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Il congiuntivo sta morendo?

March 16, 2025

Trascrizione

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Ho una brutta notizia. Ci ha lasciati… ci ha lasciati il congiuntivo. A Noi di Podcast Italiano partecipiamo al lutto che ha colpito gli italiani per la sua scomparsa. Che sopravviva il suo dolce suono nelle orecchie di chiunque l’abbia amato e l’abbia usato. Che Dio accolga tra le sue braccia il più bel modo verbale che sia mai esistito. Il congiuntivo è morto. Viva il congiuntivo!

Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

Mmmhhh. C’è qualcosa che non va. In questo finto necrologio, ho usato ben sei congiuntivi. E allora… che dovrei fare? Dovrei riscriverlo, per adeguarmi all’italiano moderno? Oppure non dovrei scrivere nessun necrologio, perché di fatto il congiuntivo non è morto?

Scoprirai la risposta guardando questo video, in cui ti parlerò dell’ossessione che hanno gli italiani per il congiuntivo e per quest’idea che il congiuntivo sia già morto o quasi morto. Guarda, inoltre, il video fino alla fine, perché ho un annuncio importante che riguarda proprio il congiuntivo, e ti interesserà se stai imparando l’italiano.

Ah, sono Davide e questo è Podcast Italiano, un canale per chi impara o ama l’italiano. Attiva i sottotitoli se ne hai bisogno. Trovi la trascrizione integrale del video sul mio sito. Come sempre, ho preparato un PDF che riassume tutto quello che dico e lo integra con altri esempi ed esercizi. Puoi scaricarlo al link in descrizione, oppure scansionando questo codice QR. Incominciamo!

È almeno dagli anni Cinquanta che in Italia si lanciano allarmi sullo stato di salute del congiuntivo. Periodicamente, qualche scrittore o giornalista (raramente linguisti) ne denuncia, come ho fatto io, la presunta morte. Un esempio di necrologio del congiuntivo risale al 1984 e porta la firma di Cesare Marchi, scrittore, giornalista e autore, anche, di una fortunata grammatica. Ecco che cosa scriveva Marchi nell’84:

C’era una volta il congiuntivo. Incubo degli scolari, idolo dei pedanti [...]. Nei salotti i ben pensanti e i ben parlanti tremavano nell’affrontare la desinenza d’un congiuntivo, sbagliarla era una gaffe imperdonabile […] A cent’anni di distanza, è morto anche il congiuntivo, ucciso da quegli strumenti di comunicazione che in anglo-latino si chiamano “mass-media” […].

Ma quindi, quanta verità c’è in questi avvertimenti? Il congiuntivo sta veramente morendo o è già morto? E poi, se già nell’84 il congiuntivo era morto, ora dovrebbe essere morto e sepolto, no?

La risposta, come vedremo, è articolata. Ma anche se a questo punto del video ancora non sappiamo se il congiuntivo sta morendo o no, possiamo già affermare con certezza che di congiuntivo si muore, e si muore per lapidazione, assassinati dai cosiddettigrammar-nazi”, o “neo-puristi”, pronti a tirare pietre contro chiunque osi maltrattare il congiuntivo. Il linguista Francesco Sabatini parlava di “casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno”. A cosa si riferiva? Vediamo degli esempi di casi di congiuntivo sbagliato che hanno infiammato gli animi.

Durante una discussione al Senato nel 2015, il senatore Gianluca Castaldi, rivolgendosi al presidente del Senato, usa infelicemente un condizionale al posto di un congiuntivo, dicendo “se potrebbe” al posto dise potesse”. Viene corretto in coro dagli altri senatori presenti in aula:

[“Noi abbiamo un malfunzionamento delle tessere solo del gruppo del Movimento Cinquestelle. Se potrebbe cortesemente controllare…”]

Due anni dopo, l’allora Vice Presidente della Camera dei Deputati Luigi di Maio sbaglia per ben tre volte il congiuntivo su Twitter e finisce massacrato nei commenti.

La prima volta usa l’indicativo al posto del congiuntivo. Dice “se c’è rischio che soggetti spiano” invece di “spiino”. Dopo aver ricevuto la prima pioggia di insulti, Di Maio ci riprova, peggiorando la propria situazione. Ora riscrive la frase alla forma passiva e imbrocca il modo verbale, ma sbaglia il tempo, e usa l’ausiliare all’imperfetto, “venissero”, al posto del presente, “vengano”. Doppiamente deriso, e fatto a pezzi dalla rete, Di Maio non si arrende, ci riprova ancora, tornando dal passivo all’attivo, ma insistendo con il tempo imperfetto, “spiassero”, che qui non funziona: si dovrebbe dire “se c’è il rischio che spiino”. Niente da fare.

I commentatori, allora, si scatenano… e i giornali non si lasciano scappare l’occasione ghiotta di prenderlo in giro.

