Categoria: Usi colloquiali

Mica – Usi colloquiali #6


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Ciao a tutti, benvenuti su Podcast Italiano. Questa è la rubrica “usi colloquiali” e oggi parleremo di una parola che usiamo nel linguaggio colloquiale abbastanza di frequente (often). Questa parola è ‘mica’. Avete mai sentito frasi come “Puoi mica farmi un favore?” o “Non parla mica l’inglese Gianni “? Può darsi (=forse, maybe)che le abbiate già sentite. Ma che cosa vuol dire questa strana parola ‘mica’?

“Mica” viene definito dal dizionario Treccani come “un “avverbio di negazione” che ha la funzione di rafforzare (intensify) la negazione della frase.

Prendiamo come esempio la frase di prima: “Non parla mica inglese il tuo amico”.
Normalmente in italiano diremmo “Non parla l’inglese il tuo amico”. La funzione di “mica” è quella di rafforzare la negazione, un po’ come lo fanno anche altre parole come ‘affatto’ (“Non parla affatto l’inglese”), ‘assolutamente’ (“non parla assolutamente l’inglese”), ‘per niente/nulla’ (“non parla per niente inglese”).
Se per caso (by any chance) avete studiato il francese, saprete che nel francese scritto (nel parlato non si usa quasi mai) si usa una doppia negazione: ne e pas. Solitamente nel parlato si usa solo “pas” che corrisponde al nostro ‘mica’, ma nello scritto c’è una doppia negazione.
“Il ne parle pas anglais” – “Non parla mica inglese”. La struttura è la stessa: ‘ne’ corrisponde a ‘non’, mentre ‘pas’ corrisponde a ‘mica’.
Ma torniamo all’italiano, perché questo è Podcast Italiano e non Podcast Français e vediamo come continua il dizionario Treccani.
“È tipico dell’uso parlato e informale ed è quindi sconsigliabile nello scritto”
Dunque sconsiglia (advises against) di usarlo quando si scrive. Va benissimo usarlo quando parliamo ma è meglio evitarlo quando scriviamo con un linguaggio formale; si può usare invece quando cerchiamo di essere ironici. Ma qual è l’origine di “mica”?

‘Mica’ è  la briciola (crumb). La briciola (o le briciole) è ciò che rimane quando mangiamo per esempio il pane. I resti di ciò che mangiamo, qualcosa di piccolissimo, minuscolo, che col suo significato praticamente annulla (cancels) il verbo che affianca (a cui è vicino); ‘mica’ è qualcosa di insignificante, simile in un certo senso a ‘(per) niente’. “Non mi piace per niente” – “Non mi piace mica”. Perché ‘mica’ è simile a ‘niente’, è qualcosa di piccolissimo. ‘Per niente’ è più forte di ‘mica’, secondo me. Ma ‘mica’ secondo Treccani, ha un significato vagamente sprezzante (contemptous, scornful), perché compie un paragone (draws a comparison) con qualcosa che non ha valore, come la briciola, che è così piccola e insignificante che non ha nessun valore.

A quanto pare è un uso antichissimo, che si trova già in latino, e che esisteva anche in francese con la parola ‘mie’. Oggi però il francese usa ‘pas’.
Rivediamo dunque la funzione di “rafforzativo”, quella forse principale, di cui abbiamo parlato.

1. = affatto, rafforzativo della negazione

– Carlo non lo sa mica il russo

– Non ho mica capito che cosa mi ha detto il tuo amico

– Non l’ho mica fatto apposta (on purpose)!

In tutte queste frasi si può anche fare un inversione, dunque potrete sentire anche le seguenti versioni:

Mica sa il russo Carlo

Mica ho capito che cosa mi ha detto il tuo amico

Mica l’ho fatto apposta!

‘Mica’ però ha anche altre funzioni, vediamo quali sono. Per esempio si può usare per chiedere informazioni o fare proposte in modo gentile (simile dunque a “per caso”)

2. = per caso, per chiedere informazioni in modo gentile

– Hai mica (per caso) visto Luca?

– Sai mica dov’è via Garibaldi?

– Potresti mica farmi un favore?

E anche questo uso è molto molto usato nell’italiano parlato.
Vediamo un terzo uso, ovvero “mica” usato quando siamo sorpresi da qualcosa, oppure quando esprimiamo un apprezzamento di qualcosa che ci piace e diciamo “mica male!” (che corrisponde più o meno a “non male!”)

3. = non, per esprimere sorpresa apprezzamento

Mica male questa birra!

Mica scemo tuo figlio! A 10 anni sa risolvere le equazioni di secondo grado.

– Quanto costa quest’auto?
– 80.000 euro
Mica poco!

In tutti questi casi potremmo anche aggiungere “non è ” prima di “mica”, quindi “non è mica male”, “non è mica scemo”, “non è mica poco”.

E ora vediamo l’ultimo uso che ho individuato, ovvero “mica” nelle domande retoriche.

4. Domande retoriche

– Come mai sei già a casa? Non avrai mica saltato scuola (skipped class) anche oggi?

Mica hai paura del buio (are you seriously afraid of the dark)?! Sei grande ormai!

– Che fai dietro la porta? Non starai mica origliando (eavesdropping)?.

Anche qui ci sono due possibilità: non + verbo + mica oppure verbo + mica.
Non hai mica paura del buio?! = Mica hai paura del buio?!
Entrambe sono possibili.

