri  però credo che questi siano i principali):

Casi particolari con ‘scusa’

– Richiesta di informazioni

Il primo è quando chiediamo informazioni, per esempio per la strada ad un passante (passerby, pedestrian) possiamo chiedere:

– Scusi, sa dirmi che ora è?

– Scusa, sai dirmi come si arriva in centro?

In questo modo siamo più gentili.

Quando facciamo un errore nel discorso. Quando stiamo parlando potrei per esempio raccontare le mie vacanze dire:

– Lo scorso luglio sono andato in Messico, è stato una vacanza davvero bella. No, scusa, lo scorso giugno
-Erika, ma noi dovevamo andare a un concerto, è questa settimana? Quand’è?
-Sì, è venerdì.. no, scusa, sabato.

– Domanda indignata o retorica

Un altro caso è quando esprimiamo una domanda indignata (outraged, angry) oppure arrabbiata o anche retorica in alcuni casi come per esempio:

-Scusa, Erika ma perché ti comporti in questo modo? Scusa ma ti sembra un comportamento consono (=appropriato)?
-Scusa ma che stai dicendo, sei impazzito?

Sentite proprio la furia che emaniamo (the fury we emanate) con tutto il nostro corpo.  Non siamo attori, scusate.

– Quando siamo contrariati

Un altro caso è quando siamo contrariati (bothered, not happy). Potremmo definirlo il “sorry not sorry” della lingua italiana, perché non siamo davvero dispiaciuti. Non vogliamo chiedere scusa perché non ci sentiamo in colpa però per “attutire il colpo(soften the blow) e anche qui – come nel caso delle informazioni per cui diciamo “scusi, che ora è?” – vogliamo essere più gentili, quindi diciamo.:

-Scusa, ma se ti comporti così con me io ti devo lasciare.
Ovviamente  non sono (mi sento) in colpa.

-Scusa, ma mi hai molto ferita (you hurt me) con le tue parole.
Scusa tu! Sono io che devo chiedere scusa, non Erika. Però lei userebbe ‘scusa’ per essere meno diretta e meno aggressiva magari nel dirmelo.

– Quando siamo confusi

Infine usiamo scusa quando siamo confusi, non capiamo qualcosa, abbiamo un dubbio. Quindi Erika potrebbe dirmi:

– Ciao Davide, allora vieni alla mia festa stasera?
– Scusa, ma.. la tua festa non era domani?
– No è stasera..
– Oh *****

Vi ricordo anche che ‘una scusa’ -il sostantivo ‘scusa’ – è anche una giustificazione inventata (a made-up excuse) (come in inglese ‘excuse’), una giustificazione non credibile, poco veritiera (true, sincere) o magari qualcosa che diciamo per non dover fare qualcos’altro. Quindi posso ‘inventare una scusa(come up with an excuse), oppure posso dire:
-Stefano non è venuto ieri alla mia festa, si è inventato una scusa, ha detto che doveva lavorare.

-Dai, dimmi la verità, non ti inventare sempre scuse!

– Stasera dovrei uscire con i miei amici, ma non ho voglia. Però ho una scusa perfetta, ovvero che la mia macchina si è rotta, quindi non devo andare.

Però non dite scuse, perché non sono belle da dire.

Ricapitolando (to sum up), quando diciamo ‘mi dispiace’ o ‘mi spiace’ stiamo esprimendo il nostro dispiacere, oppure la nostra empatia o compassione per qualcosa che è successo ma che non dipende da noi, non abbiamo colpe; mentre se diciamo scusa (in tutte le sue possibili variazioni) stiamo invece dicendo che abbiamo colpa, che ci sentiamo in colpa e ci stiamo scusando perché vogliamo essere perdonati dall’altra persona.
Sono Davide del futuro, mi sono dimenticato di ripetere nel video che possiamo anche scegliere tra scusa e mi spiace nei casi in cui non siamo sicuri di avere colpa, quando non è chiaro. Infine ci sono dei casi particolari in cui si deve utilizzare solamente ‘scusa’.
Per concludere vi presentiamo il nostro solito dialogo poco realistico e abbastanza assurdo, ma penso che aiuti risentire tutti questi esempi e casi di cui vi abbiamo appena parlato.
E: Scusa Davide, sai dov’è la fermata del 56?
D: Scusa, ma perché devi prendere il 56?
E: Ma scusa, saranno anche affari miei (that’s my business)?
D: Scusami, non volevo essere invadente (intrusive, invasive), non ti arrabbiare!
E: No scusami tu, ti ho risposto male (snapped at you), mi dispiace. È che sono un po’ nervosa perché vado a un colloquio di lavoro.
D. Ma figurati, non ti preoccupare.
E. Comunque allora non sai dove passa il 56?
D. No, non lo so, mi dispiace, non conosco bene la zona.
E: Ma scusa… non ti sei trasferito qui (you moved here) già da qualche mese?
D: Si, però con la scusa che la mia ragazza vive vicino a dove lavoro, praticamente sto sempre da lei.
E: Beh, allora non hai scuse, domani sera siete invitati da me e Gianni per cena domani sera! No, scusa.. Dopodomani.
D: Dopodomani.. No, scusa non posso. Ho un impegno.