Qualche anno prima, il politico Alessandro Di Battista dichiarava in una trasmissione televisiva:

[“Credo che c’è bisogno di un governo il prima possibile. Mi auguro che la Meloni e, non credo, non cedi sulla Casellati…”]

Ecco, il congiuntivo corretto sarebbe “ceda”. E anche qui, discussioni online e articoli a non finire. Questi sono solo tre esempi di congiuntivi sbagliati da personaggi pubblici, ma se ne potrebbero fare molti altri. Non mi interessa tanto l’errore, per carità, chiunque può fare un errore mentre parla, anche pubblicamente. Il punto è questo: sbagliare il congiuntivo pubblicamente, in Italia, fa notizia; se ne scrivono articoli, se ne parla sui giornali e si commenta sui social. Per Marchi, negli anni ‘80, come abbiamo visto, un congiuntivo sbagliato è una “gaffe imperdonabile”.

La sfera pubblica non è però l’unica in cui sbagliare un congiuntivo può essere pericoloso. Anche nella sfera privata non si scherza! Il cantante Lorenzo Baglioni, nel testo della sua canzone ironica, intitolata, appunto, “Il Congiuntivo”, ci avvisa che…

[“Oggigiorno chi corteggia incontra sempre più difficoltà coi verbi al congiuntivo…”]

…mentre nel video ci mostra una ragazza che rifiuta, con evidente disgusto, il suo corteggiatore…perché costui ha sbagliato un congiuntivo, sostituendolo con un condizionale: “starei” al posto di “stessi”.

Lo stesso Baglioni poi ci ricorda che…

[“Se tu avessi usato il congiuntivo trapassato con lei non sarebbe andata poi male”].

Insomma, il congiuntivo sarebbe una garanzia di successo anche nelle relazioni. Ok, Baglioni qui fa ironia, ma conosco persone che la pensano alla stessa maniera. Noi italiani amiamo fare ironia sui congiuntivi sbagliati. Un celebre esempio di questo è il personaggio cinematografico di Fantozzi, protagonista di molti film di culto usciti tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90, che era il simbolo dell’italiano medio, con tutti i suoi difetti e la sua mediocrità. Nell’Italia del dopoguerra il congiuntivo era un distintivo sociale: se lo sapevi usare correttamente, avevi studiato e facevi parte delle classi dominanti; se non lo sapevi usare, eri un “popolano”. E quindi i film mostrano un Fantozzi in grande difficoltà con il congiuntivo. Abbondano gli usi errati come “facci lei” al posto di “faccia lei”, “mi dii un dito” al posto di “mi dia un dito” e “vadi” al posto di “vada”. Come dimenticare, poi, questa scena storica del cinema italiano:

[Allora, ragioniere, che fa? …Batti?

Ma... mi dà del tu?

No, no! Dicevo: batti Lei?

Ah, congiuntivo!

Sì!

Aspetti!”]

Fantozzi e il ragionier Filini fanno un gran confusione con la grammatica in questa scena, visto che “batti” non può proprio essere congiuntivo, semmai è un indicativo presente (”batti tu”) oppure un imperativo, al massimo (”batti!”). Usando il Lei, bisognerebbe dire “batta Lei” che comunque non è un indicativo ma un congiuntivo.

Il congiuntivo, dunque, è anche una questione di classe sociale e di istruzione. Come scrive il linguista Andrea De Benedetti, “il congiuntivo, nel nostro Paese, rappresenta una specie di patente nobile del buon parlare, di lasciapassare sociale che permette di riconoscere immediatamente il milieu intellettuale delle persone [..]. Può sembrare un discorso classista, e in parte lo è, ma dall’uso dei modi verbali si capisce subito chi ha fatto buone scuole e chi no, chi è circondato da persone ragionevolmente istruite e chi no, chi ogni tanto legge libri o giornali e chi no.”

Come scrivono, poi, i linguisti Patota e Della Valle, “un congiuntivo sbagliato o mancato è percepito come una mancanza sociale, perdonabile a chi è linguisticamente deprivato (cioè chi ha più limiti linguistici) ma non a chi non lo è o non dovrebbe esserlo, e tanto meno a chi rappresenta lo Stato e le istituzioni.

Bene, quindi abbiamo capito che noi italiano siamo fissati con il congiuntivo. Gli diamo un’importanza enorme, superiore a qualsiasi altra caratteristica, forse, della grammatica italiana. Tra l’altro, questa è una fissazione molto “italiana”, perché in altri Paesi dove si parlano lingue che hanno il congiuntivo, il congiuntivo non ha questo alone di sacralità:  è già tanto se le persone, in quei Paesi, conoscono il termine “congiuntivo”.

Ma ritornando, quindi, alla domanda iniziale, che finora ho abilmente evitato: il congiuntivo nella lingua italiana sta, o non sta, morendo? O perlomeno, si sta iniziando a usare meno? La risposta è: dipende, ovviamente.

Di quale lingua italiana stiamo parlando? Non esiste UN italiano, monolitico. Esistono invece diverse varietà dell’italiano che seguono regole diverse. Scritto o parlato? Formale o informale?  Non è certamente corretto parlare di “morte” del congiuntivo, ma è invece corretto parlare di un “rilassamento” delle norme che, in certe varietà dell’italiano, regolano la sua alternanza con l'indicativo.