Questi sono tutti gli usi di “Mica” che ho individuato (=trovato). Come al solito li metterò tutti in un dialogo un po’ assurdo, lo ammetto, in cui i partecipanti dicono “mica” ogni due parole. Fa ridere ma penso sia utile per ripassare i vari usi. Inoltre tra parentesi scriverò il numero (1,2,3,4) in base al tipo di uso.

M: Ciao Marco, da quanto tempo! Come va?
F: Tutto bene Fabio, e tu?
M: Anch’io bene. Senti ti andrebbe (would you like to, how about) mica (2) di andare a mangiarci una pizza una delle prossime sere?
F: Sì, perché no. Non so, domani?
M: Domani ci sono!
F No, aspetta.. io non posso mica (1) domani, esco da lavoro tardi.
M: Ma tu mica (1) lavoravi.. hai trovato un lavoro?
F: Eh sì, lavoro da un un annetto circa.
M: Ah, mica poco (3)! E come mai non me l’hai mai detto?
F: Pensavo lo sapessi. Mica (1) voglio nasconderti le cose (hide things from you). È che non ci vediamo da una vita.
M: Eh, hai ragione. Mercoledì invece ci saresti?
F: Mercoledì sì. Porto anche Laura allora.
M: E chi è Laura? Mica (4) ora hai pure una ragazza?!
F: Eh sì, non (4) te l’ho mica detto?
M: E no, mica me l’hai detto! Ma non sarà mica (4) Laura quella della palestra?
F: Proprio lei.
M: Mica male! (3) Lei è molto carina. Bravo Fabio, son contento. Senti, ora devo scappare.
Allora ci vediamo mercoledì, così mi aggiorni un po’  sulla tua vita (bring me up to speed on your life), che se no mica (1) mi racconti cosa succede nella tua vita.
F: Va bene, allora ci sentiamo per mercoledì.
M: Un’ultima cosa, sei mica (2) andato alla pizzeria di via Verdi? Hanno aperto da un mesetto. È molto buona lì la pizza. Se vuoi ci possiamo andare.
F: No, non ci sono ancora andato. Va bene, possiamo andare lì. Allora ci sentiamo, ciao!

Spero che questo dialogo un po’ assurdo vi sia piaciuto e che questo episodio vi abbia dato un’idea di come si usa ‘mica’. Vi consiglio di riascoltarlo e di leggere la trascrizione su podcastitaliano.com se già non lo avete fatto. Questo è l’ultimo episodio del 2017, dunque vi auguro buone feste e buon anno. Spero che il 2018 vi porti grandi gioie e successi nella vita e nell’apprendimento dell’italiano. Detto questo, ci sentiamo l’anno prossimo!
Ciao!

 

“I miei”, “ti pare”, “fare a qualcuno” – Usi colloquiali #5


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Ciao a tutti e benvenuti su Podcast Italiano, in un nuovo episodio di “usi colloquiali”, questa serie di episodi in cui parliamo di espressioni colloquiali, comuni che possono rendere (make) il vostro italiano più naturale. Oggi parliamo di alcune espressioni che ritengo (deem, consider) curiose e che possono interessarvi se volete, appunto, parlare in maniera più naturale e colloquiale.
Iniziamo subito parlando di “i miei”, oppure “i tuoi”, o “i suoi”. Di che cosa sto parlando? Sto parlando dei “miei genitori”. È molto comune infatti nel linguaggio colloquiale parlare di “i miei”, “i suoi”, “i tuoi” quando ci riferiamo ai genitori. Intuitivamente non direi però “i nostri”, “i vostri”, “i loro”, mi sembra un po’ strano e innaturale. Però le prime tre persone (“i miei”, “i tuoi”, “i suoi”) si usano molto molto spesso nel linguaggio colloquiale. Facciamo dunque alcuni esempi.
“Come stanno i tuoi?  Non li vedo da un po’ (= un po’ di tempo)”

I miei sono in vacanza alle Maldive”

“Sono andato a una festa a casa del mio amico. I suoi non c’erano e lui ha organizzato una festa con una cinquantina di persone.  Hanno fatto festa (they partied) tutta la notte e hanno distrutto la casa.. ovviamente i suoi quando sono tornati non erano molto contenti”

C’è anche un detto che recita (a saying that goes): “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, in cui c’è appunto questa parola “tuoi” con il significato di “tuoi genitori”. Questo detto significa: “passa il Natale con i tuoi genitori e la Pasqua con chi vuoi”. Ad essere onesti penso che avrebbe più senso dire  (it would make more sense to say) “Natale con chi vuoi, Capodanno (New year’s day new your’s eve sarebbe “la sera di capodanno” or “la veglia di Capodanno”, ma molto persone con “Capodanno” intendono la sera del 31/12) con chi vuoi” perché credo che la Pasqua la maggior parte delle persone la passi (spends it) in famiglia, mentre è a Capodanno, il 31 dicembre [intendo la sera di capodanno, perché capodanno è il primo giorno di gennaio], che di solito dopo una certa età i ragazzi festeggiano con i loro amici e non più con la famiglia. Comunque non importa, il detto dice che a Pasqua possiamo festeggiare con chi ci pare.