E con questo dialogo ridicolo – ma spero utile -, concludiamo questo episodio di Podcast Italiano. Vi invito a riascoltarlo perché vi abbiamo dato molte informazioni. Vi chiederei anche gentilmente di lasciare una recensione su iTunes perché questo aiuta il podcast (e purtroppo non ce ne sono molte). Aiuterebbe persone come voi che state imparando l’italiano a trovare il podcast. Detto questo, grazie per l’ascolto o per la visione. Spero di rivedervi molto presto. Grazie ancora e al prossimo episodio!
Ciao!

 

Mica – Usi colloquiali #6


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Ciao a tutti, benvenuti su Podcast Italiano. Questa è la rubrica “usi colloquiali” e oggi parleremo di una parola che usiamo nel linguaggio colloquiale abbastanza di frequente (often). Questa parola è ‘mica’. Avete mai sentito frasi come “Puoi mica farmi un favore?” o “Non parla mica l’inglese Gianni “? Può darsi (=forse, maybe)che le abbiate già sentite. Ma che cosa vuol dire questa strana parola ‘mica’?

“Mica” viene definito dal dizionario Treccani come “un “avverbio di negazione” che ha la funzione di rafforzare (intensify) la negazione della frase.

Prendiamo come esempio la frase di prima: “Non parla mica inglese il tuo amico”.
Normalmente in italiano diremmo “Non parla l’inglese il tuo amico”. La funzione di “mica” è quella di rafforzare la negazione, un po’ come lo fanno anche altre parole come ‘affatto’ (“Non parla affatto l’inglese”), ‘assolutamente’ (“non parla assolutamente l’inglese”), ‘per niente/nulla’ (“non parla per niente inglese”).
Se per caso (by any chance) avete studiato il francese, saprete che nel francese scritto (nel parlato non si usa quasi mai) si usa una doppia negazione: ne e pas. Solitamente nel parlato si usa solo “pas” che corrisponde al nostro ‘mica’, ma nello scritto c’è una doppia negazione.
“Il ne parle pas anglais” – “Non parla mica inglese”. La struttura è la stessa: ‘ne’ corrisponde a ‘non’, mentre ‘pas’ corrisponde a ‘mica’.
Ma torniamo all’italiano, perché questo è Podcast Italiano e non Podcast Français e vediamo come continua il dizionario Treccani.
“È tipico dell’uso parlato e informale ed è quindi sconsigliabile nello scritto”
Dunque sconsiglia (advises against) di usarlo quando si scrive. Va benissimo usarlo quando parliamo ma è meglio evitarlo quando scriviamo con un linguaggio formale; si può usare invece quando cerchiamo di essere ironici. Ma qual è l’origine di “mica”?

‘Mica’ è  la briciola (crumb). La briciola (o le briciole) è ciò che rimane quando mangiamo per esempio il pane. I resti di ciò che mangiamo, qualcosa di piccolissimo, minuscolo, che col suo significato praticamente annulla (cancels) il verbo che affianca (a cui è vicino); ‘mica’ è qualcosa di insignificante, simile in un certo senso a ‘(per) niente’. “Non mi piace per niente” – “Non mi piace mica”. Perché ‘mica’ è simile a ‘niente’, è qualcosa di piccolissimo. ‘Per niente’ è più forte di ‘mica’, secondo me. Ma ‘mica’ secondo Treccani, ha un significato vagamente sprezzante (contemptous, scornful), perché compie un paragone (draws a comparison) con qualcosa che non ha valore, come la briciola, che è così piccola e insignificante che non ha nessun valore.