Dobbiamo distinguere, innanzitutto, l’italiano scritto da quello parlato. Se nella lingua orale è vero che il congiuntivo cede il posto all’indicativo in molti contesti informali, nella lingua scritta il congiuntivo sembra essere vivo e vegeto. È sufficiente aprire una qualsiasi pagina di giornale per rendersene conto. Questo ad esempio è un testo di Michele Serra di qualche anno fa, pubblicato sul quotidiano Repubblica e… abbuona di congiuntivi.

Dobbiamo inoltre distinguere l’italiano colto, scritto e parlato dalle persone istruite, dall’italiano popolare, parlato dalle persone con un basso livello di istruzione. come dicevamo anche prima, Michele Serra, l’autore del testo che ti ho appena mostrato, ha frequentato il Liceo Classico, e poi tre anni della Facoltà di Lettere, ed è giornalista dal ‘75. Il suo italiano è certamente diverso da quello di una persona che ha studiato meno e che non ha svolto un lavoro centrato sull’uso della parola scritta.

Ma non è nemmeno da escludere che lo stesso Michele Serra, parlando con un suo amico al pub, usi un po’ meno il congiuntivo rispetto ai suoi articoli di giornale, come, del resto, facciamo tutti. È proprio nell’italiano orale, colloquiale e informale che dobbiamo osservare i cambiamenti in atto per poter finalmente rispondere alla domanda del video.

Quello che si osserva nell’uso informale, soprattutto parlato, è che:

  • Nelle frasi principali il congiuntivo continua a usarsi molto, per esempio in: “Sapessi che dolore!”, “Magari vincessi al lotto!”, “Almeno stia zitto!” (o “almeno stesse zitto!”, questo è un uso che si sta diffondendo e a tante persone non piace), “Che Dio ce la mandi buona!
  • Nelle frasi subordinate introdotte da “che”, dove il congiuntivo sarebbe richiesto dal verbo della frase principale, il congiuntivo si usa meno rispetto alla lingua standard: “credevo che stesse” può diventare “credevo che stava»”, “penso che sia” può essere reso come “penso che è”. Questo è un uso che, però, fa parte di un registro particolarmente informale e basso.
  • Nelle interrogative indirette (o domande indirette) l’indicativo è molto usato, per esempio “non capisco perché l’ha fatto” al posto di “perché l’abbia fatto” o “non so chi è” al posto di “non so chi sia”.
  • Poi c’è il caso del congiuntivo introdotto da una congiunzione, per esempio “nonostante”. Non usare il congiuntivo come nel caso di “penso che è” implica una… un abbassamento drastico del registro. Cioè, se dico, al posto di “nonostante piova”, “nonostante piove”, il registro precipita, ma il significato della congiunzione e della frase dove si trova il congiuntivo rimane lo stesso. Con congiunzioni formali come benché, affinché, malgrado, questo praticamente non avviene. Non si usa quasi mai l’indicativo perché queste sono parole già di per se molto formali, e quindi si usa il congiuntivo.
  • Anche nel periodo ipotetico controfattuale (cioè quello che parla di ipotesi impossibili, che non possono realizzarsi) il congiuntivo e, in questo caso, anche il condizionale tendono a essere sostituiti dall’indicativo imperfetto: ”se lo sapevo, non venivo” invece di “se lo avessi saputo, non sarei venuto”. E questo è un uso molto comune che io, direi, qualsiasi italiano, in qualche contesto informale, usa.

Questa alternanza tra congiuntivo e indicativo è presente sin dalle origini della lingua italiana, dunque non abbiamo a che fare con grandi novità. Spesso, i cosiddetti “fenomeni bassi”, che molti considerano errori o evoluzioni (o, magari, “degenerazioni”) moderne, sono alternative che esistono da secoli e secoli.

E quindi, come ricorda Francesco Sabatini, “l’alternanza segna una differenza di stile, non di correttezza”. Più che di “giusto” o “sbagliato” in termini assoluti, dovremmo allora parlare, come spesso dico, di “adeguato” o “inadeguato” (al contesto, alla situazione comunicativa, all’interlocutore). L’alternanza tra congiuntivo e indicativo, nelle situazioni che abbiamo visto, va interpretata non come “un attentato alla grammatica”, ma come un uso informale in certe frasi (per esempio “non sapevo se era venuto” al posto di “fosse”) e un uso molto informale, potremmo dire sub-standard in altri (come ”penso che sei bravo”, “credo che è uscito”).

La lingua standard (quella a cui dobbiamo ricorrere quando vogliamo essere un minimo eleganti) prescrive il congiuntivo in certi casi e lo ammette come una possibilità in altri. Non usare il congiuntivo in un articolo di giornale, soprattutto nei casi in cui la norma standard è più rigida (per esempio, appunto, dopo i verbi di opinione, come “penso”, “penso che sia”, o “credo che fosse”) non usarlo, qui, rappresenta un errore stilistico: ed è normale e umano provare fastidio nei confronti di questa violazione della norma standard.

Dunque, un certo calo nell’uso del congiuntivo nella lingua informale sembra esserci, ma non si può affatto parlare davvero di una “morte del congiuntivo” (e i linguisti, su questo, sono praticamente tutti d’accordo): come abbiamo visto non appena il registro si alza un po’ e si vuole parlare in una maniera un filo più elegante, il congiuntivo si usa, e si usa eccome!