“Ci pare”. Mmh. Che cosa vuol dire “con chi ci pare?”
Il verbo “parere” è solitamente è un sinonimo di “sembrare”.
“Mi pare strano = “Mi sembra strano”

“Mi sembrava  che il suo compleanno fosse il 21 agosto” = “mi pareva che il suo compleanno fosse il 21 agosto”.

“Sembrare” però è decisamente più comune di “parere”.

“Ieri Gianni mi è parso pensieroso (thoughtful)” = Ieri Gianni mi è sembrato pensieroso.

Penso abbiate capito che sono sostanzialmente sinonimi.

In questa accezione (meaning, sense), però,  “passa (festeggia) la Pasqua con chi ti pare”, “chi ti pare” significa “con chi vuoi“.
Non so la ragione etimologica, magari è sottinteso (implied) un altro verbo come “con chi ti pare giusto/opportuno (appropriate, suitable)“. Non lo so, però si dice così. Facciamo altri esempi.

“Fai quello che ti pare” = “fai quello che vuoi”.
“Vai dove ti pare, io non vengo con te” = “vai dove vuoi, io non vengo con te”.
In queste frasi dove ci sono degli imperativi (fai, vai) “ti pare” mi sembra denoti (=indichi, indicates) un certo fastidio (irritation). La persona che dice queste frasi potrebbe essere un pochino infastidita (annoyed, irritated), un po’ anche irritata. Dunque attenzione a usare “ti pare” in questo modo.
La versione ancora più, in un certo senso,”infastidita”, è questa costruzione: “ti pare e piace”. Per esempio un bambino un po’ insolente (sassy) potrebbe dire:

“Io faccio quello che mi pare e piace” = ovvero “faccio tutto quello che voglio, non puoi dirmi cosa devo fare e cosa non devo fare, faccio tutto quello che mi pare e piace”.

Oppure, per esempio:

“Non puoi dire quello che ti pare e piace alle persone, devi badare (look out for, take care of) ai loro sentimenti”.

Dunque [mi pare e piace] è un sorta di estensione di “mi pare”, “ti pare”, ecc.
Come ho trovato sul dizionario La Repubblica, si tratta di una  “rivendicazione risentita (resentful claim) della propria libertà”. Questa definizione mi è piaciuta. Mi sembra abbastanza divertente ma anche veritiera (truthful).

Ho anche pensato a un ulteriore (one more) uso di “ti pare”, che è quello della frase “ma ti pare?!”. Fate attenzione all’intonazione. È molto importante. È una frase che impieghiamo quando qualcuno dice qualcosa di stupido oppure irragionevole (unreasonable). Ci sembra che il nostro interlocutore abbia detto qualcosa di un po’ strano, assurdo. Per esempio:

– “Vieni con me a saltare in paracadute?”
– “Ma ti pare? Soffro di vertigini (I’m afraid of heights)
In altre parole “Ti sembra una proposta logica? Ma che stai dicendo?”
“Ti pare” può anche essere sostituito da “Ma ti sembra?”

– “il mio amico mi ha chiesto se gli do una mano a tinteggiare (paint) le pareti di casa sua”
– “E lo farai?”
– “Ma ti pare? Ho un esame domani e un sacco di cose da fare. Magari la prossima settimana se ha ancora bisogno. Oggi proprio non posso”

E passiamo all’ultima frase di oggi che è “fare a qualcuno”. Se state imparando l’italiano saprete che l’italiano ama il verbo “fare”. Fare può essere utilizzato in mille modi diversi, ma oggi ne vedremo uno particolarmente colloquiale, ovvero “fare” con il significato di “dire”.
“Il mio prof ieri stava facendo lezione [one more use of fare :)] e a un certo punto fa a un mio compagno: “Rossi, sta dormendo”? E lui non ha risposto, evidentemente aveva molto sonno e si è addormentato sul banco (on the desk)
“Ieri Gianni mi fa: “Ti va di andarci a bere una birra?” (Do you want get a beer?) e io gli faccio “No, domani devo alzarmi presto”. Alla fine siamo tornati alle 4 di mattina”

Come al solito voglio concludere questo episodio inserendo tutti questi usi all’interno di un dialogo che li contiene tutti per darvi modo di (so that you can, to give you the possibility of) sentirli in azione.

“I tuoi non ci sono?”
“No, sono andati a un museo di arte moderna”
“Ah, che bello! E perché tu non sei andato?”
Ma ti pare che vado a un museo di arte moderna? Non mi piace per niente l’arte moderna”
“Scusami, però tu che sei un appassionato di arte (art enthusiast) dovresti anche apprezzare l’arte moderna, è importante”
“Io apprezzo ciò che mi pare e piace. L’arte moderna proprio mi annoia, quindi non ci voglio andare”
“Ma adesso se non sbaglio c’è una mostra di Kandinskij.. potremmo andare insieme”
“Senti, tu vai dove ti pare, io non ci vengo”
“Ok, però non arrabbiarti. Che cos’hai? (what’s wrong?)
“Scusa, è che oggi Gianni mi fa che stasera non viene al cinema con me. Dovevamo andare a vedere il nuovo film di Star Wars e adesso non so chi andare, per questo sono un po’ arrabbiato.”
“Ah mi spiace. Io vado a vederlo con i miei stasera”.
“Non stai migliorando la situazione..”