A quanto pare è un uso antichissimo, che si trova già in latino, e che esisteva anche in francese con la parola ‘mie’. Oggi però il francese usa ‘pas’.
Rivediamo dunque la funzione di “rafforzativo”, quella forse principale, di cui abbiamo parlato.

1. = affatto, rafforzativo della negazione

– Carlo non lo sa mica il russo

– Non ho mica capito che cosa mi ha detto il tuo amico

– Non l’ho mica fatto apposta (on purpose)!

In tutte queste frasi si può anche fare un inversione, dunque potrete sentire anche le seguenti versioni:

Mica sa il russo Carlo

Mica ho capito che cosa mi ha detto il tuo amico

Mica l’ho fatto apposta!

‘Mica’ però ha anche altre funzioni, vediamo quali sono. Per esempio si può usare per chiedere informazioni o fare proposte in modo gentile (simile dunque a “per caso”)

2. = per caso, per chiedere informazioni in modo gentile

– Hai mica (per caso) visto Luca?

– Sai mica dov’è via Garibaldi?

– Potresti mica farmi un favore?

E anche questo uso è molto molto usato nell’italiano parlato.
Vediamo un terzo uso, ovvero “mica” usato quando siamo sorpresi da qualcosa, oppure quando esprimiamo un apprezzamento di qualcosa che ci piace e diciamo “mica male!” (che corrisponde più o meno a “non male!”)

3. = non, per esprimere sorpresa apprezzamento

Mica male questa birra!

Mica scemo tuo figlio! A 10 anni sa risolvere le equazioni di secondo grado.

– Quanto costa quest’auto?
– 80.000 euro
Mica poco!

In tutti questi casi potremmo anche aggiungere “non è ” prima di “mica”, quindi “non è mica male”, “non è mica scemo”, “non è mica poco”.

E ora vediamo l’ultimo uso che ho individuato, ovvero “mica” nelle domande retoriche.

4. Domande retoriche

– Come mai sei già a casa? Non avrai mica saltato scuola (skipped class) anche oggi?

Mica hai paura del buio (are you seriously afraid of the dark)?! Sei grande ormai!

– Che fai dietro la porta? Non starai mica origliando (eavesdropping)?.

Anche qui ci sono due possibilità: non + verbo + mica oppure verbo + mica.
Non hai mica paura del buio?! = Mica hai paura del buio?!
Entrambe sono possibili.

Questi sono tutti gli usi di “Mica” che ho individuato (=trovato). Come al solito li metterò tutti in un dialogo un po’ assurdo, lo ammetto, in cui i partecipanti dicono “mica” ogni due parole. Fa ridere ma penso sia utile per ripassare i vari usi. Inoltre tra parentesi scriverò il numero (1,2,3,4) in base al tipo di uso.

M: Ciao Marco, da quanto tempo! Come va?
F: Tutto bene Fabio, e tu?
M: Anch’io bene. Senti ti andrebbe (would you like to, how about) mica (2) di andare a mangiarci una pizza una delle prossime sere?
F: Sì, perché no. Non so, domani?
M: Domani ci sono!
F No, aspetta.. io non posso mica (1) domani, esco da lavoro tardi.
M: Ma tu mica (1) lavoravi.. hai trovato un lavoro?
F: Eh sì, lavoro da un un annetto circa.
M: Ah, mica poco (3)! E come mai non me l’hai mai detto?
F: Pensavo lo sapessi. Mica (1) voglio nasconderti le cose (hide things from you). È che non ci vediamo da una vita.
M: Eh, hai ragione. Mercoledì invece ci saresti?
F: Mercoledì sì. Porto anche Laura allora.
M: E chi è Laura? Mica (4) ora hai pure una ragazza?!
F: Eh sì, non (4) te l’ho mica detto?
M: E no, mica me l’hai detto! Ma non sarà mica (4) Laura quella della palestra?
F: Proprio lei.
M: Mica male! (3) Lei è molto carina. Bravo Fabio, son contento. Senti, ora devo scappare.
Allora ci vediamo mercoledì, così mi aggiorni un po’  sulla tua vita (bring me up to speed on your life), che se no mica (1) mi racconti cosa succede nella tua vita.
F: Va bene, allora ci sentiamo per mercoledì.
M: Un’ultima cosa, sei mica (2) andato alla pizzeria di via Verdi? Hanno aperto da un mesetto. È molto buona lì la pizza. Se vuoi ci possiamo andare.
F: No, non ci sono ancora andato. Va bene, possiamo andare lì. Allora ci sentiamo, ciao!