Poi, è possibile che tra 50, 100 o 200 anni (se l’umanità sopravvive) il congiuntivo scomparirà, morirà davvero, o si userà sempre meno. Dopotutto è già successo in altre lingue. In inglese il subjunctive è praticamente un fossile grammaticale che sopravvive in casi molto particolari e marginali. Il francese, poi, ha perso due tempi del subjonctif (per dire “se avessi una casa al mare, ci andrei tutti giorni”, in francese, si dice letteralmente “se avevo una casa al mare, ci andrei tutti i giorni”). Eppure, in queste lingue, come saprà chi di voi le parla, si possono benissimo fare ipotesi, esprimere dubbi, esistono le sfumature e la soggettività: tutti valori che normalmente vengono associati al congiuntivo, a volte anche in maniera discutibile (a questo argomento dedicherò il prossimo video sulla mia sere sul congiuntivo).

Dunque, se anche scomparissero le forme del congiuntivo, rimarrebbero le sue funzioni: da questo punto di vista non c’è da preoccuparsi. Comunque, probabilmente, se il congiuntivo morirà, saremo già morti anche noi, da tempo.

Riassumendo, Patota e Della Valle osservano questo:

  • In termini assoluti, il congiuntivo non è stato mai usato così tanto. Per un motivo semplice: oggi si scrive e si parla molto di più in italiano rispetto a qualsiasi epoca passata. Come dicevamo, l’italiano è una lingua effettivamente parlata su larga scala solo dagli anni ‘50 del 900. Più si parla italiano, più si ricorre alle forme dell’italiano, tra cui il congiuntivo.
  • In termini percentuali, il congiuntivo, in effetti, si usa un po’ meno rispetto alla norma standard. Questo va interpretato ricordandosi che l’italiano, come dicevo, oggi è una lingua che appartiene a tutti (e menomale!) e che da alcuni è stata appresa in maniera imperfetta (a causa, ad esempio, di una bassa istruzione), o che è stata acquisita in una maniera molto influenzata dal dialetto, o che, magari, è stata poco praticata nella lettura e nella scrittura, che, poi, sono le dimensioni, gli ambiti, in cui il congiuntivo resiste con più forza.

Ma dato che il futuro sono i giovani, diamo un’occhiata a come si esprimono questi giovani nei generi musicali che più li rappresentano, tra i quali ci sono il rap e la trap. Leggendo i loro testi, scopriamo che Sfera Ebbasta canta “spero che il vicino non senta”; che Shiva si chiedemi ameresti ancora se da domani mollassi i concerti?”; che Rondodasosa dice “sta squillando il cell, e quanto vorrei che fossi solo te”; che Anna Pepe auguravorrei avessi la fame, la mia, per capire le cose”; che Il Tre sogna “a volte vorrei che regnasse l’anarchia”, e così via.

Certo, magari potrei essere accusato di cherry-picking, come si dice in inglese, cioè di andare a pescare solo quegli esempi che mi danno ragione e escludere gli altri. Ed è anche vero che, cercando cercando tra le canzoni di artisti giovani, troviamo il rapper Guè (che poi Guè c’avrà quarant’anni, ma vabbè…) che canta “non hai mai fatto il salto di qualità, spero che lo fai (e non faccia)”; oppure Rosa Chemical che ci propone “sembra che stai (e non stia) scappando”. Ma, in generale, spero di aver dimostrato che il congiuntivo è tutt’altro che morto.

E quindi, che significa questo per chi impara l’italiano? Significa innanzitutto che bisogna imparare il congiuntivo, almeno a un livello intermedio e avanzato. Ma anche saper distinguere i contesti e gli interlocutori con cui usare il congiuntivo e, dall’altra parte, saper riconoscere le situazioni in cui ci si può rilassare e usare l’indicativo senza mettere in pericolo la propria immagine sociale. Poi, certo, uno studente straniero di italiano verrà capito (e aggiungo “compatito”, anche) se sbaglia un congiuntivo. Da questo punto di vista voglio rassicurarti: la sanzione sociale riguarda i parlanti nativi di italiano. Gli stranieri possono permettersi di fare errori con il congiuntivo.

Ed è proprio per aiutarti a imparare il congiuntivo che sto preparando qualcosa che, se impari l’italiano, ti piacerà molto: un corso, davvero una gran figata, un corso in 15 videolezioni, corredate da schede ed esercizi. Una sfida sul congiuntivo che durerà 30 giorni, un mese. Se t’interessa clicca il link della lista d’attesa e riceverai notizie!

Per finire, e per fare un po’ di pratica con il congiuntivo, scrivimi un commento dicendomi che cosa speri tu per il futuro del congiuntivo italiano: che sopravviva? Che muoia? Spiegami anche il perché. E se nella tua lingua esiste il congiuntivo (spagnolo, il portoghese, eccetera), fammi sapere se le persone sanno che cosa vuol dire questo termine e se c’è questa connotazione, questa sacralità che viene data al congiuntivo. Io penso di no. Questo è tutto, ci vediamo nel prossimo video sul congiuntivo.