Questo era l’episodio di oggi di “usi colloquiali”. Spero vi sia piaciuto e vi sia sembrato utile. Vi ricordo che su podcastitaliano.com come sempre troverete l’intera trascrizione dell’episodio.
Detto questo grazie ancora per l’ascolto e alla prossima, ciao!

Regalami un anello piuttosto che una sciarpa – Usi colloquiali (ma neanche troppo) #4


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Ciao a tutti, mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano. In questo episodio voglio parlarvi di un particolare uso linguistico che sta prendendo piede (catching on) in italiano. Mi riferisco alla congiunzione “piuttosto che” (rather than) utilizzata in un modo particolare, nuovo, che vi spiegherò. Ma partiamo prima di tutto dalla parola “piuttosto” utilizzata  da sola, per ricordarvi come si usa. Dunque partiamo da alcuni esempi:

– Ho letto il libro ma non è stato facile finirlo. Il linguaggio è piuttosto complicato. (=molto complicato)

– Non ho voglia di andare in spiaggia, piuttosto faccio una passeggiata in centro. (piuttosto faccio= preferisco fare)

Vediamo ora l’uso tradizionale di “piuttosto che”.

– Non mi piace molto la musica classica. Preferisco andare ad un concerto rock piuttosto che a uno di violino.

– Mio figlio è proprio pigro, fa mille cose piuttosto che/di studiare.

Questo è l’uso tradizionale. Piuttosto che è sinonimo di “invece che/di”, “anziché”.

Scelgo A e non B. Scelgo A piuttosto che B/invece che B/anziché B.

Ora vediamo come viene utilizzato sempre più spesso.

– Gabriele ama molto la musica e ascolta un sacco di generi. Va a molti concerti di artisti rock, piuttosto che rap, piuttosto che di musica elettronica, piuttosto che pop.

– Ci sono un sacco di belle città che potremmo visitare: Roma, piuttosto che Parigi, piuttosto che New York, piuttosto che Shanghai.

Dunque “piuttosto che” in questo significa semplicemente “o”, “oppure”. Si dice che ha acquisito una funzione “disgiuntiva” ovvero la funzione di “o”.

Sono possibili tutte le opzioni: l’opzione A, l’opzione B, l’opzione C.

L’uso più comune di “piuttosto che” utilizzato in questo modo “disgiuntivo” è quello di elencare diverse possibilità, quando nel linguaggio scritto useremmo semplicemente delle virgole.

“Potremmo andare in pizzeria, al sushi, (o) al ristorante spagnolo”

“Potremmo andare in pizzeria, piuttosto che al sushi, piuttosto che al ristorante spagnolo”

La pizzeria, il sushi e il ristorante spagnolo sono tutte alternative possibili. Non sto esprimendo una preferenza per la pizzeria o per il sushi, sto elencando le possibilità. A o B o C.

Solitamente il contesto e l’intonazione aiutano a capire il significato di “piuttosto che”, quale “piuttosto che” stiamo utilizzando. Facciamo degli esempi.

“Amo la natura: nei weekend vado sempre al mare piuttosto che in montagna”.

Sia mare che montagna sono “natura”, ovviamente in questo caso “piuttosto che” significa “O al mare O in montagna”, non “vado sempre al mare e non vado mai in montagna”.

“Mi piace molto uscire la sera e andare al cinema piuttosto che andare in discoteca.”

Anche qua si tratta due alternative possibili, non stiamo escludendo la discoteca a favore del cinema. Dunque anche qui si tratta di questo nuovo utilizzo di “piuttosto che”.

“Andiamo in Spagna quest’estate piuttosto che in Francia. Siamo già stati in Francia molte volte”
In questo caso il significato è “Andiamo in Spagna INVECE di andare in Francia”. Dunque questo è l’uso classico, tradizionale, e anche corretto (secondo i dizionari e l’accademia della Crusca) di questa congiunzione.

Ciononostante in alcuni casi possono sorgere delle ambiguità. Pensiamo a una frase di questo tipo:

“Per il mio compleanno potresti regalarmi un anello, piuttosto che una sciarpa”.

Cosa devo fare? Regalare un anello E NON regalare una sciarpa oppure posso scegliere, tra l’anello e la sciarpa? Quindi va bene sia l’anello che la sciarpa? O uno o l’altro? Che cosa mi viene chiesto in questo caso? La frase è un po’ ambigua.

È proprio per questa ambiguità che a molti “puristi” della lingua italiana (tra cui la famosa “Accademia della Crusca“) questo utilizzo non piace per niente. Se “piuttosto che” può significare sia “invece di” sia “oppure” alcune frasi possono essere ambigue, non del tutto chiare. È per questo che molti definiscono il “piuttosto che disgiuntivo” una sciagura (plague, tragedy), un obbrobrio (monstrosity), una moda da che deve sparire  (disappear) dalla lingua italiana.