Spero che questo dialogo un po’ assurdo vi sia piaciuto e che questo episodio vi abbia dato un’idea di come si usa ‘mica’. Vi consiglio di riascoltarlo e di leggere la trascrizione su podcastitaliano.com se già non lo avete fatto. Questo è l’ultimo episodio del 2017, dunque vi auguro buone feste e buon anno. Spero che il 2018 vi porti grandi gioie e successi nella vita e nell’apprendimento dell’italiano. Detto questo, ci sentiamo l’anno prossimo!
Ciao!

 

“I miei”, “ti pare”, “fare a qualcuno” – Usi colloquiali #5


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di “usi colloquiali”, questa serie di episodi in cui parliamo di espressioni colloquiali, comuni che possono rendere (make) il vostro italiano più naturale. Oggi parliamo di alcune espressioni che ritengo (deem, consider) curiose e che possono interessarvi se volete, appunto, parlare in maniera più naturale e colloquiale.
Iniziamo subito parlando di “i miei”, oppure “i tuoi”, o “i suoi”. Di che cosa sto parlando? Sto parlando dei “miei genitori”. È molto comune infatti nel linguaggio colloquiale parlare di “i miei”, “i suoi”, “i tuoi” quando ci riferiamo ai genitori. Intuitivamente non direi però “i nostri”, “i vostri”, “i loro”, mi sembra un po’ strano e innaturale. Però le prime tre persone (“i miei”, “i tuoi”, “i suoi”) si usano molto molto spesso nel linguaggio colloquiale. Facciamo dunque alcuni esempi.
“Come stanno i tuoi?  Non li vedo da un po’ (= un po’ di tempo)”

I miei sono in vacanza alle Maldive”

“Sono andato a una festa a casa del mio amico. I suoi non c’erano e lui ha organizzato una festa con una cinquantina di persone.  Hanno fatto festa (they partied) tutta la notte e hanno distrutto la casa.. ovviamente i suoi quando sono tornati non erano molto contenti”

C’è anche un detto che recita (a saying that goes): “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, in cui c’è appunto questa parola “tuoi” con il significato di “tuoi genitori”. Questo detto significa: “passa il Natale con i tuoi genitori e la Pasqua con chi vuoi”. Ad essere onesti penso che avrebbe più senso dire  (it would make more sense to say) “Natale con chi vuoi, Capodanno (New year’s day new your’s eve sarebbe “la sera di capodanno” or “la veglia di Capodanno”, ma molto persone con “Capodanno” intendono la sera del 31/12) con chi vuoi” perché credo che la Pasqua la maggior parte delle persone la passi (spends it) in famiglia, mentre è a Capodanno, il 31 dicembre [intendo la sera di capodanno, perché capodanno è il primo giorno di gennaio], che di solito dopo una certa età i ragazzi festeggiano con i loro amici e non più con la famiglia. Comunque non importa, il detto dice che a Pasqua possiamo festeggiare con chi ci pare.

“Ci pare”. Mmh. Che cosa vuol dire “con chi ci pare?”
Il verbo “parere” è solitamente è un sinonimo di “sembrare”.
“Mi pare strano = “Mi sembra strano”

“Mi sembrava  che il suo compleanno fosse il 21 agosto” = “mi pareva che il suo compleanno fosse il 21 agosto”.

“Sembrare” però è decisamente più comune di “parere”.

“Ieri Gianni mi è parso pensieroso (thoughtful)” = Ieri Gianni mi è sembrato pensieroso.

Penso abbiate capito che sono sostanzialmente sinonimi.

In questa accezione (meaning, sense), però,  “passa (festeggia) la Pasqua con chi ti pare”, “chi ti pare” significa “con chi vuoi“.
Non so la ragione etimologica, magari è sottinteso (implied) un altro verbo come “con chi ti pare giusto/opportuno (appropriate, suitable)“. Non lo so, però si dice così. Facciamo altri esempi.