Ho una brutta notizia. Ci ha lasciati… ci ha lasciati il congiuntivo. A Noi di Podcast Italiano partecipiamo al lutto che ha colpito gli italiani per la sua scomparsa. Che sopravviva il suo dolce suono nelle orecchie di chiunque l’abbia amato e l’abbia usato. Che Dio accolga tra le sue braccia il più bel modo verbale che sia mai esistito. Il congiuntivo è morto. Viva il congiuntivo!

Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

Mmmhhh. C’è qualcosa che non va. In questo finto necrologio, ho usato ben sei congiuntivi. E allora… che dovrei fare? Dovrei riscriverlo, per adeguarmi all’italiano moderno? Oppure non dovrei scrivere nessun necrologio, perché di fatto il congiuntivo non è morto?

Scoprirai la risposta guardando questo video, in cui ti parlerò dell’ossessione che hanno gli italiani per il congiuntivo e per quest’idea che il congiuntivo sia già morto o quasi morto. Guarda, inoltre, il video fino alla fine, perché ho un annuncio importante che riguarda proprio il congiuntivo, e ti interesserà se stai imparando l’italiano.

Ah, sono Davide e questo è Podcast Italiano, un canale per chi impara o ama l’italiano. Attiva i sottotitoli se ne hai bisogno. Trovi la trascrizione integrale del video sul mio sito. Come sempre, ho preparato un PDF che riassume tutto quello che dico e lo integra con altri esempi ed esercizi. Puoi scaricarlo al link in descrizione, oppure scansionando questo codice QR. Incominciamo!

È almeno dagli anni Cinquanta che in Italia si lanciano allarmi sullo stato di salute del congiuntivo. Periodicamente, qualche scrittore o giornalista (raramente linguisti) ne denuncia, come ho fatto io, la presunta morte. Un esempio di necrologio del congiuntivo risale al 1984 e porta la firma di Cesare Marchi, scrittore, giornalista e autore, anche, di una fortunata grammatica. Ecco che cosa scriveva Marchi nell’84:

C’era una volta il congiuntivo. Incubo degli scolari, idolo dei pedanti [...]. Nei salotti i ben pensanti e i ben parlanti tremavano nell’affrontare la desinenza d’un congiuntivo, sbagliarla era una gaffe imperdonabile […] A cent’anni di distanza, è morto anche il congiuntivo, ucciso da quegli strumenti di comunicazione che in anglo-latino si chiamano “mass-media” […].

Ma quindi, quanta verità c’è in questi avvertimenti? Il congiuntivo sta veramente morendo o è già morto? E poi, se già nell’84 il congiuntivo era morto, ora dovrebbe essere morto e sepolto, no?

La risposta, come vedremo, è articolata. Ma anche se a questo punto del video ancora non sappiamo se il congiuntivo sta morendo o no, possiamo già affermare con certezza che di congiuntivo si muore, e si muore per lapidazione, assassinati dai cosiddettigrammar-nazi”, o “neo-puristi”, pronti a tirare pietre contro chiunque osi maltrattare il congiuntivo. Il linguista Francesco Sabatini parlava di “casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno”. A cosa si riferiva? Vediamo degli esempi di casi di congiuntivo sbagliato che hanno infiammato gli animi.

Durante una discussione al Senato nel 2015, il senatore Gianluca Castaldi, rivolgendosi al presidente del Senato, usa infelicemente un condizionale al posto di un congiuntivo, dicendo “se potrebbe” al posto dise potesse”. Viene corretto in coro dagli altri senatori presenti in aula:

[“Noi abbiamo un malfunzionamento delle tessere solo del gruppo del Movimento Cinquestelle. Se potrebbe cortesemente controllare…”]

Due anni dopo, l’allora Vice Presidente della Camera dei Deputati Luigi di Maio sbaglia per ben tre volte il congiuntivo su Twitter e finisce massacrato nei commenti.

La prima volta usa l’indicativo al posto del congiuntivo. Dice “se c’è rischio che soggetti spiano” invece di “spiino”. Dopo aver ricevuto la prima pioggia di insulti, Di Maio ci riprova, peggiorando la propria situazione. Ora riscrive la frase alla forma passiva e imbrocca il modo verbale, ma sbaglia il tempo, e usa l’ausiliare all’imperfetto, “venissero”, al posto del presente, “vengano”. Doppiamente deriso, e fatto a pezzi dalla rete, Di Maio non si arrende, ci riprova ancora, tornando dal passivo all’attivo, ma insistendo con il tempo imperfetto, “spiassero”, che qui non funziona: si dovrebbe dire “se c’è il rischio che spiino”. Niente da fare.

I commentatori, allora, si scatenano… e i giornali non si lasciano scappare l’occasione ghiotta di prenderlo in giro.