È difficile fare previsioni e dire se questo fenomeno rimarrà o sparirà dalla lingua. Bisogna certo sottolineare che esiste da diversi decenni ed è utilizzato da sempre più persone – o almeno questa è la mia impressione. Magari mi sbaglio però a me sembra che sia sempre più comune utilizzarlo. Probabilmente è nato nell’Italia del Nord e si è diffuso nel resto del paese. E nonostante questo episodio faccia parte della serie “usi colloquiali” in realtà non è un uso colloquiale (perché viene utilizzato da tutti) e, al contrario, viene adoperato nel discorso formale di molte persone. “Piuttosto che” per molti è più raffinato ed elegante, viene percepito come più raffinato (refined) ed elegante di “o”, “oppure”, forse perché più lungo in termini di sillabe di “o” e “oppure”. Sono quattro sillabe, dunque molto lungo. Negli ultimi tempi lo sento usare da chiunque in questo modo: amici, professori, medici, un po’ tutti. Persone di ogni età, anche. Inoltre, persino i giornali e la TV da molto tempo ne fanno uso. Dunque si tratta di un fenomeno davvero ampio, quasi universale. E sono convinto che chi lo usa lo ritenga (considers it, da “ritenere”) assolutamente normale e naturale. Un po’ come adesso si dice “assolutamente sì” o “assolutamente no” ma in realtà cinquant’anni fa questo non si diceva ed è essenzialmente un calco dalla lingua inglese diffuso dal doppiaggio (di questo ne ho parlato nell’episodio sul doppiaggese).

Io solitamente preferisco non prendere posizioni (take sides) e non criticare il modo in cui le persone usano la lingua, perché riconosco che ogni lingua è in continuo mutamento (is constantly changing) e ogni generazione nella storia ha criticato la generazione successiva in quanto colpevole (guilty) di stare rovinando la lingua. Dunque da un lato ritengo interessante questo sviluppo nella lingua italiana e non attacco chi lo usa. Anche perché non mi ritengo un cosiddetto “grammar nazi” e non amo particolarmente queste persone. Dall’altro lato non è uno sviluppo che amo particolarmente, perché introduce un grado di ambiguità. Mi ritrovo infatti a pensare (I find myself thinking), ogni volta che qualcuno utilizza la congiunzione “piuttosto che”, che cosa intenda dire. Come stanno utilizzando questo “piuttosto che”? È l’uso classico o l’uso nuovo? Poi, solitamente, si capisce grazie al contesto e all’intonazione della frase che cosa intende dire il parlante. Ma ci sono dei casi in cui effettivamente trovo che “piuttosto che” possa essere ambiguo dato che ha assunto questo nuovo significato. Una lingua dovrebbe essere il più possibile chiara, dunque dover pensare anche solo per una frazione di secondo in più a come viene usato “piuttosto che” mi sembra un uso non molto efficiente della lingua. Una lingua deve essere chiara e comprensibile da tutte le persone che la parlano. Tuttavia, come detto, comprendo benissimo che questi fenomeni linguistici sono imprevedibili (unpredictable), difficilmente controllabili e avvengono continuamente nella storia delle lingue. Queste, come dice il linguista americano John McWhorter, sono come le nuvole: cambiano continuamente e in maniera spesso inaspettata (unexpected).

Se posso darvi un consiglio, cercherei di non usare “piuttosto che” in questa maniera (soprattutto nell’italiano scritto) e di limitarvi ad usarlo (restrict yourself to using it) nella maniera classica, dato che per il momento è ancora ritenuto un errore dalle fonti più autorevoli. Ritengo sia però utile, tuttavia, che siate a conoscenza di questo utilizzo perché è sempre più diffuso. Dunque magari questo episodio vi aiuterà a non essere confusi se in futuro sentirete “piuttosto che” utilizzato in maniera disgiuntiva.

Questa è la fine dell’episodio. Su podcastitaliano.com troverete la trascrizione intera. Grazie per l’ascolto e alla prossima!

Ciao!

 

Piacermi mi è piaciuto – Usi colloquiali #3


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Ciao a tutti, bentornati su Podcast Italiano.
Mi chiamo Davide e oggi volevo parlare di un uso colloquiale molto interessante, un uso grammaticale particolare. Non so come si chiami questa costruzione, non sono riuscito a capire come si chiama. Proverò comunque a spiegarla dandovi diversi esempi, sperando di riuscire a darvi un’idea di come si usa. Non è importante il nome, ma come si usa. Iniziamo subito con alcuni esempi:

“Hai studiato per l’esame?”
Studiare ho studiato, però non mi sento pronto per l’esame”

“Valentina è andata a scuola?”
Andarci ci è andata, però non si sentiva molto bene”

“Capisci il tedesco?”
“Quando mi parlano in tedesco capire capisco, però rispondere è molto più difficile”

“Ti è piaciuto il film ieri sera?”
Piacermi mi è piaciuto abbastanza, però mi è sembrato decisamente troppo lungo (way too long)

“Ti piacerebbe venire al mare con noi questo fine settimana?”
“Guarda, piacermi mi piacerebbe molto, ma ho un sacco di lavoro da fare”

“Andrai alla festa di Luca?”
Andarci ci andrò, però non penso mi fermerò molto (I don’t think I will stay long)

Come potete osservare in tutte queste frasi la struttura è la seguente: infinito + verbo coniugato. Studiare ho studiato; capire capisco; andarci ci andrò.
Tutte queste frasi funzionano perfettamente senza l’infinito all’inizio.  Non serve usare l’infinito, ovviamente. Es.”ho studiato, però non mi sento pronto per l’esame“, “Mi piacerebbe ma devo lavorare“. Ovviamente non è necessario dire “studiare ho studiato” oppure “piacermi mi piacerebbe”. Ma qual è dunque la funzione di questo infinito all’inizio?
Innanzitutto l’infinito dà alle frasi una sfumatura (nuance) decisamente colloquiale. Questa costruzione è per lo più (mainly, for the most part) utilizzata nel linguaggio orale.
Quando utilizziamo questa costruzione solitamente rispondiamo in modo affermativo (quindi diciamo di sì) alla domanda che ci viene fatta, aggiungendo inoltre un’informazione che non è richiesta. Non ci chiedono questa informazione ma noi la diamo. Almeno così è come spiegherei io questo utilizzo.