“Fai quello che ti pare” = “fai quello che vuoi”.
“Vai dove ti pare, io non vengo con te” = “vai dove vuoi, io non vengo con te”.
In queste frasi dove ci sono degli imperativi (fai, vai) “ti pare” mi sembra denoti (=indichi, indicates) un certo fastidio (irritation). La persona che dice queste frasi potrebbe essere un pochino infastidita (annoyed, irritated), un po’ anche irritata. Dunque attenzione a usare “ti pare” in questo modo.
La versione ancora più, in un certo senso,”infastidita”, è questa costruzione: “ti pare e piace”. Per esempio un bambino un po’ insolente (sassy) potrebbe dire:

“Io faccio quello che mi pare e piace” = ovvero “faccio tutto quello che voglio, non puoi dirmi cosa devo fare e cosa non devo fare, faccio tutto quello che mi pare e piace”.

Oppure, per esempio:

“Non puoi dire quello che ti pare e piace alle persone, devi badare (look out for, take care of) ai loro sentimenti”.

Dunque [mi pare e piace] è un sorta di estensione di “mi pare”, “ti pare”, ecc.
Come ho trovato sul dizionario La Repubblica, si tratta di una  “rivendicazione risentita (resentful claim) della propria libertà”. Questa definizione mi è piaciuta. Mi sembra abbastanza divertente ma anche veritiera (truthful).

Ho anche pensato a un ulteriore (one more) uso di “ti pare”, che è quello della frase “ma ti pare?!”. Fate attenzione all’intonazione. È molto importante. È una frase che impieghiamo quando qualcuno dice qualcosa di stupido oppure irragionevole (unreasonable). Ci sembra che il nostro interlocutore abbia detto qualcosa di un po’ strano, assurdo. Per esempio:

– “Vieni con me a saltare in paracadute?”
– “Ma ti pare? Soffro di vertigini (I’m afraid of heights)
In altre parole “Ti sembra una proposta logica? Ma che stai dicendo?”
“Ti pare” può anche essere sostituito da “Ma ti sembra?”

– “il mio amico mi ha chiesto se gli do una mano a tinteggiare (paint) le pareti di casa sua”
– “E lo farai?”
– “Ma ti pare? Ho un esame domani e un sacco di cose da fare. Magari la prossima settimana se ha ancora bisogno. Oggi proprio non posso”

E passiamo all’ultima frase di oggi che è “fare a qualcuno”. Se state imparando l’italiano saprete che l’italiano ama il verbo “fare”. Fare può essere utilizzato in mille modi diversi, ma oggi ne vedremo uno particolarmente colloquiale, ovvero “fare” con il significato di “dire”.
“Il mio prof ieri stava facendo lezione [one more use of fare :)] e a un certo punto fa a un mio compagno: “Rossi, sta dormendo”? E lui non ha risposto, evidentemente aveva molto sonno e si è addormentato sul banco (on the desk)
“Ieri Gianni mi fa: “Ti va di andarci a bere una birra?” (Do you want get a beer?) e io gli faccio “No, domani devo alzarmi presto”. Alla fine siamo tornati alle 4 di mattina”

Come al solito voglio concludere questo episodio inserendo tutti questi usi all’interno di un dialogo che li contiene tutti per darvi modo di (so that you can, to give you the possibility of) sentirli in azione.

“I tuoi non ci sono?”
“No, sono andati a un museo di arte moderna”
“Ah, che bello! E perché tu non sei andato?”
Ma ti pare che vado a un museo di arte moderna? Non mi piace per niente l’arte moderna”
“Scusami, però tu che sei un appassionato di arte (art enthusiast) dovresti anche apprezzare l’arte moderna, è importante”
“Io apprezzo ciò che mi pare e piace. L’arte moderna proprio mi annoia, quindi non ci voglio andare”
“Ma adesso se non sbaglio c’è una mostra di Kandinskij.. potremmo andare insieme”
“Senti, tu vai dove ti pare, io non ci vengo”
“Ok, però non arrabbiarti. Che cos’hai? (what’s wrong?)
“Scusa, è che oggi Gianni mi fa che stasera non viene al cinema con me. Dovevamo andare a vedere il nuovo film di Star Wars e adesso non so chi andare, per questo sono un po’ arrabbiato.”
“Ah mi spiace. Io vado a vederlo con i miei stasera”.
“Non stai migliorando la situazione..”

Questo era l’episodio di oggi di “usi colloquiali”. Spero vi sia piaciuto e vi sia sembrato utile. Vi ricordo che su podcastitaliano.com come sempre troverete l’intera trascrizione dell’episodio.
Detto questo grazie ancora per l’ascolto e alla prossima, ciao!