Qualche anno prima, il politico Alessandro Di Battista dichiarava in una trasmissione televisiva:

[“Credo che c’è bisogno di un governo il prima possibile. Mi auguro che la Meloni e, non credo, non cedi sulla Casellati…”]

Ecco, il congiuntivo corretto sarebbe “ceda”. E anche qui, discussioni online e articoli a non finire. Questi sono solo tre esempi di congiuntivi sbagliati da personaggi pubblici, ma se ne potrebbero fare molti altri. Non mi interessa tanto l’errore, per carità, chiunque può fare un errore mentre parla, anche pubblicamente. Il punto è questo: sbagliare il congiuntivo pubblicamente, in Italia, fa notizia; se ne scrivono articoli, se ne parla sui giornali e si commenta sui social. Per Marchi, negli anni ‘80, come abbiamo visto, un congiuntivo sbagliato è una “gaffe imperdonabile”.

La sfera pubblica non è però l’unica in cui sbagliare un congiuntivo può essere pericoloso. Anche nella sfera privata non si scherza! Il cantante Lorenzo Baglioni, nel testo della sua canzone ironica, intitolata, appunto, “Il Congiuntivo”, ci avvisa che…

[“Oggigiorno chi corteggia incontra sempre più difficoltà coi verbi al congiuntivo…”]

…mentre nel video ci mostra una ragazza che rifiuta, con evidente disgusto, il suo corteggiatore…perché costui ha sbagliato un congiuntivo, sostituendolo con un condizionale: “starei” al posto di “stessi”.

Lo stesso Baglioni poi ci ricorda che…

[“Se tu avessi usato il congiuntivo trapassato con lei non sarebbe andata poi male”].

Insomma, il congiuntivo sarebbe una garanzia di successo anche nelle relazioni. Ok, Baglioni qui fa ironia, ma conosco persone che la pensano alla stessa maniera. Noi italiani amiamo fare ironia sui congiuntivi sbagliati. Un celebre esempio di questo è il personaggio cinematografico di Fantozzi, protagonista di molti film di culto usciti tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90, che era il simbolo dell’italiano medio, con tutti i suoi difetti e la sua mediocrità. Nell’Italia del dopoguerra il congiuntivo era un distintivo sociale: se lo sapevi usare correttamente, avevi studiato e facevi parte delle classi dominanti; se non lo sapevi usare, eri un “popolano”. E quindi i film mostrano un Fantozzi in grande difficoltà con il congiuntivo. Abbondano gli usi errati come “facci lei” al posto di “faccia lei”, “mi dii un dito” al posto di “mi dia un dito” e “vadi” al posto di “vada”. Come dimenticare, poi, questa scena storica del cinema italiano:

[Allora, ragioniere, che fa? …Batti?

Ma... mi dà del tu?

No, no! Dicevo: batti Lei?

Ah, congiuntivo!

Sì!

Aspetti!”]

Fantozzi e il ragionier Filini fanno un gran confusione con la grammatica in questa scena, visto che “batti” non può proprio essere congiuntivo, semmai è un indicativo presente (”batti tu”) oppure un imperativo, al massimo (”batti!”). Usando il Lei, bisognerebbe dire “batta Lei” che comunque non è un indicativo ma un congiuntivo.

Il congiuntivo, dunque, è anche una questione di classe sociale e di istruzione. Come scrive il linguista Andrea De Benedetti, “il congiuntivo, nel nostro Paese, rappresenta una specie di patente nobile del buon parlare, di lasciapassare sociale che permette di riconoscere immediatamente il milieu intellettuale delle persone [..]. Può sembrare un discorso classista, e in parte lo è, ma dall’uso dei modi verbali si capisce subito chi ha fatto buone scuole e chi no, chi è circondato da persone ragionevolmente istruite e chi no, chi ogni tanto legge libri o giornali e chi no.”

Come scrivono, poi, i linguisti Patota e Della Valle, “un congiuntivo sbagliato o mancato è percepito come una mancanza sociale, perdonabile a chi è linguisticamente deprivato (cioè chi ha più limiti linguistici) ma non a chi non lo è o non dovrebbe esserlo, e tanto meno a chi rappresenta lo Stato e le istituzioni.

Bene, quindi abbiamo capito che noi italiano siamo fissati con il congiuntivo. Gli diamo un’importanza enorme, superiore a qualsiasi altra caratteristica, forse, della grammatica italiana. Tra l’altro, questa è una fissazione molto “italiana”, perché in altri Paesi dove si parlano lingue che hanno il congiuntivo, il congiuntivo non ha questo alone di sacralità:  è già tanto se le persone, in quei Paesi, conoscono il termine “congiuntivo”.

Ma ritornando, quindi, alla domanda iniziale, che finora ho abilmente evitato: il congiuntivo nella lingua italiana sta, o non sta, morendo? O perlomeno, si sta iniziando a usare meno? La risposta è: dipende, ovviamente.

Di quale lingua italiana stiamo parlando? Non esiste UN italiano, monolitico. Esistono invece diverse varietà dell’italiano che seguono regole diverse. Scritto o parlato? Formale o informale?  Non è certamente corretto parlare di “morte” del congiuntivo, ma è invece corretto parlare di un “rilassamento” delle norme che, in certe varietà dell’italiano, regolano la sua alternanza con l'indicativo.