Se alla domanda “capisci il tedesco” rispondessimo “Sì, lo capisco” non sarebbe necessario aggiungere altro.
Se invece la risposta fosse (“Capire capisco”) ci aspetteremmo una continuazione della frase solitamente introdotta da una frase cosiddetta “avversativa”, ovvero una frase introdotta da “ma”, “però”, “tuttavia”.
Solitamente la continuazione ridimensiona (puts into perspective),  la nostra risposta affermativa. Ovvero, il nostro sì è meno “forte”, in un certo senso.” Sì, è vero che capisco il tedesco”, però voglio espandere la mia risposta e darle una sfumatura che renda il mio sì meno netto (less clear-cut), meno forte. C’è qualche elemento in più che è importante per la risposta. Il mio “Sì” è meno forte.

Se conoscete l’inglese, questo uso è simile a “did + l’infinito”.
“Do you understand German?”
“I mean, I do understand it, but speaking it is much harder”.

“Are you going to Luca’s party?”
“I mean, I’m going, but I won’t stay long”

Vi faccio qualche altro esempio.

“Sei andato a votare alle elezioni?”
“Ma, votare ho votato, però so già che non cambierà niente”

“Hai preparato la torta?”
Prepararla l’ho preparata, però non so com’è venuta”

“Hai parlato poi con il professore?”
Parlarci ci ho parlato, ma non ha risolto i miei dubbi”

“Ti sei iscritta al concorso (contest, or competitive exam)?”
Iscrivermi mi sono iscritta, ma non credo di avere speranze di vincere”

Nella domanda mi chiedi se ho fatto qualcosa. Nella risposta non mi limito a dirvi (I’m not just telling you) che ho effettivamente compiuto (carried out, completed) l’azione, ma aggiungo una sfumatura negativa o di incertezza. Dunque, come abbiamo detto, il mio “sì” è un po’ meno forte. “Sì mi sono iscritta, ma non credo di avere speranze“. “Sì, ho parlato con il professore ma non ha risolto i miei dubbi“, “sì, ho votato, però so già che non servirà“.
Votare ho votato“, “prepararla l’ho preparata (la torta)”, “parlarci ci ho parlato (con il professore)“.
“Ma.. “, e diciamo qualcos’altro. C’è sempre dunque un “ma”, un “però”. O almeno quasi sempre.
Probabilmente ci sono altri modi di usare questa costruzione a cui non ho pensato, perché in fin dei conti (after all) la lingua italiana è molto ricca di usi colloquiali, come tutte le lingue. Dunque ammetto che potrebbero esserci altri usi a cui non ho pensato, ma questo è l’uso più importante.

So che in alcuni lingue esistono usi simili. Se nella vostra lingua esiste una costruzione simile fatemi sapere, sarebbe interessante scoprirlo.Non so se adesso vi è chiaro come si utilizza questa costruzione.  Io spiegarla ve l’ho spiegata, però ditemi voi se l’avete capita.

Grazie di nuovo per l’ascolto e ci vediamo nel prossimo episodio.
Ciao!

Come usare “figurati” in italiano? – Usi colloquiali #2 – VIDEO


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D -Ciao a tutti, benvenuti su podcast italiano. In questo episodio sono in compagnia di (joined by) Erika.
E – Ciao a tutti!
D – Abbiamo deciso di parlare di una parola che è molto complicata, secondo me, per uno straniero, perché ha diversi usi e dunque cercheremo di illustrarveli (illustrate to you, explain to you), di farvi degli esempi utilizzando dei dialoghi. Partiamo dal primo utilizzo:

1)

  • Grazie per avermi aiutato a lavare i piatti!
  • Figurati!
  • Grazie che mi hai dato una mano (you gave my hand) con i compiti!
  • Figurati!

In questo caso “figurati!” significa “prego”, “ci mancherebbe”, “di niente” (you’re welcome, don’t mention it)
Dunque possiamo dire:

  • Grazie per avermi aiutato a lavare i piatti! (wash the dishes)
  • Ci mancherebbe / Di niente / oppure semplicemente / Prego!

2)

Passiamo allora al secondo uso di “figurati”. Immaginiamo in questo dialogo che siamo su un autobus, e tu mi chiedi:

  • Signore, vuole sedersi?
  • No, si figuri.

In questo caso “si figuri” è la forma di rispetto, quindi non diciamo “figurati” ma “si figuri”. Oppure:

  • Vuoi che ti riporti a casa?
  • No no, figurati.

E qui “figurati” significa “no, grazie”, “non ti preoccupare”. Lo usiamo quando rifiutiamo in modo gentile un’offerta. -Vuoi che ti riporti a casa?, – No, grazie / No, figurati.

3)

Passiamo al caso numero 3 che abbiamo segnato.