Dobbiamo distinguere, innanzitutto, l’italiano scritto da quello parlato. Se nella lingua orale è vero che il congiuntivo cede il posto all’indicativo in molti contesti informali, nella lingua scritta il congiuntivo sembra essere vivo e vegeto. È sufficiente aprire una qualsiasi pagina di giornale per rendersene conto. Questo ad esempio è un testo di Michele Serra di qualche anno fa, pubblicato sul quotidiano Repubblica e… abbuona di congiuntivi.

Dobbiamo inoltre distinguere l’italiano colto, scritto e parlato dalle persone istruite, dall’italiano popolare, parlato dalle persone con un basso livello di istruzione. come dicevamo anche prima, Michele Serra, l’autore del testo che ti ho appena mostrato, ha frequentato il Liceo Classico, e poi tre anni della Facoltà di Lettere, ed è giornalista dal ‘75. Il suo italiano è certamente diverso da quello di una persona che ha studiato meno e che non ha svolto un lavoro centrato sull’uso della parola scritta.

Ma non è nemmeno da escludere che lo stesso Michele Serra, parlando con un suo amico al pub, usi un po’ meno il congiuntivo rispetto ai suoi articoli di giornale, come, del resto, facciamo tutti. È proprio nell’italiano orale, colloquiale e informale che dobbiamo osservare i cambiamenti in atto per poter finalmente rispondere alla domanda del video.

Quello che si osserva nell’uso informale, soprattutto parlato, è che:

  • Nelle frasi principali il congiuntivo continua a usarsi molto, per esempio in: “Sapessi che dolore!”, “Magari vincessi al lotto!”, “Almeno stia zitto!” (o “almeno stesse zitto!”, questo è un uso che si sta diffondendo e a tante persone non piace), “Che Dio ce la mandi buona!
  • Nelle frasi subordinate introdotte da “che”, dove il congiuntivo sarebbe richiesto dal verbo della frase principale, il congiuntivo si usa meno rispetto alla lingua standard: “credevo che stesse” può diventare “credevo che stava»”, “penso che sia” può essere reso come “penso che è”. Questo è un uso che, però, fa parte di un registro particolarmente informale e basso.
  • Nelle interrogative indirette (o domande indirette) l’indicativo è molto usato, per esempio “non capisco perché l’ha fatto” al posto di “perché l’abbia fatto” o “non so chi è” al posto di “non so chi sia”.
  • Poi c’è il caso del congiuntivo introdotto da una congiunzione, per esempio “nonostante”. Non usare il congiuntivo come nel caso di “penso che è” implica una… un abbassamento drastico del registro. Cioè, se dico, al posto di “nonostante piova”, “nonostante piove”, il registro precipita, ma il significato della congiunzione e della frase dove si trova il congiuntivo rimane lo stesso. Con congiunzioni formali come benché, affinché, malgrado, questo praticamente non avviene. Non si usa quasi mai l’indicativo perché queste sono parole già di per se molto formali, e quindi si usa il congiuntivo.
  • Anche nel periodo ipotetico controfattuale (cioè quello che parla di ipotesi impossibili, che non possono realizzarsi) il congiuntivo e, in questo caso, anche il condizionale tendono a essere sostituiti dall’indicativo imperfetto: ”se lo sapevo, non venivo” invece di “se lo avessi saputo, non sarei venuto”. E questo è un uso molto comune che io, direi, qualsiasi italiano, in qualche contesto informale, usa.

Questa alternanza tra congiuntivo e indicativo è presente sin dalle origini della lingua italiana, dunque non abbiamo a che fare con grandi novità. Spesso, i cosiddetti “fenomeni bassi”, che molti considerano errori o evoluzioni (o, magari, “degenerazioni”) moderne, sono alternative che esistono da secoli e secoli.

E quindi, come ricorda Francesco Sabatini, “l’alternanza segna una differenza di stile, non di correttezza”. Più che di “giusto” o “sbagliato” in termini assoluti, dovremmo allora parlare, come spesso dico, di “adeguato” o “inadeguato” (al contesto, alla situazione comunicativa, all’interlocutore). L’alternanza tra congiuntivo e indicativo, nelle situazioni che abbiamo visto, va interpretata non come “un attentato alla grammatica”, ma come un uso informale in certe frasi (per esempio “non sapevo se era venuto” al posto di “fosse”) e un uso molto informale, potremmo dire sub-standard in altri (come ”penso che sei bravo”, “credo che è uscito”).

La lingua standard (quella a cui dobbiamo ricorrere quando vogliamo essere un minimo eleganti) prescrive il congiuntivo in certi casi e lo ammette come una possibilità in altri. Non usare il congiuntivo in un articolo di giornale, soprattutto nei casi in cui la norma standard è più rigida (per esempio, appunto, dopo i verbi di opinione, come “penso”, “penso che sia”, o “credo che fosse”) non usarlo, qui, rappresenta un errore stilistico: ed è normale e umano provare fastidio nei confronti di questa violazione della norma standard.

Dunque, un certo calo nell’uso del congiuntivo nella lingua informale sembra esserci, ma non si può affatto parlare davvero di una “morte del congiuntivo” (e i linguisti, su questo, sono praticamente tutti d’accordo): come abbiamo visto non appena il registro si alza un po’ e si vuole parlare in una maniera un filo più elegante, il congiuntivo si usa, e si usa eccome!

Poi, è possibile che tra 50, 100 o 200 anni (se l’umanità sopravvive) il congiuntivo scomparirà, morirà davvero, o si userà sempre meno. Dopotutto è già successo in altre lingue. In inglese il subjunctive è praticamente un fossile grammaticale che sopravvive in casi molto particolari e marginali. Il francese, poi, ha perso due tempi del subjonctif (per dire “se avessi una casa al mare, ci andrei tutti giorni”, in francese, si dice letteralmente “se avevo una casa al mare, ci andrei tutti i giorni”). Eppure, in queste lingue, come saprà chi di voi le parla, si possono benissimo fare ipotesi, esprimere dubbi, esistono le sfumature e la soggettività: tutti valori che normalmente vengono associati al congiuntivo, a volte anche in maniera discutibile (a questo argomento dedicherò il prossimo video sulla mia sere sul congiuntivo).

Dunque, se anche scomparissero le forme del congiuntivo, rimarrebbero le sue funzioni: da questo punto di vista non c’è da preoccuparsi. Comunque, probabilmente, se il congiuntivo morirà, saremo già morti anche noi, da tempo.

Riassumendo, Patota e Della Valle osservano questo:

  • In termini assoluti, il congiuntivo non è stato mai usato così tanto. Per un motivo semplice: oggi si scrive e si parla molto di più in italiano rispetto a qualsiasi epoca passata. Come dicevamo, l’italiano è una lingua effettivamente parlata su larga scala solo dagli anni ‘50 del 900. Più si parla italiano, più si ricorre alle forme dell’italiano, tra cui il congiuntivo.
  • In termini percentuali, il congiuntivo, in effetti, si usa un po’ meno rispetto alla norma standard. Questo va interpretato ricordandosi che l’italiano, come dicevo, oggi è una lingua che appartiene a tutti (e menomale!) e che da alcuni è stata appresa in maniera imperfetta (a causa, ad esempio, di una bassa istruzione), o che è stata acquisita in una maniera molto influenzata dal dialetto, o che, magari, è stata poco praticata nella lettura e nella scrittura, che, poi, sono le dimensioni, gli ambiti, in cui il congiuntivo resiste con più forza.

Ma dato che il futuro sono i giovani, diamo un’occhiata a come si esprimono questi giovani nei generi musicali che più li rappresentano, tra i quali ci sono il rap e la trap. Leggendo i loro testi, scopriamo che Sfera Ebbasta canta “spero che il vicino non senta”; che Shiva si chiedemi ameresti ancora se da domani mollassi i concerti?”; che Rondodasosa dice “sta squillando il cell, e quanto vorrei che fossi solo te”; che Anna Pepe auguravorrei avessi la fame, la mia, per capire le cose”; che Il Tre sogna “a volte vorrei che regnasse l’anarchia”, e così via.

Certo, magari potrei essere accusato di cherry-picking, come si dice in inglese, cioè di andare a pescare solo quegli esempi che mi danno ragione e escludere gli altri. Ed è anche vero che, cercando cercando tra le canzoni di artisti giovani, troviamo il rapper Guè (che poi Guè c’avrà quarant’anni, ma vabbè…) che canta “non hai mai fatto il salto di qualità, spero che lo fai (e non faccia)”; oppure Rosa Chemical che ci propone “sembra che stai (e non stia) scappando”. Ma, in generale, spero di aver dimostrato che il congiuntivo è tutt’altro che morto.

E quindi, che significa questo per chi impara l’italiano? Significa innanzitutto che bisogna imparare il congiuntivo, almeno a un livello intermedio e avanzato. Ma anche saper distinguere i contesti e gli interlocutori con cui usare il congiuntivo e, dall’altra parte, saper riconoscere le situazioni in cui ci si può rilassare e usare l’indicativo senza mettere in pericolo la propria immagine sociale. Poi, certo, uno studente straniero di italiano verrà capito (e aggiungo “compatito”, anche) se sbaglia un congiuntivo. Da questo punto di vista voglio rassicurarti: la sanzione sociale riguarda i parlanti nativi di italiano. Gli stranieri possono permettersi di fare errori con il congiuntivo.

Ed è proprio per aiutarti a imparare il congiuntivo che sto preparando qualcosa che, se impari l’italiano, ti piacerà molto: un corso, davvero una gran figata, un corso in 15 videolezioni, corredate da schede ed esercizi. Una sfida sul congiuntivo che durerà 30 giorni, un mese. Se t’interessa clicca il link della lista d’attesa e riceverai notizie!

Per finire, e per fare un po’ di pratica con il congiuntivo, scrivimi un commento dicendomi che cosa speri tu per il futuro del congiuntivo italiano: che sopravviva? Che muoia? Spiegami anche il perché. E se nella tua lingua esiste il congiuntivo (spagnolo, il portoghese, eccetera), fammi sapere se le persone sanno che cosa vuol dire questo termine e se c’è questa connotazione, questa sacralità che viene data al congiuntivo. Io penso di no. Questo è tutto, ci vediamo nel prossimo video sul congiuntivo.

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