  • Gianni mi ha detto che hai guadagnato 1 milione di euro alla lotteria. Ma secondo te è vero?
  • Ma figurati! Ti prendeva in giro. (he was teasing you)

Oppure:

  • Le previsioni del tempo dicono che piove oggi pomeriggio.
  • Ma figurati! Non c’è nemmeno una nuvola in cielo.

In questo caso “figurati” significa “non può essere vero”, “non è vero”. -Le previsioni dicono che oggi pomeriggio piove, – no, ma figurati, non c’è una non c’è nemmeno una nuvola. “No, non può essere vero che piova”, “non è vero”.

4)

E passiamo al caso numero 4, utilizzando gli stessi esempi:

  • Figurati se Gianni ha guadagnato un milione di euro, è impossibile.

Oppure con l’esempio della pioggia possiamo dire:

  • Figurati se oggi pomeriggio piove, non c’è una nuvola in cielo.

Dunque in questo caso “figurati” significa “è impossibile che piova”. Oppure “ti sembra (sia) possibile che piova?”. In questo caso è una domanda retorica.

5)

Passiamo al quinto utilizzo:

  • Ho dimenticato i compiti a casa.
  • Eh, figuriamoci. / oppure / Figurati..
  • Michele mi ha scritto che arriva in ritardo.
  • Figurati, è sempre in ritardo.

“Figurati” qui significa “non mi sorprende”, “non sono sorpreso da quello che mi stai dicendo”. – Michele mi ha scritto che arriva in ritardo, -non mi sorprende/figurati, è sempre in ritardo.
-Ho dimenticato i compiti (homework) a casa”, -figurati/figuriamoci, non sono sorpreso.

6)

Sesto e ultimo utilizzo (che abbiamo trovato noi, almeno):

  •  Non è piaciuto a me l’ultimo film di Tarantino, figurati a Stefano che odia i suoi film.

Oppure:

  • Non ho capito niente della lezione di matematica io, che capisco sempre tutto. Figurati Stefano, che già di solito non capisce niente.

Oppure un altro:

  • Non mi piace quando il cielo è nuvoloso, figurati quando piove.

In questo caso “figurati” può essere a volte sostituito da “pensa”. Per esempio: – non è piaciuto a me l’ultimo film di Tarantino e sono un suo fan, pensa mio fratello che odia i suoi film.
Oppure, in altri casi, da tanto meno: – non mi piace quando il cielo è nuvoloso (cloudy), tanto meno (much less) quando piove.
Tanto meno è un utilizzo meno colloquiale (di “figurati”) sicuramente, perché “figurati” una parola abbastanza colloquiale solitamente.
È difficile trovare delle alternative. In inglese si dice “let alone”, “much less”, ma è difficile trovare alternative in italiano.

So che sono molti utilizzi ed è difficile ricordarseli tutti. Abbiamo cercato adesso di fare un dialogo in cui li utilizziamo tutti. È un po’ strano che due persone continuino a usare la parola “figurati” con significati diversi in un dialogo, però magari vi aiuta a capire quanti utilizzi ha e come si può usare questa questa parola
Dunque, nel nostro dialogo immaginatevi due persone che sono appena uscite da scuola, per esempio:

E – Mannaggia (damn!), l’autobus è in ritardo.
D- Figurati, (5- non mi sorprende) è sempre in ritardo. Ti serve (=hai bisogno, vuoi) che ti riporti a casa (give you a ride home)?
E- No, figurati (2 – non ti preoccupare).
D- Sei sicura? Mi hanno detto che il tuo quartiere è pericoloso.
E- Ma figurati! (3 – non è vero). È una zona tranquillissima.
D- Non è un po’ lontano in autobus?
E- Ci vanno (it takes me) 20 minuti.
D- Ma se ci vanno 20 minuti in autobus figurati a piedi.
E- Ci vorranno una quarantina di minuti.
D- Ma figurati (4 – ti sembra possibile che? retorico) se ti faccio fare tutta quella strada. Dai ti accompagno.
E- Vabè, dai, grazie mille.
D- Figurati! (1 – prego)

Ci sono molti usi. Vi consiglio di riguardare questo video o riascoltare questo episodio, se state ascoltando la versione audio del podcast, per cercare di abituarvi a questi utilizzi.  Se sentite questa parola utilizzata da qualcuno o la trovate da qualche parte potete ritornare su questo episodio per cercare di capire di quali utilizzo si trattasse. Questo per oggi è tutto, grazie per la visione o per l’ascolto.

Su podcastitaliano.com  troverete la trascrizione intera di questo episodio con la traduzione tra parentesi delle parole o delle frasi più difficili.
Grazie di nuovo e alla prossima.
Ciao!

 

Avere presente, insomma, capirai – Usi colloquiali #1

Benvenuti su Podcast Italiano! Mi chiamo Davide e volevo iniziare una serie di episodi dedicati ad alcune parole, frasi, espressioni, che non sono espressioni idiomatiche -possiamo anche parlare nel futuro di espressioni idiomatiche – ma in questo episodio e in altri episodi intendo parlare di frasi, parole, che utilizziamo in un modo non letterale e che sono utilizzate di solito nel discorso colloquiale, ma sono molto molto comuni. Solitamente gli stranieri non le usano, non le conoscono. Dunque se le imparerete stupirete (you will impress) gli italiani con cui parlate, perché in questo modo il vostro italiano diventa decisamente più naturale.
Dunque senza perderci in chiacchiere (without further ado) – e questa è un’espressione idiomatica “senza perderci in chiacchiere” – iniziamo subito, così capite di cosa sto parlando.

La prima espressione di cui volevo parlare è “avere presente”.
“Avere presente” a mio modo di vedere è un sinonimo di “sapere di cosa una persona sta parlando”. Vi faccio degli esempi:

  • Hai visto il film Dunkirk che è uscito da poco?
  • No, non ho presente Oppure diciamo anche / No non ce l’ho presente

Un altro esempio potrebbe essere:

  • Hai presente quella ragazza bionda, alta, che viveva vicino a casa nostra?
  • No, non ho presente /o anche qui/ No, non ce l’ho presente.
    Non so di chi stai parlando, non mi ricordo questa persona, non so a chi ti riferisci.

Un ultimo esempio è:

  • Hai sentito parlare di quel bar che hanno aperto da poco in centro?
  • Sì, ho presente / Sì ce l’ho presente.

“Sì, so di cosa stai parlando”. Conosco questo bar o sentito parlare, magari, di questo bar. “Sì ho presente, ce l’ho presente quel bar”. “Avere presente” un’espressione che possiamo utilizzare per non dire “sì, so di cosa stai parlando”, “so a cosa” o “a chi ti riferisci”.

Il prossimo uso di cui volevo parlarvi è quello della parola “insomma”.
“Insomma” normalmente vuol dire “dunque”, “in breve”, “riassumendo”, “in conclusione”. Finiamo un discorso e diciamo “Insomma, + qualcos’altro”.
Una persona, per esempio, può parlare delle sue vacanze in Spagna e raccontare tutto ciò che è successo, le città che ha visitato e quanto si è divertito e poi alla fine dice “Insomma, la Spagna e mi è piaciuta davvero tanto, è stata una bella vacanza”.
Però oggi voglio parlare di un altro utilizzo di insomma. A volte “insomma” infatti può significare “non molto”, “non tanto”, “non un granché”. Per esempio:

  • Ti è piaciuto l’ultimo film di Harry Potter?
  • Insomma.. / a volte diciamo anche / Mica tanto..

Potremmo anche usare insieme “Insomma, mica tanto..”. “Mica” è una parola colloquiale che significa di fatto “non”, non tanto.

  • Ti piaciuto l’ultimo film?
  • Insomma, non tanto.. / Insomma, mica tanto..

Ed è importante l’intonazione. Un altro esempio che posso fare è il seguente:

  • Tu hai capito qualcosa della lezione?
  • Ma, insomma.. / e anche qui potremmo dire / Ma, insomma, mica tanto..
    Potremmo anche usare tutte queste parole insieme: “ma, insomma, mica tanto”.

Un terzo ed ultimo esempio potrebbe essere:

  • La mostra a me non è piaciuta molto. Tu come l’hai trovata?
  • Sì, insomma, potevano fare un lavoro migliore.Con questo “sì” all’inizio indichiamo che non ci ha deluso (it didn’t disappoint us) del tutto ma poteva essere meglio, perché diciamo “Insomma, potevano fare un lavoro migliore”. “Sì, insomma, carina (fine, not too bad) ma poteva essere migliore”.L’ultima espressione o utilizzo di oggi – in realtà ne ho scelti due che sono praticamente identici, secondo me.. vi do prima degli esempi per darvi un’idea di come si usano.
  • Ho vinto €2 alla lotteria.
  • Capirai! / oppure / Sai che roba!

Sono sinonimi. Un altro esempio:

  • Riesco a correre 5 km senza fermarmi.
  • Capirai, io ne corro anche 20 / Sai che roba, io ne corro 20.

Ultimo esempio:

  • Stefano ha preso 30 a quell’esame.
  • Capirai, è facilissimo! / Sai che roba, è facilissimo!

Dunque come potete vedere “capirai” oppure “sai che roba” sono dei modi di minimizzare un’informazione che ci viene data, far vedere che non siamo colpiti molto da quanto ci viene detto. “Stefano ha preso 30 a quell’esame”. “Capirai, è facilissimo!”.
Perché tutti prendono 30 a quell’esame. “Capirai”, “sai che roba”. Non era difficile dunque non è qualcosa che mi colpisce, non è un’informazione che mi colpisce.

  • Ho vinto €2 alla lotteria.
  • Capirai! / Sai che roba!

Anche qui: €2 è molto poco, quindi non sono colpito dalla tua vincita, per questo minimizzo l’informazione che mi hai appena dato.
Per concludere questa lezione utilizzerò tutte queste frasi in un mini-dialogo che le contiene.

  • Sono andato a vedere Dunkirk, il film che è uscito da poco. Tu l’hai visto?
  • No, però ho presente. Ti è piaciuto?
  • Insomma, a me mica tanto. A Federico invece è piaciuto tantissimo.
  • Capirai, lui adora tutti i film di Christopher Nolan. /oppure/ Sai che roba, lui adora tutti i film di Nolan.Questa era la lezione di oggi, abbiamo parlato di “avere presente”, di “Insomma..” e di “capirai!” / “sai che roba”. Spero che questo episodio vi sia piaciuto e sia stato utile. Come al solito troverete la trascrizione su podcastitaliano.com con la traduzione delle parole più complicate.
    Grazie per l’ascolto e a presto.
    Ciao!